Responsabile Scientifico del Sito Dr. Walter La Gatta

 
13/12/2011

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RICERCHE IN BREVE - 1 -
  
A cura della Redazione di Clinica della Timidezza



Periodo:
Gennaio - Dicembre 2006
 


LIFE STYLE DRUGS

Le lifestyle drugs sono molecole che cambiano lo “stile di vita”. Grazie ad esse si supera la paura, la fame, il sonno, i limiti delle eiaculazioni quotidiane. Il mercato di queste sostanze è enorme: vale 20 miliardi di dollari, e si prevede che salirà a 29 per il 2007 perché sono gli stessi pazienti a chiederle. La paroxetina, ad esempio, usata per la terapia della “fobia sociale”, è pubblicizzata con lo slogan “immagina di essere allergico alla gente”. Certo, ci sono casi di vera “malattia psichiatrica” in cui i pazienti non riescono più a fare una vita sociale: non escono di casa, non vanno a lavorare, non frequentano amici. Questa è una forma psichiatrica vera, ma stiracchiandola può includere anche la timidezza che tutti specie in certe fasi della vita, provano. Insomma, stiamo trasformando in malattie quelle che sono normali espressioni del comportamento umano. Il processo ha un nome vecchio, si chiama “medicalizzazione”, e non ce ne libereremo, per questioni economiche: il settimanale economico Business Week ipotizza addirittura che il boom delle lifestyle drugs «potrebbe rendere l’industria farmaceutica il motore della crescita per l’intera economia Usa».
Il consumismo dei pazienti deriva dalla pubblicità che l’industria farmaceutica fa arrivare direttamente al pubblico. Basta incoraggiare l’auto-diagnosi, e l’auto-prescrizione. Basta far arrivare al consumatore la notizia che esiste una nuova molecola, parlare dei suoi vantaggi e tacerne gli effetti collaterali.
Quando si comincia a dare molecole chimiche a soggetti sani, chi decide qual è il livello accettabile dei rischi ? Dvrebbe esserci infatti una completa informazione sugli effetti collaterali: se la decisione di assumere o non assumere questo tipo di molecole viene lasciata al cittadino non più paziente, allora l’informazione non può essere solo quella che invita al consumo, ma deve essere un’attenta analisi e una spiegazione completa degli effetti collaterali che certo non può essere lasciata alle aziende produttrici come si fa oggi per i cosmetici.

Fonte: Focus via Ticino News
dic. 06

AUTOLESIONISMO

In uno studio su oltre 6000 allievi di scuola media superiore fra i 15 ed i 16 anni, si è visto che sono soprattutto le ragazze (11%, contro i maschi al 3%) a farsi deliberatamente del male, cioè sono 'autolesioniste'.
La stima riguarda circa 25.000 casi all'anno trattati negli ospedali dell'Inghilterra e del Galles Alcuni ricercatori di Bath e Oxford hanno scoperto recentemente che solo il 13 per cento degli 'incidenti' dichiarati dai ragazzi sono poi stati trattati in un ospedale pubblico (e dunque la stima è senz'altro minore rispetto alla realtà). Le sevizie che ci si infligge più di frequente sono l'autoavvelenamento e la pratica di fare dei tagli sul proprio corpo (64.5 per cento), seguito da avvelenamento per overdose (31 per cento). In molti casi, queste pratiche riguardano un periodo temporaneo della vita, in cui ci si sente particolarmente stressati, ma in ogni caso l'autolesionismo è un importante indicatore sulla salute mentale di un individuo e sul suo rischio di commettere suicidio. La ricerca ha avuto luogo in 41 scuole dell' Oxfordshire, Northamptonshire and Birmingham tra il 2000 e il 2001. Coloro che hanno dichiarato di aver compiuto atti di autolesionismo hanno poi descritto le modalità e le motivazioni Si è capito così che sia maschi che femmine praticano tale attività perché si sentono incapaci di far fronte allo stress. Questi soggetti inoltre hanno dichiarato di essere utilizzatori di droghe e alcool. L'atteggiamento autolesionista è più frequente tra ragazzi che sono stati oggetto di atti di bullismo o di abuso sessuale. Nella maggioranza dei casi, non si tratta di un atto pensato e progettato da tempo, ma di una reazione impulsiva. Ciò significa che c'è poco tempo per intervenire e prevenire tali atti. Il 20% dei ragazzi intervistati, che praticavano autolesionismo, hanno dichiarato che nessuno era a conoscenza del loro problema ed il 40% di loro ha detto che non avevano parlato con nessuno o cercato aiuto. La maggior parte di loro tuttavia ha dichiarato che, qualora avesse deciso di chiedere aiuto, lo avrebbe fatto rivolgendosi ai suoi coetanei. Di tutto questo occorre tener conto nello stilare un programma di prevenzione.

http://www.bath.ac.uk/

Fonte: Medical News

DIC 06

BUON UMORE E CREATIVITA'

Le variazioni del tono dell'umore influiscono sul modo in cui le persone apprendono le informazioni dall'esterno: il buon umore favorisce la creatività e riduce la concentrazione. Il cattivo umore permette invece di essere più attenti e efficaci con dei compiti di precisione. Un gruppo di ricercatori della Università di Toronto ha studiato il comportamento di 24 persone in base a due tipi di compiti: uno creativo, che esigeva una forte concentrazione, e l'altro visivo, che portava ad ignorare tutte le informazioni che provocavano distrazioni.
Risultati: quando dovevano fare delle associazioni di parole, i soggetti che erano di buon umore erano più efficaci, ma gli stessi avevano difficoltà a concentrarsi sulla lettura di un testo.
Dunque: essere allegri rende permeabili alle idee che provengono dall'esterno, mentre la tristezza porta le persone a chiudersi in sé stesse, rendendosi irraggiungibili.
I risultati completi sono pubblicati dalla Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (PNAS).

Fonte: Radio Canada
DIC 06

USO DEI FARMACI PER ANSIA E FOBIE

Una recente ricerca del Dipartimento di Psichiatria della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora (Maryland, USA) ha preso in esame 128 bambini di età compresa tra i 6 e i 17 anni ai quali era stato diagnosticato uno dei seguenti disturbi: fobia sociale (paura marcata e persistente delle situazioni sociali), ansia di separazione (angoscia e malessere eccessivi in occasione degli allontanamenti da casa, dai familiari o persone vicine) e ansia generalizzata (almeno sei mesi). Risultato: nella maggior parte dei casi, l'ansia tendeva a manifestarsi soprattutto con sintomi fisici, come irrequietezza, mal di stomaco, facilità ad arrossire, palpitazioni, tensione muscolare, sudorazione e tremori. I sintomi fisici potrebbero, soprattutto negli adolescenti, coprire e mascherare quelli psicologici.

Un altro studio, condotto da ricercatori dell'Hershey Medical Center di Hershey (Pennsylvania, USA) su 150 soggetti affetti da fobia sociale, ha confermato che i bambini tendono a manifestare uno spettro più ampio di sintomi psicologici, ma gli adolescenti possono avere una più grave compromissione del funzionamento sociale.Un altro sintomo spesso associato all'ansia è l'insonnia: nei bambini molto piccoli può anche essere la spia di un disturbo dell'umore della madre. Negli adolescenti affetti da disturbi d'ansia, l'insonnia è un sintomo piuttosto comune, come conseguenza diretta dello stato ansioso; talvolta può essere, però, il primo sintomo di una depressione.

Il legame tra ansia e depressione è testimoniato da un'indagine effettuata dal Dipartimento di Psicologia della McGill University di Montreal (Canada) su 418 studenti, che ha riscontrato similitudini nel modo di pensare dei ragazzi con sintomi ansiosi e depressivi. L'intervento farmacologico può essere utile in alcuni casi, ma persistono dubbi sulla sua efficacia in queste fasce di età. Le strategie psicoterapeutiche possono andare da interventi educativi sulla famiglia a terapie psicodinamiche o cognitivo-comportamentali.

Una ricerca del Centre for Health Studies di Seattle (Usa) ha riscontrato dipendenza nel 30% di un campione di 129 persone di età superiore ai sessant'anni che ricevevano benzodiazepine da due mesi, mentre un largo studio della National Yang Min University di Taipei (Taiwan), ha segnalato alte percentuali di prescrizioni inappropriate (farmaci a dosaggio troppo elevato, ad effetto troppo prolungato, o più farmaci con lo stesso effetto). L'uso delle benzodiazepine negli anziani andrebbe limitato ai casi di ansia o insonnia grave, dopo aver valutato lo stato funzionale del fegato; andrebbe del tutto evitato nei pazienti con alterazioni della memoria o affetti da demenza. Dosi minime e a tempo limitato.

Fonte: LaRepubblica
DIC 06

METODO MISTERY

Il metodo Mystery è stato inventato, come riferisce il settimanale Grazia, da un single canadese, Erik von Markovik, di mestiere prestigiatore e di aspetto del tutto normale, senza attributi di particolare avvenenza. Eppure Erik è diventato un seduttore irresistibile con al suo attivo una carriera più che decennale di successi. Il suo metodo spiega che la prima regola del perfetto Don Giovanni è ricordarsi che seduttori non si nasce e che occorre molta pratica. Per questo Mystery invita i suoi seguaci a dedicarsi ad un intenso allenamento sul campo, dedicando alla conquista quattro sere a settimana, avvicinando tre ragazze all’ora. Calcolatrice alla mano questo significa 200 approcci al mese, un giusto numero per vincere la timidezza e togliersi l’ansia di sentirsi rifiutati. E’ assolutamente normale, poi, almeno per i primi tempi, prepararsi in anticipo un repertorio di battute e argomenti da sciorinare all’occorrenza, caso per caso.

Il successo o il fallimento di un approccio dipendono dalla corretta applicazione delle tre fasi di corteggiamento: attrazione, creazione di uno stato di agio e comfort e infine seduzione. Le tappe devono seguire questo preciso ordine, pena il totale fiasco. L’attrazione reciproca è il primo necessario presupposto, ma da sola non basta, come pure è sbagliato indugiare troppo a lungo nella fase di “metterla a suo agio”: in questo caso si rischia di passare per “bravo ragazzo” e non per aspirante fidanzato. Altrettanto improbabile è passare dalla fase di attrazione a quella della conquista: riuscire a portarsi a letto una ragazza appena conosciuta è un fatto di pura fortuna in cui non è stato applicato alcun metodo.

