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CAPIRCI QUALCOSA SUI
DISTURBI D'ANSIA
Generalmente i disturbi d'ansia sono legati a situazioni stressanti, come
ad esempio la paura di parlare in pubblico o andare ad un primo
appuntamento. Trascorse però poche ore da quell'evento particolare, i
sintomi d'ansia scompaiono e tutto torna come prima. Si parla invece di
patologie d'ansia quando i disturbi durano per almeno sei mesi.
I sei più comuni disturbi d'ansia sono: il disturbo da attacchi di panico,
il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), il disturbo post-traumatico da
stress (PTSD) la fobia sociale (o disturbo d'ansia), le fobie specifiche e
il disturbo d'ansia generalizzato (GAD). Ciascuno di questi disturbi
d'ansia produce sintomatologie specifiche e specifici sono i trattamenti
per ciascuno di essi.
Nei disturbi da attacchi di panico si prova la sensazione di perdere il
controllo di sé stessi ed il problema insorge soprattutto per la paura, o
meglio il terrore, che nuovi momenti del genere possano ripresentarsi. Il
disturbo ossessivo-compulsivo si ha quando il soggetto sente il bisogno di
dedicarsi a dei comportamenti, dei veri e propri rituali (es. lavarsi le
mani, poi fare un'altra cosa, poi tornare a lavarsi le mani, ecc.) , che
svolge contro la sua volontà e che ritiene sciocchi, ma ai quali non
riesce a sottrarsi. Il disturbo post-traumatico da stress può riguardare
chiunque, perché è un disturbo d'ansia legato ad un evento particolarmente
traumatico che si è vissuto e che ritorna nella memoria o nei sogni,
provocando ansia e stress. La fobia sociale è un disturbo d'ansia che
riguarda un sentimento di profonda umiliazione, avvertito quando ci si
trova a contatto con altre persone e ci si sente perennemente in
imbarazzo. Questa situazione è spesso alla base degli attacchi di panico,
per cui la paura di trovarsi a vivere situazioni spiacevoli porta i
soggetti che ne soffrono al completo isolamento sociale. Chi soffre di
ansia generalizzata è sempre preoccupato, per qualsiasi cosa faccia,
giorno e notte. Chi soffre di una fobia specifica (es. aracnofobia, paura
dei ragni) vive le situazioni di ansia e di terrore solo se esposto a quei
particolari stimoli.
PARLARE IN PUBBLICO
Chi ama parlare in pubblico? In realtà questa è una situazione che, se si
può evitare, in genere si evita, a meno che non si abbia un carattere
particolarmente istrionico da cercare ogni occasione per fare della
propria vita un palcoscenico.
A volte tuttavia, parlare in pubblico non è una scelta, ma una necessità e
anche le persone meno portate ad accentrare le attenzioni degli altri su
di sé devono sopportare la luce dei riflettori.
Come fare per ottenere successo quando ci si rivolge a piccoli e grandi
gruppi?
Anzitutto è importante non vivere il parlare in pubblico come
un'esperienza stressante. Se si comprendono correttamente le cause alla
base dello stress causato dal parlare in pubblico e se si memorizzano
alcuni principi chiave, il parlare in pubblico diventerà un'esperienza
piacevole e soddisfacente.
Per avvicinarsi a questa esperienza nel modo giusto i principi-guida
devono essere:
Non credere che parlare in pubblico sia troppo stressante, ma cercare in
questo dei risvolti gratificanti e piacevoli
Non essere necessariamente 'brillanti' o 'perfetti' nell'esecuzione.
Molti osservano infatti gli altri oratori confrontandoli con la
prestazione che avrebbero dato essi stessi al loro posto, pensando : '
forse io non avrei la stessa loquacità, padronanza, calma, capacità di
intrattenimento e di affabulazione ...' Ma chi ha detto che chi parla in
pubblico debba essere un oratore davvero perfetto? Si possono anche fare
errori o dimenticare interi segmenti del proprio discorso ed avere
comunque successo. L'essenza del parlare in pubblico è di dare alla
propria audience qualcosa di valore.
