IL PIACERE DI VIVERE
Il più vero, il più grande successo che ogni essere umano possa
raggiungere su questa terra è il piacere di vivere, in armonia con se
stesso ed in pace con il mondo intero.
Si tratta di una difficile conquista, da ottenere attraverso la
determinazione a fare e ad essere quello che ognuno di noi si sente
‘dentro’. Per riuscirci occorre guardare alle cose con un certo distacco:
a parità di conoscenze e di opportunità, la palla in mano ce l’ha sempre
chi può permettersi di affrontare un problema guardandolo da una certa
distanza.
Il distacco permette di vedere le cose con una angolazione più larga, come
si guarda un paesaggio da una collina o da una torre al centro della
città: le emozioni sono sopite, attenuate, e la mente è libera di pensare,
di trovare soluzioni, di concentrarsi sulle proprie risorse interiori.
Distacco non significa disinteresse e irresponsabilità, ma capacità di
vivere la vita senza lasciarsi troppo coinvolgere dai fatti negativi che a
volte essa propone.
La reattività emotiva, quando è limitata, è piacevole, benefica, comoda,
perché costituisce uno stimolo positivo per la mobilitazione delle risorse
e delle energie dell'organismo. Perfino un po’ di ansia deve essere la
benvenuta quando ci si trova di fronte ad una prova difficile da superare:
sono questi gli stimoli vitali che spingono le persone a prepararsi meglio
a perfezionare i propri piani, in modo da raggiungere gli obiettivi.
Sdrammatizzate, non abbiate paura di esporvi, adattatevi alle situazioni e
cercate di apprenderne sempre di nuove. E' facile constatare come le
persone che si espongono alle situazioni della vita, senza fuggirle, siano
più sicure di sé, più ricche di esperienze e relazioni sociali, possano
godere del supporto degli altri nei momenti di difficoltà ed abbiano la
mente molto più aperta nel cercare nuove opportunità nei loro momenti
‘down’.
Evitate di evitare; le situazioni spiacevoli o dolorose, vanno anch’esse
affrontate, risolte e dimenticate; utilizzate le energie che esse
assorbivano per cercare nuove soddisfazioni e nuove ricompense.
Accettatevi completamente, compresi i difetti, le debolezze, gli
insuccessi.
Sappiate che ogni essere umano è fragile ed i super-eroi sono solo nei
fumetti o nei cartoni animati; perdonate dunque le vostre piccole
imperfezioni, date spazio alla vostra creatività e siate liberi, sereni.
Imparate a sfruttare la paura in positivo, sappiate affrontare i rischi ed
abbiate fiducia in voi stessi. Cercate di conoscere ciò che ancora non
sapete o che ancora non avete mai fatto, non lasciatevi travolgere dalle
emozioni, ma imparate ad assorbire energia da esse e ricordate che,
malgrado tutto, l’essere ha sempre contato più che l’avere.
Non perdete mai l'interesse verso la vita, la motivazione alla crescita,
la capacità di partecipare e condividere: è un modo per auto-stimolarsi,
per vincere le reazioni di indifferenza e di apatia. Siate consapevoli
della brevità della esistenza ed orientatevi a viverla tutta intensamente,
in ogni momento della giornata ed in qualsiasi situazione, come se ogni
giorno fosse l’ultimo. Impegnatevi nel presente, rendendolo ricco di
emozioni positive e di affetti.
Cercate la compagnia di persone a voi simili, condividete con loro
interessi e preoccupazioni, coltivate le passioni, cercate di creare un
clima di reciproca fiducia, di libertà e comunicazione per far emergere
nuove idee, nuovi concetti, nuove direzioni, per aprire la strada del
cambiamento.
State con gli altri, ma non confondetevi con loro: mantenete la libertà di
vivere il vostro presente, di decidere autonomamente come trascorrere le
vostre giornate, dove andare, chi incontrare, cosa indossare, cosa
leggere, cosa mangiare… Difendete i vostri diritti, senza violare o
calpestare quelli degli altri, ma restate autonomi e capaci di gestire il
vostro presente. Imparate a riconoscere i vostri veri bisogni dai bisogni
indotti dall’ambiente sociale, dalla pubblicità e dalle convenzioni.
Sappiate invecchiare: se volete vivere a lungo dovete accettare
l’invecchiamento. Lasciate che i segni della vostra storia passata si
imprimano anche sul vostro aspetto e siatene fieri. La vita è un viaggio:
se pensiamo ci sia una destinazione cerchiamola, se pensiamo che essa non
ci sia, cerchiamo almeno di goderci il viaggio!
LA FELICITA'
La felicità consiste nel provare quello che c'è di bello nella vita.
Si tratta di un’abilità individuale, e non di un’eventualità del destino:
tutti possono essere felici se imparano a capire come si fa ad esserlo.
Infatti, per vivere una vita felice è necessario essere capaci di godere
di ciò che già si ha.
La felicità non va ricercata nel futuro, ma nel presente, perché non
dobbiamo dimenticare che il nostro attuale presente è il futuro che
immaginavamo per noi qualche tempo fa.
Molti dei nostri desideri sono stati realizzati, ambiziosi traguardi sono
stati raggiunti…Ma siamo forse per questo ‘Felici’ ora?
La risposta, sono sicura, è ‘no’, o meglio ‘ancora no’. Ognuno di noi ha
qualcosa che ancora gli manca per essere felice: il matrimonio, un lavoro,
la carriera, la casa, la laurea, la vacanza…
L’evasione dal presente, l’incapacità di prendere decisioni, la tendenza
alla procrastinazione determinano l’idealizzazione del proprio futuro, che
intanto diventa il presente e la storia continua.
La felicità, sempre rimandata all’indomani, continua a sfuggire alla
nostra esistenza, nell’illusione che qualche forza magica, soprannaturale
o anche proveniente da qualche misteriosa area del proprio sé possa
finalmente risvegliarsi e risolvere per incanto tutti i problemi.
A volte l’infelicità deriva dalla sensazione di non avere o non avere
abbastanza, di ciò che è necessario per vivere bene.
Molto spesso si tratta di bisogni indotti dall'ambiente sociale ed in
particolare da quei ‘persuasori occulti’ che, con logiche sottili ed
ingannevoli, cercano di condizionarci nelle scelte e soprattutto nei
consumi.
