Responsabile Scientifico del Sito Dr. Walter La Gatta

 
13/12/2011

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RICERCHE IN BREVE - 2 -
  
 

A cura della Redazione di Clinica della Timidezza



Periodo:
Gennaio - Agosto 2007


 

L'OSSITOCINA

L'ossitocina è un ormone prodotto dai nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi. L'azione principale dell'ossitocina è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero. Nell'ultimo periodo della gravidanza la responsività dell'utero all'ossitocina aumenta notevolmente e l'ormone esercita un ruolo importante nell'inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto. Altro fondamentale ruolo è quella di stimolo delle cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. In tal modo l'ossitocina provoca una contrazione delle cellule muscolari e l'eiezione del latte. (Info tratte da Wikipedia)
L'ossitocina viene rilasciata anche durante l'orgasmo, sia da parte delle donne che degli uomini.
NewScientist riporta una ricerca svizzera la quale mostra che l'ormone è importante anche nella fiducia in sé stessi e nelle abilità sociali di un individuo.

Fonte: Herald Sun
AGO 07

TIMIDEZZA CINICA

Analizzando otto sparatorie perpetuate nelle scuole negli ultimi dieci anni, lo psicologo americano Bernardo Carducci ed il suo gruppo di ricerca presso l'Indiana University ha scoperto che i giovani sparatori avevano caratteristiche di comportamento e di personalità che potrebbero essere descritte come 'timidezza cinica'. Questa forma, dice Carducci, il quale dirige anche lo Shyness Research Institute, differisce dalla normale timidezza, in quanto riguarda persone che vorrebbero stare con gli altri, ma che invece vengono rifiutate; mentre i timidi 'normali' continuano a provare ad essere accettati ed alla fine magari ci riescono, questi timidi 'cinici' interiorizzerebbero il rifiuto subito, al punto di alienare sé stessi. Sentirsi isolati li porta a staccarsi ulteriormente dagli altri e a pensare a come vendicarsi. Carducci ha presentato questa sua ipotesi al meeting annuale dell'American Psychological Association. Lo studio non riguarda la più recente sparatoria al Virginia Tech avvenuta all'inizio del 2007 da parte dello studente Seung Hui Cho, il quale possedeva il 77% delle caratteristiche indicate da Carducci (ritiro sociale, attrazione verso le armi e la violenza, rabbia e violenza che si riflettono nel lavoro scolastico, ostilità verso i compagni ed i professori ecc. ) Quando i sentimenti di vergogna, di inadeguatezza, sono esagerati e portano il ragazzo a dei comportamenti di ritiro sociale, se il giovane si sente rifiutato da tutti e crede che nessuno lo protegga, può diventare pericolosi, per sé e per gli altri. Identificare questi soggetti è importante, dice Carducci, per genitori, professori, professionisti della salute mentale: occorre intervenire per impedire che la timidezza si trasformi in rabbia e ostilità verso gli altri.

Fonte: Time

Ago 2007

ADDIO TIMIDEZZA, BENVENUTO DISORDINE DI PERSONALITA' EVITANTE

La timidezza, che tutti conoscono e che non pochi apprezzano per i tratti delicati del carattere che può donare alla persona, è ormai diventata una malattia, una sindrome. Molti pensano che le persone 'soffrano di timidezza'. Ma non è una cosa naturale? Non fa parte della natura umana sentirsi un po' a disagio con le persone nuove o sconosciute, mettere in dubbio le proprie capacità, aver paura di sbagliare? Il dibattito è aperto. Si è cominciato con il parlare di 'fobia sociale' nel 1980, per poi arrivare al disturbo di ansia sociale e alla 'personalità evitante'. Come ci si cura? Le cure più praticate sono la psicoterapia, l'ipnosi e i farmaci, nei casi più gravi, come gli antidepressivi, i beta-bloccanti, ecc.
Una nuova ricerca pubblicata dalla University of Sussex dice che si è andati troppo lontano nel definire la timidezza una 'sindrome': è la società che si sente a disagio con i timidi, che non si conformano come gli altri ai dettami sociali. La Dr.ssa Susie Scott, la sociologa che ha condotto l'intervista, dice che la medicalizzazione crescente sta facendo diventare la modestia e la riservatezza del timido delle vere e proprie malattie: per avere successo dobbiamo apparire, essere assertivi e capaci di partecipare alla vita sociale. I timidi vengono sollecitati a fare psicoterapie in cui si cerca di convincerli che la tranquillità e la passività, la tendenza alla riservatezza ed al ritiro dalle situazioni sociali deve essere disimparata, perché non è un comportamento adattivo per la società in cui viviamo. Come se il non-essere-timidi fosse la normalità o lo stato più desiderabile da raggiungere, come se i timidi avessero necessariamente l'obbligo di cambiare. La ricerca verrà pubblicata a breve nella rivista Sociology of Health and Illness.
Il Dr Bernado Carducci sostiene che i ritmi della vita moderna non permettono alle persone timide di 'scaldarsi' come vorrebbero. Sta di fatto che molti timidi resistono alla medicalizzazione e a quello che i ricercatori definiscono 'psicofarmacologia cosmetica', per cambiare i tratti della personalità. Molti siti esaltano invece la timidezza, come ad esempio http://members.aol.com/cyberbettr/shyness.html, che sostiene che essere timidi significa essere realmente sé stessi.
Secondo la Dr.ssa Elizabeth Morris la timidezza è oggi più frequente a seguito di due rivoluzioni: quella informatica, che porta i bambini ad interagire attraverso degli schermi, mentre la seconda rivoluzione è avvenuta nelle famiglie, che sono più piccole e non permettono una facile socializzazione.

Fonte: Timesonline
LUG 07

LE FOTO DIGITALI AIUTANO A PARLARE COL FARMACISTA

Se avete una verruca in un luogo 'privato' del vostro corpo, come parlarne col farmacista? Molti, fino a qualche tempo fa, si sarebbero vergognati... Oggi invece ci sono le foto digitali che risolvono il problema: si fa la foto della parte del corpo per la quale si desidera una medicina e poi la si mostra al farmacista. Il fenomeno è stato chiamato, con un gioco di parole,
“diginosis” dai farmacisti della catena Boots. Sembra che ad essere in imbarazzo davanti al farmacista siano in molti, soprattutto gli uomini, e che per questo nelle farmacie della catena britannica, per consentire una consulenza più discreta, già dal 2005 sono stati allestiti appositi luoghi riservati.
A quando in Italia?

Fonte: Icwales
lUG 07

CON UN POCO DI SPRUZZO LA TIMIDEZZA SE NE VA

I ricercatori dell'Università di Zurigo hanno realizzato uno spray nasale contenente ormoni sintetici che potrebbero in futuro aiutare le persone a migliorare le abilità sociali, facendo sparire la timidezza. Lo spray è a base di ossitocina, un ormone che, con il suo recettore, svolge un ruolo cruciale nei legami sociali. Per il momento la sostanza è stata sperimentata su un campione di 70 adulti, dando risultati definiti 'molto interessanti'. Il Prof. Markus Heinrichs sostiene però che lo spray dovrà essere testato su un campione più vasto di persone per mostrare la sua reale efficacia. L’ossitocina, nota anche come "ormone dell’allattamento", da anni è oggetto di studi: se ne conoscono infatti le implicazioni nel parto, nell’amore, nei rapporti interpersonali e sessuali. Da anni viene usata anche per curare i disturbi dei comportamenti sociali.

Fonte: Corriere della Sera
LUG 07

ESSERE SOCIEVOLI STANCA

Essere socievoli produce fatica; lo hanno dimostrato dei neurogenetisti californiani, che hanno messo a confronto delle mosche solitarie e delle mosche che vivevano in comunità. I ricercatori hanno così constatato che le 'mosche socievoli' facevano delle sieste quattro volte più lunghe delle mosche solitarie. Da qui la conclusione che la socialità stanchi.
C'è un unico problema: i ricercatori non sono certi che le mosche immobili stiano effettivamente dormendo: se facessero altro? In questo caso la loro ipotesi non terrebbe più...

Fonte: Cyberpresse
LUG 07


MORIRE DI TIMIDEZZA

Uno studio durato trenta anni, condotto dalla Chicago Northwestern University ha scoperto che gli uomini timidi o con comportamenti antisociali hanno il 50% di probabilità in più di morire d'infarto, rispetto agli uomini estroversi. Sono stati studiati oltre 2000 uomini di mezza età per oltre tre decadi, fino a che il 60% dei soggetti erano morti.
Per ogni persona deceduta si andava a controllare il questionario di personalità compilato all'inizio dello studio. Si è visto così che i più timidi hanno il 50% di possibilità in più di morire di infarto rispetto agli estroversi. Questo potrebbe essere attribuito al fatto che i più timidi vivono le situazioni in modo più stressante, oppure che il loro modo di comportarsi potrebbe essere determinato dalla parte del cervello che controlla l'attività cardiaca. Le persone che godono di un migliore stato di salute sono quelle della personalità B, la più estroversa, mentre le personalità A sono predisposte a lavorare troppo, a soffrire troppo di ansia, rabbia o stress e dunque più predisposte a soffrire di pressione alta e problemi cardiaci. I tipi C invece, quelli che sopprimono tutte le loro emozioni, sembrano più predisposti ad ammalarsi di cancro. Rischiano di ammalarsi di cuore anche i tipi D, ovvero i pessimisti, quelli che hanno poca stima di sé stessi. Questo studio è stato ideato e condotto dal Dr Eric Brunner, un epidemiologo dell'University College London, il quale ha aggiunto che c'è un collegamento fra stato sociale e salute personale. Sentirsi inferiori infatti, è una sensazione che, secondo Brunner contribuisce notevolmente allo sviluppo di problemi di timidezza, portando la persona a dei cambiamenti nello stile di vita poco salutari, che sbilanciano i livelli ormonali.

Fonte: BBC
GIU 07


QUANDO LE EMOZIONI DIVENTANO PAROLE

Esprimere i propri sentimenti con le parole, scrivendo un diario, parlandone con un terapeuta o con un amico aiuta a sentirsi meglio. Ce ne eravamo già accorti tutti, ma adesso ce lo conferma un nuovo studio scientifico. Psychological Science pubblica un articolo a tal proposito. Se un amico o una persona cara si sente triste o arrabbiata, farla scrivere o parlare riesce ad aiutarla a sentirsi meglio. Ciò è dovuto al fatto che, dice Matthew D. Lieberman, professore di psicologia, quando mettiamo in parole i sentimenti attiviamo la regione sinistra del cervello che domina il linguaggio e riduciamo le risposte dell'amigdala. E' come quando, guidando, vediamo un semaforo con la luce gialla... Il piede corre subito al freno: stessa cosa per le emozioni che diventano parole.

