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TIMIDEZZA E INFLUENZE GENETICHE
Il "genotipo" di un individuo è dato dal suo corredo genetico.
In altre parole, tutti noi abbiamo una sorta di carta di identità
genetica in cui è indicato ciò che è presente nel nucleo di tutte le
nostre cellule: il DNA. E' il DNA che determina infatti la nostra
tipologia genetica. Oltre al genotipo però esiste anche il "fenotipo",
ovvero il frutto dell'interazione fra genotipo e ambiente.
La genetica, come si sa, ha molta influenza sulla personalità, sulle
abilità cognitive, sulle malattie organiche, così come su quelle
psichiatriche: parlando di timidezza, se i genitori sono timidi,
è naturale che anche i loro figli lo siano, dal momento che è scritto
nel loro corredo genetico.
Questo tuttavia non significa che le similarità genetiche fra genitori e
figli siano di pari valore ed intensità ed inoltre non bisogna
dimenticare che genitori e figli hanno in genere una diversa storia
personale: non vivono infatti nelle stesse epoche, nella stessa casa,
con gli stessi genitori ecc.
Vivere in un certo ambiente, anziché in un altro, porta infatti la
persona a sviluppare alcune caratteristiche della sua personalità e non
altre. Tornando al concetto della timidezza: padre e figlio possono
essere ugualmente timidi come genotipi, ma la loro timidezza potrebbe
manifestarsi in modi ed intensità diverse, a seconda dell'ambiente in
cui ciascuno dei due si è trovato ad interagire e a cercare un proprio
adattamento.Gli effetti genetici sul comportamento rispondono alla legge della
probabilità: sebbene un bambino possa avere una certa dose di
"timidezza" nei suoi geni, il suo livello di timidezza, il suo modo di
esprimerla, sarà largamente influenzato dalle situazioni e dalle
interazioni che dovrà affrontare nel suo ambiente, in particolare nel
rapporto con i genitori.
I genitori dunque possono fare molto per assecondare o contrastare
le tendenze al ritiro sociale del loro figlio. Niente è
immutabile, come sappiamo, in natura: tutto può essere trasformato. In
questo senso, anche un bambino destinato dalla natura ad essere
estremamente timido, può essere aiutato a superare con abilità alcuni
passaggi difficili della vita, come ad esempio quello
dell'adolescenza, cambiandone il suo "destino genetico".
Se, è dimostrato, che si può intervenire con un certo successo nei
casi di autismo, a ragione di più lo si può fare con la timidezza, che
al contrario dell'autismo non è una vera malattia: senza aspettarsi
miracoli, sappiamo che interventi mirati sull'educazione e
sull'ambiente possono portare a risultati veramente apprezzabili.
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FARE LA PIPI' IN PUBBLICO
Bagni pubblici, affollati. Volete fare pipì ma non ci riuscite:
vi vergognate, avete paura che gli altri sentano.... Il problema si
chiama "paruresis" (o sindrome della vescica timida, o anche shy bladder
syndrome) ed è la difficoltà ad urinare in un luogo pubblico, oppure su
richiesta, nell'ambulatorio di un medico.
Per la verità questi sono luoghi in cui tutti si sentirebbero un po'
bloccati prima di urinare ed è normale avere qualche esitazione. Quando
il blocco però si fa più serio, quando si va in bagno e proprio non si
riesce a fare pipì, dovendo tornare a casa per liberarsi la vescica, si
parla di pauresis.
Questo disturbo psicologico, che rientra nelle fobie sociali, riguarda
soprattutto i maschi e si verifica nei bagni pubblici dell'aereo, del
treno o anche in quelli del posto di lavoro. Nei casi più gravi, la
semplice presenza di un coniuge o di amici nella casa può provocare un
blocco.
Secondo studi americani, questo disturbo riguarda, nei diversi gradi di
severità, dall'1% al 7% della popolazione. Se soffrite di questo
problema il consiglio è quello di affidarvi ad uno psicoterapeuta, che
si prenderà cura non solo di questo specifico problema, ma anche delle
difficoltà che probabilmente avete nel relazionarvi con gli altri.
Altri suggerimenti possono essere quello di iscriversi ad una comunità
online di persone che soffrono dello stesso disturbo (ad esempio
Paruresis) oppure, incredibile,
acquistare una specifica applicazione iPhone.
