Bertrand Russel: La conquista della felicità 2

bertrand russelEcco la seconda parte dei passi scelti del libro di Bertrand Russel, La conquista della felicità.

Leggi la prima parte.

CAUSE DI FELICITA’

*) E’ ancora possibile la felicità?

Il segreto della felicità è questo: fate in modo che i vostri interessi siano il più possibile numerosi e che le vostre reazioni alle cose e alle persone che vi interessano siano il più possibile cordiali anziché ostili.

*) La gioia di vivere

La gente fa conversazione non perché le faccia piacere, ma per qualche vantaggio che alla fine spera di ricavare dalla collaborazione.

Nell’imparare a non interessarsi agli uomini esse (le donne) imparavano anche molto spesso a non interessarsi a nulla o, ad ogni modo,  a nulla fuorché una certa specie di contegno corretto. Insegnare un atteggiamento inattivo e timido verso la vita significa in modo chiaro insegnare qualcosa di completamente contrario alla gioia di vivere e incoraggiare una specie di ripiegamento su sé stessi caratteristico di donne rispettabilissime, specialmente quando sono incolte. Esse non hanno l’interesse per lo sport che si trova nell’uomo medio, non si curano di politica, verso gli uomini hanno un atteggiamento affettatamente staccato, verso le donne velatamente ostile.

*) Gli affetti

La natura umana è così fatta che concede molto più prontamente il suo affetto a chi meno sembra richiederlo. Perciò, l’uomo che tenta di conquistarsi l’affetto altrui con delle buone azioni fa invece l’amara esperienza dell’ingratitudine umana.

Coloro che affrontano la vita con senso di sicurezza sono molto più felici di coloro che l’affrontano con un senso di incertezza, per lo meno fino a quando il loro senso di sicurezza non li porta a un disastro.

Fintanto che l’affetto guarisce realmente un individuo dal senso di precarietà, lo mette di nuovo in condizione di provare quell’interesse per il mondo che nei momenti di pericolo e di paura si affievolisce.

L’ambizione che esclude l’affetto dalla sua via è generalmente il risultato di qualche specie d’ira o di odio contro la razza umana prodotto da dolori sofferti in gioventù, da ingiustizia patita in età adulta, o da una qualsiasi delle cause che portano alla mania di persecuzione.

Di tutte le forme di prudenza, la prudenza nell’amore è forse la più fatale alla vera felicità.

*) La famiglia

Ai tempi antichi le donne erano spinte al matrimonio dalle condizioni di vita intollerabili nelle quali venivano a trovarsi le zitelle.

La giovane donna non sposata delle classi colte è quindi in grado, oggi, purché non sia al di sotto della media quanto a intelligenza ed attrattiva fisica, di godersi molto piacevolmente la vita, fintanto che sa resistere al desiderio di avere dei figli.

La più perniciosa di tutte le ingiustizie che ella (la donna) deve subire è questa: che per il fatto di compiere il suo dovere verso la famiglia ella ne ha perso l’affetto, mentre se l’avesse trascurata e fosse rimasta allegra e affascinante, probabilmente marito e figli avrebbero continuato ad amarla.

Il mutamento nei rapporti fra genitori e figli è un esempio particolare della diffusione della democrazia. I genitori non sono più sicuri dei loro diritti di fronte ai figli; i figli non sentono più di dovere rispetto ai genitori. La virtù dell’obbedienza, che un tempo era pretesa senza discussioni, è decaduta, ed è giusto che lo sia.

La psicoanalisi ha inculcato nei genitori della classe istruita il terrore del male che possono inconsciamente fare ai loro figli. Se li baciano, possono far nascere in loro un complesso d’Edipo; se non li baciano, possono provocare una manifestazione di gelosia. Se ordinano al bambino di fare questa o quella cosa, possono far nascere in lui il senso della colpa, se no, i bambini prendono delle abitudini che i genitori giudicano indesiderabili.

Non vi può essere dubbio che la civiltà prodotta dalle razze bianche ha questa singolare caratteristica che, a misura che gli uomini e le donne l’assorbono, diventano sterili. I più civili sono i più sterili; i meno civili sono i più fertili; e tra i due vi è una gradazione continuamente oscillante.