Non avere paura delle proprie reazioni emotive: se anche si ha la
sensazione di perdere i sensi, diventare muti o dire qualcosa di stupido
durante il proprio discorso, non bisogna preoccuparsi. Quanto più gli
ascoltatori otterranno qualcosa di valido, tanto più apprezzeranno i
messaggi ricevuti.
Non appesantire il discorso con elementi ridondanti tipo fatti accaduti,
dettagli, cifre, statistiche, ma cercare di concentrarsi su due o tre
punti chiave per ottenere un discorso soddisfacente. Le ricerche
effettuate infatti dimostrano che le persone ricordano molto poco le
elencazioni di fatti e dati.
Non avere un mente un falso scopo. A volte lo speaker è guidato da un
principio inconscio che contrasta con il reale scopo del suo discorso.
Esempio: pensare di ottenere l'approvazione di tutti gli ascoltatori,
nessuno escluso. Infatti, come si fa a piacere a tutti? è impossibile e se
qualcuno degli ascoltatori non gradisce il messaggio e mostra evidente
disinteresse o disapprovazione non bisogna sentirsi persi. L'obiettivo
dunque non deve essere piacere a tutti, ma riuscire a dare qualcosa di
valido. Il motto dello speaker di successo deve essere dunque: 'dare' e
non 'ottenere', nel senso che lo scopo del discorso non è quello di
ottenere qualcosa dagli altri (fama, approvazione, rispetto), ma dare agli
altri qualcosa di bello ed interessante di sé.
Non ispirarsi ad una figura ideale di 'perfetto oratore', cercando di
fare proprie le caratteristiche o le qualità del proprio modello. Meglio
invece essere sé stessi di fronte agli altri e non voler a tutti i costi
indossare i panni dello speaker.
Non essere troppo seriosi, ma cercare di utilizzare il proprio senso
dell'umorismo attraverso l'utilizzo di metafore, domande retoriche,
storielle divertenti,esempi pratici.
Non aver paura, infine, di mostrare le proprie umane fragilità o i propri
errori, così da apparire più autentici e conquistare per questo il
rispetto degli altri.
NON USARE DROGHE
La droga, così come l’alcool o i farmaci sono delle ‘sostanze vicarianti’,
nel senso che riescono a rendere la persona disinibita e priva di ansia,
anche quando i mezzi personali per raggiungere tale stato di sicurezza di
sé sono carenti.
L’uso di queste sostanze è un mezzo per colmare i propri limiti, per
superare le difficoltà derivanti dalle varie situazioni sociali, per
ritrovare la carica e sentirsi più sicuri, in una sorta di ‘autoanestesia
dell’angoscia’.
C’è poi da considerare l’importanza determinante della suggestione, ovvero
del famoso ‘effetto placebo’: l’assunzione di una sostanza di cui si pensa
possa essere utile per migliorare le proprie performances ha già in sé
stessa una grande influenza psicologica sul soggetto, tanto che una
compressa di zucchero potrebbe avere, in chi l’assume, gli stessi effetti
euforizzanti e rilassanti attesi dalla droga.
Le ricerche effettuate sulla ‘cultura della droga’ indicano fra i fattori
predisponenti di carattere personale l'aggressività, l’irritabilità, la
tendenza alla ribellione e l'appartenenza al sesso maschile.
Tra i maschi, un temperamento aggressivo favorisce il comportamento
d'abuso di droghe, mentre la semplice timidezza, al contrario, sembra
ridurlo; se però la timidezza si unisce a comportamenti aggressivi, vi è
il massimo rischio di diventare tossicodipendenti, perché questa
combinazione di fattori comporta molto spesso anche uno scarso adattamento
sociale.
Contro il rischio di drogarsi sembrano avere un effetto positivo i buoni
risultati scolastici, l’essere impegnati in attività dopo-scuola, l’avere
dei solidi legami affettivi e familiari; un effetto precipitante lo hanno
invece fattori ambientali quali l'uso di droga nel proprio gruppo di
amici, la provenienza da famiglie in crisi, l'aver avuto dei problemi con
la legge.
Molti dei consumatori di droghe le assumono a scopo auto-terapeutico, per
gestire particolari problemi di ansia individuale e sociale, o stati
depressivi.
