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PENSO POSITIVO 5
a cura degli Psicologi
del Sito Clinica della Timidezza


 

L'ANSIA SOCIALE NEL BAMBINO

Più se ne sa sugli antidepressivi, più si sta bene attenti a non prenderli, quando si possono evitare. E questo vale soprattutto per i bambini. Il lavoro terapeutico per superare l'ansia sociale non è altrettanto veloce come può esserlo una pastiglia, ma produce effetti nel lungo periodo, cosa che il farmaco non riesce a fare. Occorre aiutare il bambino a sentirsi meno in ansia quando si trova nelle situazioni sociali, insegnargli a stare con gli altri. Se c'è uno psicologo scolastico, vale la pena di consultarlo, per intervenire sul bambino già in età preoce, magari in un lavoro di gruppo, che coinvolga altri bambini con problemi simili.
Il bambino non va assolutamente tenuto in casa, ma esposto alle diverse situazioni sociali, ai giochi di gruppo, alle feste di compleanno, alle attività sportive e in ogni altra occasione in cui possa confrontarsi con altri bambini.
Occorre evitare inoltre di fare le cose per conto del bambino: in ogni situazione in cui deve parlare con un adulto o con un altro bambino, bisogna fare in modo che sia lui/lei stesso/a a farsi avanti.
Inoltre, si possono provocare situazioni in cui il bambino debba parlare con qualcuno: ad esempio facendo finta di ricevere una telefonata importante, per cui lo si manda a pagare il conto della colazione consumata al bar, oppure a fare i biglietti per andare al cinema e altre cose del genere.
Certamente non si può pretendere che il bambino faccia queste cose bene dalla prima volta: occorre incoraggiarlo, aiutarlo, sostenerlo il più possibile, ma poi lasciarlo fare. Anche lasciarlo sbagliare, se necessario.

LA FOBIA SOCIALE: CHE FARE?

La fobia sociale consiste soprattutto nel sentirsi umiliati nelle situazioni sociali. Il senso di umiliazione deriva dal sentirsi eccessivamente in ansia quando si deve partecipare a delle riunioni sociali, o recarsi in luoghi affollati, come ad esempio un supermercato.
Si provano allora timore e vergogna, perché ci si sente inadeguati nel comportamento sociale: sudore, rossori, incapacità di cominciare o continuare un discorso, tremori ecc. Quando una persona vive dall'interno questa situazione, si sente tutti gli occhi addosso e si convince di essere giudicata in modo negativo dagli altri. Per questo le persone che soffrono di ansia e fobie sociali, in genere fanno una vita piuttosto ritirata, che a volte interferisce anche con le loro attività lavorative, o con la normale conduzione della vita familiare.
In questo caso occorre rendersi conto che non si è semplicemente 'timidi', ma si ha un problema più serio, per la quale vale la pena cercare un aiuto professionale.
Le persone che hanno questo disturbo inoltre sono particolarmente sensibili alle critiche, perché hanno una scarsa stima di sé stesse. Ogni situazione in cui ci si sente giudicati, come ad esempio un esame, un colloquio di lavoro, ecc. vengono vissuti nel modo peggiore e le performances non sono mai alte. Nei casi più gravi questi soggetti vivono in completo ritiro dal mondo, non hanno relazioni sentimentali o amici, non hanno un lavoro, non escono mai di casa. Il disturbo colpisce uomini e donne, queste ultime in percentuali maggiori.

Che fare?

La psicoterapia può essere di molto aiuto, soprattutto quella di tipo cognitivo-comportamentale, focalizzata sul sintomo. L'apprendimento di tecniche di rilassamento come il Training Autogeno può inoltre aiutare la persona a dominare i propri stati ansiosi.