Fonte: Earthtimes
GIU 07

GENITORI ANSIOSI FANNO FIGLI ANSIOSI

Sicuramente c'è una componente gentica nello sviluppo dei disordini di personalità, ma molto conta anche l'ambiente ed in particolare il modello di comportamento offerto ai figli dai genitori. La Dr.ssa Kelly Drake ha presentato uno studio alla Anxiety Disorders Association of America, che riguarda proprio i genitori ansiosi, quelli che hanno paura di avere paura. Lo studio ha riguardato 157 famiglie iperprotettive verso i figli: le loro reazioni ansiose anche ai più piccoli problemi fisici di un bambino, come un ginocchio sbucciato, si è visto che possono generare paura ed ansia nei figli. I genitori non dovrebbero dimenticare che non conta tanto quello che dicono, quanto l'esempio che danno: sono i messaggi non verbali a prevalere, nella formazione della personalità dei figli.
In particolare, dovrebbero tenere maggiormente sotto controllo le loro reazioni nelle situazioni di stress.

Fonte: Treatmentonline
GIU 07

DOTTORE, RICORDA COME MI CHIAMO?

La maggior parte dei pazienti vorrebbe essere salutata 'per nome' dal proprio medico, cosa che i dottori fanno solamente una volta su due, dice uno studio americano. Lo studio è stato pubblicato negli Archives of Internal Medicine. Il 50% dei pazienti vorrebbe essere chiamato con il nome di battesimo, il 17% con il solo cognome ed il 24% con nome e cognome.

Cosa dire invece della presentazione del medico? Il 56 per cento vorrebbe che i medici si presentassero con nome e cognome, mentre il 33 per cento si aspetta l'uso del solo cognome ed il 7 per cento il nome di battesimo del dottore. Così afferma Gregory Makoul, della Feinberg School of Medicine presso la Northwestern University di Chicago.

"Il tipo di saluto potrebbe sembrare una frivolezza nel rapporto medico-paziente, ma esso serve invece a creare una prima impressione che influenza la possibilità di sviluppare una buona relazione terapeutica" sostiene Makoul. Attraverso il saluto per nome i pazienti si sentono riconosciuti (il che effettivamente è importante per garantire al paziente di potersi sentire tranquillo circa le cure che riceverà dal medico). Solo l'83% dei medici stringe la mano al pziente durante la prima visita.


Fonte: Earthtimes
GIU 07

FOBIA SOCIALE NEGLI ANZIANI

La fobia sociale è piuttosto comune fra gli anziani, che per questo motivo si tengono alla larga da situazioni sociali che possono sentire come minacciose o imbarazzanti. Sebbene la fobia sociale diminuisca con l'età, i soggetti che ne soffrono anche in età anziana possono accusare sintomi particolarmente invalidanti. Nello studio Epidemiology of Social Phobia in Later Life, il Dr. John Cairney del Centre forAddiction and Mental Health's (CAMH) ha utilizzato i dati dello studio statistico Canada's 2002 Canadian Community Health Survey. L'attuale studio è stato pubblicato sull'American Journal of Geriatric Psychiatry il quale riporta che << l' 1.3% dei soggetti studiati, con più di 55 anni di età, avevano avuto chiari sintomi di fobia sociale nei 12 mesi precedenti la raccolta dei dati. In questo gruppo di soggetti disturbi dell'umore e ansia erano altrattanto frequenti, con il 31% dei soggetti che aveva sperimentato disturbi depressivi ed il 12% degli attacchi di panico. Questi valori declinavano con il crescere dell'età, passando dal 2% nella fascia di età 55-64 anni , all'1% fra i 65-74 anni e allo 0.5% per gli ultrasettantacinquenni. Il 4.9% dei soggetti con più di 55 anni hanno dichiarato di aver sofferto di fobia sociale nella loro vita >> Mentre nella popolazione generale la fobia sociale è più comune fra le donne che fra gli uomini, negli anziani è presente allo stesso livello in entrambi i sessi.
GIU 07

LA PIPI' IN PUBBLICO

Middlemist, Knowles & Matter (1976) hanno messo a punto un esperimento praticamente unico nel suo genere, ancora molto citato nella letteratura scientifica, che però non tutti conoscono. Per vedere se la velocità del flusso dell'urina in un bagno pubblico fosse influenzata dall'affollamento del luogo ed in particolare, dall'invasione del proprio spazio personale è stato deciso di fare un esperimento 'sul campo'. E' stato dunque reclutato un 'osservatore' ed il bagno precelto per l'esperimento è stato quello dell'Università. Facendo finta di guardarsi allo specchio, il nostro osservava gli orinatoi alle sue spalle ed i suoi visitatori, prendendo nota di tutte le variabili del caso. I tempi dell'evacuazione urinaria sono stati presi su un orologio da polso e, se c'erano più persone che urinavano nello stesso momento, venivano considerati i tempi 'medi'.

Si è visto così che gli uomini evitano di compiere l'atto se troppo vicini l'uno all'altro. Se non si può fare a meno di occupare un orinatoio con una persona accanto, occorre un po' di tempo in più perché la pipì si decida ad uscire ed il suo flusso ha durata assai più breve. Middlemist ed i suoi collaboratori, non soddisfatti degli 'importanti' dati accumulati con questo esperimento 'rimediato', hanno in seguito deciso di allestire un buon setting per rendere l'esperimento più 'scientifico'. Sono stati dunque forzati degli ignari 'urinatori' ad utilizzare un particolare bagno, vicino ad uno sperimentatore, e il flusso delle rispettive pipì è stato esaminato attraverso un periscopio nascosto in una pila di libri.


Tutto ciò ha confermato i dati iniziali, che sono i seguenti: se non vi è nessuno accanto al soggetto, l'inizio medio degli urinatori 'disinvolti' è di 4.8 secondi, alla presenza di un'altra persona accanto il tempo di 'concentrazione' per far uscire la pipì aumenta. In un soggetto timido il tempo per iniziare può raggiungere i 6.2 secondi, mentre nei casi più gravi di timidezza si può dover aspettare ben 8.4 secondi prima che il flusso liberatorio abbia il via.

Studio citato: Middlemist, R.D. , Knowles, E. S. &Matter, C. F. 1976. Personal space invasions in the lavatory: Suggestive evidence for arousal. Journal of Personality and Social Psychology, 33,541-546.

Fonte: PsyBlog
GIU 07


POSSIBILI CAUSE DEL SUICIDIO

Circa 200.000 persone disperate ogni anno compiono un tentativo di suicidio e 10.000 di loro ne muoiono, il che fa della Francia uno dei Paesi più esposti a questa piaga. Esistono delle basi neurologiche, cosa rende così vulnerabili queste persone, c'è un'origine genetica o ambientale?

Il Dr Fabrice Jollant, dell'Inserm e del service de psychologie médicale et de psychiatrie de l'hôpital Lapeyronie di Montpellier, diretto da Didier Castelnau e Philippe Courtet, hanno studiato le regioni del cervello coinvolte in questi tentativi di suicidio.

Sono state messe a confronto le attività cerebrali di tre gruppi di volontari, tutti maschi. Un primo gruppo di 13 pazienti aveva avuto dei precedenti depressivi e dei tentativi di suicidio, un secondo gruppo era composto da 14 pazienti con precedenti depressioni ma senza tentativi di suicidio (TS), un terzo gruppo di 16 testimoni, che non avevano avuto questi precedenti.
Al momento del test tutti questi volontari erano in piena forma.

Dopo aver mostrato loro dei volti esprimenti gioia o collera, i ricercatori hanno studiato le risposte delle diverse zone cerebrali attraverso le immagini prodotte con la risonanza magnetica. Vedendo le espressioni di collera, gli ex suicidi attivavano molto più degli altri una zona della corteccia orbito-frontale della parte destra. Questi soggetti potrebbero avere dunque una ipersensibilità verso gli insuccessi, sostiene il Dr Jollant. Essi non sanno regolare le loro emozioni come viene testimoniato dal fatto che essi non attivano la corteccia cingolare anteriore (al livello della corteccia prefrontale) implicata nella regolazione delle emozioni.

Quando si presenta loro un volto che esprime gioia, essi attivano ugualmente meno bene la regione parieto-occipitale. Sembrano dunque meno sensibili alle stimolazioni positive, che possono essere interpretati come dei fattori protettivi nei confronti del suicidio. Le persone con precedenti depressivi e tentativi di suicidio avrebbero una ipersensibilità alla riprovazione e all'insuccesso rispetto ai depressi che non hanno mai tentato il suicidio. Essi hanno difficoltà a regolare le loro emozioni e una minore sensibilità nel reagire a degli eventi positivi.

Il 90 % delle persone che tentano di togliersi la vita ha un problema psichiatrico diagnosticato: depressione, turbe dell'umore, schizofrenia, abuso di alcol o di droghe, turbe della personalità. Questa variabilità comporta un numero di casi molto eterogenei fra loro ma è evidente che il tentativo di suicidio è l'effetto di avvenimenti negativi che si intrecciano fra loro, in persone particolarmente vulnerabili. Comprendere questa vulnerabilità potrà consentire una efficace prevenzione.

Fonte: Le Figaro
GIU 07

LA SOCIETA' MEDICALIZZA

Negli ultimi cinquanta anni il terreno sociale della salute e della malattia si sono trasformati. Quello che una volta veniva considerato normale, comune fra gli esseri umani, come la nascita, la vecchiaia, la menopausa, l'alcolismo e l'obesità, sono considerati ora dei problemi medici. Stessa sorte anche per la timidezza. Che piaccia o no la medicina sempre di più si interessa dei diversi aspetti della nostra vita. Il sociologo Peter Conrad, della Brandeis University ha scritto un nuovo libro, The Medicalization of Society, che tratta della trasformazione della condizione umana in disturbi che devono essere curati. Il libro è pubblicato dalla Johns Hopkins University Press. Conrad osserva che negli ultimi tempi la medicalizzazione della società non è più gestita dai medici, ma direttamente dalle case farmaceutiche, che si rivolgono direttamente ai consumatori attraverso spot pubblicitari. Paradossalmente, diminuisce l'importanza del medico nella società medicalizzata. Gli spot pubblicitari suonano così: “chiedi al tuo medico se (nome del farmaco) va bene per te.”
“Come sociologo, mi interesso alla patologizzazione di comportamenti che un tempo venivano considerati aspetti tipici dell'essere umano; ora sono le definizioni mediche a definire la normalità,” ha detto Conrad. “Stiamo trasformando tutte le differenze fra esseri umani in disturbi o malattie, per le quali ci sottoponiamo a cure farmacologiche.” In questa condizione, può continuare ad evolversi la scienza medica, o occorre fermarla?

