Stanca di sé stessa – Consulenza online

parcheggioGentile Dottore,

tramite una veloce ricerca sul web ho trovato dapprima il vostro blog, e poi i vostri consigli. Alcune delle lettere che ho letto sembravano scritte direttamente da me in quanto rispecchiano momenti della mia vita che purtroppo sto vivendo.
Utilizzo la parola purtroppo perchè sono stanca di me stessa, di avere un carattere così complesso, che mi sta portando a perdere l’unica persona al mondo che non vorrei mai vedere andare via; il mio fidanzato. Ho 21 anni, e la mia vita è sempre stata segnata da piccoli drammi che mi hanno portato ad essere una ragazzina spesso sola e con pochi amici. La mia prima amica risale all’età di 7 anni ed è ancora quella migliore che ho. Ero molto introversa. E questo per me è sempre stato un grosso problema, perchè so di avere un preparazione culturale e comunicativa da poter intrattenere quasi qualsiasi tipo di comunicazione. So sorridere, e so prendermi in giro, facendo battute e mettendo a mio agio chi ho davanti. Ma lo strascio della mia introversione e della mia timidezza fa costantemente capolino quando viene messo in ballo il mio ragazzo.

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Imparare a parlare in pubblico

parlare in pubblicoIn genere le persone timide tendono a sottovalutare le loro prestazioni e una cosa che li preoccupa veramente molto è dover parlare in pubblico. Indubbiamente si tratta di qualcosa che crea ansia alla maggior parte delle persone, ma occorre sapere che avere un po’ di ansia è una cosa positiva, perché serve ad attivare l’organismo e a renderlo più efficiente nella prestazione. Inoltre, mostrando di essere leggermente ansiosi, si manda il messaggio che si desidera dare il meglio di sé, il che non può che far piacere a chi deve ascoltare…

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Il figlio di 6 anni è timido – Consulenza online

bambinoBuongiorno,

Sono la mamma di un bambino di sei anni e sono molto preoccupata per il suo comportamento.E’ sempre stato un bambino timido, ma ultimamente sembra peggiorato. Nell’inserimento alla scuola dell’infanzia non ci sono stati grossi problemi anche se ha avuto bisogno di tempo per ambientarsi, e’ un bambino molto orgoglioso pertanto non si e’ mai fatto vedere dagli altri a piangere anche se ne avrebbe avuto voglia.Non voglio dilungarmi troppo, cerchero’ di spiegarle il suo comportamento nelle occasioni di incontri con gli altri.
Quando andiamo a casa di amici che hanno figli della sua eta’ ha difficolta’ ad andare a giocare con loro, devo sempre insistere molto altrimenti lui starebbe sempre incollato a me, dopo inizia a giocare e non vorrebbe piu’ andare a casa. Ma quando torniamo la volta successiva e’ sempre lo stesso il comportamento che tiene. Continua

La personalità e i social networks

Social_NetworkI Siti di social networking hanno cambiato la nostra vita, o almeno l’hanno cambiata a quei 500 milioni di utenti attivi su Facebook nel 2011 e a circa 200 milioni di possessori di account Twitter. Le differenze fra i due social sono note: Facebook mette più l’accento su chi sei e che cosa sai, mentre Twitter limita le comunicazioni degli utenti a 140 caratteri e conta più quello che si dice piuttosto che ciò che si è. Un nuovo studio si chiede se e come il modo in cui le persone usano questi siti sia legato alla loro personalità, e se vi siano differenze di personalità tra le persone che preferiscono un sito rispetto ad un altro.

David Hughes della Manchester Business School e i suoi colleghi hanno esaminato 300 persone presenti in Rete – la maggior parte (70 per cento) residenti in Europa, ma vi erano soggetti residenti nel Nord America, Asia e altrove. Il campione era composto di 207 donne e 93 uomini e la fascia di età era compresa fra 18 e 63 anni. I partecipanti hanno risposto alle domande sul modo in cui usavano Facebook e Twitter e quale fra i due preferivano. Inoltre, essi hanno risposto a domande circa la loro personalità basata sui fattori del “Big Five” : Estroversione, Amicalità, Coscienziosità, Stabilità emotiva, Apertura mentale, così come le sottodimensioni di socievolezza e apertura verso gli aspetti culturali.