 
IL RIFIUTO DI ANDARE A SCUOLA

Il rifiuto di andare a scuola è un sintomo di un serio disturbo d'ansia. Si stima che ne siano interessati 5 studenti su 100 (Fonte: American Academy of Child and Adolescent Psychiatry).
Per questi ragazzi, il solo pensiero di entrare in una classe è così stressante e disturbante che farebbero qualsiasi cosa per evitarlo. Questi comportamenti richiedono un intervento di tipo terapeutico più che disciplinare, dal momento che la scelta di non andare a scuola non è compiuta per fare qualcosa di alternativo, ma per evitare qualcosa che li mette particolarmente in ansia, che li fa soffrire. Il concetto di fobia scolastica è apparso nella letteratura medica a partire dagli anni sessanta. Dagli anni novanta si preferisce chiamare questo disturbo 'comportamento di rifiuto scolastico' . I primi sintomi sono organici: mal di testa, mal di pancia, mal di gola ecc. e compaiono già nella scuola elementare .
Quando non c'è scuola il ragazzo si sente benissimo: gioca, sta con i parenti e gli amici senza problemi, ma la domenica sera comincia a risentirsi male.
Cosa fare? La cosa migliore è insegnare a questi ragazzi particolarmente ansiosi delle tecniche di rilassamento, incoraggiandoli ad avere maggiore sicurezza in sé stessi, sia attraverso una migliore tolleranza verso le frustrazioni, sia insegnando loro che tutti possono sbagliare, specialmente quando si è giovani (e che vale sempre la pena provarci, anche quando gli esiti sono incerti).
Gli insegnanti possono incoraggiare i loro studenti fobici con queste tecniche, anche se lo psicologo scolastico in questi casi sarebbe 'provvidenziale'.

L'ANSIA SOCIALE NON E' LA TIMIDEZZA

Se nelle situazioni sociali sperimentate un'alterazione delle funzioni corporee (es. palpitazioni, tremori, rossori, nausea, mal di testa, mani fredde, mal di stomaco ecc.) questo potrebbe significare che soffrite di un disturbo di ansia sociale. Il problema riguarda soprattutto gli adolescenti. E' difficile trovare una statistica credibile in materia, ma si stima che circa il 13% dei ragazzi di età compresa fra i 9 ed i 17 anni sperimentino questo disturbo d'ansia (Fonte: U.S. National Mental Health Information Center).
Recenti statistiche sembrano inoltre aver appurato che circa il 5% dei giovani americani soffrano di Disturbo di Ansia Sociale (Fonte: University of California, San Diego).

La maggior parte dei bambini con disturbi d'ansia non hanno amici o ne hanno pochissimi, non fanno attività extrascolastiche, dicono di non amare la scuola e, nei casi più gravi, rifiutano di andarci.

L'importante è non confondere l'ansia sociale con la timidezza: il timido non ha facilità di rapporti, ma una volta che conosce le persone e ha rotto il ghiaccio, è tranquillo. Chi soffre di ansia sociale invece è letteralmente terrorizzato di presentarsi a nuove persone, di uscire di casa, andare a fare la spesa, parlare in pubblico ecc.

E' assolutamente inutile oggi, soffrire in silenzio per questo problema: vi sono infatti numerosi trattamenti farmacologici e psicoterapici che possono, se non cancellare completamente il disagio, quanto meno migliorare la qualità della vita delle persone.

COME AIUTARE GLI ADOLESCENTI A FARSI ACCETTARE DAL GRUPPO

Come prima cosa bisognerebbe far comprendere ai ragazzi che, per essere accettati dal gruppo dei pari occorrono dei modelli: modelli da imitare all'inzio, per poi personalizzare sempre di più il proprio comportamento. Questi 'modelli' non devono essere osservati dall'esterno, ma frequentati direttamente, per poter meglio apprendere alcuni stili di comportamento sociale che vengono bene accolti dal gruppo e che permettono lo stabilirsi di relazioni significative con gli altri.

• I ragazzi dovrebbero avere qualcosa da condividere con gli altri: un forte interesse, uno sport, un'abilità. Non avere niente da dire o da condividere infatti non permette di socializzare.

• Aiutare i propri ragazzi a scegliere qualche interesse: andare a giocare a tennis con loro, portarli al cinema, al teatro, fare viaggi, ecc. Per sviluppare degli interessi occorre fargli fare delle esperienze.

• Essere un buon modello: se un ragazzo vive in una famiglia blindata, completamente priva di relazioni sociali e di eventi da condividere con gli altri, come si può pretendere che i figli crescano socievoli e disinvolti? Dunque, se si è preoccupati per l'eccessiva timidezza dei propri figli, paradossalmente, la prima cosa da fare è aprire le porte della propria casa.

• Dare ricompense per ogni piccolo sforzo effettuato, qualsiasi sia l'esito raggiunto

Infine, consigliare una psicoterapia, qualora il ragazzo, malgrado tutti questi accorgimenti, non mostri segni di miglioramento.