Queste persone apprendono a controllare l’ansia, la paura, lo stress,
l’inibizione, attraverso un uso dapprima mirato della sostanza; poi, a
causa di un meccanismo di tolleranza e dipendenza, non riescono più a
controllare la situazione e ne restano uncinati.
All'età di 16-17 anni le ragazze usano una quantità inferiore di birra,
vino, liquori, marijuana ed altre droghe illegali rispetto ai loro
coetanei maschi, anche se fumano il tabacco in misura uguale o addirittura
superiore e sembrano molto attratte anche dall’ecstasy, la droga sintetica
diffusa specialmente nelle discoteche e quadruplicata nel consumo negli
ultimi anni.
Il successo di questa ‘droga ricreativa’ è dovuto al fatto che chi
l’assume si sente più euforico e sicuro di sé, meno annoiato ed inibito,
capace di ballare a lungo perché diminuisce il senso di stanchezza fisica:
la sensazione di poter prolungare il limite fisiologico del tempo del
divertimento fa passare in secondo piano i numerosi e dannosi effetti
collaterali.
ADATTARSI ALLE SITUAZIONI
Per stare con gli altri occorre rinunciare alle proprie rigidità,
adattarsi.
George Bernard Shaw diceva con saggezza che: ‘l’uomo ragionevole si adatta
al mondo, mentre quello irragionevole insiste nel tentativo di adattare il
mondo a sé.’
Purché l’adattamento non significhi una perdita di identità, un completo
appiattimento sulle posizioni conformistiche del gruppo. Attraverso la
pressione del gruppo infatti, ci si può sentire spinti ad avallare
opinioni che in altre circostanze si respingerebbero energicamente.
In uno dei più famosi esperimenti di psicologia sociale, effettuato nel
1956, Solomon Asch chiese a dei soggetti di giudicare la lunghezza di due
linee verticali, chiaramente diverse fra loro. Furono ascoltati in un
primo momento numerosi partecipanti, complici dello sperimentatore, i
quali sostenevano, contro ogni evidenza, l’uguaglianza delle linee. Quando
toccò ai soggetti da analizzare, si vide come circa un terzo dei loro
giudizi concordavano con il parere unanime del gruppo, in aperto contrasto
con quanto questi soggetti avrebbero espresso se fossero stati da soli.
Lo stesso risultato ottenne Sherif, il quale propose un esperimento nel
quale, in una situazione che richiedeva la descrizione della percezione
soggettiva di un segnale luminoso, gli individui riferivano in modo tale
da minimizzare le differenze rispetto agli altri membri del gruppo, anche
senza esplicite pressioni a conformarsi ad uno standard di gruppo.
Un altro esperimento tuttavia, sempre condotto da Asch, dimostrò tuttavia
che, se qualcuno del gruppo, sempre uno dei complici, manifestava il suo
dissenso nei confronti della risposta palesemente errata, anche gli altri
si accodavano e la maggioranza non era più unanime come in precedenza.
Questa tendenza al conformismo, al solo scopo di non sentirsi ‘diversi’,
anche quando la situazione lo richiederebbe, oppure riuscire ad opporsi
solo nel caso in cui vi sia già qualcuno che lo abbia fatto prima, non
denota intelligenza, né stima per se stessi.
Sbagliare con la propria testa è meglio che sbagliare con la testa degli
altri.
Se non si è d’accordo con le regole del proprio gruppo, conviene rischiare
di sbagliare, ma restare fedeli a se stessi. Se poi ci si accorgerà di
aver compiuto un errore, conviene ammetterlo, anzitutto con se stessi,
senza ansia, senza per questo diminuire il senso del proprio valore.
Un conto infatti è riconoscere un errore, un altro è crearsi un fardello
fastidioso di sensi di colpa ed autolesionismi vari: ammettere l’errore in
tutta serenità è liberatorio e smonta le critiche altrui, togliendo ai
nostri detrattori tutta l’eventuale carica di ostilità, avversione ed
antipatia nei nostri confronti.