Fonte: Eurekalert
MAG 07

LE CINESI SI VERGOGNANO A CHIEDERE ANTICONCEZIONALI

Le giovani cinesi vorrebbero sapere tutto quello che non hanno mai saputo sugli anticoncezionali e che non hanno mai osato chiedere. Il problema è che non hanno il coraggio di farlo a viso aperto, visto che in Cina il sesso prematrimoniale e la gravidanza fuori del matrimonio sono ancora molto mal visti.
I dati raccolti in un nuovo studio sono in contrasto con precedenti ricerche eseguite in Cina, che dicevano che i giovani non sono informati completamente sui mezzi anticoncezionali. Il 90% delle giovani cinesi invece è d'accordo nell'usare il preservativo o altri concezionali: ma il problema non è se e come usarlo, quanto doverlo andare a comprare... Nella popolazione urbana immigrata di Shangai almeno la metà delle donne non sposate sono state incinte ed il 40% di loro ha deciso di non ricorrere a cliniche legali per ottenere l'aborto. La ricerca suggerisce alle giovani cinesi di impegnarsi a superare la timidezza per ottenere maggiori informazioni sulla sessualità.

Link: http://www.biomedcentral.com

Fonte: News Medical Service
GIU 07

FRAMILY AL POSTO DELL'AMORE

'Framily' è un neologismo creato dall'intreccio delle parole 'friend' e 'family' e indica l'accoglimento, all'interno della propria vita familiare più intima, di gruppi di amici, che servono a rendere l'atmosfera un po' meno 'pesante', lasciando poco spazio alle relazioni intime con il proprio partner.

Secondo il Dolmo Framily Findings Report, il 67% degli inglesi considera i propri migliori amici parte del nucleo familiare. Si condividono week end, vacanze e pasti consumati insieme durante la settimana (il 15% degli inglesi mangia assieme almeno 5 volte la settimana).

La psicoterapeuta Esther Perel, autrice di "Mating in Captivity", vede in questa tendenza l’apprezzamento crescente dell’amicizia rispetto all’amore, uno scambio favorito anche dall’innalzamento dell’età media del primo matrimonio.

La frequentazione intensissima degli amici consente di evitare un contatto troppo privato che porterebbe la coppia a rese dei conti non volute.

Fonte: La Repubblica
MAG 07

INVIARE UN VIDEO ANZICHE' UN CV

C'era una volta un ragazzo molto timido che cercava lavoro, ma si vergognava di presentarsi al colloquio e dunque non veniva mai scelto. Fino a che questa sua paura gli fece venire un'idea, sulla quale ora l'ex timido ha costruito un fortunato business. Parliamo di Jon Glas, il quale dopo aver perso tante opportunità di lavoro per la paura di presentarsi al colloquio, ha avuto l'idea di inviare un video di auto-presentazione. Nel video si mostrava in atteggiamento sereno, senza mani sudate o balbettii: in questo modo Jon trovò lavoro in una ditta che produce tappeti a Londra. Presentarsi al colloquio dopo l'invio del video era ora molto meno ansiogeno per Jon, in quanto il suo intervistatore lo conosceva già abbastanza bene nel suo modo di essere, e il timido candidato non si sentiva più nella condizione di dover per forza fare bella figura: in un certo senso, dal momento che lo avevano chiamato, questa bella figura l'aveva già fatta.

Ma poi Jon ha voluto fare di più, aprendo il sito www.jobs2view.com per aiutare anche altri timidi a trovare lavoro come ha fatto lui.

Diversi anni dopo aver conquistato il suo primo lavoro, grazie al video-CV, Jon si è infatti messo in affari con Harry Vlahakis ed insieme hanno aperto il sito jobs2view. Il sito permette di inserire un video-profilo, insieme al proprio CV, per riuscire a 'vendersi' al datore di lavoro ben prima del colloquio.
Se volete dare un'occhiata, l'indirizzo è questo:

www.jobs2view.com

Fonte: onrec.com
mag 2007

LO SPORT PER SUPERARE LA TIMIDEZZA

Lo sport può essere di grande aiuto per persone che hanno problemi di timidezza. E' interessante leggere queste testimonianze, raccolte da un'intervista fatta a due atlete, Antonietta Di Martino e Anna Pane, campionessa di salto in alto delle Fiamme Gialle e podista del Corpo Forestale.

Anna Pane: "Sono tanti i sacrifici che facciamo, perché la nostra è una vita densa di impegni da mantenere con la gente, con chi si aspetta da noi dei risultati. In un certo senso, il rischio è di essere percepiti come dei robot che non devono mai sbagliare. D’altra parte, non so se si possano chiamare davvero sacrifici, i nostri: per noi che lavoriamo con passione, sono sacrifici a metà. Ai ragazzi io direi di fare atletica - o qualsiasi altro sport, in generale - perché questo prima ti forma a livello personale, caratteriale, crea in te un’autostima che cresce con gli anni. Poi, ti aiuta a relazionarti anche con gli altri. Tanti giovani che da piccoli sono timidi, facendo sport e relazionandosi con gli altri imparano a essere socievoli. Per me lo sport è stato tutto, e lo è ancora. E’ la mia vita giornaliera, è il mio alzarmi e andare a fare allenamento, e ne sono felice. Per ora è improntata su questo, poi un giorno tutto cambierà, perché non si può fare agonismo a vita”.

"... Sono felicissima di sentirmi realizzata nel fare uno sport che amo, anche se se spesso sono così affaticata da non poter riuscire neppure a uscire con gli amici per riposare ed affrontare, il giorno seguente, l’allenamento. Questo mi gratifica, mi fa stare bene, mi fa sentire importante: e se anche in una gara non arrivi primo, quando scendi in pista sei il protagonista di te stesso, ti senti importante. Ecco perché dico ai giovani di intraprendere uno sport: lo dico soprattutto a quelli che vengono dalle difficoltà, perché hanno bisogno di considerazione, di sentirsi importanti, e lo sport può dare loro questa opportunità”.

Antonietta di Martino: "All’inizio non pensavo che l’atletica sarebbe diventata parte così importante della mia vita, l’ho sempre presa come un gioco. Presto però si è rivelata un aiuto molto importante: ero una ragazza abbastanza timida e insicura, e con lo sport ho cominciato ad aprirmi. Ora sono passata all’altro estremo, parlo con tutti, mi piace stare tra la gente. L’atletica mi ha cambiato, mi ha anche posto davanti alcuni ostacoli che sono contenta di aver superato con gli anni perché mi hanno aiutato a crescere sempre più. Soprattutto, ho imparato a vedere questo sport come un mezzo, e non un lavorare per vincere una medaglia. E’ qualcosa che mi ha aiutato nella vita, tutto il resto è una conseguenza”.

Fonte: Korazym
MAG 2007

BAMBINI TIMIDI E ADULTI CON ANSIA SOCIALE

I bambini timidi o affetti da malattie croniche hanno più probabilità di sviluppare, da adolescenti, un disturbo d'ansia sociale (fobia sociale). A tali conclusioni sono giunti sei ricercatori del Dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali dell'Università di Stanford (California), dopo aver intervistato i genitori di 770 adolescenti. L'intento degli psichiatri californiani era di individuare gli eventuali fattori di rischio, presenti in età infantile, che potessero predisporre ad un successivo sviluppo dei sintomi della fobia sociale. Risultato: gli adolescenti con maggiore ansia sociale sono quelli che da bambini erano più timidi, tendenti al malumore, o affetti da malattie croniche; la presenza di un disturbo di panico o agorafobia nei genitori è un ulteriore fattore di rischio. La timidezza ha un valore predittivo soprattutto per le bambine. Un'altra ricerca (che sarà pubblicata, insieme alla precedente, sulla rivista specializzata Depression and Anxiety) condotta da cinque psicologi della Florida State University di Tallahassee (Florida) ha dimostrato che la fobia sociale si accompagna molto spesso a disturbi del sonno e depressione.

Fonte: Repubblica
APR 2007

TELELAVORO E STRESS

Eppure, si direbbe, con il telelavoro, una persona non ha a che fare coi colleghi, è il capo di sé stesso, ha gli orari più flessibili del mondo, come fa ad essere stressato? Terry Hartig e colleghi hanno condotto uno studio sul telelavoro, scoprendo che rovina l'atmosfera di quiete domestica, togliendo alla casa quella caratteristica di luogo-rifugio dal mondo che aveva prima, quando il posto di lavoro era fuori di casa. Quando la National Energy Administration svedese si è spostata da Stoccolma a Eskilstuna, 60 km di distanza, agli impiegati è stata offerta l'oportunità di lavorare da casa per un periodo massimo di tre giorni a settimana. Hartig e colleghi hanno intervistato 58 impiegati, che avevano scelto il telelavoro e 43 impiegati che avevano continuato a svolgere il loro normale lavoro in ufficio. Con sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che gli impiegati che tele-lavoravano da casa, non riuscivano ad evitare le sovrapposizioni lavoro di casa-lavoro d'ufficio ed in questo c'era una cruciale differenza nei due sessi. Mentre gli uomini dichiarano di avere meno problemi di sovrapposizione fra lavoro e vita privata degli impiegati che lavorano in ufficio, le donne affermano che il lavoro da casa ha aumentato le sovrapposizioni per gli impegni casa-lavoro. La ricerca appena pubblicata va nella stessa direzione di un'altra pubblicata nel 2000 che aveva scoperto che le donne trascorrono più tempo impegnate nei lavori domestici di quanto facciano gli uomini che telelavorano da casa. E non serve allestire una stanza in casa tutta dedicata al lavoro; la sovrapposizione resiste anche a questo. Stare in casa in un'altra stanza non basta per non pensare al lavoro hanno detto i ricercatori.