Per attirare una bella donna il metodo migliore è quello di abbordare tutto il suo gruppo di amici, mostrandosi abili nella conversazione e addirittura ignorando l’oggetto principale del desiderio. Sbagliato anche eccedere con i complimenti: meglio prenderla un po’ in giro, magari facendole notare qualcosa che non va nel suo aspetto. Un esempio? “Belli i tuoi capelli, sei bionda naturale? No? Be’ sono belli lo stesso.” Sì anche alla strategia di darsi una finta scadenza programmata, cioè fingere di andarsene per un altro impegno: se si è abbordato tutto il gruppo, il distacco dispiacerà a tutti, compresa la ragazza del cuore.

E ad un certo punto arriva il momento del contatto fisico. Come si fa a capire che il momento è quello giusto? Innanzi tutto bisogna imparare a leggere il linguaggio del corpo. Per arrivare al bacio, servono almeno tre “indicatori di interesse” da parte sua: ad esempio, lei ti tocca, ride alle tue battute, riprende la conversazione quando tu la lasci cadere. Il vero nemico a questo punto è il ripensamento che lei può avere all’ultimo momento. In questo caso la cosa strategia migliore è assecondarla e riprendere da dove si è sviluppata la resistenza.

Per chi vuole approfondirne lo studio il Metodo di Mystery è un manuale in uscita alla fine di novembre presso le edizioni Tea, oppure si trova in Internet nel sito Web http://www.mysterymethod.com/

fonte: tgcom.it via ticino news
DIC 06

I DANESI SONO I PIU' FELICI

Alcuni ricercatori si sono chiesti, nel numero natalizio del British Medical Journal come facciano i danesi ad essere i 'cittadini più felici d'Europa', come un recente sondaggio li ha classificati. Cosa hanno di diverso dagli svedesi o dai finlandesi, popoli che a noi mediterranei sembrano del tutto simili? Può forse essere l'aspetto fisico, il colore dei capelli, o il corredo genetico, oppure la qualità del cibo, l'uso del linguaggio, la salute, la vita familiare, l'economia? I ricercatori hanno preso in considerazione tutti questi fattori e le conclusioni cui sono giunte sono le seguenti: primo (sic!) aver vinto nel 1992 i campionati europei di calcio, il che sembra aver fornito ai danesi una iniezione di euforia e di fiducia che ha cambiato loro la vita, rendendo tutto molto più soddisfacente.
Secondo: i danesi non hanno aspettative troppo elevate.

In Italia e in Grecia, (non a caso le ultime due nazioni europee in questa speciale classifica della felicità), i cittadini si aspettano sempre molto dall'anno che verrà, come del resto fanno, poverini, anche gli Svedesi e i Finlandesi.

Diversi sono invece i Danesi, ed ecco ciò che li differenzia dagli altri popoli nordici (e mediterranei): essi non hanno aspettative elevate, ciò che si aspettano dal futuro è del tutto realistico.

La chiave della felicità dunque , secondo i ricercatori è questa: poche (e realistiche)aspettative sul futuro.

Fonte: Science Daily
DIC 06

I PRIMOGENITI RICEVONO PIU' ATTENZIONI DA PARTE DEI GENITORI

Utilizzando dei dati tratti da uno studio sull'uso del tempo, da parte degli americani, il ricercatore Joseph Price, della Cornell University, ha scoperto che i primogeniti ricevono 20-30 minuti di tempo in più, ogni giorno, da parte dei genitori, rispetto ai fratelli minori. I genitori dedicano insomma al primogenito un 'tempo di qualità' superiore rispetto a quello che ottiene un secondogenito di pari età, nella stessa famiglia o in una famiglia similare. Nelle famiglie con due bambini, dice lo studio, il primogenito riceve circa venti minuti di tempo in più da parte del padre e 25 minuti in più da parte della madre, nel periodo compreso fra i quattro anni ed i tredici anni. Questo porta ad un totale di 3.000 ore di tempo in meno per il secondogenito. Price ha presentato questa ricerca al convegno della Society of Labor Economics nel Maggio 2006, che dovrebbe essere pubblicata a breve sul Journal of Human Resources.

Fonte: Eurekalert
Link: Cornell University
DIC 06

IL SENSO DELL'UMORISMO ALLUNGA LA VITA

Alcuni ricercatori della Facoltà di Medicina dell'Università norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU) e del St. Olav’s Hospital di Trondheim, Norvegia, hanno scoperto che il senso dell'umorismo non solo riduce la mortalità, ma accresce le probabilità di sopravvivenza per chi ha una seria malattia. Questo si legge su The International Journal of Psychiatry in Medicine numero 3/2006.
Nel mese di gennaio di uno specifico anno, tutti i pazienti che soffrivano di malattie renali dell'area di Sør-Trøndelag sono stati invitati a partecipare allo studio. Erano tutti molto malati e dovevano sottoporsi a dialisi almeno una volta alla settimana (alcuni anche tutti i giorni), per purificare il sangue da quelle sostanze che normalmente i reni dovrebbero filtrare verso l'urina. Senza la dialisi questi pazienti sarebbero morti. Approssimativamente, l' 80 per cento di loro ha risposto a domande sull'età, il genere, il livello di formazione scolastica, la qualità della loro vita e, naturalmente, il senso dell'umorismo.
Conclusioni: i pazienti che avevano un punteggio elevato per il senso dell'umorismo avevano meno probabilità di morire (-30%) rispetto agli altri pazienti, in un periodo stimato di due anni. Nessun altro elemento considerato sulla qualità della vita dei pazienti si è mostrato così importante e significativo come il senso dell'umorismo.

Fonte: Medical News Today

L'ECSTASY FA MALE

Una ricerca australiana che ha raccolto i suoi dati dai frequentatori di rave party nelle maggiori città del Paese conferma che le pasticche di ecstasy producono danni cerebrali di lungo termine. Dopo decine di studi sugli effetti della droga sui topi di laboratorio, la ricerca condotta dal farmacologo Rod Irvine dell'università di Adelaide è la prima che abbia potuto misurarne gli effetti sugli esseri umani.

Nonostante le conoscenze acquisite sugli effetti di breve termine, come l'overdose a anche la morte, i danni di lungo termine finora sono stati modellati solo in base alle ricerche sui topi di laboratorio. I dati raccolti su animali suggeriscono che vi sono effetti di lungo termine nell'assumere queste droghe, in particolare menomazioni cognitive.

Ciò significa che i giovani che assumono ecstasy si espongono a problemi di memoria e di conoscenza negli anni a venire.

Fonte: Corriere della Sera
10-06

ANSIA SOCIALE IN NUOVA ZELANDA

L'ansia sociale è un disturbo che affligge uno su venti neo-zelandesi. Chi ne soffre, non mangia di fronte ad altre persone perché teme di sporcarsi col cibo, non usa il computer davanti agli altri perché pensa di essere criticato, considera il parlare in pubblico come un incubo.
I ricercatori della Christchurch School of Medicine descrivono questa sintomatologia come la paura di essere giudicati, con l'aspettativa di ricevere un giudizio negativo ed umiliante. Il mese scorso è partito uno studio da 100.000 $ che spera di dare validità ad un programma computerizzato di auto-aiuto. Un progetto separato, di 75.000 $ sta cercando di capire come una persona che soffre di ansia sociale percepisce le persone intorno a sé, in modo da utilizzare queste informazioni per creare un programma di trattamento.
I risultati si aspettano per la fine dell'anno.
Il novantacinque per cento dei casi di ansia sociale iniziano prima dei venti anni. Normalmente ci vogliono 15 anni prima che una persona decida di farsi curare. Del resto i timidi non stanno sulle prime pagine dei giornali, non sono pericolosi per la comunità e dunque la società si occupa molto di loro. Le sofferenze ed i disagi devono dunque essere opportunamente nascosti dagli interessati, evitando le situazioni in cui il disturbo si manifesta nella sua forma più evidente e dolorosa. Ma perché soffrire se il rimedio c'è? Il miglior trattamento consiste nella terapia cognitivo-comportamentale, ma il problema è che non ci sono abbastanza psicologi in Nuova Zelanda.
Ad esempio nella unità sanitaria di Christchurch c'è una lista d'attesa di otto-nove mesi.
Per chi vive fuori dai centri abitati non resta che spendere 120 $ per seduta oppure cercare un aiuto tramite internet.
Negli adolescenti il disagio si esprime nel non voler leggere ad alta voce in classe, nel non voler prendere parte ad una squadra sportiva o ad un assemblea, perché hanno paura di essere guardati e giudicati male. Alcuni esperimenti condotti sulla fobia sociale hanno riguardato il parlare in pubblico: le persone che hanno partecipato a questi studi hanno sovrastimato ogni piccolo passaggio negativo nella loro prestazione. Un altro studio condotto dalla Christchurch School of Medicine, che ha riguardato 30 pazienti, ha invitato questi ultimi a classificare le espressioni di 264 facce che apparivano su uno schermo per un secondo. Dovevano dire se erano felici, tristi, arrabbiati, disgustati ecc. Le immagini erano state ritoccate per rendere quasi neutrale qualsiasi espressione. Ci si attendeva che le persone con fobia sociale tendessero a vedere più delle altre delle facce 'arrabbiate' I risultati saranno pronti fra qualche settimana.

Fonte: Stuff
10-06

TIMIDEZZA E CANCRO

E’ abbastanza accettato ormai che lo stress influisca negativamente sulle condizioni della salute e sul sistema immunitario: e allora, ci si domanda, la persona cronicamente timida, che deve affrontare quotidianamente degli stress enormi, solo per parlare con altre persone? E’ a maggiore rischio di cancro?

