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La
timidezza è un’esperienza universale
La timidezza è un’esperienza universale, che interessa tutti, chi più,
chi meno. Non è dunque una patologia, ma una caratteristica della
personalità, che può raggiungere diverse intensità. Nella timidezza,
possiamo distinguere la condizione di ‘timidezza cronica’ (che interessa
il 4% della popolazione), quella che riguarda ‘particolari circostanze’
(condizione che riguarda la maggior parte delle persone così dette ‘normali’)
e la ‘timidezza estroversa’, che riguarda coloro che apparentemente
sembrano aperti e socievoli, ma che nel profondo nascondono delle
insicurezze (si stima che questi siano il 20% della popolazione).
Vere e proprie patologie invece sono considerati il ‘disturbo di ansia
sociale’ e il ‘disturbo da personalità evitante’, che sono infatti
descritti nel DSM IV, il manuale statistico-diagnostico utilizzato dagli
psichiatri per formulare le diagnosi.
(Dati e classificazione. Ph. Zimbardo 1976)
Come capire se è davvero un problema
Il
bambino timido è generalmente ansioso e particolarmente inibito quando
si trova ad interagire con altre persone, specialmente se queste sono
autorevoli (come ad esempio l’insegnante, il parroco ecc.), sconosciute
o se la situazione richiede che ci si esprima di fronte ad altre
persone. La maggior parte dei bambini avverte un po’ di timidezza, ma ce
ne sono alcuni che cominciano ad avvertire i sintomi dell’ansia sociale
sin da piccoli.
Vediamo le caratteristiche e la
sintomatologia del bambino che soffre di timidezza cronica (non
occasionale):
- Pochi amici (o
nessuno)
- Rifiuto di
partecipare alle attività sociali (giochi, sport, recite scolastiche
ecc.)
- Alti livelli di
ansia, che si manifesta attraverso somatizzazioni (tremori, sudori,
rossori ecc.)
- Scarsa autostima
- Terrore del giudizio
altrui e delle ‘brutte figure’.
Le
cause
Le cause della timidezza sono molteplici
e spesso sono abbinate tra loro. Anzitutto si parla di cause genetiche,
cioè derivanti da fattori ereditari (in genere anche i genitori del
bambino timido lo sono); poi vi sono aspetti di personalità che possono
influire, come una sensibilità particolare e/o una timorosità che
spingono a ritrarsi dall’azione. Particolarmente importante, per lo
stabilirsi nel bambino di una timidezza cronica (o di un disturbo di
ansia sociale) è la relazione familiare, quella che si stabilisce con le
principali figure di riferimento: i genitori.
Alcuni comportamenti producono delle conseguenze ‘tipiche’, come ad
esempio:
Giudizi severi / Insicurezza
Alcuni genitori, pur occupandosi regolarmente dei propri figli, non
sentono, fra i loro doveri parentali, quello di manifestare accoglienza,
affetto, sostegno, nei confronti dei figli. La loro severità e distanza
affettiva genera insicurezza nel bambino e lo predispone alla timidezza.
Critiche eccessive
/
Perdita dell’autostima
I bambini che sperimentano continue critiche al loro operato sviluppano
un’ansia da prestazione che genera un circolo vizioso: paura della
prestazione-brutta figura-perdita dell’autostima-evitamento sociale. La
situazione è pericolosa perché la mancanza di autostima ostacola un
armonico sviluppo psico-sessuale della personalità e crea le fondamenta
di una futura patologia.
Aspettative eccessive /
Paura di fallire
I genitori che non sono riusciti a realizzare i loro obiettivi di vita,
spesso cercano delle compensazioni nei figli, spingendoli verso
traguardi che vanno al di là delle loro possibilità o motivazioni.
Da qui nasce la paura di
fallire, di tradire le aspettative delle persone care e lo sviluppo di
sensi di colpa nei loro confronti. La paura
del fallimento è un’altra causa della cronicizzazione della timidezza.
D’altra parte, anche dei genitori ultra-protettivi possono contribuire a
rendere inibito e timoroso il comportamento del bambino, che non
conquista mai l’autonomia personale e soffre moltissimo per i suoi sensi
di inadeguatezza.