Fonte:

Hartig, T. Kylin, C. & Johansson, G. (2007). The telework tradeoff: Stress mitigation vs. constrained restoration. Applied Psychology: An International Review, 56, 231-253 via BPS
APR 2007

CYBER BULLISMO

Ci sono bulli, on line, che nella vita sono delle persone molto timide e che mai riuscirebbero a rispondere all'insulto dei compagni con un pugno. Ma in rete non è così. La possibilità di essere anonimi nel cyber-spazio li fa diventare dei perfetti bulli: lo si è detto ad una conferenza internazionale sul bullismo, chiamata I am safe. Computers, telefoni cellulari, web-cameras permettono il cyberbullismo, che vien e sempre operato fuori dalla scuola e senza il controllo dei genitori. Lo studio condotto on line da Cathy Wing, education director del Media Awareness Network ha scoperto che il 60 per cento degli adolescenti finge in rete di essere una persona diversa da ciò che è nella realtà, il 28% dice di essere più grande dell'età reale ed il 23 per cento flirta in rete con persone di età maggiore.

Fonte: The Star
APR 2007

GLI ORIENTALI VOGLIONO ESSERE BELLI

Gli uomini indiani stanno investendo sempre di più, sia in termini denaro che di tempo, per migliorare il proprio look: il 78% di loro è convinto che ne valga la pena. Secondo uno studio condotto dalla Nielsen Company, l'84% degli indiani ha dichiarato che essere belli è più importante oggi di quanto lo era in passato. Nel gruppo delle persone intervistate che hanno meno di venti anni le risposte in tal senso sono state del 100%.
Quali sono i motivi per farsi belli? Il 40% delle persone che hanno risposto al questionario e l'86 percento di età inferiore ai 20 anni vogliono essere alla moda ed attraenti. Il 57% degli intervistati ritiene che il motivo per cui vale la pena di farsi belli è piacere alla propria partner, mentre il 39% investe nella propria immagine per attrarre una partner(77% tra i 21 ed i 24 anni).

Per gli indiani la bellezza comincia dai capelli. Il 36 per cento degli intervistati ci tiene a migliorare l'aspetto della propria capigliatura: non a caso in India gli uomini spendono più delle donne dal parrucchiere (37% contro 28%). Dopo la cura dei capelli c'è il trattamento del viso: il 21% degli intervistati va a fare un trattamento al viso una volta al mese.

In India, il 3% degli intervistato hanno dichiarato di sottoporsi a trattamenti per sbiancarsi la pelle, mentre il 7% fa delle sedute abbronzanti. (In Cina il 30% delle persone si sottopone a trattamenti sbiancanti della pelle, giornalmente o settimanalmente, seguiti dal 20% delle persone di Taiwan e dal 18 per cento dei giapponesi e degli abitanti di Hong Kong).

Molti di questi trattamenti sono costosi: se non lo fossero, le persone sarebbero interessate principalmente ai massaggi (61%), alla cura dei capelli (56%), ai trattamenti per il viso (44%)

Fonte: MoneyControl.com
APR 2007

TROPPO TIMIDE PER SPOGLIARSI DI FRONTE AL PARTNER

Un terzo delle donne pensa di essere troppo su di peso per apparire senza vestiti di fronte al proprio partner, secondo uno studio appena pubblicato. Sembra che la compulsione a coprirsi stia mettendo a rischio le relazioni fra coniugi, con una donna su dieci che deve spegnere la luce prima di spogliarsi di fronte al partner. Un quarto delle donne non entrerebbe mai in bagno con la propria metà; di quelle che lo fanno, circa un terzo hanno dichiarato di sentirsi in imbarazzo nel sentirsi guardate. In uno studio condotto su 3500 donne da un'azienda che si occupa di complementi di arredo per il bagno, una su dieci donne si chiuderebbe a chiave pur di non far entrare il partner nel bagno. Malgrado ciò, quasi tutte le donne intervistate hanno affermato che in una coppia sarebbe bene sentirsi a proprio agio quando si è nudi. Gli uomini sembrano molto meno inibiti delle loro compagne e restano nudi in casa almeno il doppio delle loro donne. Due terzi di loro hanno dichiarato che spesso circolano per la casa completamente senza vestiti. Sebbene il 46% delle donne amerebbero farlo anche loro, un terzo di loro non lo farebbero mai in presenza del partner. Anche nelle palestre è così: il 79% delle donne ha dichiarato di sentirsi in difficoltà di fronte alle altre donne, al momento della doccia o anche solo per cambiarsi. Jill Parkinson, della www.shuc.com la compagnia che ha commissionato la ricerca, dice che i risultati sono sorprendenti e che dimostrano quanto seriamente le persone si preoccupano della loro immagine corporea. Essere nudi non dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo? Evidentemente non più.

Fonte: Daily Mail
MAR 2007

IN USA POCHE CURE PSICOLOGICHE: PERCHE'?

Negli USA, circa il 30 per cento della popolazione avrebbe bisogno di cure psicologiche, ma solo un terzo riesce ad ottenerle, secondo uno studio di Baltimora. Un gruppo di psichiatri ha intervistato 816 persone di Baltimora fra il 1993 ed il 1999. Essi hanno scoperto che il bisogno più grande riguardava il trattamento della dipendenza da alcol (14%), seguito da un 11% che aveva bisogno di essere curato per problemi di depressione. Lo studio, pubblicato su Psychiatric Services, ha scoperto che coloro che hanno problemi psicologici più comuni, come fobia sociale e disturbo da attacchi di panico, non cercano un aiuto professionale, come invece fanno le persone che soffrono di disturbi più gravi, come la schizofrenia. Non lo fanno perché non lo sentono come realmente efficace, hanno paura di essere giudicati male dagli altri e, soprattutto, perché l'assicurazione non paga questo tipo di cure, secondo lo studio condotto dal Dr. Erick Messias, psichiatra presso il Medical College of Georgia di Augusta.

Fonte: EarthTimes
Mar 2007

PIU' CONSAPEVOLI CON LA MEDITAZIONE

Un recente studio mostra che le persone non si rendono conto di ciò che fanno durante la giornata, cioè agiscono in modo automatico, senza riflettere e questo accade almeno il 30% delle volte. Nello studio The Wandering Mind i ricercatori hanno constatato che le persone esperte in meditazione usano parti del cervello legate al senso di soddisfazione piuttosto che quelle legate al conflitto. Scoprire che si possa realmente fare nella realtà quello che facciamo durante la meditazione (migliorando la nostra abilità di prestare attenzione alle cose che ci circondano) sarebbe veramente un grosso risultato. La meditazione, attraverso il metodo di Jon Kabat-Zinn’s - Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) sembra sia efficace per migliorare la qualità della vita delle persone, riducendo ad esempio i problemi legati all'ansia.
Insegnare alle persone a focalizzarsi su cosa esattamente sta succedendo in questo preciso momento invece che sui pensieri automatici del cervello sembra essere di aiuto per considerare in modo diverso il dolore, lo stress, le malattie, i cambiamenti.

Fonte: Psychcentral
Mar 2007

LE FOBIE POTREBBERO DIPENDERE DALLA NORADRENALINA

Il confine tra golosità e fame compulsiva, o fra prudenza e fobie è racchiuso in una parte ben precisa del cervello. Lo dimostra uno studio italiano. 'Prima si pensava che questi meccanismi risiedessero in zone antiche del cervello - spiega Stefano Puglisi-Allegra, preside della facolta' di Psicologia alla Sapienza di Roma - invece abbiamo scoperto che dipendono molto dalla produzione di noradrenalina nella corteccia prefrontale. Una via di ricerca molto interessante'.
MAR 07

L'AGGRESSIVITA' DIPENDE DA UN GENE?

Un nuovo studio suggerisce che alla base di molti sentimenti di rabbia e ostilità provati dalle donne, tali da portarle perfino ad avere un problema cardiaco, potrebbe essere una variazione genetica. La ricerca, che cerca di capire come i geni possano influenzare il cervello, non è stata ancora completata. Ciò che appare intanto evidente è che rabbia e aggressività siano di origine genetica. Nello studio, il ricercatore Halder e colleghi, hanno coinvolto 550 donne di origine europea ed hanno cercato in loro le relazioni fra un gene collegato ai livelli di serotonina del cervello ed i livelli di ostilità e rabbia. Sembra che le donne che mostravano più delle altre sentimenti di ostilità e rabbia fossero portatrici di un gene capace di influenzare i recettori della serotonina delle cellule cerebrali. In pratica, questo gene produce un'importante proteina che aiuta le cellule nervose a comunicare. Altri studi avevano già suggerito che le emozioni umane potessero essere dovute ai geni che controllano alcuni aspetti del funzionamento della serotonina nel cervello: la serotonina infatti produce molti effetti nel cervello, sia negli uomini che nelle donne, ed in particolare è importante per regolare il sonno, gli stati emotivi ed il benessere fisico. Halder presenterà venerdì prossimo questo studio alla American Psychosomatic Society, di Budapest, in Ungheria

Fonte: Health24
MAR 07

CURARE GLI ATTACCHI DI PANICO CON LA REALTA' VIRTUALE

Come specificato nel DSM-IV-TR, il disturbo da attacchi di panico consiste in continui, inaspettati, attacchi di panico, seguiti da un periodo di almeno un mese di preoccupazione al riguardo. Possono esserci anche dei cambiamenti nel comportamento abituale, anch'essi conseguenti all'attacco di panico. (American Psychiatric Association, 2000).

Il diturbo provoca vertigini, fame d'aria e sudore, dolore al petto, nausea e paura di perdere il controllo di sé. E' un disturbo cronico, che può interferire con la vita quotidiana del paziente. Nella casistica medica è molto più frequente dell'AIDS, dell'infarto o dell'epilessia: i pazienti che ne soffrono tentano il suicidio nel 20% dei casi, specialmente quando il disturbo è associato ad altre patologie psichiatriche.

L'agorafobia è una condizione che può presentare o meno gli attacchi di panico. Secondo il DSM-IV-TR, il paziente teme i luoghi affollati, dove allontanarsi potrebbe essere difficile o imbarazzante o dove non sarebbe possibile chiedere aiuto. Queste situazioni vengono affrontate da chi soffre di agorafobia con grande stress e l'ansia di essere d'un tratto assaliti dai sintomi dell'attacco di panico.

Il trattamento psicologico più utilizzato per questi disturbi è la psicoterapia cognitivo-comportamentale, che può includere tecniche di rilassamento, di controllo della respirazione, terapie di riesposizione e di ristrutturazione cognitiva.

Gli attacchi di panico sono provocati da problemi respiratori indotti dallo stress, che possono far sembrare al paziente di essere sul punto di un attacco cardiaco o di perdere il controllo delle proprie funzioni vitali. Il controllo della respirazione può essere dunque di aiuto, così come l'indurre il paziente a pratiche di iperventilazione, per permettergli di ri-provare gli stessi sintomi dell'attacco di panico: questo consente di rendersi conto che i sintomi dell'attacco di panico non mettono a rischio la vita e che dunque non devono essere vissuti con spavento.

