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13/12/2011

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PET THERAPY


 

A cura della Redazione
 

Un giorno del 1953 Boris Levinson, un neuropsichiatra infantile americano,  si apprestava a ricevere un piccolo paziente autistico alquanto ‘difficile’, che non mostrava, dopo diverse sedute, alcun miglioramento. 

Per caso il suo cane Jingles era presente nello studio. Levinson si accorse così di come la presenza dell’animale durante la terapia fosse di grande aiuto: nel caso specifico del bambino autistico, alla fine della seduta, tra lo stupore del terapeuta e del genitore che lo accompagnava, il bambino, espresse il desiderio (forse il primo !) di tornare nello studio del Dottor Levinson, per rivedere il cane. 

Nelle sedute successive, ovviamente, questo bambino trovò due terapeuti : il cane Jingles ed il Dottor Levinson. Il bambino cominciò a giocare col cane e, gradualmente, a questo gioco si aggiunse anche il neuropsichiatria, che riuscì così a stabilire un ottimo rapporto con il suo piccolo paziente.

Dopo questo episodio, il neuropsichiatra continuò a sperimentare questo tipo di terapia, che teorizzò solamente nel 1961, coniando il termine  “pet therapy”. Come si sa, 'pet' in inglese significa 'animale domestico' : la terapia era dunque basata sulla comunicazione tra paziente, animale e terapeuta. Il mezzo privilegiato di comunicazione era il gioco.  Del resto, quale animale non ama giocare? E quale bambino - a meno che non soffra di specifiche fobie - rifiuta il gioco con l'animale?

Tali osservazioni furono pubblicate nel 1961 nel libro "II cane come co-terapeuta".

Le esperienze di questo pioniere della co-therapy con gli animali furono riprese negli anni settanta da Samuel ed Elizabeth Corson, due psichiatri che operavano nell’ Ohio, Stati Uniti. Essi avevano studiato l’interazione tra un gruppo di giovani pazienti affetti da turbe psichiche e dei cani che vivevano presso l’ospedale dove essi lavoravano. 
I loro pazienti erano soprattutto giovani psicotici, che avevano fallito con l’applicazione di altre terapie e che mostravano di sentirsi molto meglio grazie alla pet therapy. 

In questa sperimentazione, alcuni cani vennero introdotti direttamente nelle stanze di pazienti che trascorrevano la maggior parte del loro tempo a letto: su 50 soggetti esaminati, la pet therapy non ebbe successo solo in 3 casi, poiché i soggetti interessati, come avevano peraltro già dichiarato nei test preliminari, non gradivano la presenza degli animali. Negli altri casi invece vi furono dei sostanziali miglioramenti nel decorso della malattia.

La conclusione dei due ricercatori fu che i cani rappresentano un validissimo strumento terapeutico aggiuntivo, che facilita la risocializzazione. 

In seguito la dottoressa Friedman condusse una ricerca ancor più sorprendente, sugli effetti della presenza di un animale nella vita dei malati, specialmente nell'anno successivo all'infarto: dopo aver valutato l'influenza di variabili diverse, come ad esempio lo stato socioeconomico, ella osservò come il possesso di un animale fosse il fattore sociale più significativo per la previsione della sopravvivenza del paziente.

Nel 1981 anche il ricercatore Aaron Honori Katcher dimostrò che la presenza di animali domestici faceva abbassare la pressione arteriosa: dopo l'accarezzamento di un cane o di un gatto, la pressione dei soggetti analizzati si abbassa notevolmente e successivamente bastava evocare tali immagini per ottenere subito dei miglioramenti. (Per inciso, l'accarezzamento dell'animale non fa bene solamente all'uomo, ma anche all'animale stesso, dal momento che anche i suoi battiti cardiaci rallentano e i muscoli si distendono)

Partendo da queste considerazioni, si è cominciato ad utilizzare gli animali anche per migliorare la convalescenza dei malati o la realtà quotidiana di persone disabili: gli effetti che derivavano da questa interazione confermava l’effetto “aggiuntivo” della pet therapy a quello dei farmaci o di altre terapie convenzionali.

II termine Pet Therapy è stato sostituito in italiano da:  A.A.A. (Attività Assistita con Animali), e T.A.A. (Terapia Assistita dagli Animali): sono due cose molto diverse, perché la prima si basa semplicemente sui comportamenti istintivi dell'animale, che ispira tenerezza e produce rilassamento, mentre nella seconda gli animali sono addestrati per diventare terapeuti o co-terapeuti e possono lavorare anche in assenza dello specialista.

Le AAT, delle terapie vere e proprie, trovano applicazione, in campo pediatrico, soprattutto nel trattamento dei disturbi comportamentali, dei bambini con difficoltà di socializzazione, scarsa autostima, basso rendimento scolastico ed in particolare nel trattamento dell’autismo. 

Si è visto che un bambino con difficoltà di relazione sociale preferisce animali grandi, probabilmente perché questo gli trasmette un senso di sicurezza e di protezione; chi ha problemi legati alla sfera psichica preferisce invece gli animali di taglia più piccola. 

In ambito scolastico la pet therapy è un intervento terapeutico di recupero, mirato al miglioramento delle capacità psico-fisiche, sociali, emozionali e cognitive dei portatori di handicap o agli alunni  con gravi difficoltà di apprendimento, grave carenza di proprietà di linguaggio o di conoscenza. Attraverso l’utilizzo di  “progetti educativi” che includano il rapporto con gli animali si raggiunge l’obiettivo di far maturare nel bambino la capacità di stabilire rapporti interpersonali e relazioni affettive significative anche con gli esseri umani.

In Italia, con un recente decreto legislativo la pet therapy è stata ufficialmente riconosciuta all'interno del Servizio Sanitario Nazionale e presto verrà inserita come co-terapia negli ospedali e nelle ASL.

Libro Pet Therapy di Giuliana Proietti e Walter La Gatta ed. Xenia
 

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