L’umiliazione, fra le emozioni, è una fra le meno studiate, anche se
recentemente ha iniziato a ricevere attenzione come una emozione del
"self conscious", o dell'autoconsapevolezza (Elison e Harter, 2007),
cioè quelle emozioni che si cominciano a provare una volta che si sia
sviluppato il senso di sé.
Il senso di umiliazione è un'emozione che proviamo quando qualcuno ci fa
notare una nostra grave mancanza, facendo risaltare pubblicamente questo
suo giudizio sprezzante. Una umiliazione può avvenire solo quando ci si
sente dipendenti dal giudizio e dal potere degli altri: non a caso,
l’etimologia della parola deriva da “humus”, la terra, cioè il sentirsi
abbassati fino a terra.
Un altro termine, un po' più antico, ma ancora oggi usato, per definire
questo stato di penosa vergogna e costrizione è "mortificazione": in
questo caso l'umiliazione subita ha l'effetto di uccidere, dare la
morte, alla propria considerazione di sé, al proprio orgoglio.
Diametralmente opposta all’emozione dell’umiliazione è infatti quella
dell’orgoglio, che si prova quando ci si sente autonomi, non dipendenti
dalle risorse e dai giudizi di altri.
Le emozioni di umiliazione, vergogna e imbarazzo vengono considerate
come appartenenti alla stessa "famiglia", date le molte affinità fra
loro. In particolare, l'imbarazzo o la vergogna vengono provati in
presenza di situazioni spiacevoli, ma non sono in genere provocati da
altri, come è invece spesso nel caso dell'umiliazione pubblica, quando
cioè vi è la volontà di un'altra persona di umiliarne un'altra,
degradandola e rendendola ridicola agli occhi degli altri.
Alcune persone sono particolarmente
sensibili all'umiliazione, così come alla vergogna o ai potenziali
rifiuti. In questi casi, anziché cercare di realizzare progetti
che rafforzino la propria autostima, ci si chiude nei propri confini,
limitandosi a "giocare in difesa" impegnandosi solo a limitare le
perdite. Questo è tipico della personalità evitante, tendenzialmente
pessimista, che anziché concentrarsi sui propri punti di forza, si
contenta di minimizzare le proprie debolezze (Schlenker, Weigold e
Hallam, 1990) evitando i rischi di una possibile umiliazione.
La difesa più radicale dell’io contro la vergogna, l'umiliazione, il
senso di fallimento personale sono la tristezza e la depressione, a
volte talmente gravi da comportare dei rischi di suicidio (NIMH, 2003,
Rudd J. Jr e Rajab, 2001), anche per l'uso di droghe e farmaci cui, in
questi casi, molti ricorrono. Le droghe rappresentano una facile
scappatoia per ritrovare una posizione di potere, in presenza di rabbia
e umiliazione narcisistica, oltre che un tentativo estremo di compensare
le carenze presenti nel funzionamento dell’Io. Purtroppo però esse fanno
perdere il senso della realtà e difficilmente forniscono all'individuo
la necessaria motivazione ed energia per difendersi e riconquistare
l'onore e la dignità perdute.
Alcune persone, con grande facilità, riescono ad evocare immagini
dolorose, in cui si subisce una umiliazione pubblica, non solo quando
tali eventi sono realmente accaduti, ma anche quando si tratta di
semplici fantasie... Queste persone dunque tendono ad evitare le persone
e le situazioni che nella loro immaginazione hanno già prodotto un
rifiuto e un conseguente senso di umiliazione.
La paura di subire umiliazioni si manifesta già in età molto giovane ed
è particolarmente diffusa fra gli uomini, specialmente per quanto
riguarda i rapporti con l'altro sesso. La riluttanza a stringere
relazioni personali e nuove amicizie deriva dall'esagerazione e dalla
esasperazione delle proprie potenziali difficoltà, oltre che
dell'importanza che viene data al rifiuto dell'altro.
Ci sono, del resto, persone che non si fanno scrupoli nell'infliggere
umiliazioni, al solo scopo di godere della dipendenza e della soggezione
esercitata nell'altro, distrutto nell'onore e nel rispetto di sé,
dequalificato come essere umano, per diventare niente più che un
oggetto, un attrezzo, un animale. Il giudizio sprezzante, che arreca
umiliazione, non riguarda un atto o una parola, ma il valore stesso
della persona, ritenuta incapace di agire in altro modo, indegna di
fiducia, di stima e di interesse. Una forte umiliazione subita rischia
di lasciare una traccia indelebile nella propria vita.