TUTTO E' DIFFICILE PRIMA DI DIVENTARE SEMPLICE

Ci sono molte persone timide che incontrano difficoltà, nel mondo del lavoro come nella vita in senso più generale, a causa della loro incapacità di entrare in relazione con gli altri ed assumere dei ruoli di rilievo. E così vanno perdute delle possibilità di sviluppo per moltissime brillanti intelligenze. Cosa che non riguarda solo gli interessati, ovviamente, ma l’intera collettività.
Il problema in questi casi non è tanto la timidezza, il carattere schivo, la mancanza di interesse per i rapporti sociali: il problema è piuttosto l’ansia, che penalizza un certo tipo di persona ‘timida’ e le fa scegliere l’evitamento, il ritiro, l’isolamento, come condizione dolorosa, ma comunque più sopportabile di quella ansiogena e stressante della competizione sociale.
In questo modo molte persone sono relegate a svolgere lavori e ruoli di serie B o C, per loro libera scelta, anziché per sfortuna o per mancanza di possibilità. Molti timidi ad esempio si trovano un lavoro da svolgere in privato, dove i rapporti sociali sono ridotti al minimo. Prima o poi si accorgono però che, se vogliono vendere i loro servizi o prodotti, devono avere contatti con altre persone (rappresentanti, venditori, pubblicitari, agenti, ecc.).
La cosa migliore da fare dunque non è ritirarsi dal mondo, ma imparare a gestire la propria ansia, comportandosi, al limite, come le altre persone timide, che restano riservate, ma che nel momento del bisogno riescono a controllare le loro emozioni e a far si che queste non diventino sovrastanti la propria volontà.
Tutto è difficile prima di diventare facile: occorre dunque avere l'umiltà di imparare 'come si fa' . Imparare cosa? Soprattutto a conoscere e ri-conoscere le varie situazioni. Questo aiuta a sentirsi sempre meno emozionati nell’affrontarle la vita. Non siamo tutti uguali e dunque non ci sono consigli utili per tutti; tutti però hanno la possibilità e l'obbligo morale di cercare un modo per sentirsi più a proprio agio con gli altri.
C’è chi racconta barzellette, chi preferisce parlare il meno possibile, chi si rifugia nella preghiera, chi fa delle tecniche di rilassamento. E molto di più. Attraverso questi piccoli trucchi, si può riuscire ad espandere gradualmente le aree di maggiore sicurezza di sé. Sforzarsi dunque è la parola d'ordine, ma senza esagerare. Darsi dei tempi e degli obiettivi è fondamentale, come cercare di strafare, elevando le difficoltà quando ancora non si è sicuri di quanto si è raggiunto. Imparare inoltre diverse strategie, avere un menù di possibilità sempre pronto, per cui se non funziona una tecnica, la si possa cambiare immediatamente con un’altra. Non improvvisare mai: prepararsi sempre al massimo e poi lasciarsi andare, agire con spontaneità, perché tutto quello che si è appreso nella attenta preparazione è lì, pronto per essere utilizzato, ma solo se si riuscirà ad affrontare le cose con la necessaria calma. Un'altra buona cosa è cercare di immaginare la situazione tanto temuta in termini positivi, dove tutti sorridono e tutti sono amabili nei propri confronti. E' vero che non necessariamente le cose poi andranno realmente così, ma perché torturarsi con profezie negative che non hanno alcun fondamento? L’importante, infine, è non imprigionarsi in un castello di pregiudizi e di paure circa la propria timidezza, tanto da sentirsi senza speranza ogni volta che si trovi il coraggio di fare qualcosa per superare le inibizioni ed entrare nel ring della vita.

