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Moltissime persone oggi preferiscono alleviare le proprie sofferenze
facendo ricorso a questi metodi, definiti in vari modi: ‘alternativi’,
‘naturali’, ‘dolci’, ‘complementari’, ‘olistiche’, o ‘non
convenzionali’.
Gli approcci sono molto diversi fra loro, ma hanno
tutti in comune un rapporto medico – paziente assai diverso da quello
della medicina tradizionale. L’approccio infatti è decisamente più
morbido e questo fa sentire le persone meno malate, più partecipi
della cura, "persone" e non come un "casi clinici". Inoltre queste
terapie promettono di curare senza provocare ulteriori danni (come può
fare una terapia ‘aggressiva’ della medicina ufficiale) stimolando la
"forza guaritrice" insita in ogni individuo.
Già nel settecento J. J. Rousseau
aveva esaltato l'ideale del ritorno alla natura come rimedio al
declino della qualità della vita nei grossi centri urbani. Il forte
desiderio di tornare alla natura è poi fiorito largamente sul finire
dell’ottocento in Inghilterra ed in Germania come un ideale romantico,
che vedeva in uno stile di vita più semplice, più naturale, un modo di
recuperare uno stato di purezza e dunque di salute e di benessere.
Gli italiani che fanno uso di queste terapie sono circa nove milioni:
sono persone di
cultura medio-alta, anche se spesso hanno origini socio-economiche
medio-basse, il che fa pensare che abbiano avuto famiglie di origine
contadina o dove si tramandavano ricette e cure di tipo popolare. Due
terzi di loro sono donne e per la maggior parte desiderano risolvere
problemi cronici, solitamente dolori muscolari o articolari, mali di
testa ed emicranie, oltre che problemi di tipo psicologico (insonnia,
ansia, ecc.). L’efficacia percepita dai pazienti è molto alta: circa 7
persone su dieci si dichiarano soddisfatte delle cure alternative.
E’ più
che probabile, secondo gli scettici, che gli effetti positivi di
questo tipo di medicine siano dovute ad auto-condizionamenti
psicologici. Ciò nonostante, vale la pena di ricordare che, laddove
c’è un effetto benefico, la terapia, qualunque essa sia, ha
funzionato. L’unico problema è semmai, di ordine normativo: può uno
Stato permettere come pratica terapeutica un trattamento che,
intrinsecamente, non ha dimostrato di avere alcun valore? Si può
permettere che il cittadino si curi in modo sbagliato perché in buona
fede crede che la medicina tradizionale non lo possa guarire? E, in
definitiva, come e quando è consigliabile scegliere una medicina
complementare rispetto ad una ufficiale? La risposta è nel buon senso:
per le malattie croniche, ivi comprese ansia e depressione, si può
provare con i rimedi proposti dalle medicine alternative, mentre per
curare malattie come il cancro, l’appendicite, la polmonite, le
fratture, occorre assolutamente rivolgersi alla medicina tradizionale.
Ma quali sono le cure non tradizionali più praticate? Difficile fare
una statistica, visto che ci si muove spesso in campi ai limiti stessi
della legalità, con ‘terapeuti’ raramente laureati, in medicina o
altro.
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