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Un giorno del 1953
Boris Levinson, un neuropsichiatra infantile americano, si
apprestava a ricevere un piccolo paziente autistico alquanto ‘difficile’,
che non mostrava, dopo diverse sedute, alcun miglioramento.
Per caso il suo cane Jingles era presente nello studio. Levinson si
accorse così di come la presenza dell’animale durante la terapia
fosse di grande aiuto: nel caso specifico del bambino
autistico, alla fine della seduta, tra lo stupore del terapeuta e del
genitore che lo accompagnava, il bambino, espresse il desiderio (forse
il primo !) di tornare nello studio del Dottor Levinson, per rivedere il
cane.
Nelle sedute successive, ovviamente, questo bambino trovò due terapeuti
: il cane Jingles ed il Dottor Levinson. Il bambino cominciò
a giocare col cane e, gradualmente, a questo gioco si aggiunse anche
il neuropsichiatria, che riuscì così a stabilire un ottimo rapporto
con il suo piccolo paziente.
Dopo questo episodio, il neuropsichiatra continuò a sperimentare
questo tipo di terapia, che teorizzò solamente nel 1961, coniando il
termine
“pet therapy”. Come si sa, 'pet' in inglese significa 'animale
domestico' : la terapia era dunque basata sulla comunicazione tra
paziente, animale e terapeuta. Il mezzo privilegiato di comunicazione
era il gioco. Del resto,
quale animale non ama giocare? E quale bambino - a meno che non soffra
di specifiche fobie - rifiuta il gioco con l'animale?
Tali osservazioni furono pubblicate nel 1961 nel libro "II cane
come co-terapeuta".
Le esperienze
di questo pioniere della co-therapy con gli animali furono riprese
negli anni settanta da Samuel ed Elizabeth Corson, due psichiatri che
operavano nell’ Ohio, Stati Uniti. Essi avevano studiato l’interazione tra un gruppo di giovani
pazienti affetti da turbe psichiche e dei cani che vivevano presso
l’ospedale dove essi lavoravano.
I loro pazienti erano soprattutto giovani psicotici, che avevano
fallito con l’applicazione di altre terapie e che mostravano di
sentirsi molto meglio grazie alla pet therapy.
In questa sperimentazione, alcuni cani vennero introdotti direttamente nelle stanze di pazienti
che trascorrevano la maggior parte del loro tempo a letto: su 50
soggetti esaminati, la pet therapy non ebbe successo solo in 3 casi, poiché
i soggetti interessati, come avevano peraltro già dichiarato nei test
preliminari, non gradivano la presenza degli animali. Negli altri casi invece vi furono dei sostanziali miglioramenti
nel decorso della malattia.
La
conclusione dei due ricercatori fu che i cani rappresentano un
validissimo strumento terapeutico aggiuntivo, che facilita la risocializzazione.
In seguito la dottoressa Friedman condusse una ricerca ancor più
sorprendente, sugli effetti della presenza di un animale nella vita
dei malati, specialmente nell'anno successivo all'infarto: dopo aver valutato
l'influenza di variabili diverse, come ad esempio lo stato
socioeconomico, ella osservò come il possesso di un animale fosse il
fattore sociale più significativo per la previsione della
sopravvivenza del paziente.
Nel 1981 anche il ricercatore Aaron Honori Katcher dimostrò che la
presenza di animali domestici faceva abbassare la pressione arteriosa:
dopo l'accarezzamento di un cane o di un gatto, la pressione dei
soggetti analizzati si abbassa notevolmente e successivamente bastava evocare tali immagini per ottenere subito dei miglioramenti.
(Per inciso, l'accarezzamento dell'animale non fa bene solamente
all'uomo, ma anche all'animale stesso, dal momento che anche i suoi
battiti cardiaci rallentano e i muscoli si distendono)
Partendo da
queste considerazioni, si è cominciato ad utilizzare gli animali anche
per migliorare la convalescenza dei malati o la realtà quotidiana di
persone disabili: gli effetti che derivavano da questa interazione
confermava l’effetto “aggiuntivo” della pet therapy a quello dei
farmaci o di altre terapie convenzionali.
II
termine Pet Therapy è stato sostituito in italiano da: A.A.A.
(Attività Assistita con Animali), e T.A.A. (Terapia Assistita dagli
Animali): sono due cose molto diverse, perché la prima si basa
semplicemente sui comportamenti istintivi dell'animale, che ispira
tenerezza e produce rilassamento, mentre nella seconda gli animali
sono addestrati per diventare terapeuti o co-terapeuti e possono
lavorare anche in assenza dello specialista.
Le AAT, delle terapie vere e proprie, trovano applicazione, in campo
pediatrico, soprattutto nel trattamento dei disturbi comportamentali,
dei bambini con difficoltà di socializzazione, scarsa autostima,
basso rendimento scolastico ed in particolare nel trattamento
dell’autismo.
Si è visto che
un bambino con difficoltà di relazione sociale preferisce animali
grandi, probabilmente perché questo gli trasmette un senso di
sicurezza e di protezione; chi ha problemi legati alla sfera psichica
preferisce invece gli animali di taglia più piccola.
In ambito scolastico la pet therapy è un intervento terapeutico di
recupero, mirato al miglioramento delle capacità psico-fisiche,
sociali, emozionali e cognitive dei portatori di handicap o agli
alunni con gravi difficoltà di apprendimento, grave carenza di
proprietà di linguaggio o di conoscenza. Attraverso l’utilizzo di “progetti
educativi” che includano il rapporto con gli animali si raggiunge
l’obiettivo di far maturare nel bambino la capacità di stabilire
rapporti interpersonali e relazioni affettive significative anche con
gli esseri umani.
In Italia, con un recente decreto legislativo la pet therapy è stata
ufficialmente riconosciuta all'interno del Servizio Sanitario
Nazionale e presto verrà inserita come co-terapia negli ospedali e
nelle ASL.
Libro Pet Therapy di Giuliana Proietti e Walter La Gatta ed. Xenia
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