Pensate che il rumore di una fontana o di una cascata potrebbe essere
sufficiente a sbloccare l'impasse? Se si, potete prendete in
considerazione PeasyGoing, un'applicazione per iPhone che si propone di
aiutare chi non riesce ad urinare nei luoghi pubblici. Si può scegliere
fra questi toni: normale, pioggia o fontana.
"Non è affatto uno scherzo", assicura l' inventore del PeasyGoing, Tom
Doch: per molte persone la difficoltà a urinare è un problema serio. La
sua "invenzione", si potrebbe dire, utilizza semplicemente un vecchio
rimedio della nonna, quello cioè di aprire un rubinetto per stimolare la
funzione.
In ogni caso, se lo strumento vi appare utile e per giunta funziona,
possiamo dire che è buono...
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COME FAR
FINIRE UN AMORE, QUANDO L'AMORE E' FINITO
Cosa fare quando si decide di troncare
definitivamente una relazione?
- Location: Anzitutto scegliere un luogo adeguato: non farlo in un
locale troppo affollato, dove non si può parlare con calma, ma neanche
in un posto troppo tranquillo, per non rendere questo momento
eccessivamente drammatico.
- Gradualità. L’argomento va introdotto con gradualità,
evitando frasi troppo dirette ed esplicite.
- Attenzione alle reazioni.
Talvolta le reazioni del partner che sta diventando "ex"
possono essere particolarmente dolorose e aggressive: meglio evitare di
rispondere alle provocazioni o essere eccessivamente affettuosi,
lasciando speranze che non possono esserci. Purtroppo così è la vita e
queste sono cose che capitano.
- Non vi perdete nell'esame di ogni
singolo episodio che vi ha deluso, ogni tradimento, ogni litigio: queste
sono tutte cose del passato e sia voi, sia il vostro/la vostra partner
dovete pensare solo al futuro.
- Fatelo sempre di persona. Affidare
questo genere di comunicazioni ad una email o ad un SMS potrebbe
essere interpretato come una fuga di fronte ad una situazione che non
sapete gestire. Se non lo fate per lui/lei, che ormai state lasciando,
fatelo per voi, per il rispetto che dovete avere per voi stessi e per le
vostre scelte.
- Evitare ulteriori incontri per ‘parlare’,
per ‘riflettere’, per ‘capire’,
ecc. Se la decisione è presa,
meglio che sia irrevocabile e non lasci speranze che non possono
esserci.
- Se siete stati lasciati - La cosa
migliore è pensare al vostro/a ex in modo positivo, ma senza
idealizzarlo/a. E' inutile infatti idealizzarlo/a, dal momento che vi ha
lasciato (e dunque non ha capito il vostro valore e non ha avuto
rispetto per la vostra storia). Altrettanto inutile è alimentare verso
lui/lei sentimenti di rancore, che non farebbero altro che legarvi
ancora per molto tempo a questa persona, nei pensieri e nelle azioni.
Perdonate e guardate avanti.
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LA GRATITUDINE
Per avere buoni rapporti con
gli altri bisogna avere buone abilità sociali. Questo significa anche
capacità di esprimere sentimenti positivi, come affetto, tenerezza, amore,
gratitudine. Nei frettolosi rapporti dei nostri tempi
è già difficile esprimere affetto o tenerezza, mentre esprimere gratitudine
è spesso considerato troppo stressante e imbarazzante.
E' un atteggiamento sbagliato:
infatti, quando si riceve un piacere, un gesto gentile, occorre saper
ringraziare, esprimere gratitudine: di questo non tutti sono capaci, anche
per ragioni di timidezza.
Ecco qualche suggerimento:
1. Scrivere lettere (o mail)
di ringraziamento
Non è solo un modo per
essere gentili con gli altri, ma anche un modo per soffermarsi su
un'emozione positiva, un riflettere su quanto gli altri possano essersi
mostrati gentili e disponibili nei nostri confronti. L'importante è scrivere
sempre questo genere di lettere; quanto allo spedirle ci si può pensare,
valutando le circostanze e le specifiche situazioni. In ogni caso, vincere
la timidezza per mostrare gratitudine è sempre un goal da perseguire.
2. Esprimere gratitudine
Chi non se la cava benissimo con lo scritto può provare ad esprimere
gratitudine con le parole o con il linguaggio del corpo. Non c'è infatti
bisogno di fare grandi discorsi: a volte un sorriso, un "grazie" o altre
parole di apprezzamento per ciò che si è ricevuto, possono bastare.