La verità è che, se vogliamo essere felici, possiamo esserlo
immediatamente, perché la felicità non è nel futuro, ma nel momento
presente: non conta quanto abbiamo, ma quanto riusciamo a godere di quello
che possediamo.
E’ inutile trascorrere la vita inseguendo il successo, la fama, i soldi e
il potere: mentre lottiamo e competiamo per raggiungere tutto ciò, ci
allontaniamo inevitabilmente dai nostri valori e ci rendiamo schiavi di un
sistema che da noi vuole sempre di più e sempre di meglio.
Solo allontanandoci dalla competizione e dalle illusioni condizionanti
potremo ritrovare la gioia nelle piccole cose della vita quotidiana e
ritornare ad impostare la vita secondo i nostri valori.
MANTENERE IN FORMA IL CERVELLO
E’ ormai accreditato il fatto che nella società attuale non basta più
avere un corpo tonico ed in forma, ma occorre avere la stessa attenzione
anche per la mente. Infatti, anche gli scienziati sono d’accordo nel
ritenere che il cervello, come il corpo, può essere allenato
all’efficienza.
Il primo passo necessario è quello di dare il tempo al nostro cervello di
elaborare e memorizzare tutto ciò che introduciamo durante le nostre
attività, e ciò è possibile con il sonno. Infatti durante la notte e
soprattutto durante la fase Rem (Rapid eye moviment) il nostro cervello
lavora come durante la veglia, elaborando e riorganizzando le informazioni
precedentemente incamerate.
Inoltre, è stato provato che alcune cellule cerebrali necessarie
all’apprendimento e alla memoria sono in grado di riprodursi, e che la
diminuzione dell’attività mentale con l’età non èdata dalla progressiva
morte delle cellule cerebrali, ma dalla diminuzione dei collegamenti
esistenti tra i neuroni.
Con mirati esercizi della mente, infatti, si possono attivare diverse aree
del cervello ed accrescere così l’agilità cerebrale. E’ possibile allora
rafforzare ed anche accrescere tali collegamenti con una adeguata attività
di stimoli: la musica per esempio è un efficace mezzo per indurre il
cervello ad utilizzare nuovi collegamenti, poiché vengono stimolati
contemporaneamente tutti i cinque sensi.
Inoltre, poiché il nostro sistema nervoso è predisposto a reagire ad ogni
nuovo imprevisto, ogni variante alla routine permette al cervello di
aumentare l’attività in differenti aree cerebrali.
Esercizi pratici ed anche molto semplici possono essere eseguiti gia dalla
mattina appena svegli, come quello di lavarsi i denti , aprire e chiudere
il rubinetto o ancora fare il nodo alle scarpe con la mano meno
utilizzata.
Può essere utile, poi cambiare tragitto o mezzo di trasporto per andare a
lavoro e modificare l’ordine degli oggetti che si trovano nella nostra
scrivania. Infine cercare di utilizzare il più possibile tutti gli altri
sensi, oltre la vista, per riconoscere oggetti, persone o anche vestirsi.
Diventa importante così esercitare la mente, partendo dalla vita
quotidiana rompendo la sua routine, senza però abbandonare la lettura,
nuove conoscenze stimolanti e i viaggi, mezzi indispensabili della nostra
mente per non perdere la propria elasticità e vitalità.
MIGLIORARE LA QUALITA' DEL SONNO
Se una persona dorme bene, riesce a mantenere un buon equilibrio, gode di
buona memoria e riesce a concentrarsi in quello che fa.
Il sonno svolge molte funzioni positive, ma purtroppo sempre più spesso ci
troviamo costretti a rinunciarvi, per poter soddisfare tutte le altre
molteplici esigenze del vivere quotidiano: dal finire il lavoro della
giornata alla trasmissione in seconda o terza serata proposta dalla TV.
Vi sono poi alcune persone che non riescono a dormire, anche se lo
vorrebbero.
Si parla di disturbi del sonno quando vi sono difficoltà di
addormentamento o quando ci si sveglia dopo poche ore di sonno, con
difficoltà di riaddormentamento. Se si fa uso di droghe, alcool o
medicine, è da qui che bisogna partire per cercare di risolvere il
problema, ma a volte l’insonna è ‘primaria’, nel senso che non dipende da
altri fattori.
Un’insonnia breve, ad esempio come quella che accade la notte prima di un
esame, non è assolutamente preoccupante ed è considerata anzi una reazione
‘normale’ ad uno stress.
L’insonnia cronica è invece quel disturbo del sonno che dura almeno sei
mesi e che richiede uno specifico trattamento, per salvaguardare la salute
e la qualità della vita del paziente.
Non si può dire quante ore di sonno sia ‘giusto’ dormire ogni notte,
perché questo dato cambia a seconda delle persone e delle loro esigenze,
quello che invece si può dire è che i pazienti normalmente sopravvalutano
le ore di insonnia che trascorrono durante la notte. Ci sono persone che
stanno sveglie per pochi minuti e che, nella loro percezione, credono di
trascorrere delle notti completamente insonni.
La prima cosa da fare dunque se non si dorme bene è scrivere un ‘diario
del sonno’, che riguarda sia la quantità di sonno, sia la qualità. Si
tratta di un’importante documentazione che potrà eventualmente essere
portata in un centro specializzato, per fornire una completa anamnesi del
proprio caso.
I casi più gravi di insonnia riguardano il 30% della popolazione e si
tratta in genere di soggetti femminili, specialmente in età matura o
tendenti alla depressione, ma un periodo di insonnia occasionale può
essere frequente in tutte le persone, specialmente dopo un trasferimento,
uno stress, in caso di rumori nell'ambiente, in caso di jet lag ecc.
Ovviamente, tra le cause di insonnia, non si possono non includere alcune
errate abitudini, come l’abuso di caffeina, alcool o altre sostanze, che
sono formidabili nell'auto-procurarsi l'insonnia. Ciò che è più strano è
che spesso le persone, per correggere le problematiche di stanchezza ed
inefficienza fisica e mentale dovute all’insonnia (spesso auto-procurata),
mettono in atto comportamenti ulteriormente dannosi, come il ricorrere al
sonnellino pomeridiano, il prendere altro caffè ‘per tirarsi su’ durante
il giorno, non fare esercizio fisico perché ‘ci si sente stanchi’ e via
dicendo.