I sacerdoti possono aver successo fintanto che la minaccia del fuoco dell’inferno conserva la sua efficacia, ma ora soltanto una minoranza della popolazione prende sul serio questa minaccia.

La gente può convenire che altri debbano fornire la carne da cannone, ma non è attratta dalla prospettiva che i suoi figli vengano usati a questo scopo. Tutto quello che lo stato può fare, quindi, è di tentare di mantenere i poveri nell’ignoranza.

Se si considera la natura umana indipendentemente dalle circostanze attuali appare chiaro, credo, che la paternità e la maternità sono psicologicamente capaci di offrire la felicità più grande e duratura che la vita possa dare.

E’ nei momenti di sfortuna che si può maggiormente contare sui genitori, nelle malattie, e persino anche negli errori, se i genitori sono come dovrebbero essere.

La radice primitiva del piacere che si prova nell’avere figli è duplice. Da una parte vi è la sensazione di aver esternato una parte del nostro essere, prolungando così la nostra vita oltre la morte del resto del nostro corpo e fornendo inoltre a questa parte la possibilità di esternarsi a sua volta allo stesso modo, così da assicurare l’immortalità del germe vitale. Dall’altra vi è un’intima fusione di forza e di tenerezza.

Il genitore che desidera sinceramente il bene del bambino più della sua autorità su di lui, non ha bisogno di libri di testo sulla psicoanalisi per sapere che cosa si deve e che cosa non si deve fare, ma sarà guidato dall’istinto sulla giusta via.

– La madre della quale convenzionalmente si dice che si è sacrificata è, nella grande maggioranza dei casi, eccezionalmente egoista verso i figli, poiché, per quanto importante sia la maternità quale elemento della vita, non è soddisfacente se viene considerata come tutta la vita, e un genitore insoddisfatto ha molte probabilità di essere un genitore effettivamente troppo esigente.

Non dovrebbe più esistere la convenzione secondo la quale ogni madre deve fare da sé quello che un’altra donna farebbe meglio. Le madri che si trovano imbarazzate e incapaci di fronte ai propri figli, come accade a molte, non dovrebbero esitare ad affidarli ad altre donne che hanno attitudine a questo lavoro ed hanno fatto il necessario allenamento.

Il rapporto della madre verso il figlio dovrà, in futuro, assomigliare sempre più al rapporto esistente oggi fra padre e figlio, se si vuole affrancare le donne da una inutile schiavitù, e concedere ai bambini di approfittare delle esperienze scientifiche che si stanno accumulando riguardo alla cura in tenera età delle loro menti e dei loro corpi.

*) Il lavoro

Essere capaci di riempire intelligentemente le ore di ozio è l’ultimo prodotto della civiltà e, al giorno d’oggi, pochissime persone hanno raggiunto questo livello.

I ricchi che vivono oziosamente soffrono quasi tutti di una noia indicibile, quale prezzo del loro affrancamento dalla fatica.

Nel lavoro, il successo viene perlo più misurato dal reddito, e fintanto che la nostra società capitalistica continuerà ad esistere, questo è inevitabile.

Una gran parte del lavoro offre lo stesso piacere che si può trovare in un gioco d’abilità.

In certi lavori specializzati, come la politica, ad esempio, risulta che gli uomini raggiungono il loro massimo rendimento tra i sessanta e i settanta anni per la ragione che, in tali occupazioni, è essenziale una profonda conoscenza degli uomini.

– (Giornalisti) (…) solo una piccola minoranza vi crede; gli altri, per amore dello stipendio, prostituiscono il loro talento per fini che ritengono nocivi.

Senza il rispetto di sé stessi, la vera felicità difficilmente è possibile. E l’uomo che si vergogna del suo lavoro non può avere rispetto di sé stesso.

La fermezza dei propositi non è sufficiente per rendere felice la vita, ma è una condizione quasi indispensabile per una vita felice. E la fermezza dei propositi si manifesta soprattutto nel lavoro.

*) Interessi impersonali

Una delle fonti di infelicità, di stanchezza e di tensione nervosa, è l’incapacità ad interessarsi a nulla che non abbia una importanza pratica nella propria vita.

Per quanto grave possa essere una preoccupazione, non bisognerebbe averla presente tutto il giorno.