Una ricerca della University of Chicago sta cercando di capire come il carattere possa influenzare alcuni aspetti della salute. Queste ricerche fanno capo ad una nuova disciplina: la psiconeuroimmunologia. Il mese scorso, nel journal Hormones and Behavior, sono stati pubblicati i primi risultati, non ancora definitivi, dello studio in corso sulla relazione fra cancro e timidezza.

Lo studio è cominciato esaminando le reazioni di alcuni topini di laboratorio. Si doveva vedere chi di loro, esplorando un ambiente nuovo, avesse un temperamento più ‘avventuroso’ e chi più ‘timido’.

I roditori appartenevano ad una razza che era predisposta allo sviluppo di forme tumorali alla mammella e alla ghiandola pituitaria.
Il gruppo di lavoro ha scoperto che i topi classificati come timidi sviluppavano dei tumori prima di quelli più sicuri di sé, e morivano circa sei mesi prima.

Questi risultati coincidevano con quelli ottenuti in un precedente studio, per cui alcuni topi maschi, classificati come ‘timidi’, morivano prima degli altri, anche se non si ammalavano di cancro.
Non si può escludere che un animale apprensivo sperimenti maggiore stress in alcune situazioni, il che potrebbe portare al rilascio di maggiore quantità di ‘ormoni dello stress’, che possono poi danneggiare cellule e tessuti… Ma i topi timidi però non avevano un maggior livello di ormoni dello stress in corpo: anzi, ne avevano di meno! E allora?

Il team di ricercatori cercava nel posto sbagliato la causa dei tumori aggressivi contratti dai ratti? Forse. Uno studio pubblicato lo scorso giugno nella rivista Nature Medicine da un gruppo di ricerca dell’Università del Texas suggerisce che lo stress cronico possa influire sulla crescita del tumore, permettendo la diffusione di angiogenesi, attraverso il sangue che va a nutrire le cellule tumorali.

Ma possono esservi state anche altre relazioni, sempre legate allo stress. Ad esempio i topi di sesso femminile che si erano mostrati più apprensivi, tendevano anche ad avere delle mestruazioni più irregolari nel periodo della loro adolescenza. Questo potrebbe aver influito sui loro ormoni riproduttivi, che possono a loro volta aver dato luogo ai tumori alla mammella.

Ma potrebbe esserci anche un’altra causa, capace di determinare sia il tumore, sia la timidezza. Sono solo supposizioni, ma se ad esempio immaginiamo che esiste un gene legato sia al comportamento, sia allo sviluppo di cellule neoplastiche, in questo caso, non sarebbe corretto dire che il comportamento causa lo sviluppo del tumore: occorrerebbe trovare una relazione più solida tra le due cose.
Quello che c’è di meraviglioso in tutto ciò, dicono i ricercatori, è che si cominica una ricerca per trovare dei risultati che vanno nella direzione esattamente opposta a quella che si cercava… Questo è, dicono, il linguaggio con il quale la biologia ci parla..
Fonte: Sun Sentinel
10-06

NIENTE PRESERVATIVI: SIAMO TIMIDI

Alcuni ragazzi sotto i 25 anni associano i preservativi alla mancanza di fiducia, mentre altri pensano che per indossare un profilattico necessiti esperienza sessuale, che potrebbe essere un fattore aggiuntivo per gli uomini, ma non necessariamente per le donne.
In un'indagine condotta attraverso oltre 250 studi differenti del comportamento sessuale dei giovani, i ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine hanno scoperto che alcuni fattori accomunano i ragazzi di paesi differenti nella loro repulsione per i preservativi.
"Lo studio fa una sintesi delle scoperte chiave della ricerca, che aiutano a comprendere il comportamento sessuale dei giovani e perché sarebbero spinti a fare sesso non protetto", dicono il dottor Cicely Marston e Eleanor King in uno studio pubblicato nel giornale di medicina The Lancet.
Gli autori della ricerca hanno scoperto che, paragonata a quella degli uomini, la libertà sessuale delle donne è universalmente soggetta a più restrizioni. Punizioni per comportamenti trasgressivi che vanno da critiche verbali a omicidi d'onore, nei quali una donna che si ritene abbia disonorato la famiglia viene uccisa.
I diversi studi condotti fra il 1990 e il 2004 hanno evidenziato che i giovani valutano il rischio che il partner sia un potenziale portatore di una malattia, e la necessità di utilizzare un preservativo, in base al suo aspetto e a quanto bene lo conoscono.
Ci si attende che gli uomini siano sessualmente molto attivi, mentre le donne caste, secondo i dati raccolti in diversi paesi fra cui Gran Bretagna, Australia, Messico e Sud America.
"Le nostre scoperte contribuiscono a spiegare perché molti programmi di prevenzione contro l'Hiv non funzionano", dicono i ricercatori.
"I programmi che forniscono informazioni e preservativi, senza prendere in considerazione i fattori sociali cruciali messi in evidenza nello studio, affrontano il problema solo in parte", aggiungono gli autori delle ricerche.

Fonte: Reuters
10-06

L'ANSIA E LA MALATTIA ORGANICA

Viene prima l'ansia o la malattia organica? E' vero che i soggetti ansiosi si ammalano più degli altri? Dei ricercatori canadesi hanno tentato di dare una risposta a questa domanda, analizzando i dati di circa 4.200 persone, che in passato avevano preso parte ad uno studio tedesco sulla salute, tra il 1997 ed il 1999. I partecipanti allo studio furono visitati da un medico e da uno psichiatra e riempirono diversi questionari: uno indagava su 44 specifiche condizioni di salute, un altro si occupava invece della qualità della vita, misurando il benessere fisico, il dolore, lo stato di salute in generale.

La visita psichiatrica era volta a determinare se la persona soffriva di problematiche ansiose, come attacchi di panico, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, agorafobia.

I partecipanti allo studio dichiararono di aver sofferto in precedenza di disturbi ansiosi nei mesi precedenti (8,4%) ed altri (60,8%) dichiararono di aver avuto problemi di tipo organico.

La maggior parte delle persone con problemi ansiosi e organici avevano contratto il disturbo ansioso PRIMA del problema fisico e tendevano ad avere una qualità della vita peggiore di coloro che avevano o solo un problema di ansia o solo un problema fisico.
I ricercatori di questo studio, pubblicato su Archives of Internal Medicine uscito il 23 Ottobre, osservano che avere una malattia fisica può causare preoccupazione e ansia, e che in questi casi lo stato ansioso potrebbe nel tempo accrescersi fino a diventare un vero disturbo d'ansia. Avere un disturbo d'ansia però può influire sulle condizioni biologiche e contribuire a creare la malattia fisica. C'è una terza condizione, osservano i ricercatori, che può essere quello della dipendenza da sostanze, che può essere collegata sia ai disturbi d'ansia che alla malattia fisica.
Gli autori pertanto suggeriscono di cercare di curare, nei malati di malattie organiche, non tanto la depressione, come si tende a fare ultimamamente, ma l'ansia.

Fonte (HealthDayNews)
10-06

BACIARE

Alcuni studi scientifici, riportati dal quotidiano Independent di Londra parlano, niente di meno, di baci. Ne esistono infatti diverse categorie : quello "nell'aria", che si avvicina alle guance ma non vi posa le labbra, limitandosi a produrre l'onomatopeico "smack" dei fumetti; c'è il bacio tra uomini, diventato più comune, incluso quello tra uomini politici ; c'è il bacio tra donne ; il bacio casto, il bacio sensuale, il bacio di riappacificazione, il bacio svogliato. Ricercatori dello Stranmillis University College di Belfast ne hanno esaminati di ogni tipo, dai baci scambiati tra centinaia di volontari a quelli fra sconosciuti, concludendo che la maniera in cui ci si bacia è uno specchio della personalità e del carattere.
Per esempio, circa l'80 per cento della gente, uomini e donne, gira la testa verso destra quando si avvicina alla persona da baciare.
Secondo uno studio pubblicato dal giornale scientifico Lateral, ciò significa che sono più emotivi del restante 20 per cento, che bacia girando la testa verso sinistra. "Volgendo la testa a destra, l'individuo rivela la propria guancia sinistra, che è controllata dall'emisfero destro del cervello, quello in cui ha sede l'emotività", spiega il dottor Julian Greenwood dell'università di Belfast.

Un altro recente studio sui baci, condotto da psicologi tedeschi, afferma che baciare fa bene alla salute e dispone positivamente ad affrontare problemi e difficoltà: coloro che baciano il proprio coniuge o partner ogni mattina vivono mediamente cinque anni più a lungo di coloro che non lo fanno; e chi bacia spesso avrebbe addirittura il beneficio di meno incidenti automobilistici, meno giornate di malattie sul lavoro, un salario più alto di chi non lo fa.

Fonte: La Repubblica
10-06

VIVERE IN CAMPAGNA

Non è detto che abitare in campagna sia sempre garanzia di benessere psicologico: negli Stati Uniti un'indagine promossa nel 2004 dall'Amministrazione dei Servizi per l'Abuso e la Salute Mentale ha rilevato un incremento del 269% in dieci anni dell'abuso di analgesici narcotici nelle aree rurali, contro un incremento del 58% nelle grandi aree metropolitane. Le piccole città presentavano un valore intermedio: 175%, comunque superiore alla media nazionale (155%). A conclusioni analoghe è giunta una ricerca, condotta a Taiwan su oltre 1000 studenti di età compresa tra i 13 e i 15 anni, che ha evidenziato una maggiore presenza di disturbi mentali nelle campagne che in città. Più problemi del comportamento, maggior uso di tabacco, alcool e altre sostanze, differenze nell'incidenza di ansia e depressione. L'unico disturbo più frequente in città sembra essere la fobia sociale, paura persistente e irresistibile di tutte le situazioni sociali che possono creare imbarazzo.