SUPERARE LA SOLITUDINE

C’è una sola persona che ha la possibilità di sottrarti al tuo stato di solitudine e quella persona sei tu.
Lo stato di solitudine infatti non è una maledizione divina: è qualcosa che hai scelto, con le tue azioni, con il tuo comportamento. Se sei felice ed hai trovato un equilibrio così, potresti anche considerare l’idea di sentirti soddisfatto/a e non desiderare alcun cambiamento. Se, al contrario questo stato di solitudine ti crea insoddisfazione e affanno, tristezza, malinconia, ci sono cose che potresti fare. Eccone alcune:

Prova a salutare tu per primo/a cinque nuove persone al giorno;
Se due persone conversano accanto a te su qualcosa di frivolo, come il tempo, le stagioni eccetera, non fare finta di niente: esprimi il tuo parere ad alta voce;
Cerca un contatto oculare con le persone e sorridi spesso;
Entra a fare parte di associazioni, gruppi, sindacati ecc.;
Offriti come volontario/a per svolgere qualche lavoro o attività sociale;
Non giudicare le persone: se ti viene da criticare qualcuno, non solo non devi dire nulla ma, fino a che non ti sarai tirato/a fuori dalla solitudine che tanto ti fa soffrire, certe cose negative sulle persone devi anche evitare di pensarle;
Se qualcuno raggiunge un buon risultato in qualcosa, fagli i complimenti;
Infine, non vergognarti del fatto che stai cercando nuove amicizie: tutti quelli che hanno amici hanno fatto così prima di te!

SAPER DIRE DI NO

Ci sono persone che non sanno letteralmente dire di no. Qualsiasi cosa si chieda loro la risposta è immancabilmente : si. Si ad annaffiare le piante del vicino quando va in vacana, si a fare la ricerca su internet per il compagnodi scuola di tuo figlio che non ha il computer, si a fare la spesa per la mamma malata, si ad andare a vedere un film solo perché piace ai tuoi amici...
Quale è il motivo di questo comportamento? La sensazione di essere più graditi, più accettati dagli altri.
In realtà un comportamento di questo genere esprime una mancanza di personalità, perché chiunque può capire che è impossibile essere sempre d'accordo su tutto.
Essere uno yes-man (o anche una yes-woman) significa non avere mai discussioni o confronti con nessuno, nessuna scelta da fare, nessun rischio da assumere. Questo comportamento chiede in cambio la capacità di reprimere sempre i propri desideri ed avere la pazienza di Giobbe. Ma a quale prezzo?

Saper dire di no è un'arte, che si impara con l'esperienza: si può dire di no senza rompere un rapporto, senza innervosire l'altro, senza perdere la sua fiducia. Occorre imparare come si fa e per questo ci vuole un po' di pratica.

Dunque, è sicuramente un bene cercare di piacere agli altri e farsi amare, ma è altrettanto importante piacere anche a sé stessi e volersi bene, per ciò che si è.

Dunque, se non siete d'accordo su una particolare scelta, provate a dire di no.

TIMIDEZZA: L'APA CONSIGLIA...

Secondo la American Psychological Association, questi sono i modi per aiutare le persone timide (bambini adulti) :

. Mantenere aspettative appropriate e comunicare un sentimento di empatia per le emozioni dolorose provate dalla persona timida;

. Incoraggiarla a parlare delle sue esperienze quotidiane e di come le ha vissute;

. Rendersi conto dei conflitti fra il bisogno di appartenenza e la paura di essere rifiutati;

. Cercare di mettere la persona timida nella condizione di sperimentarsi (in ambiente protetto, come ad esempio a casa, nella coppia, fra gli amici più intimi n.d.r.) nel ruolo che dovrebbe svolgere nelle situazioni più difficili;

. Aiutare la persona timida a mettere a punto degli obiettivi specifici e raggiungibili che riguardano il comportamento e stabilire mezzi ragionevoli per raggiungerli;

. Aiutare ad allontanare i frequenti pensieri negativi su sé stessi e sugli altri ed aiutare a costruire delle alternative costruttive;

. Evitare etichette negative e pressioni troppo forti per il comportamento sociale;

. Ricordare che la timidezza e l'ansia sociale sono esperienze comuni e universali, per diverse persone e per differenti età.

Tratto da: Florida Today

  PRESCRIVERSI IL SINTOMO

Possiamo spiegare una ingiunzione paradossale attraverso un classico esempio: 'Sii spontaneo"! Come faccio ad essere spontaneo se me lo chiede un altro? Si tratta di un evidente paradosso.