Che fare? Anzitutto imparare delle tecniche di rilassamento, per favorire
il sonno, ma anche fare dell’esercizio fisico durante il giorno, che
migliora il tono dell’umore e rende il sonno notturno più profondo.
L’importante è terminare l’esercizio almeno quattro ore prima di andare a
dormire.
Un’altra importante regola è cercare di andare a dormire in orari
regolari, rispettando quanto più possibile l’igiene del sonno: giusta
temperatura nell’ambiente, niente rumori, niente o pochi stimoli luminosi,
niente attività sul letto se non quella di dormire.
Un’idea può essere quella di farsi un latte caldo prima di andare a letto
o ascoltare musica classica. Se ci si sveglia durante la notte e si hanno
difficoltà di riaddormentamento, dopo venti minuti è bene alzarsi e
mettersi a fare qualche altra cosa.
I farmaci, se necessari, sono da prendere sotto stretta sorveglianza
medica e per il minor tempo possibile.
DIVENTARE UN LEADER
Per integrarsi bene nell’ambiente lavorativo, per fare carriera e
raggiungere delle posizioni di responsabilità, non basta semplicemente
saper fare il proprio mestiere, ma occorrono delle vere e proprie
competenze emotive per trovare sempre nuove motivazioni ed interesse da
trasmettere agli altri, evitando le situazioni di conflitto: questo è in
effetti il compito principale del leader.
Le qualità personali di un buon leader sono anzitutto due:
. la capacità empatica, cioè il saper comprendere cosa significa stare
dall’altra parte, e quali sentimenti si possano provare in una situazione
gregaria
. la capacità di "empowerment", (dall'inglese "to empower", cioè "mettere
in grado di", "fornire di mezzi e opportunità"). L'empowerment rappresenta
la volontà e capacità di liberare la ricchezza di conoscenze e di
motivazione possedute, per dare agli altri la possibilità di tirare fuori
il meglio di sé.
Le interazioni empatiche di un buon leader devono saper andare in tutte le
direzioni: in orizzontale, tra le persone della sua stessa posizione
gerarchica, dall'alto verso il basso, nei confronti del dipendente e
viceversa, nei confronti dei suoi superiori. Queste stesse modalità di
comunicazione e di interazione dovrebbero poi essere trasmesse anche ai
propri sottoposti. Il leader deve poi saper concedere autonomia attraverso
la creazione di ‘confini’: ognuno deve avere responsabilità personali,
piccole o grandi che siano, ma entro confini ben definiti, per evitare la
nascita di conflitti e trasformare le relazioni in una sorta di danza,
dove ognuno fa la sua partem senza pestare i piedi all’altro. Il leader
deve diventare lo specchio del gruppo: ognuno deve vedere in lui qualità
che vorrebbe possedere e deve riconoscersi nelle sue decisioni. Questo
atteggiamento verso il leader aumenterà la coesione interna del gruppo e
limiterà l’aggressività fra i vari componenti.
Vi sono vari modi di fare il leader e di gestire il potere. Essi vengono
definiti ‘stili di leadership’ ed i due più usati sono lo site
‘autoritario’ e lo stile ‘democratico-partecipativo’.
Vediamoli:
- Stile autoritario
(Es: Se fai questo lavoro ti aumento lo stipendio, se non lo fai ti
sostituisco con un altro) .
Il leader presenta le seguenti caratteristiche:
- prende decisioni in autonomia
- tiene le proprie idee per sé
- domina gli altri
- costringe ad eseguire i suoi ordini
- insegna, dice come si deve fare
- formula giudizi sulle persone
- si attribuisce i successi del gruppo di lavoro
- Lo stile democratico-partecipativo
(Es. Avrei deciso di fare questo, riuniamoci e parliamone per trovare
insieme, ognuno per le sue competenze, il modo migliore per realizzare il
progetto)
Il leader presenta le seguenti caratteristiche:
- dà autonomia alle persone
- agevola l'apprendimento
- stimola l'indipendenza nel pensiero e nell'azione
- accetta le innovazioni creative che emergono
- delega e dà piena responsabilità
- offre e riceve feed-back
- incoraggia a credere nell'autovalutazione
- è gratificato dallo sviluppo e dai successi realizzati dal suo gruppo di
lavoro.
Questo leader, attraverso l'uso dell'empatia e dell'alleanza agisce sui
bisogni di affermazione (stima e autostima) dei suoi collaboratori, che si
sentono valorizzati e saranno dunque più motivati e si assumeranno
maggiori responsabilità.
C’è chi osserva che questo stile ‘democratico’ in realtà non lo sia
affatto, e sia invece una trappola per i lavoratori. La conoscenza
approfondita dei tipi di relazione, la capacità empatica, può portare
infatti il leader, che si trova già in una posizione di superiorità, alla
manipolazione della relazione con una persona, per farla lavorare meglio e
più volentieri. La coinvolge nel lavoro, le dà delle responsabilità, la
tratta con gentilezza, al fine di ottenere da lei il massimo profitto, che
non sarebbe stato possibile con uno stile di leadership autoritario.
Dal libro di Giuliana Proietti, L'empatia, pubblicato da Xenia
ALTRUISMO E AUTOSTIMA
Charles Darwin, teorizzando il concetto di selezione naturale e di lotta
dell’individuo per la sopravvivenza, aveva in qualche modo escluso
l’altruismo come comportamento atto alla salvaguardia della propria
esistenza, visto che esso comporta una chiara penalizzazione delle proprie
possibilità di sopravvivenza e di riproduzione, a favore di quelle altrui.
