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Una certa parte della neuropsichiatria
considera i disturbi psicologici come delle malattie a base biologica,
da curarsi attraverso i farmaci. In realtà, se è vero che lo
psicofarmaco è estremamente utile come soluzione immediata, non possiamo
accettarlo come ‘cura’ della malattia, che va invece indagata, al fine
di scoprirne le cause.
Infatti, se il farmaco risolvesse sempre e veramente tutti i problemi,
perché nelle ‘patologie d’organo’ come il mal di cuore o il mal di
fegato, i medici sentono comunque il bisogno di indagare a fondo le
ragioni del male?
Perché il paziente viene sottoposto ad una serie di accertamenti
diagnostici? Non basterebbe prescrivere un farmaco capace di dare
sollievo?
E perché se la patologia non riguarda gli organi, ma la mente, dovrebbe
invece bastare un farmaco ? E’ evidente dunque che non basta il
benessere procurato dal farmaco per dire che una persona è ‘guarita’:
occorre comprendere le ragioni della patologia e cercare di estirparle o
di ridurne gli effetti.
Gli psicofarmaci, sia chiaro, sono una delle più grandi conquiste della
scienza moderna, perché consentono un trattamento straordinariamente
rapido ed efficace di molte malattie o disturbi del comportamento: in
pochi minuti una persona depressa, al limite del suicidio, può,
attraverso l’azione del farmaco, riuscire a vedere la vita in positivo,
con coraggio, gioia allegria e voglia di vivere.
Quando però ci si trova a scegliere il tipo di trattamento più adeguato
per curare un disturbo come la fobia sociale, bisognerebbe soprattutto
chiedersi se ci siano cause particolari che possano aver portato il
soggetto a soffrire di questo tipo di inibizione. Si può ad esempio
ipotizzare che questo disturbo sia legato all’assoluta carenza di
abilità sociali nel soggetto?
Se fosse così, un farmaco tipo il Prozac potrebbe realmente portare alla
soluzione del problema?
Ecco perché è giusto pensare a trattamenti integrati, che curino il
sintomo nell’immediato, ma che si preoccupino anche della riabilitazione
della persona attraverso la modificazione dei suoi comportamenti.
Infine, una novità, che si annuncia
rivoluzionaria in campo farmaceutico per combattere i problemi della
timidezza: a Novembre del 2001 è stata annunciata dagli scienziati della
casa farmaceutica Lundbeck la messa punto di un nuovo farmaco contro la
timidezza, l'Escitalopram.
La sperimentazione è partita in Gran Bretagna e se i test saranno
soddisfacenti, il farmaco potrebbe arrivare sul mercato entro pochi
mesi.
L'Escitalopram è un antidepressivo SSRI, vale a dire un inibitore
selettivo della ricaptazione della serotonina, un neurotrasmettitore
chimico presente nel cervello che invia segnali elettrici da una cellula
nervosa all'altra. In genere la serotonina è rilasciata da una cellula
nervosa, poi viaggia verso la cellula ricevente da cui è assorbita,
oppure ritorna indietro.
L’Escitalopram agisce allora impedendo il riassorbimento della
serotonina da parte della ricevente e provocando, di conseguenza, un
aumento della quantità di serotonina disponibile. Il farmaco sembra sia
efficace nel trattamento della depressione maggiore, degli attacchi di
panico, della sindrome disforica premestruale e del disturbo ossessivo
compulsivo.
Insomma, con questa muova scoperta, gli scienziati pensano di aver
risolto il problema della timidezza.
La domanda sorge spontanea: e se l’essere umano non fosse fatto solo di
sinapsi e di formule chimiche?
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