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Acquisire stima di sé con la generosità

generositàNel libro Positive Energy la psichiatra Judith Orloff indica nella generosità un elemento chiave per ritrovare la fiducia in sé stessi e la gioia di vivere. La generosità infatti, dice l’autrice del libro, dà alla propria vita un’energia molto forte (ovviamente, occorre essere generosi nei limiti delle proprie possibilità…)

Aiutare gli altri, dare loro più di quello che riceviamo in cambio fa sentire migliori e dà molta forza: conviene provarci, raccomanda la Orloff, dal momento che, se anche non funzionasse, queste buone azioni non producono effetti negativi.

La Orloff ricorda una sua esperienza personale: si trovava in una tavola calda, dietro ad una signora che aveva ordinato il pranzo, ma poi si era accorta di aver lasciato a casa il protafoglio. Che fare? Si domandava: pago io per lei? Faccio finta di nulla?

Per fortuna, ricorda, la sua bocca si aprì prima che potesse portare a termine le sue riflessioni e così ebbe modo di dire: “Mi permetta di offrirle questo pasto”. E così fece. La signora che aveva beneficiato del dono, girandosi verso la sua benefattrice a questo punto la riconobbe: “ma lei è la mia psicologa, sono stata da lei anni fa per una seduta e lei mi ha dato dei buoni consigli per lasciare mio marito, che mi trattava male!” La psicologa non ricordava di questa sua paziente, ma sorrise: così fece la signora, così fece il cassiere… “Che meraviglioso karma ho diffuso intorno a me, con questo piccolo gesto di generosità”, si disse la Orloff. In seguito la signora senza portafoglio saldò il suo debito con un assegno (20 dollari) e una lettera di ringraziamento.

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I disturbi dell’umore non creano sempre infelicità

felicitaMolti studiosi ritengono da tempo che siamo in presenza di una ‘epidemia di disturbi mentali’. Uno dei primi sostenitori di questa tesi è stato Thomas Scheff (1974) mentre tra i sostenitori attuali vi sono studiosi di scienze sociali come Lane (2000) e Wilkenson e Marmot (2003).  

L’ ‘epidemia dei disturbi mentali’ secondo questi autori si sarebbe verificata nelle società più avanzate, a causa dell’individualismo, dello stress, delle grandi richieste che la società fa all’individuo. Eppure la felicità media delle persone che vivono nei Paesi più avanzati sembra essere piuttosto alta: in una scala di valutazione che va da 0 a 10, gli Stati Uniti ottengono una valutazione della felicità personale dei suoi abitanti che si attesta su una media di 7,4 e più alto ancora è il livello di felicità percepito in Danimarca (8,4) (Veenhoven 2010a).

Non possiamo poi negare che le persone vivono oggi più a lungo di un tempo ed hanno meno malattie: come si concilia dunque questa epidemia di disturbi mentali con le migliori condizioni di vita? Perché le persone con disturbi mentali (depressione, ansia, ecc.) non risultano essere così infelici, nonostante i loro sintomi?

Ciò che le ricerche hanno fin qui dimostrato è che le persone con disturbi psicologici che si sentono più felici sono meno assenti dal lavoro, utilizzano le strutture sanitarie meno spesso, e consumano meno
farmaci antidolorifici delle persone con simile diagnosi, che si sentono però meno felici. Le persone con disturbi mentali che si sentono più felici funzionano anche meglio anche dal punto di vista psicologico, hanno un migliore livello di autostima, livelli di energia più elevati e un atteggiamento più rilassato (Bergsma, Veenhoven et al. 2011).

Questo porta ad una conclusione un po’ paradossale e cioè che le persone con disturbi psicologici sono più felici se mostrano di avere quei comportamenti che di solito sono associati ad una buona salute mentale… Questa conclusione si sposa bene con l’idea avanzata da Horwitz e Wakefield (2006) secondo i quali i livelli elevati di disturbi mentali nella popolazione generale non sono realistici.