Le strategie per affrontare il problema
La ‘ristrutturazione cognitiva’ ha l’obiettivo di modificare
pensieri, atteggiamenti e comportamenti della persona, in modo da
migliorare il suo ‘funzionamento cognitivo’. Vi sono infatti alcuni
fattori, affettivi ed emozionali, che impediscono all’individuo di
interagire con l’ambiente in modo ‘adattivo’ e pertanto si definiscono ‘disfunzionali’,
cioè inadeguati. Esempi:
Genitori
Ad esempio, molti genitori parlano apertamente del proprio figlio
davanti a lui. Questo è un comportamento molto rischioso, perché non si
può pensare 1. che il bambino, anche se appare distratto, non ascolti
tutto ciò che il genitore dice di lui 2. che comprenda esattamente il
significato di quello che il genitore voleva dire di lui (specie se è
molto piccolo) 3. che non si senta in imbarazzo se alcune cose che
riguardano al sua intimità vengono dal genitore rivelate pubblicamente,
lasciando il piccolo senza difese e sperimentando il senso della
vergogna.
Un comportamento più funzionale del genitore, in questo caso, potrebbe
essere descritto come cose da evitare e cose da fare:
Cosa evitare:
- Non parlare
del figlio in sua presenza (specie se si vuole esprimere delle critiche
o dei giudizi negativi sul suo conto);
- Non raccontare con superficialità e leggerezza gli importanti
‘segreti’ del bambino;
- Non etichettare mai il proprio figlio, specie in sua presenza, come ‘svogliato’,
‘timido’, ‘imbranato ‘ ecc., perché il bambino tende a credere e fare
sue queste valutazioni sul suo conto, che provengono da una figura
significativa come un genitore;
- Non criticare o prendere in giro il figlio per le proprie insicurezze
e fare attenzione che neanche gli altri lo facciano (dai nonni ai
bulletti della scuola)
Cosa fare:
I genitori dovrebbero cercare di aprirsi, di rendersi disponibili verso
i propri figli, ad esempio:
- Dare sempre utili suggerimenti al posto delle critiche;
- Raccontare le proprie esperienze, le proprie insicurezze durante
l’infanzia e l’adolescenza, le strategie utilizzate per superarle e gli
obiettivi raggiunti;
- Accompagnare il proprio figlio verso persone e situazioni nuove
proponendosi come modello positivo. (Non si può pretendere infatti che
il proprio figlio non sia timido e insicuro se sono i genitori i primi
ad evitare tutte le situazioni sociali e le interazioni con gli altri);
- Aprire le
porte della propria casa, invitando per primi altre persone, anche poco
conosciute, per intrecciare relazioni con gli altri e far uscire la
propria famiglia dall’isolamento;
- Dare al
proprio figlio degli obiettivi da raggiungere, che siano a breve termine
ed alla sua portata. Ogni successo va poi ‘celebrato’ degnamente.
- Attuare un
sistema di ricompense, per cui tutto ciò che fa il bambino e che viene
considerato positivo va lodato e premiato, mentre quello che viene
considerato negativo va considerato con indifferenza.
Figli
Anche nei figli si possono riscontrare dei ‘pensieri disfunzionali’, che
possono essere opportunamente modificati:
Pensieri disfunzionali:
- Sono così e non cambierò mai;
- Non sono portato per fare certe cose;
- Gli altri non mi cercano perché valgo poco;
- Non sono capace a fare bene le cose come gli altri;
- Non imparerò mai a fare bene come gli altri.
Pensieri funzionali:
- Questa volta non è andata bene, la prossima andrà meglio;
- Se mi impegno di più, avrò dei risultati migliori;
- Se non sono io il primo ad essere aperto verso gli altri, non posso
pensare che gli altri lo siano nei miei confronti.
I risultati dipendono dall’impegno: a volte però c’è l’impegno, ma non
c’è il metodo, non c’è la condizione favorente, non c’è il modello da
imitare ecc. Occorre insegnare al proprio figlio che tutti gli obiettivi
possono essere raggiunti, se solo si riesce a fare in modo che il
proprio personale tipo di intelligenza e le proprie abilità (logiche,
creative, manuali, ecc.) riescano ad esprimersi nel migliore dei modi.
Tutti possono infatti avere intelligenza e abilità, ma non è detto che
queste siano qualitativamente uguali per tutti: ognuno deve trovare la
sua strada, il suo metodo e soprattutto imparare dai propri errori,
senza demonizzarli.
Ma la timidezza è sempre un problema?
Non sempre: un po’ di timidezza anzi favorisce l’intelligenza e le
capacità di interazione. E’ come per la paura: se non vi fosse
l’emozione della paura, potremmo mettere in pericolo la nostra vita. La
paura ha quindi una finalità adattiva. Allo stesso modo, la timidezza
può aiutare a prepararsi meglio, anticipando le possibili critiche che
possono essere fatte al proprio lavoro, o alla propria prestazione.
Riflettendo su sé stessi, osservando con maggiore attenzione il
comportamento degli altri, essendo più modesti e riservati, si evitano
inutili conflitti interpersonali e si raggiungono obiettivi che talvolta
l’eccesso di fiducia in se stessi impediscono di ottenere.
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