|
Il
termine ‘stress’ nella lingua inglese significa ‘tensione,
sforzo’. Negli anni ’30 il canadese Selye
formulò la prima definizione in senso scientifico dello stress :
‘una reazione adattiva fisiologica aspecifica a qualunque richiesta
di modificazione esercitata sull’organismo da una gamma assai ampia
di stimoli eterogenei, ed espressa essenzialmente da variazioni di
tipo endocrino’. Ciò significa soprattutto due cose : che stimoli
eterogenei, di natura non necessariamente fisica, ma anche di tipo
psico-sociale, possono determinare la stessa reazione e che la
risposta aspecifica di stress è una reazione di difesa finalizzata
all’adattamento dell’individuo, cioè al ripristino di un nuovo
equilibrio nell’organismo.
Lo
stress può essere descritto, da un punto di vista fisiologico, come
una reazione di adattamento del corpo
(o ‘S.G.A., Sindrome
Generale di Adattamento’) ad una situazione generica di
pericolo. Schematicamente, la reazione soggettiva allo stress consiste
di tre stadi consecutivi:
1.
Reazione di allarme. Uno stress intenso ed improvviso può causare una
immobilizzazione, contrassegnata fisiologicamente da una riduzione dei
normali livelli di attività del sistema nervoso autonomo; in seguito
vi è un’attivazione del sistema simpatico, che induce l’aumento
della frequenza cardiaca e della pressione del sangue, una più
intensa sudorazione, la dilatazione delle pupille e una respirazione
più ansimante. Aumentano anche le secrezioni ormonali di adrenalina.
2.
Stadio di resistenza. In
una situazione di stress intensa e prolungata il sistema nervoso
autonomo passa da uno stato di forte attivazione cronica ad uno stadio
di resistenza, in cui entra in gioco la corteccia surrenale, che
secerne degli ormoni i quali concorrono in vari modi a promuovere
processi metabolici e facilitano l’eccezionale dispendio di energia
richiesto per affrontare uno stress cronico.
3.
Stadio dell’esaurimento. L’attivazione eccessiva del sistema
nervoso autonomo non può essere mantenuta indefinitivamente. Le
misure di emergenza, richieste durante lo stadio di resistenza
finiscono con l’esaurirsi entro un certo periodo. Il sistema
difensivo, spinto troppo oltre il suo normale livello di
funzionamento, perde la sua efficacia e si esaurisce, tanto da
divenire inefficace anche di fronte ad uno stress moderato.
Le
situazioni di allarme nella vita sono moltissime e possono essere
anche piacevoli, come quando si va sulle ruote del Luna Park, si guida
per la prima volta una potente automobile, ci si lancia con il
deltaplano o si fa un safari. Ma anche i fatti normali della vita
umana possono essere altamente stressanti, positivi o negativi che
siano, come sposarsi, diventare genitori, andare in pensione, trovare
un lavoro, perderlo o cambiarlo, avere una promozione, perdere una
persona cara.
Uno
dei primi fattori stressanti è il lavoro. Una segretaria molto
emotiva, ad esempio, che di tanto in tanto riceva la visita di un suo
capo, che le porta del nuovo lavoro può essere più stressata del chief executive dell’azienda in cui lavora, anche se in fondo i
compiti che le vengono richiesti comportano delle responsabilità
individuali assai più limitate.
Una
ricerca di Cooper del 1985,
svolta in Gran Bretagna compara i livelli di stress di varie
professioni, utilizzando una scala da 0 a 10, dove 0 corrisponde ad
assenza di stress e 10 allo stress massimo, dimostra infatti che non
sempre i più stressati sono coloro che hanno più responsabilità.
Ciò
che aumenta lo stress lavorativo infatti, oltre agli eventi
non-predicibili e non controllabili sono l’aumento continuo di
stimolazione e la richiesta di eseguire carichi eccessivi di lavoro.
Un
particolare tipo di stress lavorativo riguarda in modo particolare le
persone che svolgono una professione di aiuto o comunque a diretto
contatto con l’utenza : il burnout,
(letteralmente ‘essere bruciati, cotti’, parola americana
utilizzata nell’atletica professionistica degli anni ’30, quando
si voleva intendere che un atleta, dopo alcuni successi, si ‘esauriva’,
non riuscendo più a rendere al meglio). Gli operatori impegnati in
questo genere di professioni, oltre che usare le proprie competenze
tecniche, usano anche le loro abilità sociali per soddisfare le
esigenze degli utenti, i quali, anche se soddisfatti, spesso non
esprimono né gratitudine, né apprezzamenti all’operatore, che così
non riceve mai feedback positivi, ma solo rimproveri e lamentele. La
sindrome del burnout si manifesta in risposta a questo genere di
stress emozionali cronici, con tre particolari modalità : esaurimento
emotivo, ridotta produttività nel lavoro e deterioramento della
relazione con l’utente.
Oltre
allo stress derivante dal lavoro, possono esservi ulteriori fattori
che contribuiscono ad innalzare in modo innaturale il livello di
attivazione dell’organismo, tipo le cattive relazioni familiari, le
preoccupazioni economiche o per la salute, il rumore, il caldo o il
freddo eccessivi, la privazione di sonno.
Holmes
e colleghi hanno messo a punto una tabella ormai notissima in tutto il
mondo, che comprende 43 situazioni ‘comuni’ della vita, collocate
in ordine decrescente di ‘valore-stress’. Holmes ed i suoi
collaboratori hanno indicato in 150
punti totalizzati nello stesso anno il valore-limite-di-stress oltre
il quale vi può essere il rischio della crisi o della malattia. Fra i
150 e i 199 punti il rischio è medio, dai 200 ai 229
punti il rischio è abbastanza serio, oltre i 300 punti il
rischio è notevole.
Da un punto di vista psicologico la situazione stressante
sottrae all’individuo una buona parte delle sue risorse cognitive ed
affettive, a causa dell’impegno nella costante ricerca di risposte
adeguate per fronteggiare
la situazione ritenuta fonte di stress, fino a determinare un forte
calo nella sua motivazione, dovuto allo stabilirsi di un atteggiamento
di ‘learned helplessness’, o impotenza
appresa, cioè un vissuto di incapacità nell’affrontare le
situazioni, accompagnato da un senso di frustrazione, di noia e
irritazione.
|