Molte persone infatti ricevono una diagnosi di malattia psicologica in quanto presentano dei sintomi, ma tuttavia essi riescono, malgrado i sintomi, a far fronte alle situazioni difficili della vita e di conseguenza il loro livello di felicità percepita non scende oltre una certa soglia. 

Ad esempio, si parla spesso di stress della vita moderna: ma come mai la ricerca dimostra che le persone tendono ad essere più felici nei Paesi in cui il ritmo della vita è più elevato ? (Garhammer 2002).
Inoltre, l”epidemia di disturbi mentali’ non sembrerebbe essere un prodotto della vita moderna, in quanto è stato individuato qualcosa di simile anche nelle società meno avanzate (Kessler et al., 2007).

In una ricerca che ha messo a confronto i dati relativi a Paesi con alto e basso reddito individuale, Bromet et al. (2011) hanno concluso che la depressione possa essere ricondotta più a circostanze personali che sociali, come ad esempio ad una separazione o un divorzio.

Per quanti problemi la società moderna comporti, non si può dimenticare che essa è riuscita in gran parte ad eliminare le fonti tradizionali di infelicità, come la fame, l’oppressione sociale e l’astinenza sessuale. Pertanto i disturbi dell’umore che vengono diagnosticati non dovrebbero essere considerati una priorità: medicalizzare la società per curare questi disturbi potrebbe essere peggiore del male.

Fonte:

The happiness of people with a mental disorder in modern society, Ad Bergsma* and Ruut Veenhoven, Bergsma and Veenhoven Psychology of Well-Being: Theory, Research and Practice 2011, 1:2
http://www.psywb.com/content/1/1/2

Dr. Walter La Gatta

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E’ ora che gli introversi comincino ad essere apprezzati

introversioneSiamo in presenza di una inversione di tendenza: finalmente si sta cominciando a riconoscere che non esistono solo gli estroversi, e che anche gli introversi hanno le loro qualità e le loro eccellenze. Ad esempio, recenti ricerche ci hanno spiegato che esistono dei compiti in cui riescono benissimo le persone estroverse, le quali però, essendo così concentrate sull’ambiente esterno, piuttosto che su sé stesse, riescono malissimo in alcuni compiti che richiedono attenzione e meticolosa preparazione.

In America è uscito recentemente anche un nuovo libro sull’argomento: Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking, (Silenzio: il potere degli introversi in un mondo che non smette mai di parlare), di Susan Cain (ne abbiamo già parlato qui), che ha studiato a lungo le dimensioni dell’estroversione e dell’introversione

Come si sa, i termini introversione-estroversione furono introdotti nella letteratura psicologica da Carl Jung e sono tratti molto importanti della personalità umana (praticamente, tutti i tipi di personalità indicano un livello corrispondente di introversione-estroversione e la scala Myers-Briggs Type Indicator è un test di personalità che descrive 16 tipi psicologici, partendo proprio dai concetti di introversione-estroversione).

Gli estroversi sono soggetti che non hanno difficoltà ad entrare in relazione con gli altri e che dal mondo esterno traggono tutte le loro energie, mentre gli introversi tendono ad essere persone più riservate, portate alla riflessione. Gli introversi sono in genere persone meno socievoli.

Va detto che non tutte le persone introverse sono timide, ma tra di loro possono esserci molti timidi, che si sentono in ansia o a disagio quando devono affrontare le situazioni sociali. L’introverso infatti, per sua natura, tende a non scegliere o anche ad evitare le situazioni sociali, dal momento che è una persona che sa stare bene, o molto bene, anche da sola, con sé stessa, a differenza di quanto capita agli estroversi, che se  costretti a stare a lungo da soli, si deprimono e cominciano a stare male.

Stando spesso da soli però succede che si sviluppano molto i propri talenti, ma non si imparano le abilità sociali, che permettono di cavarsela in ogni situazione della vita: per questo gli introversi sono spesso anche timidi e sono in difficoltà quando devono mettersi in relazione con gli altri.

