|
Per
spiegare le cause della timidezza e della fobia sociale occorre fare
riferimento alle infinite interazioni tra fattori genetico-biologici,
evolutivi, ed ambientali. Sembra dimostrato che i fattori ereditari
esercitino un ruolo primario nello stabilire gli aspetti strutturali
della personalità; l’ambiente poi gioca un ruolo altrettanto
fondamentale nel cristallizzare certe predisposizioni biologiche o
nell’orientare il soggetto in tutt’altra direzione attraverso
l’acquisizione di una buona stima di sé stesso e di un buon
repertorio di abilità sociali. Molti bambini, nati timidi, possono
dunque riuscire a superare i loro problemi di inibizione, mentre altri
possono rimanere timidi per tutta la vita, a causa delle influenze
subite dall’ambiente. In alcuni casi tuttavia l’ambiente può
influire ancor più delle predisposizioni genetiche: accade in seguito
ad esperienze di vita e di relazione molto dure che riducono
fortemente l’autostima e sviluppano comportamenti di forte
inibizione sociale. L’esperienza
e la memoria personale sembrano infatti agire a livello delle
strutture nervose, così come le strutture nervose influiscono sugli
aspetti cognitivi di una persona.
Modello
del determinismo biologico
Secondo
questo modello la causa della timidezza è da ricercarsi decisamente
negli aspetti genetici, piuttosto che in quelli ambientali, familiari
o sociali. Ricerche a favore di questa teoria sono ad esempio quella
di Kagan, che studiando gemelli omozigoti, cioè nati dallo stesso
ovulo e con un patrimonio ereditario identico, ha avuto modo di
osservare che se un gemello è timido, lo è anche l'altro, anche se
sono vissuti in ambienti diversi. Altri studiosi, esaminando l'attività
elettrica del cervello di bambini introversi ed estroversi, hanno
osservato come i primi concentrino il "metabolismo"
cerebrale nella corteccia frontale destra (che è anche la parte più
legata ai processi emozionali) mentre i secondi mostrino la parte
interessata nella zona sinistra della corteccia frontale, la più
legata al linguaggio e al pensiero
razionale. La moderna psichiatria sostiene, ormai sempre più
convinta, il modello medico delle cause della timidezza e si richiama
alle scoperte della neurobiologia e della genetica. Secondo questo
modello non c’è alcun dubbio che i fattori genetici determinino la
timidezza, come tutti gli altri disagi psichici: i neuroni presenti
nel sistema nervoso centrale liberano quantità eccessive o ridotte di
uno o più neurotrasmettitori, (come la dopamina e la serotonina, che
servono per trasportare dei segnali fra le cellule nervose) alterando
l’intensità del segnale emesso; in questo modo la cellula invia il
suo segnale alla cellula "sbagliata" o nel "momento
sbagliato" e dunque uno dei tanti circuiti cessa di funzionare, o
comincia a funziona in modo sbagliato. Si infrange così l’armonia
che regna nella galassia di cellule nervose, con conseguenze che
possono andare dalla paralisi alla crisi epilettica, da uno stato
d’ansia alla depressione, da una fese euforica all’aggressività.
Secondo gli psichiatri è impossibile pensare che il cervello, data la
sua complessità, funzioni a livello ottimale in tutte le sue parti e
per questo si chiedono sempre più spesso nelle riviste specializzate
di psichiatria se non debbano considerarsi ‘patologici’ anche quei
comportamenti fin qui considerati semplice espressione del carattere
di una persona, come ad esempio la prodigalità, l’avarizia, la
tendenza compulsiva ad accumulare denaro in ogni modo, il pensiero
magico superstizioso, l’iperreligiosità bigotta, i disturbi del
controllo degli impulsi come il gioco d’azzardo o le deviazioni
della condotta sessuale.
Se così fosse si potrebbe pensare che almeno il 50% della popolazione
sia ‘malata’, da curare attraverso terapie farmacologiche. A detta
degli psichiatri, questa terapia di massa potrebbe ridurre gli
altissimi costi sociali dovuti ai problemi di comportamento e ridare
alle persone quella libertà di pensiero e di scelta che, data la
cattiva funzionalità del loro cervello, non hanno. La ricerca in
corso tende dunque alla scoperta di una sorta di ‘molecole del
comportamento’, in particolare di quelle che potrebbero determinare
le manifestazioni di debolezza umana. Se queste molecole fossero davvero individuate, questo
significherebbe che presto non si dovrebbero più prendere degli
ansiolitici aspecifici per curare la timidezza patologica o le fobie
sociali, ma dei farmaci appositamente studiati per curare ad esempio
la sensibilità nei rapporti interpersonali, l’iperreattività
dell’umore, la sensibilità al rifiuto nella sfera dei rapporti
sentimentali, la perdita di controllo nell’alimentazione e nel bere,
il rifiuto della propria immagine corporea, l’attaccamento
patologico, l’ansia di separazione del bambino e dell’adulto. Pian
piano verrebbero cancellati dunque emozioni e sentimenti ed i tanti
cervelli del mondo comincerebbero a funzionare tutti più o meno nello
stesso modo… Perfino l’amore potrebbe, in una realtà del genere,
diventare una ‘patologia del tono dell’umore per cause
affettive’ e ci si potrebbe innamorare o disamorare attraverso una
pillola. Quello che è difficile capire è se stiamo andando verso un
futuro ipertecnologico o se stiamo tornando indietro agli effetti
placebo dei filtri d’amore e delle pozioni magiche.