Comportamenti negativi verso gli altri possono avere luogo anche se non si
è scelto di andare controcorrente, ma ci si sente semplicemente tesi o
nervosi: in questi momenti è più facile che si commettano scorrettezze sul
lavoro, infrazioni del codice stradale, o che si trattino male delle
persone senza che queste ne abbiano colpa; questi comportamenti
condizionano in negativo anche i comportamenti delle persone che con noi
interagiscono e portano con sempre con se un feedback negativo.
Chi soffre di fobia sociale ad esempio ha paura di incontrare altre
persone e di stare con loro: l’unico modo per risolvere questo problema è
cercare di farsi una specie di overdose di frequentazioni sociali, per
stroncare la paura e lo stress emotivo. Solo l’esercizio riesce infatti a
controcondizionare l’ansia e ad arricchire di risposte abili il proprio
repertorio comportamentale, realizzando un apprendimento accurato, che
gradualmente si trasformerà in comportamento automatico.
Dal libro: Il pensiero positivo di Giuliana Proietti, ed. XENIA
SMETTERE DI FUMARE
Non e’ mai semplice smettere di fumare, ma e’ un passo necessario per
migliorare la vita.
Le persone che decidono di smettere di fumare, per la maggior parte hanno
successo. E’ necessario però, il più delle volte, chiedere aiuto al
proprio medico, che può indicare al paziente i vari passi necessari per
smettere ed anche i successivi benefici fisici e mentali che tale
decisione porta con sé.
Il primo passo per smettere di fumare è quello di chiarirsi le ragioni che
hanno guidato la scelta e decidere con precisione quando e come mettere in
atto la propria decisione.
Prima di ogni altra cosa, bisogna rendersi conto che il passo da compiere
non è facile e che nel primo periodo di astinenza si presenteranno dei
sintomi, cui bisognerà resistere in tutti i modi. Un fattore importante e’
il tempo. Porsi un traguardo in un tempo ben preciso aumenta le
possibilità di successo e il raggiungimento di tale traguardo.
E’ importante ricordare che il fumo porta ad una dipendenza molto forte a
cui e’ difficile rinunciare; la decisione di smettere dunque deve essere
molto profonda e consapevole. A volte non basta una decisione ed e’
necessario avere accanto persone che possano appoggiare e sostenere la
propria volontà e soprattutto aiutare nei possibili momenti di cedimento
durante la cura. Si può chiedere a queste persone di essere comprensive e
pazienti nei propri confronti, in questo particolare momento.. Altrettanto
auspicabile sarebbe che queste persone non fumassero.
Quando si decide di smettere bisogna essere positivi e guardare ai
vantaggi che si hanno senza il fumo, ai benefici che una vita senza fumo
offre.
Oltre ai buoni consigli che un medico può dare, chi si e’ deciso a gettare
per sempre la sua ultima sigaretta può usufruire di questi semplici
consigli:
Può essere utile scrivere una lista con tutte le ragioni per le quali si
vuole rinunciare al fumo e leggerla spesso durante il giorno: ad esempio
la puzza di fumo nei vestiti, nei capelli, la tosse di mattina, il fiato
corto ecc.
Avere ben chiaro il fatto che non sarà semplice e dunque non scoraggiarsi
e rinunciare alle prime difficoltà. All’inizio l’irritazione e il
nervosismo saranno piuttosto frequenti, ma non bisogna farsi sopraffare da
tali sentimenti prendendo una sigaretta, e neanche resistergli: la cosa
migliore e’ prenderne coscienza, sedersi, fare dei respiri profondi e
aspettare che passi il desiderio di fumare. Questi momenti saranno ogni
volta più brevi e più facilmente superabili.
Nel luogo dove generalmente si fuma di più, è bene attaccare un cartello
sul quale scrivere come migliorerà la vita senza il fumo, leggerlo spesso
e visualizzarsi liberi da tale dipendenza.
Può essere stimolante smettere insieme ad un amico o un parente, anche per
potersi aiutare e confortare a vicenda in qualunque momento.
E’ importante fare piccoli passi e migliorare giorno per giorno
gratificando se stessi per i progressi fatti, anche se molto piccoli.
Quando poi la crisi diventa insopportabile può essere utile distrarsi ed
occupare il tempo e soprattutto le mani in altre faccende.
Rompere la quotidianità trovando un nuovo hobby o uno sport, lavorando ad
un progetto, attivandosi nel volontariato per occupare quei momenti che si
dedicavano alla sigaretta.