Eppure, malgrado le sue caratteristiche ‘disadattive’, l’altruismo si è
affermato fra le varie specie come strategia comportamentale. Basti
pensare al comportamento delle formiche, delle vespe, delle api e delle
termiti… In questi gruppi sociali i soggetti lavorano per il benessere
della comunità, più che per la propria sopravvivenza. Ancor più forte, nel
comportamento altruistico, appare la motivazione del legame biologico e
parentale, che porta l’individuo a lottare strenuamente, nel tentativo di
difendere la propria prole, fino a sacrificare la propria vita. A parte
questi gesti estremi, in tutte le specie le cure parentali, richiedono
comunque molto tempo ed energia, per nutrire i piccoli e per difenderli
dai pericoli, il che comporta impegno e stanchezza, che non collimano con
il bisogno dell’individuo, così come teorizzato da Darwin, di essere forti
per poter competere con gli altri e sopravvivere.
Tuttavia una lettura in chiave evoluzionista del comportamento altruistico
è comunque possibile, se consideriamo l’altruismo verso i consanguinei una
possibilità di sopravvivenza dei propri geni. In questa ottica il gene
dunque conta molto più del singolo individuo: non a caso queste teorie
sono note in letteratura come quelle del ‘gene egoista’.
Ma queste spiegazioni non sono ancora del tutto convincenti, dal momento
che non tutte le azioni altruistiche messe in atto sono rivolte ai membri
della propria famiglia. Ad esempio, nei banchi di pesci la vigilanza
contro gli attacchi dei predatori è mantenuta da alcuni individui che, in
caso di pericolo, allertano tutti i compagni (e non solo i consanguinei)
con caratteristici movimenti, mirando alla salvezza del gruppo, anche se
questo comportamento espone questi soggetti ‘altruisti’ agli attacchi dei
predatori.
C'è anche da fare un'altra considerazione: se un individuo mette in atto
un comportamento altruistico nei riguardi di un estraneo, ha sicuramente
dei vantaggi secondari che comunque migliorano la sua esistenza, se non la
stessa sopravvivenza. Non è infatti questo un modo per guadagnarsi la
possibilità di uno scambio di favori con un altro soggetto, in una sorta
di "altruismo reciproco"?
Certo, c'è il rischio concreto che il beneficiario del gesto altruistico
si riveli irriconoscente e non ricambi il favore al momento opportuno, ma
questo è raro. Infatti, se le due persone non si sono incontrate per caso,
ma vivono nello stesso luogo o sanno come rintracciarsi, ricambiare la
collaborazione produce sicuramente dei vantaggi o diminuisce sicuramente
gli svantaggi.
A queste conclusioni è arrivata la "sociobiologia", una nuova disciplina
nata a cavallo fra gli anni sessanta e settanta, che ha come oggetto di
studio l’evoluzione del comportamento sociale dell’individuo. L’idea
fondamentale da cui muove questa disciplina è infatti che la maggior parte
degli atteggiamenti solidali non è originata dall’amore verso il prossimo,
ma da forme di interesse personale.
L’assistere alla sofferenza altrui infatti genera uno stress personale, un
senso di disagio o di vergogna, se non un vero e proprio senso di colpa,
per cui cercare di ridurre il disagio altrui può diventare un mezzo
egoistico per stare meglio con sé stessi, rinforzando l’immagine positiva
di sé stessi e migliorando anche il proprio umore.
Sarebbe davvero molto bello se sempre più persone mettessero in atto
questi comportamenti 'egoistici' per sentirsi più felici ed equilibrate...
MIGLIORARE LE PROPRIE ABILITA' SOCIALI
L’immagine
Gli abiti devono essere scelti facendo molta attenzione al contesto in cui
ci si deve muovere : andare in discoteca con un vestito da gran sera è
sbagliato e controproducente come andare ad una serata di gala in
blue-jeans. Una nota di anticonformismo, una piccola eccentricità può
talvolta aiutare ad uscire dal grigio, a distinguersi dalla massa, e può
essere considerata anche un'espressione di intelligenza e di sicurezza
interiore, ma l'esagerazione, la ricerca di 'effetti speciali' negli altri
non porta mai risultati positivi. La scelta degli abiti deve sempre
rispondere dunque a criteri di sobrietà, discrezione, buon gusto. E’
inutile poi vestirsi elegantemente se si trascura l'igiene e l'ordine di
alcune parti del corpo, fra cui importantissime sono le mani, i capelli e
l'odore. Un'immagine curata, distinta, non può che produrre piacevoli
effetti sulle persone, le quali possono così mostrarsi più favorevoli a
mettere da parte la loro innata diffidenza nei confronti dell'estraneo.
Il sorriso
Una persona sorridente, al di là di quello che dice, comunica sempre
tranquillità interiore, distensione e serenità. Il sorriso però non deve
apparire forzato, ma sincero e gradevole. Per essere più convincenti si
dovrebbe imparare a non focalizzare l'attenzione sulla sola bocca, ma
anche sugli occhi.
Lo sguardo
Anche quando non si è impegnati in un sorriso, lo sguardo deve risultare
sempre aperto, intenso, e prolungato. Se ci si trova a parlare con più
persone, è bene imparare a conversare guardandole tutte negli occhi, una
alla volta.
Gli occhiali
Data l'importanza dello sguardo nella comunicazione sociale, non è mai
consigliabile parlare con qualcuno indossando occhiali da sole, specie
quelli con lenti molto scure o a specchio; gli occhiali da vista invece
impediscono solo parzialmente il contatto degli sguardi e pertanto non
costituiscono una barriera critica per la comunicazione. Talvolta un paio
di occhiali elegante può essere utilizzato deliberatamente per 'darsi un
tono', oppure per dare di sé l'immagine di una persona intelligente, colta
o intellettuale.
Come entrare in un locale senza sentirsi a disagio
Quando si entra in qualche locale o si è invitati a prendere parte alla
conversazione di un gruppo di persone, non si dovrebbe mancare di
salutare, o almeno sorridere a tutti; può bastare anche un semplice cenno
del capo, purché sia eseguito in modo simpatico e caloroso. E'
sconsigliabile in questi casi tentare di imporsi subito agli altri
assumendo atteggiamenti di superiorità, aggressività o falsa disinvoltura.
Ciò è ancor più sconsigliabile se non si è completamente padroni dei
propri gesti e se non si possiede una profonda consapevolezza dei messaggi
del corpo.