L'importante è farlo.
3. Parlare con altri dei
propri sentimenti di gratitudine
A volte ci lasciamo travolgere dalle emozioni negative, ma soffermare il
pensiero su quanto di buono si è ricevuto dagli altri, alza immediatamente
il tono dell'umore. Quando siete insieme ad amici ed i discorsi languono,
perché ad esempio non introdurre il gioco del: "a chi devi maggiore
gratitudine e riconoscenza"? L'importante è non lasciarsi tentare
dall'esprimere sentimenti negativi, del tipo "non devo niente a nessuno,
perché tutti mi sono ostili". Sarebbe molto facile fare questo, specialmente
quando ci si sente arrabbiati o delusi, ma non è produttivo e non è
terapeutico. Meglio sforzarsi di pensare positivo.
Esprimere gratitudine significa apprezzare
ciò che si ha, concentrarsi sui propri punti di forza, cercare di migliorare
sé stessi.
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CONSIGLI PER UN COLLOQUIO DI
LAVORO
In un
colloquio di lavoro occorre riuscire a dare all'intervistatore
un'immagine di serena tranquillità e fiducia nelle proprie possibilità.
Ecco allora qualche consiglio utile per le persone più ansiose, o con minore
esperienza:
1. Cercare anzitutto un lavoro che soddisfi
le proprie aspettative. Per alcuni si sta parlando di un'ovvietà,
ma a volte le persone meno intraprendenti tendono, nel mercato del lavoro, a
farsi scegliere, anziché scegliere loro stesse. Per prima cosa dunque,
quando si cerca un lavoro, occorre chiedersi quale tipo di lavoro si
vorrebbe fare, quale tipo di aziende contattare.
2. Una volta inviato il curriculum e ottenuto un appuntamento per un
colloquio, non presentarsi impreparati!
Prendere tutte le informazioni possibili sull'azienda: da quanto tempo
esiste, chi l'ha fondata, quanta gente ci lavora, quale è la sua mission ?
Più cose si sapranno su questa azienda, più ci si sentità a proprio agio
durante l'intervista.
3. Durante il colloquio è sempre bene
mostrare interesse in ciò che dice l'intervistatore. Per fare una
buona impressione è utile anche chiedere precisazioni sul lavoro da
svolgere, per mostrarsi intelligenti e motivati (possibilmente non chiedere
informazioni e precisazioni relative allo stipendio, alle ferie, al
sindacato... Non subito! )
4. Cercare di sentirsi a proprio agio con
l'intervistatore: mantenere il contatto oculare, rispondere a tutte
le domande senza reticenze, fare qualche battuta spiritosa (senza
esagerare!)
5. Essere abbastanza sinceri negli aspetti
positivi del proprio carattere, che vanno valorizzati. Non è'
tuttavia consigliabile mentire sulle proprie reali capacità ed esperienze:
se non c'è molto da dire, meglio indirizzare la conversazione sulla propria
motivazione a crescere nell'ambiente di lavoro, nel desiderio di apprendere,
impegnandosi al massimo. Non raccontare apertamente tutti i propri difetti.
6. In caso di sintomi d'ansia
(rossore, sudore, balbuzie) non vergognarsi di ammetterlo, magari con un po'
di autoironia e motivando la cosa con l'importanza che si dà a questo
colloquio.
7. Prepararsi in anticipo delle domande
tipiche, come ad esempio: Quali sono i suoi difetti? In questo caso
prepararsi un difetto che però agli occhi dell'intervistatore appaia un
pregio (es. puntualità). Perché si è licenziato dal suo precedente lavoro?
Andava d'accordo con i suoi colleghi? E infine, quella più drammatica per le
persone timide e introverse: "Mi parli di sè".
8. Moderarsi. Se, per superare la
timidezza, tendete a parlare molto, sommergendo il vostro interlocutore di
parole in libertà, cercare di essere molto più sintetici, attenendovi
all'essenziale. Al contrario, chi tende a rispondere solo si e no, cerchi di
motivare la propria risposta con un discorso che duri almeno 2 minuti.
In bocca al lupo!
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L'OZIO COME SOLUZIONE DEI
PROBLEMI
Se per molti il periodo delle
vacanze è un periodo atteso tutto l'anno, per potersi finalmente
disintossicare dalla routine e dallo stress che ogni lavoro comporta, per
molti questo periodo dell'anno è particolarmente difficile, in quanto genera
ansia, depressione e tanti altri sintomi ad esse collegati.