Infine, non cadere nel tranello di “una sola sigaretta”, e prendersi cura
di se stessi in modo veramente speciale, poiché ci sono un milione di
buoni motivi per smettere e soprattutto per smettere ora !
AUTOMOTIVAZIONE
L’automotivazione è un’energia mentale, talvolta inconscia, che spinge il
comportamento verso determinate direzioni, in modo da conseguire specifici
risultati. Alcune motivazioni cambiano nel tempo, mentre altre si
mantengono più stabili. Nello sviluppo degli interessi e delle motivazioni
personali confluiscono diversi fattori come quelli affettivi,
intellettivi, motivazionali, che interagiscono con fattori di tipo
sociale, culturale ed economico. Molte persone non riescono a trovare
interessi e motivazioni personali, perché sono abituate a ricevere input
dall’esterno: ‘devi fare questo, devi fare quello…’ Se nessuno imponesse
loro di raggiungere determinati risultati probabilmente resterebbero
passive e apatiche per tutta la loro vita. Essere motivati significa
invece non solo avere il coraggio di progettare delle sfide per sé stessi,
ma anche la costanza di perseverare, malgrado gli insuccessi, malgrado le
avversità, con ottimismo e fiducia nelle proprie possibilità.
GESTIRE LE EMOZIONI
L'analfabetismo emozionale è paragonabile all'analfabetismo che tutti
conosciamo, ovvero il non saper né legger, né scrivere. Del resto nessuno
va a scuola di emozioni, nessuno le studia sui libri, a meno che non si
interessi di psicologia.
Quello che impariamo è il controllo sui comportamenti conseguenti ad
un'emozione, ma in genere, poco sappiamo sull'emozione stessa, perché
raramente ci soffermiamo a riflettere e a fare considerazioni su questo
tema.
E pensare che il benessere emotivo lo si raggiunge invece attraverso
l'ascolto e la rielaborazione delle proprie emozioni, al fine di imparare
a gestirle al meglio. In particolare, occorre imparare ad utilizzare le
emozioni negative, traducendole in emozioni positive ed in comportamenti
efficaci.
Molte persone ad esempio tendono a soffocare le loro emozioni, altre
percepiscono il loro disagio, ma non riescono a farvi fronte, altre si
permettono determinate emozioni e se ne negano altre.
Occorre imparare allora ad 'ascoltare' le proprie emozioni e a concedersi
di lasciarle fluire liberamente, in modo da conoscerle, per poi poterle
rielaborare. Si tratta insomma di aprire il proprio 'laboratorio'
emozionale, dove studiarsi meglio, per imparare a vivere meglio.
Vediamo cosa fare, in concreto, delle proprie emozioni:
1. Smontare l'emozione in tanti piccoli pezzi, chiedersi ad esempio
perché, in un dato momento, ci si sente commossi, perché si piange, o si
ride, o ci si sente arrabbiati.
2. Riflettere lungamente su questi pensieri e sulle proprie osservazioni
in proposito.
3. Chiedersi se le emozioni che sentiamo sono tra esse collegate, se una è
la conseguenza di un'altra, ad esempio.
4. Scrivere una lettera di risposta alla propria emozione. Ad esempio, se
siamo arrabbiati con qualcuno, immaginare che questa persona telefoni,
scriva, ci venga a trovare e ci chieda scusa, ci parli del suo punto di
vista, in modo amabile e tranquillo. Se poi ci si sente meglio, cercare di
capire quale meccanismo si è messo in movimento.
5. Chiedersi sempre se la reazione emotiva dipende dalla situazione che si
sta vivendo o è la classica 'goccia che fa traboccare il vaso' già molto
colmo. Chiedersi ad esempio con chi si è realmente arrabbiati mentre si
risponde male al collega d'ufficio e per quale motivo.
6. Evitare di maledire la sorte: cercare di capire se esiste qualcosa che
non dipende dalla sorte, ma da noi stessi e che può essere modificato per
sentirsi meglio.
7. Tornare indietro nel tempo ed analizzare situazioni simili a quella
attuale, oppure spostarsi nel futuro con l'immaginazione e cercare di
individuare quali sviluppi della situazione che stiamo vivendo ci
preoccupano di più.