Le posture
Gli atteggiamenti devono essere congrui con quanto si vuole comunicare di
sé stessi. Come prima cosa si devono evitare le posizioni corporee troppo
rigide e goffe. Stando seduti ad esempio, è bene non intrecciare le
braccia o le gambe perché questo atteggiamento è facilmente interpretato
come un sistema di chiusura, quasi ci si volesse così difendere dalla
minaccia rappresentata dall'interlocutore. Per assumere una posizione
rilassata è consigliabile lasciarsi andare sulla sedia, facendo in modo
che le braccia siano aperte, le dita delle mani allargate ed i palmi bene
in vista; i piedi dovrebbero invece essere ben poggiati a terra, su tutta
la pianta. Quando si compiono dei gesti, fare in modo che essi siano
sempre misurati, ed appaiano quanto più possibile 'naturali'.
Le espressioni verbali
Un amabile conversatore non parla mai troppo di sé stesso, ma sposta
abilmente l'attenzione sulla persona o sulle persone con le quali è a
colloquio, mettendo in primo piano i loro problemi, le loro storie ed i
loro interessi. Per dare una buona immagine di sé, specie quando non si
conosce a fondo l'interlocutore, è bene cancellare dal proprio lessico
alcune espressioni negative (non pensi che... ? - non ti sembra giusto,
no ?), indisponenti (non hai capito quello che volevo dire - non sono
d'accordo - non ti sei spiegato bene), dubitative (forse, se non sbaglio
... - pare, sembra, si, può essere vero che ...) autosvalutative (hai un
minuto per me? - scusa se ti ho fatto perdere tempo - scusami, ma non
capisco mai bene al primo colpo...) personali (Io... io.... io).
Come evitare le posizioni di inferiorità
A volte capita di trovarsi con persone che fanno di tutto per farci
sentire in imbarazzo davanti a loro, mettendoci in una posizione di
inferiorità: l'apprendimento di alcuni semplici stratagemmi può riportare
la situazione in nostro favore.
Distanza dei corpi : diminuirla sensibilmente ed entrare con parti del
corpo o oggetti personali nello spazio dell'altro.
Sguardo : Per riprendere il controllo della interazione occorre
indirizzare lo sguardo al di sopra del livello oculare dell'interlocutore.
Chiudere le palpebre per qualche istante in più di quello che verrebbe
naturale.
Oggetti dell'altro : toccarli, utilizzarli o avvicinarli a sé.
Atteggiamenti di superiorità dell'altro : copiarli e riproporli
immediatamente.
Assumere un atteggiamento aggressivo : mani sui fianchi, cappotto o giacca
aperta in segno di sfida. Piedi uniformemente distanziati. Pollici
infilati nella cintura.
Fumo : utilizzare preferibilmente dei sigari, soffiare il fumo in alto,
oppure in faccia alla controparte. Se anche l'altro fuma, allontanargli il
posacenere in modo che debba cambiare posizione per gettare la cenere.
Dominio territoriale : sedere sulla sedia più alta, davanti all'altro,
appoggiarsi al muro o sugli oggetti di cui si vuole. Per mettere in
soggezione l'altro lo si può invitare a sedersi al centro di una stanza
senza niente davanti a lui, in una sedia senza braccioli, non girevole e
lontana dalla scrivania.
Stretta di mano : nell'atto di stringere la mano fare in modo di rivolgere
il palmo della propria mano destra verso il basso .
Temporeggiare : gingillarsi con gli oggetti che sono sul tavolo, portarsi
gli occhiali alla bocca e cose del genere, sostenendo sempre lo sguardo
dell'altro.
Stabilire una relazione di dominanza: elevare lievemente il tono della
voce e piegare contemporaneamente la testa all'indietro.
SUPERARE LA PAURA DEL PALCOSCENICO
Una delle maggiori paure per la persona timida è quella di esibirsi, di
parlare in pubblico, anche quando il 'pubblico' è un ristretto numero di
persone con le
quali però non ci si sente completamente a proprio agio. In gergo
psicologico questa paura si chiama 'paura del palcoscenico'
In queste occasioni i timidi sentono tutti gli occhi puntati
esageratamente su di loro, temono di fare brutte figure o di agire
comportamenti inadeguati alle elevate aspettative degli altri: come
'soluzione' al problema non è infrequente che essi scelgano di evitare
accuratamente qualsiasi situazione li ponga al centro dell'attenzione. Ma
è vero anche il contrario : molti timidi, per combattere questo loro senso
di insicurezza si mettono continuamente in gioco, rinunciando alle
certezze raggiunte, per cercare, in sfide sempre più complesse ed
importanti, di guadagnare mete sempre più elevate, in grado poi di
aumentare la stima di sé.
Vediamo allora cosa si può fare per avere meno paura e per 'soffrire' di
meno quando ci si dovesse trovare a dover attrarre l'attenzione degli
altri su di sé.
Uno dei migliori modi per abituarsi ad esporsi, a mettersi al centro
dell'attenzione, è quello di farlo ogni volta che se ne presenti
l'occasione, magari cominciando da gruppi ristrettissimi, che sono
scarsamente ansiogeni, per poi allargare sempre di più la propria platea.
Se si ha il tempo di prepararsi è bene farlo, con scrupolosa attenzione,
per poi buttare tutto quello che si è imparato, si è provato, si è
studiato dietro le spalle, cercando di assumere un comportamento positivo,
tranquillo, rilassato ed anche un po' menefreghista... L'importante è
cancellare o ridurre le ansie da prestazione e l’eccessivo criticismo
contro sé stessi.
Tenere presente che la concentrazione del pubblico raggiunge il punto
massimo nel primo minuto di osservazione; poi tende gradualmente a
diminuire. Per poter dare il meglio di sé stessi è dunque consigliabile
curare in particolar modo la fase iniziale della propria esibizione e
cercare di essere il più possibile 'brevi'.
Se si deve tenere un discorso, il suo inizio dovrà trattare l’argomento
che presumibilmente motiva maggiormente gli ascoltatori, mentre il tema
centrale dovrebbe portare, attraverso un percorso logico, dalla premessa
alla conclusione. Per avere successo sul proprio uditorio il discorso
dovrebbe essere il meno noioso possibile, ricco di dati, fatti, esempi che
si ricordino facilmente, utilizzando analogie, aneddoti, curiosità,
definizioni, citazioni, barzellette, freddure ecc. per colpire
l’attenzione, emozionare e motivare all’ascolto.