Fonte: La Repubblica
10-06


LE ESPRESSIONI FACCIALI SONO EREDITARIE

Le espressioni facciali, secondo una nuova ricerca, si trasmettono di generazione in generazione. Un team di ricercatori israeliani ha scoperto che le espressioni facciali fra membri della stessa famiglia mostrano molte somiglianze.
Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Questa ricerca conferma un'idea che Charles Darwin espresse già nel lontano 1872.
Nel suo famoso libro, L'espressione delle emozioni nell'Uomo e negli Animali, Darwin suggerì infatti che le espressioni facciali fossero innate, non apprese.
Ed infatti, i ricercatori israeliani confermano che le espressioni, di gioia, rabbia, paura eccetera, sono assolutamente simili nell'ambito familiare, tanto che costituiscono una sorta di 'firma'.
Il gruppo di ricerca dell'Università di Haifa ha analizzato le espressioni facciali di 21 soggetti volontari, non vedenti dalla nascita, e dei loro familiari.
Essi sono stati portati a parlare delle loro esperienze: gioia, tristezza, rabbia eccetera e, mentre parlavano, i ricercatori registravano le loro espressioni.
Nel mettere a confronto i risultati, si è scoperto che le espressioni facciali dei soggetti non vedenti erano del tutto simili a quelle dei loro familiari, soprattutto per quanto riguardava le emozioni negative. La ricerca è stata condotta da Gili Peleg, dell'Istituto dell'Evoluzione presso la Università di Haifa, la quale ha dichiarato che il prossimo passo sarà quello di cercare il gene che influenza le espressioni facciali.

Fonte: BBC News
10-06

PERCHE' NON SI AMA IL RISCHIO

Una sterlina guadagnata vale quanto una sterlina persa? Assolutamente no.
C'è una montagna di prove che la paura di perdere il denaro è più forte del desiderio della sua accumulazione.
Quando ci si confronta con questo money gamble, vincere 150 sterline o perderne 100, la maggior parte delle persone rifiuta di scommettere, anche se il guadagno è più grande della possibile perdita. Occorre un compenso di almeno due volte l'importo della perdita per convincere le persone a scommettere.
Il Professor David Laibson spiega le cose in questi termini: 'Viviamo le nostre vite come se le perdite fossero due volte peggiori di quanto una vittoria sia buona'.
Questi sono gli argomenti di una nuova scienza, la neuro-economia, la quale suggerisce che responsabili di tutto questo sono i potenti impulsi che provengono dai circuiti che regolano le emozioni nel cervello.
Pazienti con danni all'amigdala, uno dei centri delle emozioni, e alla corteccia orbitofrontale che la influenza, sono più propensi a giocare d'azzardo: in più dell'80% dei casi scommetteranno le 150 sterline di vincita contro le 100 di perdita.
I loro sistemi di controllo delle emozioni, così compromessi, permettono al pensiero razionale di prevalere quando si devono prendere delle decisioni. Forse responsabile di tutto ciò è l'evoluzione, dal momento che le grosse perdite comportano un 'rischio esistenziale' assai più grande di quanto ne porti una vincita. Il Professor Colin Camerer ha affermato: “Avere un po' di cibo in più è bello, ma avere meno cibo può essere causa di morte. E' come un allarme antincendio. Se si spegne quando ti stai facendo un tost è irritante, ma se si spegne quando c'è un incendio, è veramente grave'.

Fonte: Timesonline
10-06


PIU' EMOZIONI AMBIVALENTI, PIU' CREATIVITA'

Le persone che sperimentano emozioni diverse e contrastanti sono più creative. Christina Ting Fong, ricercatrice presso la University of Washington Business School ha affermato che questa particolare sensibilità nel riconoscere delle particolari associazioni, è quello che rende maggiormente creativi sul posto di lavoro. Non è vero che provare emozioni contrastanti sia sempre un male, dice la ricercatrice, sia per il lavoratore, sia per la Organizzazione. Lo studio della Fog è apparso sul numero di Ottobre dell'Academy of Management Journal. Per arrivare a questo concetto, che l'ambivalenza emotiva del lavoratore può avere conseguenze positive, utilizzabili per il successo aziendale, la Fog ha condotto due studi: nel primo ha chiesto a 102 studenti universitari di descrivere alcune esperienze particolari della propria vita, ricordando le emozioni di felicità, tristezza, ambivalenza, neutralità. Ha poi utilizzato il Remote Associates Test, che esplora la capacità di riconoscere temi comuni tra parole apparentemente non collegate fra loro. I risultati hanno mostrato che, sebbene non vi fosse differenza fra persone felici, tristi o neutrali, le persone che si sentivano ambivalenti si sono mostrate assai più portate ad eseguire questa prova di creatività. Nel secondo studio la Fog ha mostrato a 138 studenti una clip del film "Il Padre della Sposa" o uno screen saver neutro. Nella clip c'è una giovane donna alla vigilia del suo matrimonio che discute col padre della felicità di sposarsi, ma anche della tristezza di lasciare dietro di sé la sua infanzia e la sua giovinezza. Lo screen saver e la clip del film erano stati scelti per capire quali persone si sentissero neutrali o ambivalenti. Poi anche questo gruppo di studenti è stato sottoposto al Remote Associates Test. Risultato: le persone che mostravano ambivalenza emotiva mostravano di essere più creative. Sorprendentemente, non vi erano differenze fra coloro che mostravano emozioni (positive o negative) e creatività.
Conclusione della ricercatrice: quando le persone sperimentano emozioni contrapposte, si percepiscono come se fossero in una situazione che potrebbe contenere molte associazioni inusuali e per questo reagiscono utilizzando al meglio il poprio pensiero creativo.
Negli studi precedenti, la Fog aveva trovato che le donne che hanno una posizione di quadro in una organizzazione, sono più ambivalenti di quelle che hanno una posizione inferiore. Combinando i due studi si potrebbe giungere dunque a dire che le donne che hanno un ruolo di prestigio in una organizzazione possono essere dei manager più creativi.

Visita anche: University of Washington

Fonte: Medical News
10-06

LE DONNE SOFFRONO DI ANSIA PIU' DEGLI UOMINI

Molti disturbi d'ansia e fobie sono più comuni nelle donne che negli uomini. Così si legge in un nuovo studio, chiamato Coping with Anxiety and Phobias, pubblicato dalla Harvard Medical School. Gli scienziati hanno analizzato fattori biologici e ormonali che possano provare queste disparità fra uomini e donne. Si è visto così che le donne hanno il doppio di possibilità di soffrire di attacchi di panico, o fobie sociali, rispetto agli uomini, ed hanno tre volte in più la possibilità di soffrire di agorafobia (paura dei luoghi aperti). Come se non bastasse, hanno una maggiore predisposizione a soffrire anche di fobie specifiche, per particolari situazioni. Dal 10% al 14% delle donne possono avere, nella loro vita, il disturbo post traumatico da stress (PTSD), contro il 5-6% degli uomini. Il 6.6% delle soffre di un disturbo d'ansia generalizzato (cioè non legato a particolari esperienze o situazioni ma, appunto, 'generalizzato') contro il relativo 3.6% degli uomini. La differenza potrebbe essere legata a fattori ormonali. L'estrogeno infatti interagisce con la serotonina—un neurotrasmettitore che regola il tono dell'umore, il sonno, l'appetito. Le donne e le ragazze poi hanno, in confronto agli uomini, maggiore possibilità di subire degli abusi, e questo potrebbe spiegare il Disturbo post-traumatico da stress. Gli abusi subiti nell'infanzia sembrano produrre dei cambiamenti nella chimica e nella struttura cerebrale e questo può predisporre gli individui ai disturbi d'ansia. Non si pensi tuttavia che l'ansia sia un problema SOLO femminile: ne soffre un uomo su cinque.

Fonte: MedIndia
10-06

ANCHE IN COREA SI SOFFRE D'ANSIA

Uno su quattro degli adulti soffrirebbe di ansia, secondo uno studio recente, condotto dalla Korean Anxiety Medical Association, nello scorso mese di marzo. Sono stati intervistati 1,000 adulti, uomini e donne, di età compresa fra i 20 ed i 69 anni, residenti a Seoul ed in altre cinque città coreane. Il 6% delle persone che hanno risposto al questionario hanno mostrato di avere problemi così seri da richiedere un trattamento medico e psicoterapico. (Meno del 20% di questi soggetti stava effettivamente curando il proprio disturbo) . La ricerca ha indicato che un lieve disturbo tende poi a diventare cronico, se non viene curato. Il problema, secondo gli scienziati che hanno condotto la ricerca, è che le persone tendono dapprima a negare di avere un problema e trascorre diverso tempo prima che essi ne acquisiscano consapevolezza. Gli esperti hanno anche osservato che questi disturbi d'ansia non sono del tutto estranei allo stile di vita condotto nelle società moderne, anche a causa degli alti tassi di disoccupazione. In ogni caso, sono pochi quelli che accettano di essere curati: i più pensano di potercela fare da soli a superare i propri problemi. In Corea, sembra che i disturbi psicologici non meritino una terapia, concludono i ricercatori.

Fonte: The Korea Times
10-06

OSSITOCINA

Recenti studi hanno scoperto che l'ormone ossitocina ha un ruolo nel determinare la risposta allo stress, particolarmente allo stress sociale. L'ossitocina è presente nella madre al momento del parto e permette l'inizio dell'allattamento, ma tutti hanno piccole dosi di ossitocina, secrete dalle ghiandole pituitarie. Quando viene fornita ad una persona 'normale' una dose elevata di ossitocina, sembra che questa sperimenti l'emozione della paura in forma molto ridotta.
Questi studi fanno dunque ipotizzare che le persone che soffrono di fobia sociale o paranoia manchino di un sufficiente livello di ossitocina per sviluppare la sicurezza di sé.