E’ dunque  necessario che le persone introverse decidano di dedicare parte del loro tempo ai rapporti sociali, anche se stare con gli altri può essere per loro noioso, o apparire tempo sprecato: come tutte le altre cose della vita l’estroversione può essere appresa, almeno quel minimo che permette di essere più accettati socialmente. Del resto, a cosa serve sviluppare i propri talenti, se poi non si riesce a farli conoscere al mondo?

Dr. Walter La Gatta

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Amigdala non è sinonimo di paura

Amygdala_smallIl legame tra amigdala e paura – specialmente la paura degli altri, o fobia sociale, è stato fin troppo discusso e raccontato, non solo dalla psicologia popolare, ma anche da fonti psicologiche accademiche. Questo sostengono gli autori di uno studio che sarà pubblicato il prossimo mese su Current Directions in Psychological Science, una rivista dell’Association for Psychological Science.

E’ vero: molti esperimenti hanno scoperto che l’amigdala è attiva mentre le persone avvertono l’emozione della paura, ma non si può non tener conto che essa si attiva anche in altre occasioni, come ad esempio in risposta ad immagini gradevoli o a visi che esprimono l’emozione della gioia.

Il problema è nato a partire dal modo in cui i ricercatori hanno cominciato  a studiare il cervello. Molti di loro hanno apprreso cosa sia l’amigdala mentre stavano studiando la paura, dice Wil Cunningham della Ohio State University, autore della ricerca insieme a Tobias Brosch della New York University. “E’ molto emozionante studiarla, perché è molto importante, dal punto di vista evolutivo e attraverso di essa sappiamo molto sulla paura provata dagli animali”. Tutti gli studi sulla paura hanno scoperto l’importanza dell’attività dell’amigdala. Ma questo non significa che ogni attivazione dell’amigdala sia in corrispondenza con l’emozione della paura. 

Invece, l’amigdala sembra fare qualcosa di molto più sottile: l’elaborazione di eventi che sono collegati a ciò di cui una persona si preoccupa in un dato momento. Quindi, se si vive una situazione di paura o  si ha una personalità ansiosa, l’amigdala può attivarsi, ma succede la stessa cosa se avete fame e vedete del cibo, oppure se siete empatici e trovate delle persone con cui parlare.

“Quando si studiano le emozioni, si cercano parti specifiche del cervello che sono associate a emozioni diverse”, afferma Cunningham. Soprattutto nei primi tempi di sviluppo delle neuroscienze, gli scienziati speravano che prima o poi sarebbe stato possibile utilizzare la risonanza magnetica e altre tecniche di brain-imaging “per aprire il cofano e scoprire cosa realmente pensano le persone“.

…Ma il cervello è troppo complicato per poter fare questo. Cunningham ritiene inoltre che molti accademici siano ancora troppo attaccati ad questa definizione troppo rigida delle emozioni: rabbia, paura, tristezza, felicità, e così via.

Le emozioni in realtà non interessano solo una piccola parte del cervello, ma tutto l’insieme.

Fonte:

A   Association for Psychological Science. (2012, January 30). “The Amygdala And Fear Are Not The Same Thing.” Medical News Today. Via http://www.medicalnewstoday.com/releases/240911.php.

Dr. Walter La Gatta

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Preoccupata e sfiduciata – Consulenza online

donna ansiosaBuongiorno,
sono una signora di 46 anni, molto attiva, con una vita ricca di interessi, un compagno, delle relazioni soddisfacenti. Faccio sport con passione e successo, parlo 3 lingue straniere.
Ho sempre avuto una memoria scarsa, sono spesso distratta e a volte posso sembrare confusa o una person cha ascolta poco, ma ho imparato a compensare
negli anni con tecniche ed escamotages di vario tipo, quali associazioni di idee, annotazioni meticolose, l’uso di strumenti elettronici, ecc.
Dal punto di vista lavorativo ho sempre avuto un buon apprezzamento e stima da parte di colleghi e superiori e la carriera e’ trascorsa discretamente bene e in salita fino a qualche anno fa.
Da tra anni mi sono trasferita in un’altra città e da allora mi sono trascinata da un lavoro precario all’altro, -per lo piu’ sostituzioni maternita’- in una involuzione vorticosa.
Le aziende, sempre favorevolmente impressionate dal curriculum, hanno promesso che mi avrebbero riconfermata a tempo indeterminato: invece dopo 6 mesi, un anno, non mi hanno rinnovato il contratto con scuse varie.
Capisco che si tratta di un momento economicamente poco felice, pero’ sospetto ci sia dell’altro. Nell’ultimo impiego infatti, il clima tra colleghi era molto teso, l’ambiente pessimo (al limite del mobbing e dello stalking).