Va detto anzitutto che i periodi di riposo
vanno considerati a tutti gli effetti come "lavoro", dal momento
che per lavorare si ha necessità di avere delle energie da spendere, che
possono e debbono essere rigenerate durante i periodi di riposo.
Passare bruscamente da periodi di lavoro intenso a periodi di completa
inattività può portare, specialmente se le aspettative sono alte e non
vengono adeguatamente soddisfatte, a vivere male il periodo di inattività,
tanto da desiderare di tornare presto a "faticare" piuttosto che continuare
a godere del programmato periodo di ozio.
Molte persone durante le vacanze dal lavoro stanno talmente male che
sviluppano una sorta di fobia delle vacanze, del tipo "se le conosci le
eviti". Questa paura dell'ozio, dell'inattività, della libertà, è sentita
specialmente da coloro che hanno fatto del lavoro una ragione di vita.
Ma l'ozio non è sempre un vizio,
spesso è anche una necessità: nei periodi di ozio non solo rilassiamo il
corpo e la mente, ma ci permettiamo di lasciare vagare il pensiero in
sentieri per noi poco conosciuti e praticati, abbiamo modo di sperimentare
una libertà che non sempre possiamo permetterci, che ci può consentire di
riflettere serenamente sulla nostra vita, trovando soluzioni creative e del
tutto nuove a problemi vecchi e spesso irrisolvibili. Per non parlare dei
progetti nuovi e interessanti per il futuro che un periodo di relax potrebbe
consentire...
Una vacanza dunque può essere molto rigenerante per chi si sente molto
stressato: può aiutare ad affrontare meglio la vita e a vedere con un certo
distacco le cose, le persone e le relazioni.
Infine, non va dimenticato che l'ozio permette alle persone di riprendere il
contatto con sé stesse: chi si è veramente, cosa si vuole fare della propria
vita.
Questo è il momento di cominicare a programmare le vacanze: per rilassarsi,
ma anche per ritrovare un contatto con sé stessi e imparare a conoscersi
meglio.
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L'ANSIA NEI BAMBINI
I bambini troppo ansiosi sono quelli che mostrano di avere particolari
paure, esitazioni, preoccupazioni. L'ansia è molto comune nei bambini e
dunque non deve destare particolari preoccupazioni, a meno che non ci si
renda conto che essa è per il bambino troppo difficile da contenere e deriva
da una sua grave sfiducia nelle proprie possibilità.
Secondo Freud l'ansia del bambino è dovuta alla paura di perdere le persone
che ama. Chi non ricorda l'esempio del nipotino che giocava con il rocchetto
di filo, mentre la mamma non c'era? Secondo Freud il suo nipotino tirava
lontano il rocchetto di filo, per poi riavvolgerlo, per placare l'ansia
dell'abbandono, per rassicurarsi sul ritorno della mamma, che sarebbe stata
poi ritrovata come, appunto, il rocchetto di filo.
L'ansia dei bambini si esprime in modo diverso da quella degli adulti: la
possiamo riscontrare in alcuni comportamenti tipici, come il bambino che non
vuole andare a letto da solo, che vuole essere accolto nel lettone, che ha
paura del buio, dei mostri, delle streghe cattive...
In genere queste paure passano con l'età, ma è importante che i genitori
rassicurino il bambino che sperimenta questi stati ansiosi, attraverso gesti
d'affetto e parole che esprimono il desiderio di restare sempre vicini,
anche se in qualche momento è inevitabile doversi allontanare.
La rabbia e l'impazienza dei genitori di fronte a questi comportamenti non
fanno che aggravare la situazione. Le parole d'ordine devono invece essere
le seguenti:
. tranquillità
. affettuosità
. gradualità
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GESTIRE I
PETTEGOLEZZI
1. No al "No comment". Non funziona cadere dalle nuvole,
fingere di non sapere, dire che non se ne vuole parlare. Mai stare sulla
difensiva, mostrarsi depressi o irritati. A volte il silenzio non è d'oro:
meglio dire: "Non credo che ciò che dici sia vero" o "Secondo me è solo un
pettegolezzo".
2. Non abbassare mai lo sguardo.
3. Evitare le ambiguità. Se vi dicono che ve la intendete con un/una
collega, evitate di chiacchierarci tutto il tempo o di andare in mensa
insieme.