8. Spostare l'attenzione da una sofferenza propria ad una sofferenza
altrui (basta ascoltare il telegiornale per attuare questo tipo di 'catarsi').
RICONOSCERE I SEGNALI DELLA TIMIDEZZA
Le Reazioni Imbarazzo Vergogna Bassa autostima Tristezza Solitudine
Depressione Ansia
Il Comportamento Inibizione e passività Evitamento dello sguardo
Evitamento di situazioni considerate 'paurose' Voce bassa Scarsi movimenti
del corpo, annuizioni e sorrisi molto frequenti Esitazioni nel linguaggio
Comportamenti nervosi, tic, tosse
La Fisiologia Palpitazioni Secchezza bocca Tremore Sudore Paura di
svenire, mal di stomaco Sensazione di vivere in una situazione inventata
Paura di avere un attacco di cuore o di perdere il controllo
Lo stile del Pensiero Pensieri negativi su se stessi, la situazione e gli
altri Paura di sembrare sciocchi, di essere giudicati male Continua
ruminazione del pensiero Auto-critiche Sensazione di non essere gradevoli,
simpatici, intelligenti
BAMBINI E ABILITA' SOCIALI
Le abilità sociali del bambino possono essere innate, ma soprattutto sono
apprese. I genitori e possono fare molto per aiutare i figli ad acquistare
sicurezza nelle interazioni sociali. Vediamo come.
1. Stabilire con il bambino un rapporto empatico, dimostrando di capire
quali sono i suoi pensieri, le sue paure e le sue emozioni.
2. Rassicurare il bambino sul fatto che ciò che sente non riguarda solo
lui, ma moltissimi bambini, anche se ce ne sono alcuni che sanno
mascherare le loro inibizioni meglio degli altri.
3. Cercare di evitare di alzare la voce, quando ci si accorge che il
bambino non si sente a suo agio ed attendere con pazienza le sue risposte,
cercando di stimolarlo nella comunicazione con domande, esempi, battute
ecc., senza però diventare invadenti.
4. Non costringere il bambino timido a partecipare ad attività di gruppo,
contro la sua volontà. Piuttosto cercare di favorire la frequentazione di
altri bambini più estroversi (ma non troppo!) e di facilitare la
socializzazione in piccoli gruppi, da estendere gradualmente, man mano che
il bambino aumenta la fiducia in sé stesso.
5. Evitare di parlare in pubblico del proprio figlio se ci si accorge che
questo lo imbarazza.
6. Enfatizzare e premiare ogni sforzo del bambino verso la
socializzazione, anche se questo non ha prodotto gli esiti sperati.
7. Insegnare, soprattutto con il proprio esempio, questi comportamenti:
tenere alta la testa quando si parla, guardare negli occhi
l'interlocutore, sorridere.
8. Insegnare al bambino cosa dire quando si presenta al telefono 'buon
giorno, sono Mario ecc.'o ad un altro bambino: 'ciao, sono Mario, come ti
chiami? A quale squadra tieni? Quale sport ti piace di più ? Quale è il
tuo cantante preferito ecc.'
9. Non definire MAI 'timido' un bambino, perché questo significa
appiccicargli un'etichetta che non lo lascerà mai per tutta la sua vita.
Parlare di lui in tutti i modi, ma usando altri termini.
10. Nel caso niente di quanto detto funzionasse, rivolgersi ad uno
psicologo per avere ulteriori consigli in merito.
COSA FARE QUANDO TI SENTI GIU'
A volte si parte con entusiasmo verso gli obiettivi che ci si è dati, ci
si sente forti ed invincibili, almeno nella volontà di raggiungere le
proprie mete. Capita poi che qualche difficoltà imprevista, qualche
critica di troppo, sgonfi quell’entusiasmo iniziale e ci si senta
improvvisamente incapaci, inutili, con il tono dell’umore veramente basso.
Cosa fare?