Nella terapia cognitivo-comportamentale, il terapeuta ed il paziente devono anzitutto stabilire un'alleanza terapeutica, dopo di che si passa alla ristrutturazione cognitiva, e al training sul controllo respiratorio e il rilassamento muscolare. Alcuni pazienti tuttavia non rispondono a questo tipo di trattamenti.

Recentemente sono stati fatti degli esperimenti con la realtà virtuale, che consistono nel sottoporre i pazienti a vivere situazioni virtuali, in cui generalmente sperimentano ansia. Poiché prima di fare questo, essi vengono sottoposti a tecniche specifiche per il controllo dell'ansia, nel mondo virtuale essi appaiono in grado di interagire con l'ambiente con meno timori che se vivessero queste situazioni nella vita reale. I successi sperimentati si traducono poi in sensazioni di autoefficacia e miglioramento delle possibilità di auto-controllo, con conseguente desiderio di sperimentare queste abilità anche nella vita reale. Questi primi risultati di utilizzo delle tecniche virtuali in psicoterapia appaiono incoraggianti.

Fonte: Psychiatric Times

PANICO NEL SANGUE

La University of Iowa sta lavorando allo sviluppo di un esame del sangue che possa diagnosticare il Disturbo da attacchi di panico, per uso commerciale. Un giorno dunque potrebbe essere possibile usare i test del sangue per diagnosticare il disturbo da attacchi di panico, come altri possibili disturbi psicologici. Il Dr Robert Philibert, docente di psichiatria presso la University of Iowa ha condotto uno studio in proposito, pubblicato nell'edizione on line dell'American Journal of Medical Genetics il 6 Marzo.

Nello studio, il gruppo dello Iowa ha analizzato dei campioni di sangue, prelevati a 16 persone che soffrivano di attacchi di panico e a 17 persone che non ne soffrivano. Nelle cellule delle persone che soffrivano di attacchi di panico alcuni geni erano presenti più o meno frequentemente di quanto accadeva nelle cellule delle persone senza il disturbo da attacchi di panico.

I ricercatori ritengono che il disturbo da attacchi di panico in futuro non sarà più una diagnosi puramente descrittiva, ma come con la fibrosi cistica o la sindrome di Down o altri disturbi, sarà possibile fare una diagnosi basata su informazioni genetiche. Si potrà anche capire meglio come inizia, si sviluppa e si mantiene il DAP.

Circa il 3 per cento delle persone soffrono di DAP, ed hanno almeno un attacco di panico al mese. I sintomi sono: sudorazione, palpitazioni, fame d'aria, sensazione di perdita di controllo o di morire. I sintomi sono simili a quelli dell'infarto.

Fonte: Health 24
MAR 07

LA DIPENDENZA DA CELLULARE

Il telefono sembra diventato lo strumento più importante per comunicare, per fare amicizia, per superare la propria timidezza. Se non hai un telefono cellulare, in pratica, è come se tu non esistessi. Con il cellulare e con i messaggi sms è nato un nuovo tipo di comunicazione: sintetica, concisa, veloce. Ma che tipo di comunizione, di dialogo, di relazioni sociali, di cultura si esprime attraverso i messaggi di un telefono cellulare? A questa ed a altre domande sull'impatto delle nuove tecnologie sui nostri giovani hanno provato a dare risposta gli esperti europei riunitisi a Riyadh, in Arabia Saudita per la 'First International Conference on Media Education', che si è appena conclusa. Commentando i risultati dei più recenti studi e delle ricerche dell’Eurispes sui rischi di Internet e delle nuove tecnologie, medici, psicologi e neuropsichiatri denunciano come ormai anche con gli sms siamo di fronte a fenomeni gravi di dipendenza che ha effetti negativi sulle relazioni sociali di un ragazzo, sul suo carattere con irascibilità e disturbi all’umore. Per avere un’idea della vastità del fenomeno bisogna considerare che in Italia, ad esempio, il 56% dei bambini tra i 9-10 anni ha un telefono cellulare, il 38,7% lo utilizza soprattutto per inviare dei messaggi sms, il 30,2% fa in media da una a tre telefonate al giorno, il 32,5% lo spegne solo prima di andare a dormire. I giovani fra i 16 ed i 24 anni si inviano in media 15 messaggi al giorno. A Riyadh gli esperti hanno citato il caso di una dodicenne italiana, che al padre ha svelato: ''Non ho il fidanzato perché non ho il telefono cellulare''. Frase che spiega meglio di tante teorie qual è il disagio delle nuove generazioni.La Demoskopea, una delle più importanti società italiane in materia di sondaggi, ha registrato che il 37% dei ragazzi fra 13 e 18 anni registra ormai dei chiari sintomi di dipendenza. Questa dipendenza provoca anche problemi di linguaggio, difficoltà di parlare in modo appropriato. Il giovane ha difficoltà ad esprimersi in modo corretto perché il linguaggio dei messaggi sms a cui si abitua è sempre più povero e sempre più spesso sostituito dai simboli. Con questi strumenti tutto viene ridotto a qualcosa di breve: un grande avvenimento, una grande cultura sono come spezzettate, e il giovane, viaggiatore moderno, passa da una cosa all’altra vedendo e conoscendo tutto in breve, con l’illusione di aver compreso tutto. Il suo linguaggio breve, riflette il suo pensiero corto che, in questo mondo così organizzato, è l’unico contatto con la realtà. Ma il fatto che più preoccupa gli esperti è che l’impoverimento del linguaggio e della scrittura porta con sé anche l’indebolimento della cultura, con un processo che riguarda in maniera sempre più rilevante il mondo giovanile. ''Il pensiero corto -dicono gli studiosi- prevale perché noi viviamo in un mondo sincopato che vive con gli spot, gli zapping, le email, i video clip, il chat telematico, i cartelloni pubblicitari ed i messaggi sms''. Qualche tempo fa il professor Suterland dell’università di Londra fece una sfida ed invitò i suoi studenti della facoltà di Lettere a ridurre il grande romanzo di Joyce, l’Ulisse, in 160 battute, che è la capacità di un messaggio sms. E’ la sua lunghezza minima. Questa sfida, giocata su Internet, ha coinvolto giovani in tutto il mondo: in prima linea sul web per il gioco del 'pensiero corto'. Con l'obiettivo di ridurre nello spazio di un messaggio sms i grandi romanzi e le grandi opere di pensiero. C’è poi tutta un’altra categoria di rischi connessi ai messaggi sms, che riguarda fenomeni sociali di altra natura. In questi casi gli sms sono impiegati per organizzare proteste sociali, diffondere chiacchiere senza ritegno, effettuare dei crimini, innescare bombe. Negli ultimi tempi, ad esempio, tutti i governi asiatici, a cominciare dalla Cina, sono corsi ai ripari con provvedimenti di controllo delle schede prepagate che assicurano l’anonimato a chi persegue progetti criminali. L’amministrazione di Shangai ha di recente reso obbligatoria la registrazione dell’identità dell’acquirente di carte prepagate per combattere la pubblicità illegale e le frodi commesse per mezzo degli sms.

Tratto integralmente da: ADN Kronos
MAR 07

L'ALTRUISMO DIPENDE DAL CERVELLO

Un gruppo di neuroscienziati del Centro Medico Università Duke, nella Carolina del Nord, ha identificato la zona che determina il comportamento altruistico nel cervello. Questa regione sarebbe infatti molto più attiva nelle persone generose. Secondo un punto di vista evoluzionista, è un non-senso: che ragione c'è di favorire gli altri mettendo a rischio perfino la propria vita? In questo modo non si trasmettono i propri geni, né si lotta per la sopravvivenza. Forse, è solo un modo diverso di guardare alle cose del mondo, legato più al cervello che al cuore.

Fonte: Cyberpresse
MAR 07

SINDROME HIKIKOMORI

Samir al-Adawi, dell'Università Sultan-Qaboos di Maskat ha citato recentemente una sindrome, individuata in Giappone e fino a quel momento considerata espressione di una tipica realtà locale giapponese. I sintomi riguardano perlopiù il mondo adolescenziale: soggetti che non escono dalla propria camera per mesi, o anni, che consacrano la loro vita a immedesimarsi nei personaggi di fumetti o cartoni animati. E che non vogliono avere più nulla a che fare con il mondo esterno. Il caso clinico di S., ventiquattrenne che vive nell'Oman (che non vuole assumere psicofarmaci e che non ritiene di essere malato) è stato descritto da al-Adawi in collaborazione con alcuni psicologi giapponesi, in uno studio pubblicato nel 2005 sulla rivista «The International Journal of Psychiatry in Medicine» e qui si documenta il primo esempio di hikikomori al di fuori dei confini nipponici. Il collega di al-Adawi Noriyuki Sakamoto, coautore dello studio, ritiene che la sindrome hikikomori si diffonderà sempre di più a livello mondiale.
La versione integrale dell'articolo si trova su M&C marzo 2007

Fonte: Le Scienze
MAR 07

GENI E GENITORI

Una nuova ricerca condotta presso il Child Development Laboratory presso la University of Maryland e pubblicata nel numero di Febbraio di Current Directions in Psychological Science, Nathan Fox, professore e direttore del Child Development Laboratory, ha scoperto che la timidezza potrebbe essere relativa al modo in cui un gene collegato allo stress nel bambino interagisce con la relazione che il bambino crea con genitori stressati, anch'essi portatori dello stesso corredo genetico. La timidezza dunque dipende sia da aspetti genetici che ambientali: l'ambiente del bambino timido è quello di genitori a loro volta particolarmente stressati, che riversano stress sui figli, anche senza accorgersene, durante il processo educativo.

I bambini reagiscono diversamente a questo stress trasmesso loro dai genitori: lo studio di Fox ha scoperto che i geni sono gli artefici di questa variabilità individuale. I bambini che hanno una variante di gene sensibile allo stress collegato alla serotonina hanno una maggiore possibilità di apparire timidi quando sono cresciuti da madri con alti livelli di stress. Non si capisce come l'ambiente possa influire sul gene, ma si sa che il gene è in relazione con i comportamenti messi in atto in determinati ambienti. Come tutti i geni, il particolare gene collegato alla serotonina di questo studio ha due alleli, che possono essere lunghi o corti. La proteina prodotta da quello corto predispone ad una particolare sensibilità allo stress. Fox ha scoperto che, tra i bambini cresciuti da madri stressate, solo quelli che hanno ereditato la forma corta del gene mostrano un comportamento particolarmente timido.
Se si hanno due alleli corti in questo gene della serotonina, ma la madre non è stressata, non si diventa timidi. Se invece c'è lo stress, il gene comincia a mostrare una certa relazione con il comportamento del bambino. Crescere in un ambiente stressante dunque ed avere ereditato la forma corta del gene predispone ad essere paurosi, ansiosi e depressi.