Fare attenzione anche al ritmo del discorso: rallentare per dare enfasi ad
una affermazione, accelerare per trasmettere emozione o urgenza. Una pausa
prima di una affermazione importante aumenta le aspettative e attira
l'attenzione, ma deve essere inferiore a tre secondi. Nel momento della
pausa immagazzinare aria sufficiente sino ad arrivare alla pausa
successiva. Aumentare per sottolineare le parti salienti del messaggio,
diminuire per attirare l'attenzione. La frase conclusiva va curata con
particolare attenzione per lasciare un'impressione favorevole e rinforzare
sinteticamente gli argomenti di maggior rilievo.
Qualsiasi sia il tipo dell’esibizione, cercare di fare almeno due prove
generali, in modo da poter acquisire maggiore sicurezza; provare anche gli
abiti che si è deciso di indossare per l'occasione, per accertarsi che
tutto sia a posto e che ci si senta a proprio agio.
Se si conosce qualche tecnica di rilassamento, tipo il Training Autogeno,
la meditazione, lo Yoga, metterla in pratica poco prima dell’esibizione,
per ottenere anche il massimo della concentrazione.
Pensare in positivo per ottenere risultati positivi. L'aumento di
adrenalina nel sangue, se bene utilizzata attraverso il pensiero, serve
per procurare maggiore energia, non ansia o paura.
Per esercitarsi in ambienti protetti, coinvolgete un gruppo di amici che,
come voi, si vergognano da morire a parlare in pubblico. Più siete, meglio
è. Ogni partecipante scrive il nome di un oggetto su un foglio, poi lo
piega e lo mette in un apposito contenitore. L’esercizio consiste nel
‘pescare’ un foglio, leggere quanto vi è scritto, alzarsi in piedi e
parlare di quell’argomento per almeno tre minuti (non più di cinque).L’esercizio
è efficace, in quanto aiuta a rompere il ghiaccio ed allena a parlare a
degli ascoltatori attenti ed interessati, che non vi toglieranno gli occhi
di dosso… In compenso, l’ambiente è protetto, vi trovate fra amici e non
rischiate niente.
Se siete giovani e state cercando un lavoro, perché non provate a cercare
un’occupazione, magari temporanea, da svolgersi in un locale pubblico? Si
potrebbe pensare ad un supermercato, un pub, un bar, un fast food: avere
frequenti contatti con le persone in situazioni altamente strutturate come
può essere un luogo di lavoro, è un esercizio ottimo per
‘desensibilizzarsi’ all’emozione che normalmente causa nella persona
timida il rapporto con gli altri. Provateci.
Infine, tenete sempre a mente il segreto più importante della
comunicazione:
il modo in cui si esprime un concetto è più importante del suo contenuto!
ESSERE SPIRITOSI
Dire la battuta giusta nel momento giusto è sempre molto apprezzato quando
si è in compagnia di altri. La persona spiritosa è una persona che
possiede una particolare fluidità del pensiero, una scioltezza mentale che
le permette di associare persone e situazioni in modo insolito, creativo.
La ricerca delle perole giuste non è purtroppo cosa comune, tanto è vero
che è uno degli sapetti che vengono presi in considerazione quando si
misura un quoziente di intelligenza, ma sicuramente tutti possono
migliorare: anche per essere spontanei ci vuole... pratica! E invece, vuoi
per timidezza, vuoi per paura, ben poche persone si lasciano andare e
frenano i loro pensieri, così come le loro parole. Per essere spiritosi ci
vuole dunque allenamento. Ecco qualche suggerimento per migliorarsi:
1. Imparare a cercare in ogni cosa il lato comico;
2. Imparare a giocare con le parole, facendole cambiare di significato
secondo le assonanze e associandole in modo divertente, ma significativo
di quello che si vuole esprimere;
3. Imparare dalle battute degli altri: molte possono essere riprodotte
'tal quale', altre possono essere leggermente modificate, personalizzate,
adattate a contesti diversi;
4. Non pesare troppo le parole che si vogliono dire: se non sono offensive
per qualcuno, provare sempre a pronunciarle e non mancare di osservare il
risultato;
5. Se la battuta non ha 'funzionato', non ripeterla, non spiegarla:
semplicemente cambiare argomento, senza mostrarsi delusi. Forse era
bellissima e non è stata capita, forse era davvero poco spiritosa:
pazienza, andrà meglio la prossima volta!
6. Se una battuta funziona, ripeterla anche ad altre persone, se non
funziona eliminarla dal proprio repertorio.
7. Dire una battuta spiritosa alla persona giusta può salvare da molte
situazioni difficili o essere l'arma vincente per conquistare il/la
partner: un ottimo motivo per esercitarsi, specie quando si è timidi.
COME FARSI NUOVI AMICI
Quando si hanno pochi amici o si decide di cambiare gruppo, a seguito di
delusioni ricevute o incompatibilità varie, spesso non si sa da che parte
cominciare. Ecco allora dei consigli utili:
1. Sorridere agli altri: il miglior modo per far capire ad una persona che
si vorrebbe diventare suoi amici è quello di sorriderle spesso,
guardandola negli occhi;
2. Cercare di frequentare delle persone con interessi simili ai propri: vi
piace l'arte? Iscrivetevi ad un corso di pittura. Vi piace la musica?
Frequentate i concerti, fate un corso di chitarra, andate a cantare nel
coro parrocchiale ecc. L'entusiamo è contagioso e incontrare persone che
condividano le stesse passioni è molto facilitante.
3. Fatevi un cane e portatelo a passeggio: conoscerete tantissime persone
in pochi giorni e l'approccio sarà assolutamente facile, perché potrete
parlare concentrandovi sul vostro cane e sulle sue qualità, piuttosto che
dover affrontare argomenti personali.
4. Provate con le vecchie compagnie: cosa staranno facendo oggi i vostri
compagni di scuola di un tempo? Ed i ragazzi con cui avete svolto il
servizio civile (o militare)? Organizzate una bella rimpatriata: chissà
che anche lì non sia possibile far tornare a nuova vita qualche vecchia,
solida amicizia.