Ho cercato di svolgere il mio lavoro al meglio e credo di averlo condotto in maniera valida.
Soffrivo di vuoti di memoria, facevo degli errori non gravii (tutte distrazioni rimediabili dovuti per lo piu’ al fatto che non rileggevo i miei lavori) ma non ho mai dato un peso rilevante a questi piccoli episodi, attribuitendo le mancanze al fatto che avevo cambiato piu’ lavori, oppure al fatto che l’organzzazione interna era molto carente, ad alto richio di errore ed arretrata, i colleghi non collaboravano o addirittura boicottavano ed ingigantivano qualsiasi inezia, oltre al fatto che ero nuova del posto e l’apprendimento e’ più lento alla mia età.
Ho intuito che qualche collega mi aveva denominata “la stordita” e questo, ovviamente, mi faceva soffrire perche’ so di essere competente nel mio lavoro.
In un momento dii sconforto ne ho parlato al mediico di base che mi ha rassiicurata dicendo che si trattava di un periodo di stress: mi ha fatto fare l’ecodoppler e tutto e’ risultato nella norma.
Tuttavia quando qualche giorno fa e’ scaduto il contratto e non mi hanno confemata: ho saputo che il titolare aveva messo in circolo la voce che sono una dislessica o autistica.
Su di me e’ piombato un macigno:’ non avevo mai preso in considerazione questa possibilità ed e’ stato un trauma.
Possibile che il mio sentirmi inadeguata e in colpa sia generato da una dislessia o da una situazione degenerativa?
Frugando nei ricordi, ricostruendo gli episodi, mi sono resa conto che potrebbe essere proprio questo il mio problema… eppure non mi era mai stato diagnosticato prima d’ora da alcun medico.. si tratta di cattiveria ed ignoranza o devo preoccuparmi?
Si tratta di una caccia alle streghe oppure di un reale disturbo finora ignorato e non accettato? Vi chiedo un parere da professionisti
ps. = dopo 2 gg. ho gia’ trovato un nuovo impiego ma ho tanta paura di non essere all’altezza, sono molto preoccupata e sfiduciata.
Grazie sin d’ora e cordiali saluti.

 

Gentilissima signora,

Anzitutto complimenti: l’aver trovato un nuovo lavoro in due giorni, in una età non più di “apprendistato”, per così dire, è veramente un ottimo successo, che è chiaramente dovuto alla sua competenza e alle sue capacità di auto-presentazione (e non dipende da altro).
Direi che è normale, quando si cambia lavoro, provare qualche incertezza e, quando capita di non riuscire a stabilire un buon rapporto con i colleghi (la perfezione assoluta non esiste), tutte le ansie, le incertezze, i sensi di inadeguatezza accumulati negli anni e rimossi grazie ai successi ottenuti, come per magia tornano a galla e si fanno sentire.
Tutto sommato questo è un bene, perché permette un contatto con sé stessi e con le proprie vulnerabilità: sapere di non essere infallibili ci aiuta a trovare equilibri migliori con la realtà e con l’ambiente che ci circonda. Detto questo però, occorre trovare in sé stessi la forza per andare avanti, con determinazione ed ottimismo. Se non sarà lei a mettere in evidenza quelli che ritiene i suoi punti di debolezza (distrazioni, vuoti di memoria, età non giovanissima ecc.), sono sicuro che non se ne accorgerà nessuno, dal momento che lei ha messo a punto delle strategie che finora l’hanno sempre aiutata a cavarsela alla grande. E così cerchi di continuare, ma puntando non solo sulle sue competenze e sul suo CV: cerchi anche di coltivare le relazioni sociali nell’ambiente di lavoro, perché forse il problema è lì.
Cordialmente,

