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Conoscere i propri punti di debolezza per essere più forti

punti di debolezzaIn genere si parla abbastanza spesso dei punti di forza di una persona, cioè delle cose che nella vita vengono meglio, grazie ai propri talenti, alle proprie capacità e competenze, alle proprie esperienze e propensioni.

Conoscere i propri punti di forza, del resto, può essere molto utile per scegliere un indirizzo scolastico, una scuola di formazione professionale, un lavoro, ecc. adatti alle proprie aspettative e al proprio temperamento.

Purtroppo però, le persone non riflettono mai abbastanza sui loro punti di forza e, quando viene loro posta una domanda diretta su questo argomento, la risposta più frequente è: “non so, non ci ho mai pensato…”

Strano, perché poi in realtà tutti siamo chiamati a compiere delle scelte nella vita e, se non siamo consapevoli di ciò che sappiamo fare o vogliamo più di ogni altra cosa fare, faremo probabilmente delle scelte a caso, di cui poi se ne potranno pagare le conseguenze, magari incolpandone il fato (lavoro sbagliato, coniuge inadeguato, abitazione insoddisfacente, ecc. In una parola, “sfortuna”.)

I propri punti di debolezza, o limiti, o carenze, sono in genere più conosciuti, ma nella maggior parte dei casi vengono evocati per motivazioni poco costruttive. Infatti, quando si pensa alle proprie debolezze, lo si fa per criticarsi, per ridicolizzarsi o sminuirsi, per “ruminare” all’infinito sulle proprie esperienze negative, quasi come se da questa manovra di masticazione psicologica ne potesse scaturire una più facile “digestione” dei propri difetti.

I punti di debolezza andrebbero invece più efficacemente analizzati a mente lucida, per comprendere quali sono i campi in cui possiamo avere delle effettive carenze. Una volta identificate queste aree di fragilità, di conoscenza e di competenza (anche emotiva o relazionale), occorrerebbe chiedersi se, e fino a che punto, siamo interessati a colmare queste lacune, e in che modo.

Se ad esempio ci si rende conto di non avere orecchio per la musica, ma si svolge un lavoro del tutto diverso, non si frequentano persone che amano andare ai concerti e si trascorre il tempo libero in un ambiente completamente lontano dalla musica, come può essere quello sportivo, alla fine accorgersi di non saper canticchiare nemmeno il tormentone musicale dell’estate, che è sulla bocca di tutti, può essere un limite personale poco rilevante.

Diverso sarebbe invece se si desiderasse diventare un cantante o un musicista: scoprire di non avere né talento personale, né sufficienti conoscenze nel settore potrebbe portare in un primo momento ad una crisi di identità. Chi sono io? Cosa voglio diventare? Come voglio guadagnarmi da vivere?

Ecco perché conoscere questo punto di debolezza potrebbe essere in realtà la vera chiave del proprio successo. Il talento infatti è in genere innato, ma può essere anche costruito, facilitato, incoraggiato dalla buona disponibilità, dalla motivazione, dall’ambizione. Naturalmente chi si trova in questa situazione non deve perdere di vista la situazione svantaggiata di partenza ed avere la consapevolezza che il successo potrà arrivare, se arriverà, solo dopo tanto impegno e, probabilmente, tante sconfitte.

E’ per questo che è importante conoscere le proprie debolezze: come si dice nel mondo americano del recruiting, i tacchini possono imparare ad arrampicarsi sugli alberi, ma se si prende uno scoiattolo avrà sicuramente molto più successo… Questo non significa che un “tacchino” non possa, a suo modo, imparare ad arrampicarsi su un albero: certo, deve studiare ed applicarsi molto di più di quanto farebbe uno scoiattolo!

A livello sociale inoltre, la consapevolezza di avere dei punti di debolezza non è sgradita ed in alcuni casi è perfino bene accetta, purché se ne parli con autoironia, senza mostrare particolare disagio (ma anche senza troppa auto-compiacenza, per non apparire presuntuosi e superficiali).

Ad esempio, durante un colloquio di lavoro si è portati a pensare che sia molto più produttivo parlare sempre e solo dei punti di forza, anziché delle proprie debolezze. Questa strategia però non sembra sempre la migliore.

Una ricerca di recente pubblicazione ha dimostrato che parlare delle proprie debolezze durante un colloquio di lavoro permette di distinguersi dagli altri candidati, e dunque di essere ricordati meglio dal selezionatore.

La ricerca comprende due studi: nel primo viene presa in esame una selezione condotta su 1240 insegnanti, provenienti da tutto il mondo e desiderosi di insegnare negli Stati Uniti; nel secondo ci si è invece concentrati su 333 legali che partecipavano ad una selezione per ottenere un lavoro nell’esercito degli Stati Uniti.

Gli “onesti”, quelli che hanno parlato anche delle loro debolezze, hanno avuto maggiore successo. Gli insegnanti hanno avuto il 22% di probabilità in più di essere presi per la docenza, mentre i legali hanno visto le loro possibilità di successo moltiplicarsi per 5 (17% invece del 3%).

Dal punto di vista psicologico il fenomeno viene descritto come “auto-controllo”, cioè la capacità di farsi percepire dagli altri in modo positivo, nonostante le proprie debolezze, allo stesso modo in cui si è imparato ad accettare se stessi.

I datori di lavoro apprezzano i candidati che danno una descrizione di sé che include anche le proprie debolezze, perché dimostra che si tratta di persone lucide e consapevoli. Al contrario, le persone che cercano di mostrarsi perfette danno l’effetto del “troppo bello per essere vero”, spingendo l’interlocutore alla diffidenza e alla ricerca del punto debole.

Lo studio, pubblicato su Journal of Applied Psychology e coordinato a livello internazionale dalla Dr.ssa Celia Moore dell’Università Bocconi di Milano, suggerisce che anche la scelta dei vocaboli usati non deve essere trascurata: ad esempio, i verbi che appartengono al campo lessicale della percezione sono molto efficaci per questo scopo: “credere”, “sentire”, “provare” indicano che la persona si conosce ed è dunque sincera nel parlare di sé.

Naturalmente questo atteggiamento, nel mondo del lavoro (ma anche in altri campi, come quello della ricerca del partner), è molto più premiante quando si è sicuri di possedere i requisiti che l’azienda (o l’altro/a) ricerca: se il proprio “curriculum” è già scarso, è sicuramente meglio evitare di aggravare la propria posizione parlando dei propri difetti.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
Pexels

Pubblicato anche su Huffington Post

Autore:

Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

Per appuntamenti e collaborazioni: 347 – 0375949 Ancona

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