Fonte: The Enquirer
10-06

BAMBINI TROPPO PREOCCUPATI

La Dr.ssa Marilyn Campbell psicologa e ricercatrice presso la University of Technology di Queensland afferma che gli adulti spesso sottostimano lo stato d'ansia dei loro figli, le loro frequenti paure e preoccupazioni. Tutti i ragazzi hanno paure 'normali', come quella che sotto il letto vi sia un mostro, ma le ricerche da lei condotte hanno msotrato che tra il 10 ed il 17% dei bambini nella scuola elementare sono eccessivamente preoccupati, al punto di compromettere seriamente la qualità della loro vita. Questo accade, secondo la ricercatrice, mentre genitori ed insegnanti ne sono completamente ignari, perché non riconoscono i segnali inviati dai piccoli. Secondo la Campbell ci si è occupati finora solamente di timidezza e con questo si è voluto spiegare praticamente tutto. In questo modo non sono stati diagnosticati appropriatamente i disturbi dell'apprendimento, oppure la fobia scolastica, considerati invece come semplici espressioni di 'cattiveria'. Ma se molti bambini stanno male, non dormono, hanno la nausea, non riescono ad andare sull'autobus, è perché sono eccessivamente preoccupati. Questi problemi d'ansia, secondo la ricercatrice, se non risolti subito, possono trascinarsi anche nel periodo adolescenziale, con il risultato di fare imbattere questi ragazzi iperansiosi in problemi di droga, disturbi alimentari, depressione ecc.
Che fare? Dire ai piccoli di non preoccuparsi non basta: occorre che genitori ed insegnanti lavorino insieme per tranquillizzare i bambini ed aiutarli ad esprimere le loro emozioni.

Fonte: The Australian

ALDOSTERONE ED ANSIA

Esperti italiani hanno scoperto l'ormone che provoca l'ansia: è l'aldosterone.La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Psychotherapy and Psychosomatics. Da una ricerca su un gruppo di pazienti con eccesso di aldosterone e' emerso che esiste una relazione tra questo ormone e i disturbi degli stati d'animo, come ansia, paura, attacchi di panico. Di qui - secondo i ricercatori - si potrebbero impiegare nuovi trattamenti piu' mirati ed efficaci.
La ricerca è stata condotta presso l'Università di Padova. Prendendo in esame un gruppo di pazienti affetti da una malattia causata da un eccesso di aldosterone, ha spiegato Nicoletta Sonino è emerso il possibile legame tra la molecola e disturbi dell'umore come ansia e panico. In particolare, nello studio pilota sono stati coinvolti pazienti con iperaldosteronismo primitivo o Sindrome di Conn, una malattia dovuta ad un adenoma delle cellule della zona glomerulare della corteccia surrenale e pazienti affetti da un'altra forma di iperaldosteronismo. I ricercatori hanno esplorato con una serie di test standard, come quelli utilizzati in psichiatria, la presenza eventuale ed il tipo di disturbi della sfera dell'umore di cui i soggetti si trovavano a soffrire.
Il quadro emerso appare piuttosto chiaro: la probabilità statistica con cui i malati di eccesso di aldosterone soffrono di ansia e panico è di gran lunga maggiore rispetto alla media riscontrata nella popolazione in generale. Inoltre, sono emersi tra questi soggetti casi di disturbo ossessivo-compulsivo, irritabilità dell'umore e casi frequenti di demoralizzazione. In studi precendenti era già stata osservata una possibile connessione tra ansia e la famiglia degli ormoni corticosteroidi, della quale fanno parte sia l'ormone dello stress (il cortisolo) sia lo stesso aldosterone. Quest'ultimo ormone, prodotto dalle ghiandole surrenali, è estremamente importante per la regolazione della pressione sanguigna. La genesi del disturbo dell'ansia e della paura sarebbe, quindi, con grande probabilità, connessa proprio alla presenza di quest'ormone, conclude la Sonino, anche se sono necessari altri studi su un campione più vasto di pazienti per potersi basare su una copertura statistica maggiore. Ma questa scoperta apre una strada agli scienziati che studiano il funzionamento dei meccanismi biologici alla base di questi disturbi, indirizzando la cura verso trattamenti più efficaci con un notevole miglioramento per i soggetti che ne sono affetti. Se le sperimentazioni confermeranno questa ipotesi, potrebbero sperare in una migliore qualità della loro vita tutti gli ansiosi eccessivi, troppo spesso limitati nella libertà quotidiana da quel piccolo inferno di panico e paure.

Fonte: Repubblica
Sett 06

I MECCANISMI NEURONALI CHE PRODUCONO ANSIA

Circa il 25% delle persone sperimenta gli effetti dei disturbi d'ansia in qualche momento della vita, ma si sa ancora poco sui meccanismi molecolari del cervello che contribuiscono a creare questi stati ansiosi. Il Dr Robert Pawlak, un neuroscienziato della Università di Leicester, ha vinto il premio Marie Curie che gli permetterà di ottenere un finanziamento per condurre un progetto di ricerca che porterà probabilmente a stabilire se vi sono dei modi più efficienti per curare le condizioni di disagio dovute allo stress. La memoria della paura è codificata nei cambiamenti dei collegamenti neuronali chiamati 'sinapsi' in un processo che si chiama 'plasticità'. Il Dr Pawlak ha recentemente scoperto che la proteasi (proteine che distruggono altre proteine) ha un ruolo significativo in questo processo e contribuisce a produrre paura ed ansia in situazioni di stress. Afferma il ricercatore: "Comprendere le basi dello stress, della paura e dell'ansia è estremamente importante nella nostra società. La forma più drammatica, il disordine da stress post-traumatico (PTSD) è causata da depressione, paura, ansia e può anche portare al suicidio". Comprendere i meccanismi neuronali che producono questi stati mentali dunque è essenziale.
FONTE: University of Leicester
Sett 06

ABUSI VERBALI

Un nuovo studio della Florida State University ha scoperto che i bambini che subiscono abusi verbali nella prima infanzia crescono poi come adulti depressi ed ansiosi. Secondo la Professoressa Natalie Sachs-Ericsson, che ha condotto la ricerca: "Dobbiamo cercare di istruire i genitori sugli effetti a lungo termine che hanno gli abusi verbali che commettono sui loro figli"
Lo studio ha riguardato 5.614 persone fra i 15 ed i 54 anni. Queste persone erano molto critiche verso sé stesse ma, ha scoperto la ricerca, trovano molto giovamento nella terapia cognitivo-comportamentale. Infatti, questi soggetti devono cambiare lo stile del loro pensiero, sostituendo i nodi emotivi con dei pensieri più razionali ed imparando a cambiare i comportamenti che hanno in determinate situazioni. Dallo studio è emerso inoltre che circa il 30 per cento dei genitori commette abuso verbale sui figli.
I genitori possono aver imparato tali metodi educativi, a loro volta, dai loro genitori, ma a volte sono semplicemente inconsapevoli che possono esistere dei sistemi più efficaci per motivare i figli o imporre loro una disciplina. I figli infatti, registrano queste frasi che dicono loro i genitori e tornano ad utilizzarle ogni volta che qualche cosa non va per il verso giusto.
Se ad un figlio gli si fa credere che è un 'cretino' perché non ha fatto bene il compito in classe, poi il ragazzo crescerà nella convinzione di essere un cretino in qualsiasi cosa faccia.
I ricercatori si raccomandano di non sottovalutare il problema, dal momento che anche i bambini che hanno subito un abuso fisico o sessuale non sono critici verso sé stessi come quelli che hanno subito abusi verbali e non vanno incontro, come questi ultimi, a gravi forme di ansia e depressione.

Fonte:
Ericssonsachs@psy.fsu.edu
Florida State Universityhttp://www.fsu.edu
06

CONSOLARE I BAMBINI E' MEGLIO CHE FARLI PIANGERE

E' stato condotto uno studio (pubblicato su journal Pediatrics) che ha riguardato un campione di genitori danesi, americani e inglesi. Si voleva capire quale fosse il comportamento più adeguato in presenza di un neonato con crisi di pianto: consolarlo o lasciarlo piangere? I genitori dovevano tenere un diario. Questi i risultati: a cinque settimane di vita i bambini che erano stati lasciati soli a piangere piangevano il 50% in più di quelli che erano stati consolati. La differenza rimaneva la stessa quando i bambini avevano 12 settimane di vita. Dunque, meglio consolarli: piangono di meno.

Fonte : Medical News

TEMPO PER ELABORARE UN GIUDIZIO

Ci vuole un attimo...
Quando vediamo un volto, il nostro cervello decide in pochi attimi se la persona che abbiamo davanti è attraente e affidabile. Precisamente ci vuole un decimo di secondo, secondo una recente ricerca svoltasi a Princeton, dove lo psicologo Alex Todorov ha scoperto che le persone rispondono di impulso alla visione di un volto. Il ragionamento, insomma, c'entra poco, dato che la nostra risposta è così immediata che non aspetta la fine delle nostre considerazioni 'razionali'.
Ci vuole un attimo per capire se una persona è in possesso di quei tratti somatici che riteniamo gradevoli o sgradevoli, ma anche riguardo ai suoi tratti del carattere, ed anche alla sua capacità e competenza, anche se non abbiamo scambiato una sola parola con questa persona. Todorov e la co-autrice Janine Willis hanno pubblicato questa ricerca nel numero di luglio del journal Psychological Science. Todorov aveva già condotto una ricerca simile, scoprendo che in un solo secondo noi decidiamo, osservando il viso di un politico, se ci possiamo fidare o meno di quella persona. L'osservazione più accurata, con un tempo maggiore, non cambia il giudizio, ma fa si che la persona si senta più sicura delle sue scelte. Il ricercatore tiene comunque a precisare che questo non significa che la mente razionale non possa influire nel modificare queste impressioni createsi in pochi attimi. Ad esempio, lavorando insieme ad una persona, la conosciamo meglio e possiamo sicuramente modificare il primo giudizio espresso su di lei. Ciò che va evidenziato, dice il ricercatore, è che questi giudizi avvengono ad un livello assolutamente inconscio, del quale non abbiamo il controllo. Non sappiamo infatti perché alcuni tratti del viso ci fanno avere un certo giudizio su una persona. Sappiamo ad esempio perché un volto ci appare attraente: perché c'è simmetria nel suo viso, c'è rispetto delle proporzioni. Ma che cosa c'è nel viso che ti fa pensare che una certa persona è competente? Questo ancora non si è capito e sarà oggetto della prossima ricerca.