Dr. Walter La Gatta

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Sbando completo – Consulenza online

sbandoBuongiorno,
sono Marco, ragazzo di 16 anni, e ho un gravissimo problema. In questo periodo infatti ho una fortissima ansia per la scuola. Non riesco più a vivere, ci sto soffocando dentro.
Sono sempre stato bravo a scuola, ho sempre portato a casa ottimi risultati. Per esempio, ho concluso i primi due anni del liceo scientifico con la media dell’8, anzi, tra 8 e 9. Ho avuto dei piccoli problemi magari durante gli anni, ma niente di grave, tutto risolvibilissimo in una settimana già.
Adesso sono in terzo, e la situazione è molto diversa. L’unica cosa uguale è che, nonostante tutto, io mi impegno, studio molto, come gli altri anni. E infatti ho, nonostante tutti i professori profetizzavano per il terzo sciagure, tutti 7 e 8. Quasi tutti. Infatti ho insufficienze in matematica e fisica. In matematica, molto probabilmente avrò il 5 alla pagella del primo quadrimestre, mentre in fisica posso ancora sperare di recuperare, in quanto deve farmi la seconda interrogazione e ha detto che ci aiuterà.
Il problema non è tanto il 5 in sé. Lo diciamo tutti in classe: il 5 si recupera eccome nel secondo quadrimestre. E se è l’unico 5 che hai, te lo abbuonano, mica ti mettono il debito. Io, come lei potrebbe aver capito, non mi accontento della sufficienza. E neanche della media del 7. Io voglio almeno la media dell’8, perché io so di lavorare tanto, so di meritarlo per tutte le ore che impiego per studiare (non “le butto”, perché in generale lo studio mi interessa), per soddisfare la mia ambizione. Quella stessa ambizione che mi muove per essere bravo anche nei rapporti con gli altri, a fare quello che posso nello sport, insomma, quella che muove la mia vita. E che adesso mi sta uccidendo. Perché sono spaventatissimo dalla scuola. Ho paura che inizi tutto a crollare, un tassello alla volta. Sono già caduto in matematica, materia dove ho le pressioni della prof perché da me si aspetta molto, in quanto “si nota un forte impegno e conoscenza degli argomenti” (il mio problema sono i calcoli). E mi aspetta, domani, un altro compito. Giusto per far capire, nonostante io abbia sempre studiato, abbia ripetuto tutto, sia stato tutto il pomeriggio sui libri, ho il terrore. Il panico di fallire. Ho fatto in questi ultimi 2 giorni degli incubi… non li ricordo bene, ricordo vagamente che c’entrava anche il paranormale (nonostante io sia ateo razionalista convinto), ma sono sicuro che sono connessi alla mia situazione di panico totale a scuola; pianti a dirotto durante lo studio, nervoso che mi impedisce di fare bene gli esercizi più facili. Poi c’è anche fisica che devo recuperare domani… sento che il professore mi odia, ce l’ha con me… non so per cosa, ma so che è così e che mi vorrà distruggere. Poi… ci saranno latino, i prof che porteranno i vari compiti, e sarò col panico, perché per me anche un 6 significa che sto crollando…
A questo punto, una precisazione. Non ho paura dei miei genitori. Con loro, nonostante tutto, ho un buon rapporto. Ho avuto con loro diversi litigi anche forti, per esempio quando mi hanno scoperto a fumare, quando ho iniziato a ritardare molto quest’estate sulle uscite, oppure quando questo capodanno non mi hanno fatto stare a Roma con gli amici, ma questo non significa nulla nel rapporto che ho con loro. Loro ci sono sempre per me, danno molta importanza alla scuola, ma sanno che il terzo è molto difficile e che un calo il primo quadrimestre ci sta tutto, vogliono spronarmi sì, ma non mi hanno mai aggredito.
Quindi… il terrore è puramente mio, di deludere me stesso, di non saper raggiungere i miei obbiettivi, a cui ci tengo troppo… e comunque di deludere le persone che mi sono intorno, perché alla fine per me, persona piuttosto timida, la considerazione degli altri, con i suoi limiti, è molto importante.
Vi sarei davvero grato se poteste aiutarmi… non so più come gestirmi. Sto allo sbando completo…