L'atteggiamento umiliante può essere assunto da un genitore, che
esercita il suo ruolo educativo in un clima affettivo improntato alla
critica, al disconoscimento e all’umiliazione dei figli (Kagan, 1988),
oppure nel luogo di lavoro, quando si ha a che fare con un superiore che
esercita una leadership particolarmente autoritaria, per cui qualsiasi
trasgressione alle regole comporta una umiliazione. Ci si può sentire
umiliati nel proprio rapporto di coppia, quando il/la partner non perde
occasione di raccontare pubblicamente le cose più intime, causando
situazioni imbarazzanti ed anche capaci di compromettere i rapporti
sociali della persona umiliata (questo è uno dei tanti aspetti della
violenza domestica).
In molti casi l'umiliazione deriva da una persona invidiosa, o che non
tollera che un'altra persona possa essere felice senza di lei (come nel
caso di un ex). Il soggetto invidioso o geloso desidera in questi casi
l’umiliazione dell’altro, il suo fallimento, la sua disfatta ed è pronto
a tutto, pur di ottenere ciò che desidera.
In campo sessuale l'umiliazione del partner è frequente in presenza di
un tentativo fallimentare di un rapporto sessuale: evento che può essere
particolarmente traumatico e che potrebbe generare impotenza a causa dei
sentimenti di vergogna e di umiliazione provati.
Nella pornografia invece, come nelle parafilie, si assiste di frequente
a scene erotiche in cui il/la partner viene umiliato/a. Le parafilie
sono fantasie, impulsi sessuali e comportamenti ricorrenti e
intensamente eccitanti, che possono riguardare oggetti inanimati e
provocare sofferenza e umiliazione al proprio partner, a dei
bambini, così come ad altre persone consenzienti o perfino a sé stessi.
Potrebbe sembrare strano che una persona consenta ad un altro di essere
umiliata sessualmente, ma è tipica della parafilia una certa mescolanza
fra piacere sadico e masochistico, che sono due facce della stessa
medaglia. Ad esempio, la temuta sculacciata ricevuta da bambini in segno
di umiliante punizione, potrebbe essere erotizzata attraverso la pratica
dello spanking (farsi sculacciare).
A volte, quando la persona cade nell’abisso della umiliazione ha un
sussulto di dignità e decide di ribellarsi. In questo caso può esservi
rabbia, anche verso persone che non sono responsabili dell'umiliazione
subita, e ricerca di giustizia, se non sete di vendetta. Altre volte
invece si ricade nella tristezza e nella depressione e questo capita in
particolare alle persone che hanno scarsa autostima e sentono
maggiormente i sentimenti di vergogna e di umiliazione (Brown e Dutton,
1995).
Un altro modo di reagire all'umiliazione è quello di usare degli
atteggiamenti, che poi si sedimentano nel carattere, ma che nascono come
forme di difesa dalla vergogna provata, come l’autoironia, in cui
l’umiliato recupera una posizione attiva rispetto alle proprie
debolezze, oppure il perfezionismo maniacale, o la compiacenza verso gli
altri, con la costante preoccupazione di non dispiacere a nessuno e di
gratificare tutti, per sentirsi più accettati. Infine, il comportamento
reattivo più energico, che è quello della sfrontatezza, in cui la
paura dell’umiliazione si trasforma in indifferenza o sfida.
Nell’ansia sociale, la
paura dell'umiliazione si concentra intorno alla possibilità che altre
persone possano assistere al proprio disagio o ad un attacco di panico,
oppure nel disagio provato quando ci si è offerti per qualcosa e si
viene rifiutati, vedendo così disconfermate tutte le proprie aspettative
di accettazione sociale.
L'intervento terapeutico si basa sull'elaborazione di un piano che
comprenda sia la gestione del tempo libero del paziente, sia del suo
tempo di lavoro e di impegno nelle attività sociali. E' importante
acquisire delle abilità cognitive che permettano di fronteggiare
agevolmente l’anticipazione dell’imbarazzo o dell’umiliazione, in ogni
situazione che anche lontanamente riecheggi l'evento traumatico subito.
La persona deve apprendere come strutturare un nuovo linguaggio
interiore positivo e come usare questo linguaggio nelle varie situazioni
della vita, aumentando la tolleranza al parlare in pubblico attraverso
procedure come il role playing (Hope ed altri 1993), i "compiti a casa"
e le esposizioni dal vivo a situazioni ansiogene, allo scopo di
desensibilizzarsi.
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