Princeton University
Contattare: Chad Boutin cboutin@princeton.edu
06

TEMPO PER DIRE 'TI AMO'

Secondo una ricerca condotta presso la Bath University, perché l’attrazione fisica si trasformi in amore occorre almeno un anno. Per arrivare a questa conclusione. sono stati somministrati dei questionari di autovalutazione a 147 coppie che si sono incontrate su Match.com, agenzia di incontri on-line, scoprendo che il 61 per cento dei partecipanti ha avuto bisogno di un intero anno per pronunciare il famoso “Ti amo”.
Le donne (inglesi) sono risultate più restie al pronunciamento degli uomini. Sempre in base a questa ricerca, risulterebbe che una volta scoperto l’amore, inesorabilmente il rapporto di coppia migliora l'aspetto della complicità e della possibilità di raggiungere una più profonda intimità, ma influisce negativamente sull'attrazione sessuale fra i partners.

Fonte: Libero
06

I GIUDIZI DEGLI ANSIOSI

Gli adulti ansiosi riescono a percepire con maggiore velocità i cambiamenti nelle espressioni facciali delle persone. Il problema è che, nel registrare questi cambiamenti, arrivano a conclusioni spesso errate, perché dettate dalle emozioni che essi vivono nei rapporti sociali.
E' un serpente che si morde la coda: gli errori commessi nella interpretazione delle emozioni altrui infatti genera conflitti ed incomprensioni nelle relazioni sociali dei soggetti più ansiosi.
R. Chris Fraley, professore di psicologia presso la University of Illinois spiega: "Le nostre ricerche mostrano che individui molto ansiosi - persone molto insicure nelle loro relazioni sociali - sono più attenti nell'interpretare le espressioni facciali dell'altro, ma commettono anche più errori degli altri in questo tipo di interpretazioni". Fraley ed i suoi collaboratori hanno chiesto ai partecipanti alla ricerca di vedere filmati di facce in cui l'espressione gradualmente cambiava passando da uno stato emozionale ad uno neutro e viceversa. I partecipanti dovevano fermare il filmato non appena si accorgevano di cambiamenti nelle loro espressioni. Come detto, i più ansiosi erano i più veloci, ma commettevano più errori.
Se questi soggetti altamente ansiosi erano invece spinti a prendersi la stessa quantità di tempo, prima di emettere un giudizio, lo stesso tempo che utilizzavano i soggetti meno ansiosi, essi erano in grado di giudicare le espressioni facciali degli altri in modo molto più accurato dei non-ansiosi.
In conclusione: gli ansiosi sono più bravi nel discriminare le emozioni facciali degli altri, ma la loro rapidità di giudizio li porta ad attribuire agli altri delle emozioni che essi non provano, e questo genera le difficoltà nelle relazioni sociali che tutti conoscono. Questa ricerca, davvero molto interessante, verrà pubblicata nel prossimo numero di Agosto del Journal of Personality.

Fonte: Medical News
06

ASMA E AUTOSTIMA

Molti bambini che vivono in città soffrono di asma, ma coloro che hanno una maggiore stima di sé stessi e possono contare su solide abilità sociali, hanno meno probabilità che i loro sintomi asmatici possano interferire con la vita scolastica.
Lo afferma uno studio, pubblicato nel Dicembre 2005 dal Journal of School Health. Del resto l'asma, si sa, influenza la frequenza scolastica, limita le attività fisiche, fa perdere il sonno. Se non curata nel modo appropriato, l'asma può influenzare il rendimento scolastico.
Ebbene, i ricercatori hanno trovato che accrescere l'autostima nei bambini può essere di molto aiuto per attenuare i sintomi. Avere questa risorsa permette infatti di partecipare di più alle attività e limita la perdita di sonno.
Per saperne di più:
Carol L. Vieira
cvieira1@lifespan.org
Lifespan
06

L'IRA NEI BAMBINI

«L’ira è una delle emozioni più comuni» sottolinea «Focus Junior», il periodico scientifico interamente dedicato ai più piccoli che, nel numero di marzo, dedica un intero capitolo alla rabbia, per spiegarla ai bambini e aiutarli a farne i conti senza far danno. A sè stessi prima di tutto.

Attraverso le ricerche ed i commenti di due psicologhe, l’inglese Margot Sunderland e l’italiana Giuliana Proietti, l’inchiesta porta per mano i ragazzi a familiarizzare e riconoscere le situazioni e gli stati d’animo che portano alla rabbia, dal senso dell’ingiustizia alla solitudine, dalla gelosia all’invidia, sentimenti spesso repressi ma che il corpo racconta comunque.
Ma che cos’ è che fa ribollire dentro un fuoco che sembra davvero così difficile da contenere? «La rabbia più tosta - si spiega - viene quando offendono i nostri sentimenti». Ma non solo. Anche il senso di «ingiustizia» o una mancata «ricompensa» può portare un bambino, ma anche un adulto, a sentire dentro come una bomba ad orologeria, pronta a scoppiare.

«L’attacco di rabbia - si spiega - è spesso la conseguenza di un piacere negato, un gioco, per esempio, o di una mancata ricompensa che ti aspettavi di avere e che ti hanno soffiato. E la stessa cosa può accadere quando, invece che cibi e giocattoli, la ricompensa riguarda i nostri affetti».
Margot Sunderland, una psicologa inglese che ha studiato molto questo argomento, nel servizio fa l’esempio di Tom «che ha il cuore spezzato perchè la sua mamma è incantata dal fratellino appena nato e guarda meno lui che, a quel punto, inizia a diventare sempre più aggressivo».

«Anche quando l’amore verso un’altra persona, un genitore o un amico, e il conseguente bisogno di stare con lei non viene appagato, infatti, -sottolinea Sunderland - può nascere una rabbia ancora più difficile da controllare e che può portare a comportamenti violenti, come spaccare le cose e picchiare o agire comportamenti devianti». Che fare?

«Parlatene» è il suggerimento avanzato ai giovani lettori incavolati. «Anche stare molto tempo da soli, soprattutto quando non è una libera scelta, - avverte il giornale - può far aumentare rabbia e aggressività».
Ed in questi casi, secondo la psicologa Giuliana Proietti, la prima cosa da fare «è sforzarsi di capire cosa sta succedendo e parlarne con qualcuno di cui si ha fiducia». Dunque: sfogarsi. «Se non vengono le parole, - spiega ancora la psicologa - si può anche provare a mettere fuori ciò che si prova con dei disegni o qualche altra attività, come una bella corsa o uno sport faticoso».

E se proprio l’ira straripa e non si riesce a contenerla, «per evitare di far male a qualcun altro, - afferma la psicologa - meglio prendere a pugni un cuscino, accanirsi su un tamburo o qualcos’altro che produca rumore e provare a fare dei bei respironi profondi per rilassarsi». «Sì perchè, contrariamente all’incredibile Hulk, magari potete anche diventare verdi di rabbia, ma non avrete alcun superpotere in più se iniziate a spaccare tutto» avverte l’esperta.

Se le parole non escono, il corpo invece parla eccome. Dal cervello ai pugni chiusi ogni gesto, postura o tic rivelano l’ira che cova dentro. «Tutto parte dal cervello e, in particolare, - dice ancora Proietti - da un organo che è un po’ il nostro sistema di allarme di fronte a eventuali pericoli esterni: l’amigdala e ne esiste una per ognuno dei 2 lati del cervello».
«Di fronte a qualcosa che sentiamo come una minaccia fisica o psicologica, - prosegue - l’amigdala si attiva e predispone il nostro corpo a fuggire, se prevale la paura, oppure a difendersi e attaccare, se prevale la rabbia».

Il risultato è che «il battito del cuore, la sudorazione e la temperatura del corpo aumentano, la faccia si trasforma e diventa rossa, i muscoli iniziano a stringersi, si serrano i pugni, ci si irrigidisce. E a volte - conclude la psicologa Proietti - si arriva anche a tremare».

27/2/2006

Fonte: Focus jr
02-06

I GIOVANI ADULTI SONO PIU' FELICI DEGLI ADOLESCENTI

Una ricerca della University of Alberta mostra che il senso di benessere psicologico arriva una volta superata l'adolescenza e che le ragazze lo raggiungono più velocemente dei loro coetanei maschi. La Dr.ssa Nancy Galambos del Dipartimento di Psicologia ha seguito un campione di ragazzi per un periodo di sette anni ed ha scoperto in particolare come il periodo fra i 18 ed i 25 anni segni la transizione fra l'adolescenza e l'età adulta. Questo non significa, naturalmente, che un certo disagio psicologico non rimanga o persista anche una volta superati i venti anni... Tutti sappiamo che non è così; lo studio parla, in generale, della tendenza a stare meglio con gli altri e con sé stessi. E poi c'è il discorso dei sessi: le ragazze hanno mostrato dei livelli di depressioni significativamente più alte nei 18 anni, ma poi si è visto che recuperano più in fretta dei loro coetanei e a 25 anni non c'è più alcuna differenza fra i sessi, da questo punto di vista almeno.
Lo studio ha inoltre scoperto che depressione e rabbia giovanile decrescono più velocemente se il ragazzo o la ragazza hanno due genitori con cultura universitaria.
La ricerca è stata pubblicata sul giornale Developmental Psychology.
Contatti : Dr. Nancy Galambos,
Faculty of ArtsUniversity of Alberta,
(780)492-4607
06

SALUTE E PENSIERO POSITIVO

Sono veramente moltissimi gli studi fatti negli ultimi anni sullo stile del pensiero ed i suoi effetti sul sistema immunitario in particolare e sul corpo, in generale. La depressione può peggiorare la salute dei cardiopatici, come lo stress può più facilmente predisporre alle influenze. Ora, ricercatori dellaUniversity of Wisconsin hanno scoperto che le persone che mostrano un'attività cerebrale intensa in una particolare area del cervello hanno maggiori possibilità di far fronte agli eventi negativi della vita. Melissa Rosenkranz ed i suoi colleghi hanno monitorato l'attività di 52 uomini e donne e chiesto loro di scrivere il resoconto dei momenti più negativi, dal punto di vista emotivo, della propria vita. Poi, ad ogni soggetto è stata inalata una dose di virus influenzale e quindi è stato misurato a questi soggetti il livello degli anticorpi presenti nel loro sangue, per vedere se e come i loro corpi stavano combattendo contro il virus del vaccino. Hanno così scoperto che i soggetti con una più alta attività elettrica nella corteccia prefrontale destra durante l'evocazione dei momenti difficili della propria vita hanno prodotto un minor livello di anticorpi, indicativo delle differenze immunitarie. Rosenkranz dice che lo studio è il primo passo verso la scoperta del meccanismo neurale che spiega gli effetti della mente sul corpo. Lo Studio è stato pubblicato nei Proceedings of the National Academy of Sciences.