Fonte: Università del Maryland
Immagine: serotonina, la molecola della felicità. Tratta dal sito dell'Universià di Bristol
MAR 07

LA RISATA E' PIU' CONTAGIOSA DEL PIANTO

Secondo una ricerca realizzata dal Collegio Universitario di Londra, la reazione del cervello al riso stimolerebbe i muscoli facciali a sorridere e a ridere.
Per fare questo esperimento, ad un grupp di soggetti sono stati fatti ascoltare dei suoni gradevoli (risate) e poi sgradevoli (lamenti, pianti): durante queste stimolazioni i ricercatori monitoravano l'attività cerebrale dei soggetti dell'esperiemnto attraverso la risonanza magnetica. Si è visto così che tutti questi stimoli attivavano una risposta nella stessa area cerebrale, che peraltro è la stessa che controlla i muscoli facciali. L'ascolto dei suoni piacevoli tuttavia era due volte più potente dei suoni sgradevoli. Da qui la conclusione che il riso ha un maggiore impatto sul cervello del pianto e dunque è più contagioso.

Fonte: Cyberpresse
MAR 07

I BAMBINI MANGIANO DI PIU' SE SONO IN GRUPPO

bambini fra i 2 e i 6 anni possono mangiare circa un terzo in più del normale se consumano i pasti in un gruppo allargato (9 bambini), piuttosto che quando sono con pochi amici (3 bambini). (Ciò è vero se il tempo in cui devono consumare il pasto supera gli 11 minuti)

La ricercatrice Julie C. Lumeng, del Center for Human Growth and Development, presso la University of Michigan in Ann Arbor sostiene che la visione e l'ascolto di altri bambini che mangiano diventa uno stimolo a mangiare di più. Il fenomeno, già osservato negli animali e negli adulti, è conosciuto come 'facilitazione sociale'.

Da che dipende? Forse semplicemente dal fatto che alcuni bambini mangiano più in fretta di altri, oppure che cominciano per primi e finiscono per ultimi, oppure che i grandi mangiatori impiegano meno tempo per socializzare, dedicandosi solo a mangiare...

Il consiglio che emerge dalla ricerca è comunque quello di fare in modo chei bambini che mangiano troppo siano messi a mangiare in gruppi allargati e quelli che mangiano troppo in gruppi ristretti.

Fonte: Lumeng, J. Archives of Disease in Childhood, Feb. 14, 2007; advance online edition. News release, BMJ Specialist Journals. Via CBS
FEB 07

PADRI

Lisa Hagan e Janet Kuebli hanno scoperto, in un recente studio, che sono principalmente i padri a determinare un'educazione diversa fra figli maschi e figlie femmine. I ricercatori hanno filmato 80 bambini di circa 4 anni impegnati in una mini-corsa ad ostacoli. I bambini erano accompagnati da uno dei loro genitori. Per la ricerca erano presenti: 27 madri di figli maschi, 22 madri di figlie femmine; 13 padri di maschi e 18 padri di femmine. I ricercatori hanno cercato di focalizzare la loro attenzione sul comportamento di questi genitori durante la corsa, soprattutto quando i figli dovevano affrontare un ostacolo. Il comportamento delle madri è apparso del tutto simile, per i figli maschi e le femmine, mentre i padri di femmine tendevano a seguire le figlie con un'attenzione molto maggiore di quella prestata dai padri di figli maschi. I ricercatori ritengono dunque che siano i padri, piuttosto che le madri, a svolgere un importante ruolo nella costruzione sociale dell'identità maschile o femminile, durante le situazioni a rischio.

Hagan, L.K. & Kuebli, J. (2007). Mothers' and fathers' socialisation of preschoolers' physical risk taking. Journal of Applied Developmental Psychology, 28, 2-14. via BPS
FEB 07

ONLINE DISHINIBITION EFFECT

In un recente articolo apparso sul New York Times, Daniel Goleman, l'autore del libro L'Intelligenza Emotiva, parla del linguaggio digitale, osservando che, grazie ad esso (o a causa di esso), le persone arrivano a dire cose che probabilmente non avrebbero mai il coraggio di esprimere in un dialogo faccia a faccia con il proprio interlocutore. Il linguaggio utilizzato quando si è soli di fronte ad una tastiera del computer è sicuramente molto meno diplomatico di quanto lo sarebbe se si potesse guardare il proprio interlocutore negli occhi. Il nome tecnico del fenomeno è, in inglese, “online disinhibition effect” .

Nel 2004, nella rivista CyberPsychology & Behavior, John Suler, uno psicologo della Rider University in Lawrenceville, N.J., suggeriva quali potevano essere le cause di questo comportamento così disinibito: l'essere anonimi grazie all'uso di pseudonimi usati sul web, mancanza di una autorità di controllo online, invisibilità agli altri, tempo che trascorre tra un messaggio e la risposta ed anche un potenziamento del proprio sé, dovuto al fatto di sentirsi soli davanti alla tastiera.
Secondo lo psicologo, talvolta il calo delle inibizioni può essere positivo, ad esempio per aiutare un ragazzo timido ad aprirsi, ma anche negativo, come quando si cade in volgarità o equivoci imbarazzanti.

Il campo di studi emergente delle neuroscienze sociali (che studiano cosa accade nel cervello di una persona durante le interazioni sociali) può fornire qualche spunto per comprendere meglio il fenomeno: nell'interazione faccia-a-faccia il cervello esamina una enorme mole di segnali emotivi e atteggiamenti che possono guidare l'interlocutore nel continuare l'interazione: molte di queste 'guide sociali' si verificano nei circuiti della corteccia orbito-frontale, dove è situato il centro per l'empatia. Jennifer Beer, una ricercatrice della University of California, ritiene che l'interazione faccia-a-faccia sia in grado di inibire gli impulsi che porterebbero a mettere in atto delle azioni sgradite all'altro, il quale, ricevendo un comportamento sgradito, troncherebbe immediatamente l'interazione. Persone con danni neurologici, che hanno lesioni alla corteccia orbitofrontale, perdono la capacità di modulare l'amigdala, sorgente di impulsi non controllabili. E' quello che succede ai bambini, che spesso commettono delle gaffes perché non si rendono conto che il loro comportamento spontaneo è irriguardoso verso gli altri.

La corteccia cerebrale in genere riesce a controllare questa impulsività dell'amigdala: un tono di voce improvvisamente cambiato ci può indurre a comprendere che è il caso di cambiare registro nel discorso che stiamo facendo. Nel dialogo digitale mancherebbe insomma la complessità del dialogo faccia a faccia, fatto di espressioni, tono di voce, linguaggio del corpo, che vengono contemporaneamente percepiti e poi elaborati dal cervello. Le faccine, o ’emoticons’ vorrebbero in qualche modo completare il senso dei discorsi fatti in digitale, ma chiaramente non sono la stessa cosa. Se, mentre digitiamo, siamo agitati, l'assenza di risposte su come l'altro risponde ai nostri messaggi mette il circuito prefrontale nella condizione di sbagliare. L'emotività ha il sopravvento, perché l'e-mail si spedisce prima che una successiva riflessione faccia comprendere quanto essa possa essere inopportuna. Un'idea, suggerisce Goleman, potrebbe essere quella di inserire un piccolo semaforo sul computer: quando ci si sente agitati spingere per ottenere la linea rossa, poi pensare durante il giallo ed infine, al verde, decidere se spedire o meno l'email. Oppure, passare a e-mail in forma video.


Fonte: New York Times
FEB 07

LA NOIA

La prossima volta che vi annoiate durante una interminabile domenica pomeriggio, pensate alla nuova ricerca di John Eastwood e colleghi, che dimostra quanto la noia abbia veramente poco a che fare con la mancanza di stimoli esterni e quanto sia invece dovuta alla mancanza di contatto con il proprio mondo emozionale. 204 studenti hanno compilato dei questionari sulla loro predisposizione ad annoiarsi, sui loro vissuti emotivi, sui loro sentimenti. Ebbene: chi soffriva di più la noia tendeva a non riconoscere le proprie emozioni e si concentrava unicamente sugli stimoli provenienti dall'esterno. Eastwood e colleghi concludono che questo fatto la dice lunga sulla nostra tendenza a cercare fuori di noi stimoli e distrazioni quando siamo annoiati: si tratta di una soluzione errata, secondo i ricercatori. Questo infatti ci allontana ancor di più dai nostri desideri e dalle nostre passioni: la noia va piuttosto trattata come un'opportunità per scoprire quali siano i propri reali desideri e la possibilità di realizzarli.

Link; Eastwood, J.D., Cavaliere, C., Fahlman, S.A. & Eastwood, A.E. (2007). A desire for desires: Boredom and its relation to alexithymia. Personality and Individual Differences, 42, 1035-1045.
via BPS
FEB 07

PER FARE IL LEADER

Secondo uno studio pubblicato sul numero di Febbraio del Journal of Personality and Social Psychology, pubblicato dall'American Psychological Association (APA), nell'ambiente di lavoro, i leaders che hanno un alto o un troppo scarso livello di assertività sono considerati dai lavoratori come 'i meno efficaci'.
Essere troppo o troppo poco assertivi sembrerebbe dunque il limite più grande per qualsiasi persona che aspiri a diventare un capo. Daniel Ames, psicologo, professore presso la Columbia Business School, e Francis Flynn, psicologo, professore presso la Stanford Graduate School of Business, hanno chiesto a dei lavoratori quali erano i maggiori punti di forza e di debolezza dei loro capi. Come c'era da aspettarsi, fra i punti di forza di un buon leader sono state indicate le seguenti caratteristiche: intelligenza, auto-disciplina, carisma. Ed i punti di debolezza? Sorprendentemente, si è visto, essi non sono il contrario dei punti di forza: il problema cui si è fatto cenno più frequentemente è l'assertività, che è stata citata tanto quanto carisma, auto-disciplina e intelligenza messe insieme. A differenza del carisma infatti, che è rappresenta un problema solo quando manca, l'assertività è un male sia quando manca, sia quando ce ne è troppa. Così sostiene una buona metà del campione di lavoratori esaminato. Ames fa un commento pratico: "E' come il sale in una salsa: se ce n'è troppo o troppo poco è difficile sentire anche gli altri sapori; se invece ce n'è in giusta misura, è possibile riconoscere tutti gli altri sapori".
Un capo troppo poco assertivo non riesce a difendere le sue posizioni e a raggiungere i risultati; d'altra parte i tipi troppo assertivi risultano, agli occhi dei lavoratori, veramente insopportabili. Così, anche se possono teoricamente raggiungere i risultati, non sono in grado di gestire al meglio le relazioni interpersonali e, nel tempo, producono un accumulo di costi sociali che annulla i risultati.
Ames and Flynn specificano che il loro suggerimento per i leaders non è quello di essere 'moderatamente assertivi' : occorre invece apparire 'moderatamente assertivi' per essere meglio considerati dai propri dipendenti e produrre così dei migliori risultati. I ricercatori si dicono stupiti soprattuto dal fatto che i leaders non si rendono conto di essere considerati troppo o troppo poco assertivi, e dunque di avere un comportamento considerato eccessivo, in un senso o nell'altro. Del resto, se loro sono i capi, chi ha il coraggio di dirglielo?