Caro Marco,

Per prima cosa fai un gran bel respirone, mettiti sulla sedia e ascolta quello che ho da dirti… Quando si ha una grande paura di qualcosa (nel tuo caso di non essere all’altezza delle attese degli altri),  o la tensione ti dà la carica migliorando la prestazione, oppure ti stressa, al punto di non consentirti più neanche le prestazioni abituali. Nel tuo caso dunque, l’eccessiva attenzione che ultimamente hai riservato alle tue paure, ai tuoi pensieri, alle tue preoccupazioni, invece di darti la carica ti ha confuso le idee e ti ha creato stress. In questo caso, c’è una sola cosa da fare: spegnere l’interruttore e concedersi qualche giorno di riposo e di relax mentale, in cui dormire molto e fare delle cose piacevoli e divertenti.
Dopo questo periodo di rilassamento, necessario per recuperare le forze, occorre riorganizzare la propria giornata: un certo tempo per lo studio, un certo tempo per il riposo (almeno 9-10 ore) e un certo tempo per le attività di svago. Una volte dunque ridefinito il tempo di studio, cerca di concentrarti soprattutto sulle materie che ti interessa recuperare: studia senza stancarti, prenditi delle pause. Immaginati, mentre studi, nella situazione più positiva che puoi immaginare (es. il professore che non solo non ce l’ha con te, ma ti sorride e ti dice che sei bravo. Il comportamento reale del prof non lo puoi determinare tu, ma sicuramente i pensieri che hai in testa puoi regolarli tu, e se questo ti fa bene, perché non provarci?). Fai le cose difficili con tanta concentrazione, ma senza stress: questo è il segreto per riuscire. Inoltre, cerca di non porti obiettivi eccessivamente elevati: fai il meglio che puoi e contentati di quello che ottieni. La volta successiva prova ad ottenere di più, ma sempre a piccoli passi. Infine sappi che le persone ti apprezzano per quello che vali interiormente, non per i voti che hai sulla pagella (a volte le due cose coincidono, ma non sempre…)
Cari saluti e buon lavoro.

Dr. Walter La Gatta

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Il difficile caso di suo figlio – Consulenza online

difficile casoSono entrata nel vostro sito per fortuna ed è un piacere scoprire che c’è chi dà un senso alla parola timidezza invece che usare altezzosi nomi chiusi della neuropsichiatria come autismo.

vi scrivo per parlarvi di mio figlio e del suo difficile caso. Mio figlio è un bambino nato nel 2001 da parto cesareo di peso normale e senza complicanze, era solo molto grosso è sempre cresciuto al 95 percentile, ha solo avuto problemi di orticaria e un ritardo nel linguaggio …esploso poi a 4 anni, quando ha iniziato la materna con una maestra divertente….dolce ed entusiasmante, il bambino ha sempre avuto un’ indole molto affettuosa nei confronti dei suoi coetanei, un grande desiderio di stare con loro e di relazionarsi, spesso il confronto con gli altri non è stato permesso da me per motivi di tempo, e ne ha molto sofferto

ebbene nonostante un cambio di scuola avvenuto a 5 anni, il bambino ha continuato a parlare senza difficoltà, anche se essendo figlio unico ed avendo sofferto di un divorzio e disinteresse paterno, è sempre risultato…inibito nei rapporti con i coetanei, pur avendo un articolato dizionario ne faceva ben poco uso