Fonte: Psychology Today
06

CORTISOLO PER RIDURRE LE FOBIE SOCIALI

Una terapia a base di cortisolo, l’ormone dello stress, potrebbe ridurre le fobie sociali e la paura dei ragni o altre fobie legate ad esempio a stress post-traumatico . La dimostrazione arriva da una sperimentazione clinica su 60 individui con fobia sociale o paura dei ragni condotta da Dominique de Quervain, della Divisione di Ricerca Psichiatrica all’Università di Zurigo. I buoni risultati della sperimentazione sono stati riportati sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS.

L’idea di usare contro le fobie il cortisolo, l’ormone dello stress, viene dal fatto che questo ormone è fisiologicamente rilasciato durante un attacco di paura e in queste situazioni riduce i livelli d’ansia fobia-indotta. Inoltre è noto agli esperti che il cortisolo interferisce con l’abilità di rievocare i ricordi. Ciò ha suggerito agli psichiatri svizzeri che il rilascio di cortisolo durante un attacco fobico avrebbe potuto ridurre i sintomi dell’attacco bloccando la rievocazione dei ricordi legati alla paura.

Per testare la loro ipotesi i ricercatori hanno somministrato a 60 individui (40 affetti da fobia sociale, 20 da aracnofobia) cortisolo o cortisone un’ora prima di esporli a uno stimolo che scatena l’attacco fobico; quindi, per esempio, un’ora prima di farli parlare in pubblico o di mostrargli un ragno.

Rispetto al gruppo placebo questa terapia ripetuta più volte ha ridotto significativamente la portata dell’attacco fobico indotto dallo stimolo collegato alla fobia. A riprova dell’efficacia del cortisolo, gli individui del gruppo trattato con placebo rispondono a uno stimolo fobico con un attacco di paura tanto più intenso quanto minore è il cortisolo naturalmente rilasciato nel loro organismo in seguito allo stimolo fobico.
Gli esperti sono dunque convinti che una terapia a base di cortisolo, meglio se insieme a psicoterapia comportamentale, possa ridurre se non eliminare del tutto le fobie e l’ansia post-traumatica da stress.

Fonte: Soravia LM et a. "Glucocorticoids reduce phobic fear in humans". PNAS 2006;103(14):5585-90.
Via: Yahoo! Salute

ENURESI IN BAMBINI E ADOLESCENTI

Una ricerca (il team era composto dalla Chinese University of Hong Kong e dal Prince of Wales University Hospital) ha scoperto che un ragazzo su cinquanta bagna il letto. La ricerca è stata condotta a Hong Kong dove sono stati esaminati 16.500 bambini e ragazzi di età compresa fra i 5 ed i 19 anni. Il 3% di loro bagnava il letto di notte ed uno su cinque fra essi aveva problemi di incontinenza diurna.
Lo studio, pubblicato sul British Journal of Urology ha scoperto che, come ci si aspettava, il problema veniva in genere superato col crescere dell'età, ma in alcuni casi il problema persisteva in adolescenza e diventava di crescente, maggiore gravità.
Circa l'82% dei ragazzi di età compresa fra gli 11 ed i 19 anni che soffrono di questo problema,bagnano il letto più di tre volte alla settimana, ovvero ildoppio delle volte riscontrate in bambini al di sotto dei 10 anni. Le cause possono riguardare una vescica di ridotta capacità, instabilità durante il sonno e l'incapacità di svegliarsi quando la vescica è piena. . La ricerca ha riscontrato anche il problema delle incontinenze diurne: circa il 32% dei ragazzi fra gli 11 ed i 19 anni che bagnano il letto di notte soffre anche di incontinenza diurna, il doppio del 15% riscontrato sotto i 10 anni.
A 19 anni, solo il 3% dei ragazzi ed il 2% delle ragazze bagnavano il letto. Il Professor Chung Yeung, Presidente della International Children's Continence Society e leader di questa ricerca ha consigliato di non trascurare il problema e di curare i bambini, affinché non si portino dietro l'enuresi fino alla tarda adolescenza. Il consiglio per i genitori dunque è quello di non trascurare il problema e di cercare di non diminuire la quantità di liquidi ingeriti dal bambino: semmai il contrario, ovvero farlo bere di più ed insegnargli ad andare in bagno più volte al giorno, prima che la vescica sia completamente piena.

Fonte: BBC News

ALLIEVI DEPRESSI

Ragazzi svogliati, irritabili e disattenti sono sempre presenti in una classe. Sono tipi riservati, silenziosi, poco comunicativi, anche a livello gestuale. Probabilmente sono depressi.
A Londra si è tenuta una conferenza il cui focus era cercare di individuare i sintomi della depressione adolescenziale e gli strumenti da utilizzare per dare aiuto.

Nel Regno Unito, il censimento del 2001 ha mostrato che lo 0.9% dei ragazzi fra 5 e 1 anni era depresso, ovvero, uscendo fuori dalla freddezza delle cifre, circa 68.000 ragazzi in difficoltà.
Studi più recenti hanno innalzato la percentuale della depressione dei ragazzi sopra i dodici anni fra l’1,4 ed il 5%.

Il problema è che la depressione, oltre che distruggere l'autostima ed interferire negativamente con le crescenti abilità sociali del giovane, ha un impatto negativo sull’apprendimento scolastico.
Quale che sia il livello di depressione dei ragazzi, che come per soggetti adulti può essere lieve, apprezzabile o alto, ciò che viene meno è la concentrazione, che invece dovrebbe essere al centro dell’impegno scolastico dei giovani.

Un episodio sporadico di depressione potrebbe durare dai cinque ai sette mesi e potrebbe portare il ragazzo a farsi idee sbagliate sul suo conto. E' frequente trovare ragazzi che pensano di sé stessi: 'non sono capace a interagire con gli altri, non so farmi valere'. Un adulto, se attraversa un periodo di depressione può mettere a confronto ciò che è stato con ciò che è attualmente, può riconoscere di attraversare un periodo di crisi: il ragazzo no, non ha esperienze precedenti che possano sostenerlo in un momento di sfiducia circa le proprie possibilità.

Ecco perché la depressione adolescenziale va presa molto sul serio. Secondo gli psicologi inglesi, paradossalmente, ricevere una diagnosi di depressione può essere d’aiuto: 'sono così perché sono depresso, non perché non valgo niente, come pensavo… '

I ragazzi si deprimono per vari motivi: complesse situazioni familiari anzitutto, ma anche l’ossessione di voler essere magri, prendere o non prendere le droghe, fare o non fare sesso, più tutti gli impegni e le tensioni della scuola. Così la vita di un adolescente può essere tutt’altro che spensierata e diventare insopportabile.

Forse, secondo le testimonianze di presidi di scuola inglesi intervenuti alla conferenza, i medici sono troppo riluttanti nell’accettare queste depressioni infantili e adolescenziali, come se i sintomi fossero dei tratti di personalità e non l’effetto di una sindrome depressiva.

Si è detto inoltre che la depressione in età adolescenziale ha un forte impatto anche sulle famiglie, che non sanno come far fronte ai problemi di ansia sociale, alle fobie scolastiche, agli attacchi di panico dei loro ragazzi.

Gli insegnanti poi, possono accorgersi di questi sintomi depressivi? Chiaramente no, non è il loro mestiere, ma possono certamente notare dei cambiamenti nel comportamento, per esempio nel fare i compiti a casa, una perdita di interesse nelle amicizie, oppure la manifestazione di ansia o timori irrazionali.

Nella scuola di Acland Burghley, a nord di Londra, è stato messo a punto un programma di supporto da otto anni, coordinato da Vavi Hillel, la quale seleziona dei volontari di tutte le età che interagiscono con i suoi allievi. Il supporto sociale dei pari è cruciale per aiutare i ragazzi nei loro periodi di depressione. Parlare con un altro ragazzo della propria età infatti può essere d’aiuto per un ragazzo, più che parlare con una persona adulta. Questi giovani volontari 'auditori' poi sono in grado anche di socializzare, di interagire con i loro ‘assistiti’ e quindi possono offrire il supporto del gruppo di amici quando il ragazzo o la ragazza non riescono ad averne uno.

Fonte: The Guardian
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ANCHE I TOPI SONO EMPATICI

Anche i topi soffrono nel veder soffrire gli altri topi
La settimana scorsa, alcuni scienziati che stavano studiando l'esperienza del dolore nei topi hanno trovato una forte evidenza del fatto che anche fra i topi vi sia una forte dose di empatia quando si vede un altro soffrire. In una serie di esperimenti, riportati nella rivista Science, i neuroscienziati hanno dimostrato che i topi provano maggiore sofferenza nel vedere un consanguineo soffrire, piuttosto che un estraneo.
Questa empatia è stata definita 'contagio emotivo', ovvero un precursore dell'empatia umana.
Orangutani e scimmie mostrano chiaramente questa empatia vedendo soffrire altri membri e così fanno elefanti e delfini, ma non si sapeva ancora nulla dei topi e questo studio viene a colmare questa lacuna.
"Frans B. M. de Waal, un primatologo della Emory University, Jeffrey S. Mogil, neuroscienziato presso la McGill University, ed una squadra di ricercatori hanno studiato come i topi provavavo questo dispiacere nel veder soffrire gli altri, in varie situazioni. Per far soffrire i topi-vittima sono stati fatti provare ad esempio dei terribili mal di stomaco, o gli si è scaldata un'area del pavimento della gabbia per vedere quanto tempo impiegavano a saltare via.
Quasi certamente i topi si trasmettevano dei segnali chimici, ma è apparso evidente che il messaggio 'ho un dolore' si trasmetteva anche attraverso la vista, perché se non vedevano la scena, soffrivano di meno. Anche per i topi infatti sembra valga la legge dell'occhio non vede e cuore non duole, soprattutto se chi soffre è qualcuno che non fa parte del proprio nucleo familiare.
Dunque anche i topi potrebbero avere delle espressioni facciali capaci di trasmettere i sentimenti provati? E' presto per dirlo, ma sembrerebbe di si.