Articolo: "What Breaks a Leader: the Curvilinear Relation Between Assertiveness and Leadership," Daniel R. Ames, PhD, Sanford C. Bernstein Associate Professor of Leadership and Ethics at Columbia Business School and Francis J. Flynn, PhD, Associate Professor of Organizational Behavior at Stanford Graduate School of Business; Journal of Personality and Social Psychology, Vol. 92 No. 2.
Full text of the article: http://www.apa.org/journals/releases/psp922307.pdf.
Daniel R. Ames, PhD telefono: (212) 854-0784 email da358@columbia.edu.

Fonte: Eurekalert
FEB 07

CUORI SOLITARI E BUGIARDI

Secondo uno studio della Cornell University, che verrà pubblicato nel mese di Aprile 2007, i cuori solitari online mentono spudoratamente quando devono descrivere il loro profilo. Usando un nuovo metodo, capace di misurare la differenza fra il profilo fornito on line e la realtà, si è visto che gli uomini, sistematicamente, si aumentano qualche centimetro di altezza, mentre le donne si tolgono qualche chiletto di troppo. Così sostiene Jeffrey Hancock, che ha condotto lo studio.
Sorprendentemente, l'inganno sull'età era minimo e non vi erano significative differenze di genere. Circa il 52,6 per cento degli uomini dello studio hanno mentito sulla loro altezza, contro il 39% delle donne. Il 64,1% delle donne ha mentito sul proprio peso, contro il 60,5% degli uomini. Sull'età, sono stati bugiardi il 24,3 per cento degli uomini, contro il 13,1% delle donne.

Hancock, Cornell e Nicole Ellison, per questo studi,o hanno esaminato quattro popolari siti web per incontri, dove gli utilizzatori creano il loro profilo ed avviano il contatto con gli altri membri. I siti erano: Match.com, Yahoo Personals, American Singles e Webdate. I partecipanti allo studio sono stati reclutati tramite un annuncio sul giornale ed in totale erano 80 persone, ugualmente divise fra maschi e femmine.

Ma cosa cercano questi cuori solitari nel partner? Gli uomini cercano giovinezza e bellezza nella donna che vorrebbero incontrare. E le donne? Eh, si, guardano alle cose concrete: condizione sociale, livello di istruzione e carriera professionale. I partecipanti allo studio cercavano di presentarsi come persone attraenti, ma allo stesso tempo ci tenevano a dare all'altro/a un'idea di sincerità e di affidabilità e per questro cercavano di bilanciare adeguatamente le informazioni.

Fonte: Eurekalert
FEB 07

IL CORTISOLO CONTRO LO STRESS

Alcuni ricercatori tedeschi hanno trovato ulteriori prove sull'azione del cortisolo (ormone dello stress), il quale in alcune situazioni può dare anche effetti positivi a chi soffre di ansia e di fobie. Lo stress cronico porta normalmente un aumento della presenza di cortisolo nel sangue, anche per periodi medio-lunghi, producendo indebolimento del sistema immunitario e depressione. Questo nuovo studio ha però scoperto che somministrare del cortisolo prima di un evento stressante può diminuire l'impatto emozionale dello stress sull'individuo. Gli psicologi sono molto interessati a questo studio, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione ed il trattamento del disturbo post traumatico da stress. La scoperta appare sul numero di Febbraio di Behavioral Neuroscience, pubblicato dalla American Psychological Association (APA).

Gli psicologi Serkan Het, e Oliver Wolf, della University of Bielefeld, hanno studiato i casi di 44 donne in buona salute per uno studio "double-blind " nel quale né i ricercatori, né i partecipanti conoscevano il trattamento al quale ciascuna donna veniva assegnata. Un'ora prima di essere sottoposte al test, ad alcune donne di questo gruppo sono stati somministrati 30 mg di cortisolo (assunto per via orale) o un placebo. La dose di 30 mg di cortisolo è considerata elevata, simile a quella che si ottiene in particolari situazioni di stress. Ai partecipanti è stato chiesto di parlare per cinque minuti di sé stessi, come se dovessero sostenere un colloquio di selezione per il lavoro dei propri sogni, focalizzandosi sui propri punti di forza e di debolezza. I successivi cinque minuti hanno dovuto imparare liste di numeri, ricominciando da capo ogni volta che commettevano un errore. Durante entrambi i test i partecipanti dovevano riferirsi ad una commissione d'esame composta di un uomo e una donna che, senza essere scortesi o maleducati, avevano comunque un atteggiamento molto riservato e frreddo. Per aumentare il livello dello stress, i partecipanti dovevano parlare al microfono e sapevano di essere ripresi con una telecamera durante la loro performance.

Het e Wolf hanno misurato il tono dell'uomore dei partecipanti per cinque volte utilizzando dei questionari, sia poco dopo essere arrivate nel laboratorio, sia dopo la prova stressante. Si è visto così che, le donne trattate con cortisolo avevano sviluppato, in media, un tono dell'umore meno negativo rispetto alle donne trattate con solo placebo.

Wolf sostiene che, mentre i livelli cronicamente elevati di cortisolo possono essere offensivi sia all'umore che al sistema immunitario, una leggera dose di cortisolo può essere protettiva.

Commenta, “c'è una differenza importante fra un aumento acuto di cortisolo e l'iperattività cronica del cortisolo.„

La ricerca precedente aveva suggerito che il trattamento con bassi dosaggi di cortisolo poteva essere di aiuto per chi soffre di disturbi causati dallo stress. In particolare, chi soffre di fobia sociale o è esposto ad una situazione sociale stressante, attraverso questo trattamento preparatorio con cortisolo sembra ridurre l'ansia. Questo nuovo studio condotto su partecipanti in buona salute aggiunge un'altra prova al fatto che il cortisolo può essere uno strumento clinico utile. Secondo Wolf, un aumento anticipato nei livelli del cortisolo prima di essere sottoposti ad uno stress potrebbe aiutare la persona che soffre di disturbi d'ansia a fare fronte più efficientemente alla situazione stressante.

Articolo: "Mood Changes in Response to Psychosocial Stress in Healthy Young Women: Effects of Pretreatment with Cortisol," Serkan Het, MSc, and Oliver T. Wolf, PhD, University of Bielefeld; Behavioral Neuroscience, Vol. 121, No. 1.
Fonte: Science Daily
FEB 07

I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI NASCONO IN FAMIGLIA

I bambini che crescono in famiglie con comportamenti antisociali, hanno maggiori probabilità di essere antisociali essi stessi. Lo studio, intrapreso dai ricercatori all'università di California, e presso l'istituto politecnico della Virginia e l'università di Stato, è apparso sul giornale Child Development. Per cercare di capire come si trasmetta un comportamento antisociale dai genitori ai figli, i ricercatori hanno osservato 430 adolescenti ed i loro genitori biologici. Specificamente, lo studio ha esaminato gli adolescenti che avevano dei comportamenti antisociali, la presenza di tali comportamenti anche nei genitori, la percezione che avevano gli adolescenti del comportamento dei genitori.

Per comportamento antisociale si intende uso di droghe, partecipazione a risse, mancato rispetto delle norme sociali ecc. Si voleva comprendere se la percezione di comportamenti antisociali nei propri genitori avesse un effetto sui figli, così come le scarse cure parentali, l'ostilità, l'eccessiva disciplina, ecc. I ricercatori hanno concluso che i bambini imparano il comportamento antisociale osservando ed interpretando il comportamento antisociale dei loro genitori. Il comportamento dei genitori fornisce ai bambini un modello per il loro comportamento e la percezione dei bambini che un genitore sia antisociale può essere una componente chiave nella scelta e nella convalidazione del proprio comportamento. Per gli adolescenti in questo studio, il riconoscimento di comportamento antisociale nei loro genitori ha svolto un ruolo importante nell'aumento del loro rischio di attuare un comportamento simile. I risultati erano gli stessi sia per il comportamento antisociale dei padri o delle madri e sullo sviluppo di comportamento antisociale delle ragazze e dei ragazzi. Per questo, gli interventi centrati sulla famiglia sarebbero molto importanti per ridurre il rischio di comportamenti anti-sociali dei giovani.
FEB 07

MUTISMO SELETTIVO

Il mutismo selettivo è un disturbo d'ansia che riguarda soprattutto l'infanzia. E' caratterizzato dall'incapacità del bambino di parlare, ma solo in particolari situazioni 'selezionate'. Tra le situazioni più comuni nelle quali il bambino evita di parlare, pur essendo perfettamente capace di farlo, c'è sicuramente la scuola. Si stima che la percentuale dei bambini interessati a fenomeni di mutismo selettivo sia 1 su 1000.
L'inibizione della comunicazione orale, che una volta si chiamava 'mutismo elettivo' (termine ormai desueto perché implicava una certa volontà del bambino nell' "eleggere" le situazioni o le persone verso le quali avrebbe usato questo comportamento)
può dipendere, oltre che da fattori genetici, anche da situazioni traumatiche, come ad esempio un'improvvisa separazione dalla madre, la nascita di un fratellino, la fobia scolastica, episodi di bullismo ecc.

Si ha mutismo selettivo quando:

- Il bambino non parla in determinati luoghi, come la scuola o altre situazioni sociali, ma parla perfettamente in casa o in altri contesti;
- L'incapacità del bambino di parlare gli impedisce una normale vita di relazione nel contesto scolastico e/o nelle situazioni sociali.
- La difficoltà di comunicare dura da almeno un mese.
- Sono esclusi disturbi della comunicazione (come la balbuzie) o altri disturbi mentali (es. autismo, schizofrenia, ritardo mentale).