il nostro calvario è iniziato nel 2009 quando gli è stata diagnosticata una leucemia che è in corso di guarigione, la chiusura è stata totale ed ora ha una diagnosi di autismo, il mio spirito materno non accetta questa diagnosi, anche perchè il bambino parla tanto, canta si esprime, il suo mondo è stato spazzato via da un ospedale e dalle fobie materne che in regime terapeutico lo hanno isolato, creando in lui un disagio nelle relazioni, il mio spirito materno lo conosce più di tutti i medici che hanno fatto diagnosi grossolane senza osservarlo davvero che il bambino sia isolato e non frequenti la scuola è palese,che soffra della mancanza di coetanei è ovvio che si sia chiuso che la sua indole timidissima sia decisamente diventata patologica stando sempre in casa con madre e nonna è un dato di fatto nei prossimi mesi termineremo la terapia e elimineremo tutti i citostatici, il suo emocromo migliorerà e non sarà più a rischio infezione, riprenderà la scuola da autistico ( vi lascio pensare che in passato era uno dei più bravi e precisini della classe, pur essendo timido ) ora ha rimosso le sue conoscenze e tende a non palesare nemmeno le cose minime ) so che a vostro giudizio …così online tutta questa può sembrare la diagnosi di una madre che vuole vedere ciò che le fa meno male, ma dico io può un bambino socievolissimo diventare autistico ? è perchè ?secondo il mio parere un bambino socievolissimo e diligente in seguito ad un trauma può essere spinto a intimidirsi e a chiudersi per proteggersi?
non avendo raffronti con i coetanei tende a inibirsi e a non voler evolvere, ma l’ autismo è tutt’ altra cosa……. che la timidezza crei una sorta di rete da cui il bambino si sente schiacciato ?

vi ringrazio se vorrete leggere la mia sgrammaticata e frettolosa lettera, e ancor di più se mi risponderete via mail grazie

Gentile signora,

Grazie anzitutto per l’apprezzato complimento in apertura della sua mail. Il caso di suo figlio però è, come lei stessa dice, un caso difficile, che meriterebbe un’attenzione ed un approfondimento assai diversi da quello che possiamo offrire in questo spazio.
Al di là di questa premessa, è ovvio che autismo e timidezza condividono molti tratti comuni, ma se il primo è una patologia (in ogni caso con diversi livelli di gravità, come sta emergendo sempre di più in questi ultimi anni), la seconda è solo un aspetto del carattere, dovuto ad una sensibilità, sociale ed emotiva, che porta le persone a comportarsi in determinati modi, che possono essere più o meno adeguati alla realtà vissuta e al proprio ambiente sociale.
L’amore materno è uno strumento importantissimo per cogliere aspetti che nessun medico potrebbe cogliere, anche con i più sofisticati strumenti ma, come lei stessa dice, è possibile anche che, in determinati casi, porti fuori strada, in quanto non permette di valutare le cose in modo oggettivo.
Nel suo caso inoltre mi sembra di capire possano esservi, da parte sua, anche dei sensi di colpa, per l’avvenuto divorzio e (forse) per non aver dato a suo figlio il padre che avrebbe meritato.
Altrettanto problematica è ecrtamente questa reclusione forzata con due sole figure accudenti, la madre e la nonna, che certamente non rendono facile al bambino il superamento delle sue difficoltà.
Credo che, una volta superato il problema di salute più grave, lei faccia bene a non fermarsi al primo specialista ed a cercare delle conferme (o delle smentite) alla diagnosi ricevuta. Una volta certa della diagnosi, qualunque essa sia, stia certa che esistono oggi molti strumenti, farmacologici e terapeutici, per migliorare moltissimo la situazione data. Concludendo quindi, le consiglierei di provare a rilassarsi e ad avere fiducia in quello che il mondo scientifico può darle per essere aiutata in questo percorso.
Saluti cordiali.

Dr. Walter La Gatta

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Edwige Fenech è timida

FenechAnche Edwige Fenech è timida, nonostante i tanti film spinti girati negli anni settanta. Lo ha dichiarato lei stessa in una intervista al Corriere della Sera. Queste le sue parole: “Io preferisco stare dietro le quinte. Perché dovete credermi: sono afflitta da una timidezza che rasenta quasi la psicosi. Non amo apparire, ho fatto tanto cinema, eppure non mi sono mai sentita una diva. Il mio vero problema è che non mi sono mai presa sul serio».

Fonte:

Fenech e i set anni 70: quei film, una sofferenza, Corriere della Sera

A cura della Redazione del Sito
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