In psicoterapia, molto spesso si usano delle prescrizioni paradossali, perché si mostrano risolutive. Pensiamo ad esempio alla prescrizione di un sintomo: mangiarsi le unghie.
Se ci si mangia le unghie, prescriversi il sintomo significa obbligarsi a ripetere questo atto a comando, ad esempio tre volte al giorno, tutti i giorni, per un quarto d'ora, ad orari fissi. Di fronte a questa auto-prescrizione così rigida, la persona ha, come è ovvio, due possibilità: o non segue la prescrizione di mangiarsi le unghie (e dunque guarisce), o la segue.

Poniamo che la segue. Come è abbastanza naturale, la persona inizia a seguire la prescrizione, ma poi finisce per abbandonarla, perché non è possibile mangiarsi le unghie con tale accanimento. Mantenere il sintomo in questo modo diventa peggio che abbandonarlo. La prescrizione del sintomo comporta un tale impegno personale, che la situazione diventa insostenibile e insopportabile per cui... Si finisce per abbandonarlo, arrivando alla guarigione.
E se invece si continuasse a mettere in atto il sintomo, senza stancarsene?
Bé, anche qui la persona si troverebbe prigioniera di un paradosso: infatti, se si riesce a mettere in atto un comportamento, significa che non lo si subisce più, che se ne è padroni. La persona non può più dire a sé stessa che il sintomo è indipendente dalla sua volontà, che non può farci nulla...

Normalmente queste prescrizioni paradossali vengono date dagli psicoterapeuti, perché è giusto che la persona sia tenuta sotto controllo, anche in rapporto alla intensità del sintomo, alle sue condizioni di salute ecc. Però, se il sintomo è di lieve entità, si potrebbe provare ad utilizzare questa strategia, basata sul paradosso, cioè rendendosi schiavi delle soluzioni che ci si è dati.

Lo psicologo Erikson, nel brano Nemmeno un'erezione, racconta ad esempio di una coppia in cui l'uomo non riusciva ad avere con la moglie un rapporto sessuale a causa di una grave disfunzione erettile. Ad entrambi i coniugi, singolarmente, fu detto che, per tre mesi, dovevano osservare nei confronti del partner un comportamento di totale freddezza: niente coccole, baci, rapporti sessuali. Nemmeno un'erezione, appunto. Questa situazione cambiava la prospettiva: l'uomo ora vedeva che il rapporto non dipendeva più dalla sua disfunzione erettile, ma dalla freddezza del comportamento di lei. Attraverso la prescrizione del sintomo, fu possibile a Erickson risolvere il problema di questa coppia, che finì con un rapporto completo (che fu quasi una violenza, perché la moglie si rifiutava, per tenere fede alla prescrizione di non avere rapporti sessuali).

Adler, l'allievo di Freud, diceva che una terapia è un po' come sputare nella minestra di qualcuno: come la minestra non piace più se qualcuno ci ha sputato, così il sintomo, per tenerselo da conto, bisogna stare attenti a non 'rovinarlo'.

  FIDUCIA IN SE' STESSI ED AUTOSTIMA

Molti pensano che fiducia in sé stessi ed autostima siano dei sentimenti quasi impossibili da sperimentare, tanto è negativo il giudizio che hanno della propria persona. Ecco allora qualche riflessione, per capire quanto sia importante la volontà nel determinare il proprio successo personale.

Mai pensare di non valere nulla. Ciascuno di noi ha una predisposizione naturale verso qualcosa che, se coltivata, può diventare un'eccellenza: basta capire cosa è e lavorarci sopra. Dire a sé stessi che non si vale nulla solo perché in una particolare situazione della vita ci si sente a disagio è una generalizzazione indebita, che serve solo a distruggere le proprie potenzialità.

La prima chiave per raggiungere l'autostima dunque è non farla dipendere dalla situazione contingente: quando si vive una situazione di disagio, ci si deve concentrare fortemente sulle proprie capacità, sui successi ed i riconoscimenti ottenuti, in modo da aiutarsi a superare i momenti difficili. Allo stesso modo, quando le cose vanno bene, è inutile gonfiarsi come palloni, sentendosi invincibili e celando a sé stessi le proprie fragilità: meglio ammettere i propri limiti e cercare costantemente di migliorarsi.

Per costruire la propria autostima occorre dunque fare delle cose, raggiungere dei risultati. Fare significa rischiare: a volte va bene, a volte va meno bene. Non fare nulla invece significa sempre perdere, senza nemmeno averci provato.

