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L’alessitimia
consiste nell’incapacità di esprimere le proprie emozioni e di
empatizzare con gli altri. In
psicosomatica viene considerata un importante fattore di rischio, in
quanto può accrescere la suscettibilità individuale alla
malattia.
Sono state proposte diverse teorie neurofisiologiche per l'origine
eziologica dell'alessitimia: secondo MacLean i sintomi fisici dei
pazienti alessitimici sono dovuti al fatto che le emozioni vengono
incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie
neuroendocrine e autonome; Nemiah (1975, 1977) ha approfondito questa
posizione sostenendo che l'alessitimia è provocata da un difetto
neurofisiologico che influenza la modulazione da parte del corpo
striato dell'input proveniente dal sistema limbico e diretto al
neocortex.
Naturalmente vi sono diversi livelli di alessitimia: a volte
l’incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni non è
assoluta, ma limitata ad alcuni particolari contenuti, situazioni,
emozioni.
Il paziente-tipo che soffre di alessitimia si presenta come una
persona:
. incapace di discriminare le emozioni l’una dall’altra;
.
incapace di distinguere le emozioni dagli stati somatici che le
accompagnano;
.
incapace di comunicare verbalmente i propri sentimenti;
.
incapace di ‘pensare ai sentimenti’, di mentalizzare le emozioni;
. incapace di usare il linguaggio come mezzo simbolico di espressione
dei sentimenti, con tendenza a sostituire il parlare con l’azione
fisica diretta;
. povera di fantasia e di fantasticherie per cercare di appagare i
propri desideri;
. con scarsa capacità di ricordare i propri sogni ;
.
con scarsa disposizione a provare emozioni positive come gioia,
felicità e amore;
.
passiva, dipendente e tendente al conformismo sociale, scarsamente
adattata all’ambiente;
.
con uno stile di pensiero piuttosto infantile, egoistico ed
utilitaristico;
. con postura rigida e scarse espressioni facciali;
.
che ricorre spesso all’imitazione sociale nelle sue azioni;
.
con una coscienza morale piuttosto rigida;
. tendente ad attribuire gli eventi della sua vita a cause esterne (caso-destino-altri
potenti).
Secondo molti ricercatori, gli ‘psic’ sono ormai talmente abituati
ad inquadrare i comportamenti secondo criteri medici e psichiatrici
ben definiti, che non riconoscono questa espressione di un più ampio
e comprensivo disturbo della
regolazione affettiva, rappresentato dalla alessitimia.
Per questo recentemente è stata costruita anche una scala di
valutazione dell’alessitimia da parte di Graeme Taylor, Mike Bagby e
Jim Parker, che costituiscono il così detto "gruppo di
Toronto", particolarmente noto fra coloro che si interessano di
psicosomatica, proprio per le loro ricerche in questo campo.
Data
l’incapacità di riflettere sui sentimenti, oppure di provare
sentimenti empatici, una psicoterapia di tipo analitico per chi soffre
di questo disturbo non sarebbe risolutiva.
La psicoanalista Mc Dougall ad esempio considera questi soggetti
assolutamente ‘non analizzabili’, a causa del loro deficit di
rappresentabilità all'interno della mente.
Secondo la psicoanalista i tentativi di terapia in questi casi sono
solo dei lavori lunghi e inconcludenti, che portano quasi sempre
all’abbandono: i soggetti alessitimici
infatti non partecipano emozionalmente alla seduta, non
collaborano col terapeuta, sono piuttosto ripetitivi nel riproporre
sempre gli stessi argomenti, mostrano di annoiarsi durante gli
incontri.
Altri
studiosi invece ammettono la possibilità che i soggetti alessitimici
possano essere curati con un trattamento psicoanalitico, ma solo dopo
un lavoro preliminare, centrato sulla differenziazione dei vissuti
emozionali e sulla loro tollerabilità da parte del soggetto.
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