4. Diffondere il pettegolezzo, togliete a chi lo ha messo in giro la
sensazione di avere fatto uno "scoop". Se tutti sanno una cosa, non c'è più
il gusto di parlarne.
5. Spiegare perché secondo voi esiste quel pettegolezzo e a chi giova. Poi
create una nuova verità, oppure create un nuovo pettegolezzo che possa
sostituire il precedente e sul quale potete avere maggiore controllo.
Tornando alla relazione col collega, provate a diffondere invece il
pettegolezzo che state cercando di avere un figlio, che non arriva...
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CAPIRE E
GESTIRE LA RABBIA
La rabbia non
è sempre un'emozione negativa: è un processo naturale che è servito
per permettere all'essere umano di evolversi e di adattarsi all'ambiente. La
rabbia produce dei cambiamenti all'equilibrio della persona, sia dal punto
di vista mentale, sia dal punto di vista fisico.
Se non ci si sentissimo arrabbiati, non riusciremmo a trovare in noi stessi
la forza per reagire, per
attaccare il nostro aggressore, per difenderci: tutta questa energia ci
viene da sostanze chimiche che si diffondono nel corpo, come ad esempio
l'adrenalina.
Spesso, anche quando la causa della rabbia viene rimossa, il senso di
agitazione che la situazione ha procurato resta, e dunque può capitare di
trovarsi ad esprimere la propria rabbia verso persone ed oggetti che
non hanno alcuna responsabilità o colpa
per lo stato alterato del proprio equilibrio organico.
La rabbia fa sentire la persona potente,
disinibita e dunque può spingere a compiere azioni che nella
normalità non si avrebbe il coraggio di fare. Proprio per questo la rabbia
va tenuta attentamente sotto controllo.
Se si sta vivendo un periodo di particolare stress e ci si sente arrabbiati,
con il mondo o con una persona specifica, ad esempio un collega di lavoro,
il/la partner ecc., occorre trovare dei modi alternativi per utilizzare
tutta l'energia che la rabbia mette nel corpo e che potrebbe diventare
pericolosa per le relazioni sociali, se venisse utilizzata nel luogo e con
le persone sbagliate.
La soluzione alla rabbia non è generalizzabile: vi sono molti modi per
cercare di far confluire gli effetti di questa emozione in
attività socialmente apprezzabili.
Ad esempio, dedicandosi ad uno sport non competitivo, andando a correre,
facendo grandi lavori di pulizia, ecc. Altro modo è quello di rilassarsi, di
meditare sugli aspetti positivi della rabbia provata, cercando di
utilizzarli a proprio vantaggio.
L'importante è riconoscere la rabbia già dai suoi precursori: quel senso di
leggero fastidio, quell'"adesso basta" che si sente nascere dentro
di sé... Quando si avverte chiaramente che il cuore ha accelerato il ritmo,
si respira affannosamente, le mani e la fronte sono bagnate di sudore,
occorre fare molta attenzione: è come se si stesse guidando una Ferrari a
tutta velocità e qualsiasi errore potrebbe essere fatale.
In questi casi è necessario pensare bene a ciò che si sta dicendo o facendo,
ma poiché lo stato dell'organismo è tale che non consente riflessioni
attente sulle parole da scegliere o sugli atti da compiere, è sempre meglio
cercare di raggiungere i propri obiettivi optando verso le soluzioni più
prudenti immagibili al momento, anche forzando un po' i propri desideri
(in questo modo vi saranno meno probabilità di doversi pentire per quello
che si è detto o fatto in un momento di rabbia).
Va ricordato che un atto di rabbia può dare una soddisfazione momentanea, ma
può anche rovinare per sempre la propria vita. Questo non capiterà, o
capiterà molto meno, se ci si sforzerà di gestire al meglio questa emozione
ogni volta che essa si presenta, in tutte le sue forme.
C'è sempre una soluzione alternativa all'atto
di rabbia: basta cercarla.
Ott.
08
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IMPARARE A GESTIRE LE CRITICHE
Le immagini ottenute con la
risonanza magnetica rivelano che i pazienti che soffrono di fobia sociale
generalizzata rispondono in modo diverso ai
commenti negativi che si fanno su di loro: questi i risultati di
uno studio pubblicato nel mese di Ottobre sulla rivista Archives of
General Psychiatry.
