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MEDICINE COMPLEMENTARI


di Giuliana Proietti

 

Moltissime persone oggi preferiscono alleviare le proprie sofferenze facendo ricorso a questi metodi, definiti in vari modi: ‘alternativi’, ‘naturali’, ‘dolci’, ‘complementari’, ‘olistiche’, o ‘non convenzionali’.
Gli approcci sono molto diversi fra loro, ma hanno tutti in comune un rapporto medico – paziente assai diverso da quello della medicina tradizionale. L’approccio infatti è decisamente più morbido e questo fa sentire le persone meno malate, più partecipi della cura, "persone" e non come un "casi clinici". Inoltre queste terapie promettono di curare senza provocare ulteriori danni (come può fare una terapia ‘aggressiva’ della medicina ufficiale) stimolando la "forza guaritrice" insita in ogni individuo.

Già nel settecento J. J. Rousseau aveva esaltato l'ideale del ritorno alla natura come rimedio al declino della qualità della vita nei grossi centri urbani. Il forte desiderio di tornare alla natura è poi fiorito largamente sul finire dell’ottocento in Inghilterra ed in Germania come un ideale romantico, che vedeva in uno stile di vita più semplice, più naturale, un modo di recuperare uno stato di purezza e dunque di salute e di benessere.
Gli italiani che fanno uso di queste terapie sono circa nove milioni: sono persone
di cultura medio-alta, anche se spesso hanno origini socio-economiche medio-basse, il che fa pensare che abbiano avuto famiglie di origine contadina o dove si tramandavano ricette e cure di tipo popolare. Due terzi di loro sono donne e per la maggior parte desiderano risolvere problemi cronici, solitamente dolori muscolari o articolari, mali di testa ed emicranie, oltre che problemi di tipo psicologico (insonnia, ansia, ecc.). L’efficacia percepita dai pazienti è molto alta: circa 7 persone su dieci si dichiarano soddisfatte delle cure alternative.

E’ più che probabile, secondo gli scettici, che gli effetti positivi di questo tipo di medicine siano dovute ad auto-condizionamenti psicologici. Ciò nonostante, vale la pena di ricordare che, laddove c’è un effetto benefico, la terapia, qualunque essa sia, ha funzionato. L’unico problema è semmai, di ordine normativo: può uno Stato permettere come pratica terapeutica un trattamento che, intrinsecamente, non ha dimostrato di avere alcun valore? Si può permettere che il cittadino si curi in modo sbagliato perché in buona fede crede che la medicina tradizionale non lo possa guarire? E, in definitiva, come e quando è consigliabile scegliere una medicina complementare rispetto ad una ufficiale? La risposta è nel buon senso: per le malattie croniche, ivi comprese ansia e depressione, si può provare con i rimedi proposti dalle medicine alternative, mentre per curare malattie come il cancro, l’appendicite, la polmonite, le fratture, occorre assolutamente rivolgersi alla medicina tradizionale.

Ma quali sono le cure non tradizionali più praticate? Difficile fare una statistica, visto che ci si muove spesso in campi ai limiti stessi della legalità, con ‘terapeuti’ raramente laureati, in medicina o altro.
 

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