La tristezza

la tristezzaLa tristezza è l’emozione tipica della perdita, della delusione, della separazione, del lutto. A differenza della rabbia, questa emozione si rivolge soprattutto verso l’interno. Si manifesta, a livello facciale, con sopracciglia oblique, rughe della fronte piegate a ferro di cavallo e abbassamento delle commissure labiali. A livello comportamentale possono essere presenti pianto e lamenti.

Una persona triste generalmente non ha voglia di lavorare, di avere rapporti sessuali, di godersi il tempo libero o di frequentare gli amici: preferisce stare da sola a pensarea quel qualcosa o qualcuno che manca temporaneamente o si è perduto definitivamente.Dal punto di vista evolutivo la tristezza è considerata un’emozione molto importante, perché permette di concentrarsi attentamente sull’oggetto o la persona perduta, restando sordi a qualsiasi altro stimolo ambientale e ciò serve come tappa di ricostruzione, nelle situazioni di perdita.

Quando ci si sente tristi a causa di un fallimento personale, di una performance non soddisfacente, dell’impossibilità di soddisfare un’ambizione, la tristezza conseguente aiuta a riflettere sui propri errori ed ha anche l’effetto sociale di provocare simpatia, indulgenza e compassione negli altri, permettendo così la reintegrazione all’interno del gruppo.

Anche i bambini di tre mesi provano l’emozione della tristezza: l’espressione infantile più comune è infatti l’interesse, seguito dalla gioia, dalla rabbia e dalla tristezza (Izard, 1995). La provano inoltre le persone non vedenti, le quali mostrano addirittura l’espressione facciale della tristezza, pur senza averla mai osservata in un volto umano. Tra gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi nel mondo animale, si notano ugualmente espressioni di tristezza.
Oggi la tristezza è considerata un’emozione negativaed infatti basta che una persona attraversi un periodo di malinconia che già la si considera “depressa”. La medicina moderna cerca di cancellare in ogni modo la naturale tristezza umana, attraverso l’abuso di farmaci antidepressivi, creati inizialmente per trattare le depressioni gravi e che invece oggi vengono prescritti anche in presenza di semplici stati di ansia, tristezza o timidezza.

Questa ‘medicalizzazione’ di una normale condizione umana, fa perdere di vista il contesto in cui si manifesta l’emozione della tristezza. Se una persona, ad esempio, ha subito un trauma per una perdita, una malattia, una separazione, è normale che provi tristezza e togliendole la possibilità di riflettere su quello che è accaduto non è detto che sia sempre un bene.
La tristezza infatti permette alla persona di conoscersi meglio, di capire ciò che prova nei confronti degli altri. Ad esempio, ci si può accorgere di essere innamorati perché l’assenza di una persona ci fa sentire tristi, e questo evidenza la presenza di un bisogno affettivo di cui si potrebbe non essere ancora consapevoli.

L’intensità della tristezza dipende dal valore che l’individuo assegna a ciò che gli manca e agli scopi che la perdita subita viene a compromettere. Quanto più viene ritenuto irrinunciabile, irrecuperabile e insostituibile ciò che manca, tanto più intensa e prolungata sarà la risposta emotiva della tristezza.
La tristezza talvolta è accompagnata dalla rabbia: questo accade quando ciò che manca o che si è perduto era qualcosa o qualcuno sul quale si riteneva di avere dei diritti.

Dal punto di vista cognitivo essere “silenziosi e tristi” può portare, come dimostrano delle ricerche condotte su adolescenti, a risultati migliori nella risoluzione di esercizi di logica, nell’apprendimento mnemonico, nello svolgimento di esercizi di grammatica. Gli esercizi di composizione verbale, il riconoscimento di forme da associare e di brani musicali viene invece decisamente meglio agli estroversi e alle persone allegre. Una ricerca (Schnall S., 2008) ha mostrato che l’entusiasmo, la gioia e il sorriso aiutano a svolgere meglio attività creative, relazionali, artistiche, mentre la serietà, il silenzio e a volte l’incupimento aiutano a svolgere attività che richiedono molta concentrazione.
Queste osservazioni, per la verità, non sono modernissime: basti pensare alla tradizione medico-filosofica e al medico dell’isola di Kos, Ippocrate, che vedeva nella “malinconia” uno stato propizio al pensiero e considerava l’umore malinconico una caratteristica dell’uomo di ingegno, del dotto, dell’artista. Il tipo melanconico era caratterizzato secondo Ippocrate dalla bile nera (il termine “malinconia” viene dalle parole greche melan che significa nero e cholè che significa bile) ed aveva un’indole triste, ritirata, pessimista.

Oggi invece la malinconia è vista molto diversamente. Come osserva lo psicoanalista James Hillman (2001): «Ognuno di noi è soggetto alla tirannia di una vita che va in fretta. E la malinconia è diventata un oltraggio, in questa società che corre senza sapere dove».

Esiste anche una tristezza piacevole: si pensi alla tristezza che si prova dopo aver visto un film o letto un libro in cui i protagonisti vivevano delle storie difficili, oppure alla combinazione agrodolce di tristezza e felicità che si prova nei momenti di nostalgia (Power, 1999). In ogni caso la tristezza può essere piacevole, perché comporta sempre un invito alla riflessione e molto spesso consente il distacco dalla banalità e dalla mediocrità. In alcuni casi può perfino avere un effetto rilassante: infatti, se alcune emozioni, come la rabbia e la paura tendono ad attivare l’organismo, la tristezza tende decisamente ad inibirlo.

Dal punto di vista del genere sessuale le donne sembrano sperimentare la tristezza più intensamente degli uomini (Brody I.R. and Hall, 2000). Alla base di ciò potrebbero esservi dei condizionamenti culturali: le donne sono infatti incoraggiate ad esprimere la tristezza, la paura la vergogna e il senso di colpa, mentre i maschi sono incoraggiati ad esprimere rabbia e ostilità (Fischer et al. 2004). Nolen-Hoeksema (1987) hanno invece ipotizzato che le donne tendano, rispetto agli uomini, ad essere più inattive e a ruminare sulle cause e le implicazioni del loro umore depresso, mentre gli uomini cercano di evitare di pensare ai loro problemi e si impegnano piuttosto in attività che li distraggono, come ad esempio gli sport. (La “ruminazione” è un sintomo caratteristico della depressione ed è collegato agli eventi più stressanti – Tait & Silver, 1989)
E’ sbagliato confondere tristezza e depressione: la depressione infatti è una patologia che coinvolge il corpo e il tono dell’umore, così come i pensieri, il modo di percepire sé stessi e il mondo e di ragionare sugli eventi della vita. La depressione non è una tristezza passeggera e non è modificabile con un atto di volontà (Strock M. 1994). La tristezza è molto comune ed è frequente anche in persone non affette da depressione.
Quando ci si sente tristi (e non si è depressi), basta a volte un sorriso, anche forzato, per far migliorare il tono dell’umore (Kleinke, Peterson and Rutledge, 1998). Un altro modo per affrontare la tristezza è scrivere: scrivere può essere di aiuto perché è un modo di esternare qualcosa, che altrimenti rimarrebbe dentro di sé.

Dr. Walter La Gatta

Immagine:

The Giant/Vermin, Flickr

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