Per prima cosa, prendersi una ‘vacanza’ un periodo di tempo, più o meno
lungo, in cui è assolutamente vietato fare azioni per portare a termine il
progetto che ci si era dati. Pensarci, riflettere ed analizzarlo invece
può essere utile, specialmente se si cerca di guardare ad esso da un’altra
prospettiva, con creatività, allo scopo di correggere gli eventuali errori
e mettere alla prova le proprie convinzioni sulla giustezza delle
decisioni prese. L’importante è stabilire in anticipo la durata di questa
vacanza, al fine di evitare di lasciarsi andare completamente, perdere la
tensione emotiva e rimandare tutto a tempo indeterminato. Se possibile, in
questo periodo bisognerebbe evitare di frequentare i soliti luoghi, le
solite persone, gli stessi orari di lavoro… Solo attraverso un deciso
cambiamento nello stile di vita sarà possibile conquistare una prospettiva
diversa, un modo per guardare alle cose da un’altra angolazione.
COME EVITARE LE POSIZIONI DI DIFFICOLTA'
A volte capita di trovarsi con persone che fanno di tutto per farci
sentire in imbarazzo davanti a loro, mettendoci in una posizione di
inferiorità: l'apprendimento di alcuni semplici stratagemmi può riportare
la situazione in nostro favore.
Distanza dei corpi : diminuirla sensibilmente ed entrare con parti del
corpo o oggetti personali nello spazio dell'altro.
Sguardo : Per riprendere il controllo della interazione occorre
indirizzare lo sguardo al di sopra del livello oculare dell'interlocutore.
Chiudere le palpebre per qualche istante in più di quello che verrebbe
naturale.
Oggetti dell'altro : toccarli, utilizzarli o avvicinarli a sé.
Atteggiamenti di superiorità dell'altro : copiarli e riproporli
immediatamente.
Assumere un atteggiamento aggressivo : mani sui fianchi, cappotto o giacca
aperta in segno di sfida. Piedi uniformemente distanziati. Pollici
infilati nella cintura.
Fumo : utilizzare preferibilmente dei sigari, soffiare il fumo in alto,
oppure in faccia alla controparte. Se anche l'altro fuma, allontanargli il
posacenere in modo che debba cambiare posizione per gettare la cenere.
Dominio territoriale : sedere sulla sedia più alta, davanti all'altro,
appoggiarsi al muro o sugli oggetti di cui si vuole. Per mettere in
soggezione l'altro lo si può invitare a sedersi al centro di una stanza
senza niente davanti a lui, in una sedia senza braccioli, non girevole e
lontana dalla scrivania.
Stretta di mano : nell'atto di stringere la mano fare in modo di rivolgere
il palmo della propria mano destra verso il basso .
Temporeggiare : gingillarsi con gli oggetti che sono sul tavolo, portarsi
gli occhiali alla bocca e cose del genere, sostenendo sempre lo sguardo
dell'altro.
Stabilire una relazione di dominanza: elevare lievemente il tono della
voce e piegare contemporaneamente la testa all'indietro.
AFFERMAZIONI POSITIVE
Le affermazioni positive sono delle frasi espresse in positivo che,
continuamente ripetute a sé stessi, riescono ad influenzare positivamente
il proprio comportamento. Esse vanno elaborate con una certa attenzione,
cercando di capire quali sono i punti più vulnerabili di sé stessi, per
cercare di ‘colpirli’ in pieno ed in positivo con la sola forza del
pensiero.
Si riportano qui alcune proposizioni, a titolo di esempio:
Posso imparare a superare la mia timidezza;
Posso imparare a parlare in pubblico;
Posso benissimo corteggiare una ragazza fino a farla innamorare;
Posso avere molti amici;
Posso mangiare davanti agli altri e pensare solamente al piacere del cibo
e della compagnia;
Posso tenermi occupato ed essere più attivo;
Posso dedicare più tempo alla socializzazione;
Posso imparare a pianificare meglio la mia vita;
Posso abbassare il mio livello di ambizione e di aspirazione al successo,
in vista di raggiungere più facili traguardi;
Posso sviluppare un pensiero più ottimistico e positivo;
Posso essere maggiormente orientato sul mio presente;
Posso sviluppare una personalità estroversa e socievole;
Posso impegnarmi ad essere più felice.
Ed ora scrivete alcune proposizioni tutte vostre.
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