Fonte: New York Times
06

MALATI DI TIMIDEZZA

In un articolo di Panorama si legge: Una volta si chiamava timidezza, ora si chiama «disturbo d'ansia sociale». Consiste in «un senso generale di disagio quando si è in mezzo ad altre persone che può limitare la propria capacità di interagire». Una campagna di pubbliche relazioni ben orchestrata, che in Italia è stata meno ossessiva rispetto ad altri paesi, ha cominciato a sensibilizzare su questa condizione, che sarebbe sottodiagnosticata e sottocurata.

L'articolo si riferisce al fatto che, sembra ormai appurato, molte industrie farmaceutiche sovvenzionano convegni e perfino associazioni di pazienti, per richiamare l'attenzione su alcune malattie 'decise a tavolino'. L'industria della salute, per assicurarsi una continua crescita del mercato, sta insomma trasformando i normali alti e bassi della vita quotidiana, disturbi lievi e comuni, in malattie potenzialmente serie per cui è necessario assumere farmaci.

Un fenomeno su cui medici, ricercatori e giornalisti specializzati cominciano a mettere in guardia. Uscirà ad aprile Gli inventori delle malattie (Lindau) del giornalista medico Jörg Blech, che segue di pochi mesi il libro Farmaci che ammalano (Nuovi Mondi Media) di Ray Moynihan e Alan Cassels.

Fonte : Panorama
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L'ANSIA DA SEPARAZIONE NEI BAMBINI

Il Dr. Biederman, che ha condotto una ricerca longitudinale su un gruppo di genitori che soffrivano di attacchi di panico e sui loro bambini, ha scoperto che questi ultimi hanno molte possibilità di sviluppare gli stessi problemi psicologici dei genitori. In particolare, il campanello d'allarme, secondo lo psichiatra, è quello dell'ansia da separazione intorno ai cinque anni. L'ansia da separazione nei figli di genitori che soffrono di attacchi di panico dovrebbe essere considerata molto seriamente, perché è il sintomo che fa prevedere lo sviluppo di problemi maggiori, fra cui agorafobia, fobia sociale, ansia generalizzata e depressione maggiore.

Fonte: Med Page Today
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ANSIA, DEPRESSIONE ED ECSTASY

I bambini con sintomi di ansia e depressione possono accrescere la tendenza all’uso di ecstasy in adolescenza ed anche dopo. Lo dice uno studio pubblicato oggi sul BMJ-British Medical Journal.

L’uso di ecstasy è associata a problemi dell'area emotiva, come depressione, sintomi psicotici, disturbi d’ansia. Quello che non è chiaro è se i problemi emotivi sono una conseguenza dell’uso di ecstasy, o se sono la causa che porta all’uso di questa sostanza.

Dei ricercatori olandesi, in uno studio condotto su 1580 soggetti, dall’infanzia all’età adulta (la prima valutazione è stata fatta nel 1983), hanno dimostrato che i soggetti che mostravano segni di ansia e depressione nel 1983 hanno avuto un rischio maggiore degli altri di diventare utilizzatori di ecstasy.

Questa droga infatti facilita le relazioni sociali, dà euforia, senso di rilassamento ed è abbastanza naturale che persone ansiose e depresse siano sensibili alla possibilità di beneficiare di questi effetti per alleviare i loro sintomi.

In ogni caso, il consumo di questa droga può far aumentare i sintomi di depressione e questo spiega il legame trovato in altri studi fra uso di ecstasy e depressione nell'età adulta.

Contact: Emma Dickinson
edickinson@bmj.com
BMJ-British Medical Journal
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IL BDNF E LE FOBIE SOCIALI

Eric Nestler, e Lisa Monteggia della Southwestern Medical Center hanno scoperto che togliendo a dei topi di laboratorio un gene presente in due aree cerebrali critiche per piacere e dipendenze(il BDNF, un fattore di crescita importante nel cervello che potrebbe avere un ruolo nella genesi della fobia sociale, dello stress post-traumatico e della depressione)i topi senza il gene non si lasciano impaurire dai compagni aggressivi, né da fonti di stress sociale che indurrebbero topolini normali a un vero e proprio isolamento sociale e a uno stato di remissione
Gli esperti hanno sottoposto il gruppo di topi alle angherie di compagni prepotenti, condizionandoli fino a stressarli a tal punto da innescare in loro fobia sociale e stato depressivo, nonché tendenza a fuggire anche topolini piccoli e innocui.
I topi senza BDNF, anche quando esposti all'aggressività degli altri topi, non sembrano risentirne nel comportamento. Il BDNF potrebbe dunque avere un ruolo nei comportamenti legati allo stress e alla fobia sociale.
Fonte: Ansa 10-02-06

ALESSITIMIA E DEPRESSIONE

Le precedenti ricerche sulla alessitimia (l’incapacità di riconoscere le proprie emozioni) e sulla depressione avevano portato ad una controversia: l’alessitimia doveva essere vista come un fenomeno momentaneo (di stato), o come un tratto stabile della propria personalità?

L’intento di uno studio durato cinque anni e pubblicato nel numero di Marzo della rivista Psychotherapy & Psychosomatics era quello di esaminare la stabilità nel tempo dell’alessitimia in pazienti non ricoverati, che soffrivano di una depressione maggiore. Il campione era di 116 persone (49 uomini e 67 donne), tutti con problemi di depressione.
I tratti relativi all’alessitimia sono stati riscontrati attraverso l’uso di una scala di Alessitimia (TAS-20) ed il grado di depressione con il Beck Depression Inventory. I pazienti sono stati ri-testati dopo un periodo di cinque anni. Si è così visto che i valori sia dell’alessitimia che della depressione erano diminuiti in questo arco di tempo, anche se l’alessitimia rimaneva più stabile. I tre fattori che determinano l’alessitimia si sono comportati in modo differente: la difficoltà nel riconoscere i sentimenti e la difficoltà di descriverli si associavano ad una diminuzione dei sintomi depressivi, mentre così non era per il pensiero orientato verso l’esterno. L’alessitimia sembra collegata con la severità della depressione nei pazienti, ma mostra anche una relativa stabilità nel tempo. Il che dimostra, secondo i ricercatori, che l’alessitimia rappresenta un tratto di personalità stabile, ma anche un fenomeno momentaneo di cui si può diventare dipendenti.

Per saperne di più: http://www.karger.com

BAMBINI E TIMIDEZZA

La timidezza, per i genetisti, si traduce in una sigla: 5-HTTLPR, la variante di un gene che, quando è presente nel Dna di una persona, si traduce in un insieme di comportamenti che gli psicologi etichettano come timidezza. Chi ha il gene, è più inibito dei suoi coetanei, non riesce a rapportarsi con gli altri, rischia l’emarginazione. Da adulto ha buone probabilità di diventare una persona ansiosa, un alcolista, per esempio, dal momento che l’alcol è uno dei più potenti ansiolitici che si conoscano. Il legame fra la particolare variante del gene 5 -HTTLPR, che regola il trasporto della serotonina, uno dei più importanti mediatori chimici del cervello, e il comportamento di timidezza sociale è stato dimostrato da una ricerca appena pubblicata sulla rivista Archives of General Psychiatry da un gruppo di ricercatori dell’università Vita-Salute del San Raffaele di Milano coordinati dallo psicologo clinico Marco Battaglia, che hanno lavorato in collaborazione con l’Istituto Eugenio Medea - Nostra famiglia di Bosisio Parini (Lecco).
La ricerca è stata condotta su 49 bambini di età compresa fra i sette e i nove anni.
Prima fase: i ricercatori hanno seguito, nel corso di un anno, i bambini definendone il grado di timidezza in ambito sociale. Parallelamente, il loro Dna è stato sequenziato e analizzato, utilizzando semplici prelievi di saliva.
Seconda fase: gli esperti hanno studiato l’attività cerebrale dei bambini in risposta a certi stimoli; in particolare hanno valutato la reazione di fronte all’immagine di volti, presentati in forma di videogioco, che esprimevano differenti sentimenti (gioia, rabbia, ostilità ecc.)
Risultato: tutti i bambini, indipendentemente dalla loro predisposizione genetica, esprimevano, attraverso la loro attività celebrale, accettazione nei confronti di volti gioiosi. Viceversa: soltanto i bambini timidi, cioè i possessori della variante del gene, reagivano male di fronte all’espressione di volti ostili.
Il cervello dei bambini timidi, cioè di quelli che posseggono una particolare variante del gene chiamato appunto 5 -HTTLPR, reagisce in maniera diversa rispetto alla media dei coetanei quando, al computer, viene messo di fronte a volti che esprimono ostilità. In altre parole: i bambini più timidi hanno una minore abilità nell’identificare i segnali sociali e utilizzano le informazioni che arrivano dall’ambiente esterno in maniera diversa rispetto agli altri. Questo comportamento, alla lunga può tradursi in un handicap.

Un intervento precoce, comunque, è indispensabile perché, lasciati a loro stessi, i bambini timidi nella metà dei casi diventano adulti ansiosi, che hanno difficoltà ad affrontare la vita quotidiana. Mentre infatti la maggior parte dei bambini, crescendo, risolve in parte o completamente il problema della timidezza, senza ricorrere ad un supporto clinico, altri restano «socialmente inibiti» correndo un maggior rischio di sviluppare disturbi ansiosi in età adulta. Allora, quando ormai si è cresciuti, i rimedi sono più difficili.

Fonte: Scoperto il segreto della timidezza nei bambini, Corriere della Sera, Adriana Bazzi, 4 gennaio 2006
 

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