Infine, è buona regola imparare a trattare sé stessi come si vorrebbe essere trattati dagli altri: se a trattarvi male per primi siete voi stessi, se vi proponete agli altri come uno straccio spostato dal vento, come potete poi pretendere che siano gli altri a trattarvi meglio? In base a quale logica?

MIO FIGLIO E' TIMIDO

'Mio figlio è timido': questa espressione dovrebbe essere cancellata dal lessico di qualsiasi genitore desideroso di aiutare davvero un figlio timido.

E' un errore infatti appiccicare etichette a chiunque ed ancor più farlo con il proprio figlio, il quale nel tempo potrebbe convincersi di essere veramente come veniva considerato e definito da piccolo (me lo diceva anche mio padre - o mia madre - !) influenzando così il suo carattere e la sua vita futura.

I commenti sui propri figli, almeno in loro presenza, devono essere dunque sempre positivi, incoraggianti. Un esempio: 'mio figlio preferisce stringere nuove amicizie senza avere fretta: è un tipo riflessivo'!

Se occorre inserire il bambino in una nuova compagnia o situazione sociale (nuova scuola, corso di tennis, scout ecc.) occorre:

- prepararlo bene, spiegando cosa succederà, chi vi sarà, cosa si farà.
- conviene sempre arrivare presto, per dare al bambino il tempo di ambientarsi e per non arrivare in stato di agitazione.
- far sentire al proprio figlio che ci tenete a lui/lei, che gli/le siete vicini con il pensiero, anche quando siete lontani;
- incoraggiarlo sempre ricordandogli tutto ciò che ha fatto bene, tutti i premi che ha ricevuto.

Per i più piccoli, un'idea potrebbe essere quella di utilizzare dei peluches, ai quali il bambino possa presentarsi (mi chiamo Tommy, e tu?). Il genitore può rispondere al posto del peluche.
E' un modo per migliorare le abilità sociali del piccolo.

Infine, un'ultima considerazione: i bambini timidi hanno in genere dei genitori timidi, per cui non si può pretendere che i figli siano estroversi se i genitori stanno sempre in casa ed evitano qualsiasi situazione sociale. Fate uno sforzo per essere più esposti, fate degli inviti a casa vostra, partecipate alle feste ed ai ritrovi familiari, in modo che il bambino possa avere dei modelli positivi cui ispirarsi nelle situazioni sociali.

LO SPIAZZAMENTO

Lo spiazzamento è l'interruzione dello schema mentale che la persona sta usando in quel momento. E' qualcosa di inaspettato, strano, inaccettabile, che avviene in un modo talmente rapido che lo schema di riferimento mentale non riesce ad adattarsi, per cui il soggetto resta momentaneamente bloccato.
Lo spiazzamento fa parte dell'esperienza quotidiana di ciascuno di noi: in genere dura poco, ma in quei momenti, la persona è particolarmente ricettiva ad ulteriori suggestioni, perché ha perso gli schemi di riferimento abituali. Gli ipnotizzatori di teatro sono abili a cogliere quell'attimo; nella terapia medica ipnotica, questo momento può essere utile per distogliere la persona da ragionamenti ossessivi. Lo spiazzamento può essere utile anche ai non terapeuti, per entrare in relazione con una persona che in genere si nega al rapporto ed offre delle 'resistenze'.

CAMBIARE SE' STESSI PER CAMBIARE GLI ALTRI

Erikson diceva: 'Presentate alla persona altre esperienze che annullino, contraddicano, assorbano e mantengano la sua attenzione, di modo che non possa concentrare tutta la sua attenzione su ciò che la fa stare male'.
Infatti, porsi di fronte al proprio problema in un altro modo conduce ad una nuova esperienza, che offre la possibilità di trovare soluzioni diverse. Qualsiasi cambiamento che avviene nella persona (ad esempio se riesce a concentrarsi sui suoi punti di forza, anziché sulle sue debolezze) porta necessariamente ad un cambiamento del suo mondo e del suo sistema di vita. Se una persona si comporta sempre allo stesso modo, perché non dovrebbe aspettarsi dagli altri lo stesso genere di risposte?
E allora, perché non provare con la tecnica dello spiazzamento?
Anche gli altri non daranno più le stesse risposte e, magicamente, tutto il mondo intorno a sé si trasformerà .
Per cambiare gli altri, occorre partire da sé stessi.
 

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