La fobia sociale generalizzata è caratterizzata dalla paura e
dall'evitamento delle situazioni sociali, oltre che dalla paura di essere
giudicati in modo negativo dagli altri.
E' il disturbo d'ansia più diffuso (13,3%) ed è associato con un alto
rischio di depressione , alcol, abuso di droghe e suicidio.
Degli studi precedenti avevano mostrato delle differenze nel modo in cui il
cervello di persone che soffrono di questo disturbo rispondono alle
espressioni facciali, suggerendo che il disturbo comporta
una risposta più elevata agli stimoli sociali nelle aree cerebrali legate
alle emozioni.
Karina Blair, psicologa presso il National Institute of Mental Health,
Bethesda, ha messo a confronto le immagini cerebrali ottenute con la MRI (fMRI)
di 17 persone sofferenti di fobia sociale che non seguivano alcun
trattamento medico con quelle di 17 soggetti della stessa età, dello stesso
sesso, dello stesso livello di intelligenza, ma che non soffrivano del
disturbo di fobia sociale.
Le immagini relative all'attività cerebrale sono state prese nel momento in
cui i soggetti leggevano commenti su di sé, positivi (es. Sei bello/a)),
negativi (es. Sei brutto/a) o neutri (es. Sei un essere umano) o su altri
soggetti (es. Lui è bello).
Si è visto così che i pazienti che soffrivano di fobia sociale mostravano un
maggiore afflusso di sangue nella corteccia prefrontale mediana (area legata
al concetto di sé) e nell'amigdala (area legata alle paure, alle emozioni,
alle risposte allo stress) quando leggevano commenti negativi su sé stessi,
mentre non vi erano differenze con il gruppo di controllo quando leggevano
commenti negativi sugli altri o commenti positivi o neutali su sé stessi.
Poiché le regioni della corteccia prefrontale mediana sono coinvolte nelle
rappresentazioni del sé, si potrebbe dire che queste regioni, insieme con
l'amigdala, giochino un ruolo di primo piano nella creazione e nel
mantenimento della fobia sociale e che il disturbo parzialmente riflette
un cattivo rapporto con sé stessi nel rispondere agli stimoli
sociali, in particolare alle critiche.
I risultati di questa ricerca potranno essere utili, in futuro, per mettere
a punto dei farmaci che possano influire in quelle aree del cervello.
Fonte:
Blair et al. Neural Response to Self- and Other Referential Praise and
Criticism in Generalized Social Phobia. Arch Gen Psychiatry, 2008; 65 (10):
1176-1184 [link]
via
ScienceDaily
Link:
JAMA and Archives Journals.
Nel frattempo impariamo a gestire le critiche: le nostre aree cerebrali
lavoreranno molto meno e probabilmente anche la fobia sociale si attenuerà!
:-)
OTT. 08
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CIO' CHE
GLI ESTROVERSI DOVREBBERO SAPERE DEGLI INTROVERSI
Ecco le cinque cose fondamentali che un estroverso dovrebbe
sapere quando si trova di fronte a una persona introversa:
1) Chi è dedito al pensiero più interiore presenta una
maggior attività cerebrale a livello dei
lobi frontali, aree deputate al pensiero complesso e alla soluzione
di problemi, mentre l’estroverso ha una maggior attività nella parte
posteriore del cervello, vale a dire quella che si occupa degli impulsi
sensoriali provenienti dall’esterno.
2) L’introverso non ama la conversazione
superficiale. In realtà, la ritiene una perdita di tempo, mentre
ama molto le conversazioni profonde, alle quali partecipa con entusiasmo.
3) Gli introversi amano socializzare.
Lo fanno in un modo diverso e più raramente degli estroversi, scegliendo i
loro interlocutori e non accontentandosi del primo che passa; ma quando
decidono di aprirsi con qualcuno sono in grado di mantenere una
conversazione e persino di diventarne il centro.
4) L’introverso ha bisogno di stare da solo
per ricaricarsi. Gli inviti rifiutati e le occasioni sociali spesso
evitate fanno pensare a individui scontrosi; la realtà, però, è che gli
introversi parteciperebbero volentieri, ma essendo una pratica che richiede
loro molta energia la dosano, diluendo gli impegni.
5) Gli introversi sono socialmente ben
inseriti. L’essere più attenti a quello che succede dentro non
significa non essere in grado di vivere adeguatamente quello che sta fuori.
Consigli di
Brian Kim
Fonte:
Corriere della Sera
Febb. 08
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