5. Quante persone ogni giorno incontrate senza salutarle? Provate ad
accennare un sorriso, un 'buon giorno'. Se invece questo lo fate già,
provate ad aggiungere una frase, del tipo: 'bella giornata oggi, vero?'
Oppure: 'arriverà l'estate? Piove ogni giorno!".
6. C'era una persona con cui legavate e che ora non vedete più da tanto
tempo? Provate a cercarla su Google: magari ha fatto un torneo di tennis o
altre attività del tempo libero e da lì potrete risalire al suo indirizzo
o numero telefonico.
7. Iscrivetevi ad una chat, frequentate dei giochi on line, tipo Second
Life, rispondete alle persone che scrivono sui blog o sui forum.
8. Dedicate del tempo ad ogni nuova amicizia, finché questa non si sia
consolidata: per fare amicizia non basta dire: ciao, come stai? Occorre un
po' di perseveranza.
Dr. Walter La Gatta
Clinica della Timidezza
LA TIMIDEZZA NEI BAMBINI
La timidezza appare in genere intorno al primo compleanno, quando matura
la capacità di preoccuparsi per le situazioni insolite e per la presenza
di volti estranei. Questa particolare predisposizione alla diffidenza nei
confronti delle persone sconosciute, la mancanza di disponibilità al
sorriso, o alla socializzazione, del bambino sotto i due anni, definisce
la prima forma di 'timidezza'. Poi, con il crescere dell'età, sono altre
le situazioni in cui il bambino sperimenta la timidezza. Durante la prima
adolescenza infatti il ragazzo comincia a guardare il suo corpo e sé
stesso con occhio molto critico, tanto da trovarsi qualche immancabile
difetto che lo fa sentire terribilmente brutto (e la cosa vale ovviamente
per entrambi i sessi). Altri possono sviluppare dei complessi di
inferiorità per i mancati risultati, sia in ambito scolastico che, ad
esempio, sportivo, per il non riuscire ad integrarsi nel gruppo dei
compagni, per non essere mai ricercato o invitato dai propri pari. A volte
i complessi derivano invece dall'ambiente familiare che si ha: dalla
presenza di persone malate, oppure dalla povertà, dalla mancanza di
relazioni sociali in cui vive la famiglia.
Sebbene molti bambini timidi diventerano adulti timidi, non è detto che
questo accada sempre: se i genitori ad esempio si impegnano, quando vedono
che il bambino ha delle difficoltà, ad inserirlo in un gruppo, a fargli
frequentare dei compagni, ad invitare i suoi amici a casa, a dargli
insomma delle abilità che lo aiutino a stare con gli altri, il bambino può
superare queste forme di timidezza infantile e diventare una persona più
disponibile a stare con gli altri.
COME SMETTERE DI FUMARE
A volte si fuma per nascondere la timidezza, non per piacere. Ma non tutti
ci riescono a smettere, anche se hanno provato con i più vari e strani
sistemi. Ora c'è un nuovo metodo, che si dichiara 'diverso da tutti gli
altri': vale dunque la pena cercare di capire di cosa si tratta.
Il metodo della Easyway di Allen Carr è diverso dagli altri sistemi per
smettere di fumare perché non fa un computo tra i pro e i contro del fumo
ma sradica la convinzione che la sigaretta possa dare vantaggi. Lo scopo
del metodo è vanificare la pubblicità positiva che da anni si fa circa la
piacevolezza del fumo, trovando spazio nei film, nelle foto, negli spot
pubblicitari subliminali. Chi ha vinto il Gran premio: la Ferrari o la
Marlboro? Si fa fatica a rispondere. Durante la sessione per smettere di
fumare si può fumare, Allen Carr in Gran Bretagna o Francesca Cesati in
Italia non vi diranno che non dovete fumare perché vi fa male, ma che non
volete fumare perché non vi piace (all'uscita ne sarete incredibilmente
convinti) e vi daranno delle semplici istruzioni per riuscire nell'impresa
che nel cervello di ogni fumatore sembra impossibile.
Del resto chi rifiuterebbe una bacchetta magica che permette senza
sacrificio e sofferenza di svegliarsi un mattino senza voglia di fumare?
Il metodo nasce a Londra, da una idea di Allen Carr. Lui è un
commercialista di successo che bruciava fino a 100 sigarette al giorno. La
sua condizione di ex fumatore gli ha fornito una chiave vincente, perché
il sistema, che prevede niente altro che una lunga chiacchierata (5 ore
filate, nessuna forma di ipnosi, nessun palliativo del fumo), riesce
incredibilmente al suo scopo nell'80 per cento dei casi. Il primo passo è
prendere coscienza della propria tossicodipendenza. Chi fuma ritiene di
farlo perché questo atto lo rilassa e lo concentra (due effetti in
contrasto con la stessa sostanza) ma in fondo, anche se non lo accetta, sa
di essere un drogato. Ha fumato con il mal di gola, di fronte ai propri
bambini, è uscito dal ristorante abbandonando gli amici per assicurarsi la
sua dose anche se all'esterno c'erano 0 gradi, a volte quando entra nella
sua macchina sente una puzza insopportabile e se vuole dare un passaggio a
un non fumatore prova imbarazzo.
Se è una donna ha faticato a limitare il numero delle sigarette in
gravidanza e ha vissuto l'allattamento come una limitazione al consumo
quotidiano di bionde rovinando uno dei momenti più importanti della sua
vita. Allora siete drogati? chiede Francesca Cesati. Dopo un'ora di
sessione antifumo non puoi negarlo e ti dici di averlo sempre saputo.Il
momento cruciale è quello in cui si spoglia la sigaretta di tutte le
valenze che le sono state attribuite in anni di dipendenza. È vero che la
sigaretta rilassa? Concentra? È buona? Fa compagnia? Aiuta a superare la
timidezza? Prevede una gestualità sensuale che dona un'immagine
interessante? Non è vero e anche questo lo sapevamo già. Ma del resto
abbiamo fumato durante i momenti di concentrazione, di rilassamento,
mentre parlavamo al telefono o eravamo con gli amici e alla fine l'abbiamo
associata a ogni momento della nostra vita. Alla fine del corso si vedrà
la sigaretta per quello che è realmente. Ha un sapore amaro per niente
gradevole, quando il fumo entra in bocca secca le mucose, quando lo
aspiriamo passando per la gola ci dà una sensazione di soffocamento e
quando l'abbiamo finita ci lascia un alito puzzolente.