Le
radici psicologiche della timidezza sono sicuramente da ricercarsi
nell’ambiente familiare e nelle prime relazioni con le figure
genitoriali. Se il bambino nasce in una famiglia blindata, poco
numerosa e con pochi contatti sociali, dove anche i genitori hanno
atteggiamenti timidi e riservati verso gli altri, dove si parla poco,
non ci si scambiano manifestazioni d’affetto, non si esprimono le
emozioni, se il dovere conta sempre e comunque più del piacere, come
può un figlio diventare estroverso, aperto e fiducioso in sé stesso
e negli altri? E’ abbastanza normale che il bambino sviluppi
comportamenti caratterizzati dall’inibizione, con uno stile di vita
molto riservato, assenza di iniziative, scarsa propensione al rischio
e alla competizione. Dalla famiglia di origine possono venire, oltre
che modelli di comportamento inadeguati, anche atteggiamenti educativi
sbagliati, come l’essere ipercritici nei confronti dei figli: questo
atteggiamento rendendo i figli timorosi di esprimersi, per la paura di
sbagliare, di essere osservati, di essere giudicati dagli altri e
criticati. L'imprinting ricevuto nell’infanzia condizionerà
tutta la vita adulta, per cui i bambini che sono stati bloccati nella
espressione di sé da eccessive ansie, critiche, rimproveri o anche
per il troppo amore, sentiranno maggiormente il bisogno di compiacere
gli altri, per sentirsi più sicuri di sé attraverso il consenso
esterno. Al contrario, un atteggiamento calmo, rassicurante,
accettante, dovrebbe consentire lo sviluppo in età adulta di
comportamenti più sicuri, con una soglia di tolleranza all’ansia e
allo stress piuttosto elevata.
Naturalmente,
vale la pena di ricordare che non è solo la famiglia di origine ad
esercitare queste potenti influenze sul carattere: sono altrettanto
significative anche le prime esperienze scolastiche, il rapporto con
gli insegnanti, le relazioni che si stabiliscono con i primi compagni
di gioco.
Modelli
sociali
Anche
l’ambiente sociale ha una grande influenza nel determinare la
timidezza di un bambino: in particolare può insegnare la paura degli
altri, la paura di confrontarsi con persone diverse e sconosciute e di
adattarsi alle più diverse situazioni.
Il primo luogo in cui il bambino si confronta con il mondo esterno è
la scuola materna, dove avvengono il primo importante distacco dalle
figure genitoriali ed i primi rapporti con compagni fino a quel
momento sconosciuti e con insegnanti che esercitano l’autorità al
posto dei genitori, in rapporti non esclusivi con nessuno dei bambini
presenti nella classe.
E’
la prima volta che il bambino si trova a fare i conti con le proprie
risorse personali, con i propri limiti, le proprie insicurezze: se
imparerà presto a gestire l’ansia e le frustrazioni non avrà da
grande problemi di timidezza, se invece già a questo stadio di
crescita si presenteranno dei problemi di relazione e non si tenterà
di porvi rimedio, probabilmente queste difficoltà sociali
perdureranno ancora a lungo, anche ben oltre l’età adulta.
A
proposito di bambini, vale la pena ricordare come una volta essi
venivano lasciati liberi di giocare in cortile, per essere richiamati
al momento del pranzo, della cena o della merenda: ggi la paura della
criminalità nelle strade fa si che i figli non vengano più lasciati
soli, ma siano sempre accompagnati ovunque vadano e questo fino alla
fine della scuola elementare o addirittura oltre. Che dire poi del
gioco? Oggi i bambini passano molte ore a giocare ai videogame in
perfetta solitudine e se lo fanno insieme non hanno bisogno di
guardarsi negli occhi, di parlarsi, perché il gioco si svolge nello
schermo luminoso del computer ed il compagno di gioco non è l’amico
a fianco, ma il personaggio che si muove nello schermo, seguendo i
comandi dell’amico. Questa assenza di modelli reali, questa
impossibilità di sperimentazione di sé stessi nei rapporti sociali
non può che influire negativamente sugli aspetti di timidezza del
proprio carattere.
Tutto
questo avviene in un mondo dove le famiglie hanno sempre meno contatti
sociali con i vicini e sono sempre più blindate verso il mondo
esterno. E pensare che, paradossalmente, la società di oggi chiede
sempre di più alle persone: bisogna raggiungere il successo, avere
energia e coraggio, essere sempre i primi, non sbagliare mai,
raggiungere tutti gli obiettivi, competere duramente con gli altri,
cercare di ‘vendersi’ continuamente, come se la vita fosse
un’operazione di marketing. In questa situazione, rendersi conto
della propria inefficienza personale significa rischiare la
depressione, il senso di fallimento ed arrivare così a cercare delle
compensazioni nell’alcool o nella droga per nascondere le proprie
fragilità.
In una società dove le persone che si dichiarano timide e socialmente
inibite sono circa il 40 - 50% del totale, non possiamo pensare a
questo problema come ad un problema ‘personale’ e vederlo solo
come un problema medico o psicologico, ma anche cominciare a pensare
ad una patologia della società in cui viviamo, in riferimento ad un
modello ideale di salute sociale. L’accresciuto livello di ansia e
fobie sociali dovrebbe essere considerato un segnale di pericolo cui
cercare di porre rimedio, perché non si trasformi in una epidemia di
gigantesche proporzioni, o peggio, nella ‘normalità’, causata
dalla sua frequenza.
|