Alcuni tipi di riservatezza e di ritiro
sociale sono normali: tutti noi abbiamo dei momenti che non desideriamo
condividere, in cui ci piace stare da soli, a cullarci nei nostri
pensieri, senza cercare la compagnia degli altri, senza far nulla per
metterci al centro dell'attenzione.
Questa è la timidezza 'normale', che rappresenta delle caratteristiche
della personalità e non una vera patologia. Quando però l'atteggiamento
di chiusura diventa cronico, si rifugge la socialità, si previene
qualsiasi forma di contatto che sia al di fuori del proprio ambiente, la
timidezza può diventare un problema.
In genere questi atteggiamenti nascono già dalla primissima infanzia ed
è per questo che i genitori farebbero bene ad occuparsi della timidezza
del proprio figlio, se si accorgono che questa è per lui/lei causa di
grave disagio.
Come capire anzitutto se il vostro bambino è 'normalmente' timido
o se presenta aspetti preoccupanti, da tenere sotto osservazione? La
prima cosa da capire è questa: vostro figlio partecipa alle azioni che
gli accadono intorno, o si limita ad osservarle? Anche un bambino timido
infatti, di fronte a stimoli nuovi dovrebbe essere naturalmente spinto
dalla curiosità, dal bisogno di conoscere e di scoprire l'ambiente che
lo circonda: essere sempre spettatore e non protagonista potrebbe essere
un primo elemento da tenere in considerazione.
Seconda cosa da valutare: l'ansia. Vostro figlio è ansioso? Vi sembra
che la sua timidezza gli causi disagio, sofferenza, sensi di esclusione?
O la vive con serenità ed equilibrio?
Qualora fosse troppo ansioso, occorrerebbe chiedersi: riceve da noi
tutte le attenzioni e le cure necessarie? Riceve la giusta dose di
coccole e di affetto per sviluppare una personalità sicura di sé? Ha
fiducia nelle persone che si prendono cura di lui/lei? Qualcuno lo
critica in modo troppo aggressivo? Ci sono stati episodi di particolare
disagio, come l'enuresi (pipì a letto) o scoppi di pianto immotivato per
i quali è stato ingiustamente sgridato/a?
Naturalmente è bene farsi domande sul proprio stile educativo, anche
perché nella maggior parte dei casi gli errori vengono commessi senza
che ve ne sia consapevolezza e spesso si capiscono solo col 'senno di
poi': in genere troppo tardi.
Non tutto però dipende dall'educazione: molti comportamenti sono dovuti
a cause genetiche. E le cause genetiche hanno un doppio effetto:
influenzano i comportamenti del figlio attraverso i geni ereditati e
allo stesso tempo lo espongono a dei modelli di comportamento che poi il
figlio tende ad imitare. I genitori timidi spesso 'insegnano' ai loro
figli la timidezza (anche se poi spesso pretendono che il proprio figlio
non sia 'timido' ).
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C'è ancora da chiedersi: Frequentiamo degli amici? La nostra casa è
aperta o è blindata al mondo esterno? Invitiamo spesso delle persone a
casa nostra? La nostra casa è spesso animata dalla presenza di molti
bambini? Le abilità sociali infatti non si imparano dalla televisione o
sui libri, ma frequentando altre persone.
Un'altro suggerimento è quello di evitare di parlare dei figli in loro
presenza, come se i figli non ascoltassero, non fossero curiosi di
sapere cosa un genitore pensa di loro. Etichettare ad esempio il proprio
figlio come 'timido' significa fornirgli una patente, della quale si
servirà per il resto della vita... Altrettanto dicasi per quanti
parlassero di vostro figlio come 'timido': in questo caso queste persone
andrebbero corrette precisando quali caratteristiche di vostro figlio
evidenziare, che esulino dall'etichetta considerata negativa di 'timidezza'.
Molto meglio mettere in evidenza le sue caratteristiche positive di
riservatezza, tranquillità, riflessività, empatia ecc.
I figli vanno incoraggiati, mai bollati come incapaci. Se si vergognano
di qualcosa, occorre capire la natura del problema ed aiutarli a
superare gli ostacoli, anche fornendogli quegli strumenti e quelle
abilità che in futuro permetteranno loro di poter essere autonomi,
capaci di provvedere a sé stessi.
Mai prendere in giro un figlio se si mostra eccessivamente timido, se
arrossisce, balbetta o mostra di avere un tic: l'atteggiamento delle
figure genitoriali deve essere sempre quello che incoraggia, supporta,
consiglia, prende nota dei risultati positivi e premia.
A volte può essere utile anche mostrare i propri lati 'umani': un
bambino tende sempre a vedere i genitori come esseri perfetti e
irraggiungibili, verso i quali si sente impotente e completamente
inadeguato. Per far capire al proprio figlio che la sicurezza in sé
stessi non è un dono della natura, ma una naturale evoluzione della
persona, si potrà raccontare qualche fatto della propria infanzia e
adolescenza, durante le quali si sia manifestato qualche episodio di
timidezza che aveva procurato un momentaneo senso di scoraggiamento.
Cercate inoltre di inserire vostro figlio in diverse attività sportive e
del tempo libero, in modo che possa avere molti amici, anche molto
diversi fra loro, per soddisfare le sue diverse esigenze.
Qualora i sintomi di timidezza fossero particolarmente allarmanti, si
può prendere in considerazione l'idea di una consultazione psicologica,
anche a carattere familiare.
Date a vostro figlio degli obiettivi da raggiungere, fate dei progetti
da condividere e lodatelo ogni qual volta riesce a raggiungerne uno.
Premiatelo se riesce a svolgere particolari compiti di socializzazione,
come ad esempio invitare a casa un nuovo compagno di scuola o salutare
la bambina dei nuovi vicini di casa.
Fate in modo che vostro figli si trovi spesso, magari insieme a voi, in
nuove situazioni, in cui voi stessi avete delle perplessità: chiedetegli
aiuto, fatelo provare. Questo tipo di addestramento potrebbe essere
realizzato in particolare nei viaggi o nelle visite a luoghi
sconosciuti.
Mettetevi, in questi casi, nella condizione di fare qualche brutta
figura e poi rideteci su, abituatelo a non dare troppa importanza alle
così dette 'figuracce': ridete di voi stessi, mostrate di non aver perso
la vostra autostima, anche se avete sbagliato qualcosa. Questo messaggio
vale più di tante altre parole.
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