Un piccolo lavoro che abbia uno scopo  buono è migliore di un grande lavoro che abbia uno scopo cattivo.

L’uomo che non fa nulla per distrarre la mente e si lascia dominare completamente dal suo turbamento, non è saggio e si rende meno atto ad affrontare le difficoltà, quando verrà il momento dell’azione.

Non nego, naturalmente che un uomo possa essere spezzato dal dolore, ma dico che un uomo dovrebbe fare tutto quanto sta in suo potere per sfuggire a questo destino, e dovrebbe cercare qualsiasi distrazione, per quanto banale, purché non nociva o degradante in sé.

Per sopportare bene le disgrazie quando avvengono, è saggio aver coltivato in momenti migliori una certa varietà di interessi, di modo che la mente possa trovare pronto qualche luogo indisturbato che le offra altre associazioni di idee ed altre emozioni, diverse da quelle che rendono difficilmente sopportabile il presente.

L’uomo che cerca la felicità agirà saggiamente tendendo al possesso di un numero di interessi sussidiari da aggiungere a quelli centrali sui quali la sua vita è costruita.

*) Sforzo e rassegnazione

L’uomo saggio, sebbene non accetti senza reagire le disgrazie evitabili, non sprecherà il suo tempo e le sue emozioni per quelle che sono inevitabili, e si sottometterà anche a quelle che sembrano evitabili in sé, se il tempo e la fatica che il tentativo di evitarle implicherebbe venissero a interferire con l’attività necessaria per raggiungere qualche scopo più importante.

L’emozione è qualche volta un ostacolo all’efficienza.

L’atteggiamento più saggio è di fare il meglio che si può, lasciando al destino il risultato.

L’uomo che si è liberato dell’irritabilità troverà la vita molto più lieta di quanto non gli apparisse quando era perpetuamente agitato.

La cosa migliore è di avere non una sola immagine di sé stessi, ma un’intiera galleria,e di scegliere quella appropriata  all’incidente del momento. Se qualcuna di queste immagini è un po’ ridicola, tanto meglio; non è da saggi vedersi tutto il giorno come un eroe da tragedia greca.

Niente è più faticoso e, a lungo andare, più esasperante, dello sforzo quotidiano per credere in cose che quotidianamente diventano più incredibili. Eliminare questo sforzo è una condizione indispensabile per assicurarsi una felicità duratura.

*) L’uomo felice

Felice è l’uomo che vive obbiettivamente, che ha affetti liberi e vari interessi, che si assicura la felicità mediante questi interessi e questi affetti e mediante il fatto che essi, a loro volta, fanno di lui un oggetto di interesse e di affetto per molti altri. Essere oggetto d’amore è una causa potente di felicità, ma l’uomo che chiede l’amore non è colui al quale viene concesso. L’uomo che riceve l’amore è generalmente colui che lo dà.

– Che cosa può dunque fare un uomo che è infelice perché rinchiuso in se stesso? Fintanto che continua a pensare alle cause dell asua infelicità, continua ad essere chiuso in se stesso e quindi non esce dal circolo vizioso; se vuole uscirne, deve farlo mediante interessi genuini, non mediante interessi simulati, adottati unicamente quale medicina.

– Guardate inviso almeno una volta al giorno una verità dolorosa; troverete che questo esercizio è utile quanto l’allenamento quotidiano dei BoyScouts. Imparate a convincervi che la vita varrebbe la pena di essere vissuta anche se non foste, come naturalmente siete, immensamente superiore a tutti ivostri amici quanto a virtù  e intelligenza.

Soltanto ciò che vi può veramente interessare può esservi utile, ma potete avere la certezza che interessi sinceramente obbiettivi nasceranno in voi non appena avrete appreso a non assorbirvi in voi stessi.

L’uomo felice è colui che non soffre dialcuna di queste mancanze di unità ela cui personalità non è né incontrasto con se stessa, né incontrasto col mondo. Un uomo siffatto si sente cittadino dell’universo, gode liberamente dello spettacolo che offre e delle gioie che arreca, non turbato dal pensiero della morte, perché non si sente realmente separato da coloro che verranno dopo di lui. E’ in questa profonda unione istintiva con la corrente della vita che si trova la massima gioia.

A cura di: Dr. Giuliana Proietti

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