Si può negare che quando sogniamo di baciare la persona che desideriamo da
tempo non immaginiamo certo di avere una bocca che puzza di fumo? Quando
il corso arriva alla fine hai una consapevolezza, puoi continuare a fumare
ma puoi anche decidere di smettere, dipende da te, ormai sai che sei stato
truffato, che fumi per un'illusione, che sei tuo malgrado in una galera e
che questo non ti piace. Puoi superare la crisi di astinenza? Fisicamente
è abbastanza lieve, pochi sintomi per poco tempo, una settimana forse ma
poi sei fuori, sei come eri prima di fumare le prime sigarette, non sei
costretto a fumarne altre. Del resto non avevi firmato un contratto dove
si diceva che dovevi fumare per tutta la tua vita, anche a costo della tua
vita.
Fonte: Panorama, via Ticino News
SCUOLA E TIMIDEZZA
Il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore è un periodo
sicuramente molto critico per i ragazzi. In genere, quando si pensa a
questo passaggio, si pensa alla crisi puberale, ai cambiamenti fisici,
alla comparsa dei caratteri sessuali secondari. Non è solo questo: in
questo particolare momento della vita un'altro aspetto che diventa sempre
più importante è il gruppo di amici. Da questo momento in poi gli amici
non sono più i vicini di casa, i cugini o i figli degli amici dei
genitori: si comincia a scegliere le proprie amicizie sulla base di
interessi condivisi, punti di vista e affinità caratteriali. Essere
incapaci a farsi un gruppo di amici, a causa della propria timidezza, può
essere in questo periodo molto doloroso. Isolamento sociale, ansia e
depressione possono caratterizzare questo periodo della vita, che molti
superficialmente definiscono 'il migliore', solo perché si è giovani.
Finora i problemi dei ragazzi timidi a scuola non è stato molto studiato,
perché i timidi non danno fastidio, sono sempre educati, non rispondono
male alle insegnanti. Dunque sono sempre stati un non-problema.
Paradossalmente, ora che si comincia ad analizzare il problema del
bullismo nella scuola, emerge anche il problema dei ragazzi timidi, che
sono in genere le vittime designate dei bulli. Ed è proprio l'amicizia a
salvare i più timidi dall'aggressività dei bulli: l'importante è fare in
modo che i più timidi non rimangano soli. In questo modo l'amicizia
diventa importante sia come fattore di protezione, sia di prevenzione.
MUTISMO SELETTIVO E SCUOLA
Il bambino con mutismo selettivo a scuola è molto disciplinato, fa sempre
i compiti, non è mai aggressivo con gli altri, si comporta sempre in modo
educato. Così è difficile, per gli insegnanti, far subito caso a quel
bambino tanto tranquillo, che non apre bocca con nessuno, né con i
compagni, né con l'insegnante, che non parteicpa ai giochi, che se ne sta
sempre da parte. E' solo dopo qualche tempo dall'inizio dell'anno
scolastico che gli insegnanti riescono a notare questi allievi, così poco
fastidiosi o esibizionisti, rendendosi conto che non si tratta di una
semplice timidezza, ma di qualcosa di più. Questo qualcosa in più è
l'impossibilità di comunicare. Si stima che sette bambini su mille siano
affetti da mutismo selettivo, una fobia che impedisce ai bambini di
parlare, soprattutto con determinate persone, in determinati contesti,
anche se vorrebbero farlo.
La scuola è il luogo dove questa fobia si esprime maggiormente. A molti
bambini la scuola può fare infatti molta paura, specialmente oggi che
all'allievo si chiede di partecipare alle lezioni molto più di quanto
accadeva in passato. I bambini fortemente impauriti dall'ambiente
scolastico dunque possono bloccare la comunicazione attraverso questa
forma di mutismo. Fattori predisponenti sono l'abitudine a trascorrere il
tempo in solitudine, oppure svolgendo giochi e passatempi che non
richiedano l'uso del linguaggio (es. play station o TV). Non si sa ancora
molto sul mutismo selettivo, neanche tra gli insegnanti. Un tempo si
chiamava 'mutismo elettivo', ma oggi si preferisce parlare di 'mutismo
selettivo' per chiarire che questi bambini non scelgono di stare zitti con
determinate persone, come se vi fosse un atto di volontà.
Al contrario, loro vorrebbero tanto parlare, ma non ce la fanno, perché si
sono abituati a controllare gli stati ansiosi che li pervadono attraverso
lo stare in silenzio. Si tratta dunque di una forma di ansia sociale,
legata al timore non solo di essere giudicati per ciò che si dice, ma
anche di far sentire la propria voce. E naturalmente c'è
un'ipersensibilità alle reazioni degli altri.
A casa invece questi bambini parlano regolarmente. Nella maggior parte dei
casi i bambini con mutismo selettivo sono femmine, provengono da minoranze
etniche o gruppi svantaggiati e accentuano il sintomo quando si trovano a
parlare con persone adulte. A volte può essere un atto di bullismo o
un'umiliazione in pubblico subita a scuola che può portare questi bambini
a chiudere i contatti con gli altri.
Per essere di aiuto ad un bambino sofferente di mutismo selettivo occorre:
1. Rendersi conto che il bambino è terrorizzato dall'andare a scuola (o
nel luogo dove si blocca)
2. Non spingerlo a parlare: cercare altri modi per comunicare (es.
linguaggio del corpo, disegni, ecc.)
3. Rassicurare il bambino, farlo sentire 'normale'
4. Spiegargli che le competenze, di qualsiasi genere, si conquistano passo
passo
5. Cercare di coinvolgere le insegnanti: i bambini che non parlano a
scuola non sono scontrosi o maleducati, ma terrorizzati.
6. A scuola, favorire lo stabilirsi di un rapporto di amicizia con qualche
bambino particolarmente sensibile e disponibile
7. Vigiliare sul bambino, che non sarà capace di parlare nemmeno in
condizioni di estremo bisogno (es. bisogno di andare in bagno).
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