In Inglese:

Selective Mutism

Selective Mutism Foundation

Selective-mutism

In Italiano:

Clinica della Timidezza/Mutismo selettivo

http://www.mutismoselettivo.info/

Libri:

TOREY HAYDEN - UNA BAMBINA E GLI SPETTRI TEA 1994 - BROSS. PP.238 il mutismo elettivo.

MUTISMO ELETTIVO E PSICOSI FE' D'OSTIANI, Eleonora Ed. Borla, Roma 1987

Corsi per le Scuole (diretti ad allievi e insegnanti)
FEB 07

FOBIA SOCIALE IN SPAGNA

Dall'anno 2002 in Spagna si registra un aumento del 26% di richieste per la diagnosi ed il trattamento di problemi di fobia sociale. Si può dire che il 4% delle persone adulte soffre di fobia sociale e che circa il 9% ne ha sofferto almeno nell'infanzia o nell'adolescenza (dati ACTAD Asociación Catalana para el Tratamiento de la Ansiedad y Depresión) . Si pensa che la distribuzione di questa patologia nella popolazione sia di 3 donne ogni due uomini. Nonostante ciò, sono sempre più gli uomini che le donne a richiedere una consulenza. E' probabile che le cause di questa tendenza siano dovute alle richieste culturali, poiché la nostra società assegna solitamente agli uomini un carattere estroverso ed il ruolo principale come 'iniziatore dei rapporti di amicizia e di relazioni di coppia.

Come si sa, la fobia sociale è caratterizzata da un timore intenso prima di una o più situazioni sociali. La persona limita in qualche modo il suo comportamento e vive nel terrore di mostrare all'esterno i propri sintomi di ansia, che la confondono e la umiliano.
L'ansia anticipatoria è solitamente di tale intensità che la persona finisce per evitare la maggior parte dell situazioni di interazione sociale. Anche se i sintomi fisici variano secondo la persona ed il suo livello di ansia, i più frequenti sono: tachicardia, tremore alle mani o del corpo, malessere addominale, arrossamento, tensione muscolare, secchezza della bocca e/o traspirazione.

La psicoterapia è importante tanto quanto l'acquisizione di abilità sociali ed un buon livello di assertività. Fattori predisponenti sono la eccessiva paura di una valutazione negativa, l'ipersensibilità alle critiche, la mancanza di determinate abilità sociali, come pure la incapacità di essere assertivi. Gli effetti della fobia sociale aumentano l'attenzione su sé stessi, oltre che la credenza che gli altri riescano a leggere i loro pensieri e comportamenti. L'ansia sociale rende difficile l'impegno scolastico, interferisce seriamente sul rendimento lavorativo e rende difficili o impossibili i rapporti di amicizia e di coppia.

Fonte: Ambosmedos
FEB 07

PAURA DI CRESCERE

Sondaggio nei licei: il 50% maschi si pensa padre con fastidio, la maternita' e' indicata come vera e propria paura dal 30% delle ragazze. Dai dati emerge che gli adolescenti sono divisi tra la convinzione di essere onnipotenti e la paura di diventare genitori.

Fonte: Ansa
FEB 07

FUMARE

In Italia i fumatori sono passati dal 25,6 al 24,3 per cento della popolazione adulta, confermando la tendenza al ribasso che prosegue ormai da diversi anni (dal 2001 a oggi si è avuta una riduzione di quasi 5 punti percentuali). Ma permangono una serie di comportamenti irresponsabili, come il fumare in casa o l'eccessiva tolleranza verso i figli fumatori. Lo rivela un’indagine campionaria condotta dalla DOXA nei mesi di marzo e aprile 2006, basata su 3039 interviste personali ad un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta di 15 anni ed oltre.
Il 24,3 per cento degli italiani adulti dichiara di essere fumatore (il 28,6 dei maschi e il 20,3 per cento delle femmine). Coloro che dichiarano di non essere mai stati fumatori sono il 57,6 per cento del campione (il 47,4 dei maschi e il 67,1 delle femmine).
Il numero medio di sigarette consumate al giorno è pari a 13,6 (14,8 per gli uomini e 12,0 per le donne). Tale numero ha continuato a decrescere nel corso degli ultimi anni: era 16,8 nel 2002, 16,1 nel 2003, 14,8 nel 2004 e 14,0 lo scorso anno.
Solo il 4,2 per cento dei fumatori ha chiesto al proprio medico di famiglia dei consigli per smettere di fumare, nel corso degli ultimi 12 mesi (il 10,7 per cento nella fascia degli over 64). Al 22,3 per cento dei fumatori è capitato nel corso degli ultimi 12 mesi che il proprio medico suggerisse spontaneamente di smettere di fumare, con un piccolo aumento rispetto al 2005, quando ciò era stato riportato dal 20,7 per cento dei fumatori.
Gli italiani chiedono principalmente che venga fatta maggior educazione nelle scuole, auspicata dal 42,6 per cento degli intervistati, e che ci sia maggior controllo sulle vendite ai minori, citato dal 25,5 per cento del campione, mentre il 21,5 per cento suggerisce di aumentare i prezzi delle sigarette.
Davanti all’ipotesi di un prezzo minimo di 5 Euro al pacchetto, il 38,1 per cento ha dichiarato che ridurrebbe il consumo di sigarette e il 14,8 per cento che addirittura smetterebbe di fumare. Nell’ipotesi invece di una possibile introduzione di una tassa regionale di 10 centesimi al pacchetto, finalizzata alla creazione di fondi da impiegare a favore di supporti per smettere di fumare (accesso gratuito ai centri anti-fumo, medicinali gratuiti, ecc.) è stato rilevato un atteggiamento di grande favore e disponibilità, non solo fra il totale della popolazione (43,6 molto favorevoli e 32,6 abbastanza favorevoli) ma anche fra i fumatori (26,3 molto favorevoli e 30,7 per cento abbastanza favorevoli).
Nella maggior parte delle famiglie italiane non è consentito nemmeno agli ospiti di fumare liberamente all’interno dell’abitazione: nel 54,6 per cento delle abitazioni si può fumare solo all’esterno, nello 0,9 per cento solo in cucina e nell’1,5 per cento non c’è mai nessuno che fuma, mentre sono il 43,1 per cento le famiglie in cui è possibile fumare liberamente anche all’interno dell’abitazione. Sembra invece più tollerante l’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli: nel 44,6 per cento delle famiglie in cui ci sono ragazzi fumatori di meno di 25 anni, è loro consentito di fumare liberamente dove vogliono, nel 29,5 solo all’esterno o in alcune stanze e nel 20,3 non è consentito fumare nell’ambito domestico, nemmeno all’esterno.
Ovviamente tale atteggiamento è molto diverso fra genitori fumatori (57,2 per cento di costoro lasciano fumare liberamente i figli dove vogliono) e genitori non fumatori o ex-fumatori (27,4 e 33,8, rispettivamente, lasciano fumare liberamente i figli dove vogliono).

Fonte: Ufficio stampa DOXA 2007 via Yahoo salute
GEN 07

NUOVI ANTIDEPRESSIVI

Si è tenuto la settimana scorsa a Parigi il quinto congresso sul cervello, che ha riunito quasi 5000 specialisti, fra psicologi e psichiatri. Si è parlato di un nuovo metodo terapeutico per combattere la depressione.
Un francese su cinque rischia di confrontarsi con la depressione durante la sua esistenza, il che significa, come tutti sanno, sperimentare un'angoscia terribile, ben diversa da un momento di leggera malinconia. È una vera e propria patologia e non “un'assenza di volontà degli individui più deboli„ come una volta si riteneva. I relativi sintomi sono: scarso tono dell'umore, pensieri suicidari, problemi alimentari, scarsa autostima, eloquio rallentato, difficoltà di concentrazione, ansia. La depressione è accompagnata da stanchezza cronica, specialmente al mattino, stato continuo di sonnolenza e, spesso anche una serie di dolori vari, detti funzionali, senza rapporto con una causa somatica.
La terapia attuale della depressione si basa prinicpalmente sugli antidepressivi, a volte anche sull'elettroshock, o sulle psicoterapie di sostegno.
Si è visto che, nel 70% dei casi, una presa in carico ben condotta riesce a curare il paziente ed a evitare alcune delle complicazioni quali inabilità socioprofessionale, cronicizzazione, tentativo di suicidio, ecc - ma nel 30% dei casi, i pazienti non sembrano sufficientemente sensibili ai farmaci. E questo nel caso si tratti dei “nuovi„ antidepressivi che agiscono sulla serotonina e sulla noradrenalina, i due neurotrasmettitori che facilitano la comunicazione fra i neuroni, o sugli antidepressivi di vecchia generazione.
Questo fa capire quanto sia importante scoprire altre soluzioni terapeutiche.
E' stato dimostrato che il 90% di soggetti depressi ospedalizzati e il 40 - 60% dei pazienti trattati a domicilio presentano delle variazioni importanti nel ciclo del sonno, caratterizzate da un allungamento del periodo di addormentamento, una riduzione del sonno lento profondo con frequenti risvegli notturni e mattinieri. Questi disordini vanno di pari passo con le modifiche della temperatura corporea e una serie di anomalie a livello della secrezione di cortisolo, l'ormone della crescita, gli ormoni tiroidei, la melatonina, tutto sotto il controllo dell'orologio biologico interno dell'organismo. “Abbiamo oggi strumenti farmacologici per esplorare queste modificazioni dei ritmi e per tentare di comprenderli meglio ipotizzando che essi siano alla base della depressione." dice il Professor Pierre-Michel Llorca, capo del servizio di psichiatra a Clermont-Ferrand.
“L'orologio biologico interno è ancora poco conosciuto, ma si sa che determinate zone situate nell'ipotalamo controllano buona parte di queste funzioni biologiche cicliche attraverso la melatonina, prodotta durante la notte„ specifica ilProfessor Jean Dalery, capo servizio di psichiatria a Lione. Presso soggetti normali, sappiamo che vi è un picco della secrezione di melatonina intorno alle tre del mattino, mentre nel depresso, questo picco è molto limitato, o addirittua non è presente. L'importanza della melatonina nella depressione era stata già esplorata alcuni anni fa, ma allora non vi furono risultati significativi. Da allora in poi, dei ricercatori hanno scoperto che era necessario lavorare sui due sistemi della neurotrasmissione, quello della melatonina e quello della serotonina, per ottenere degli effetti positivi. I ricercatori del laboratorio di Servier in Francia hanno allora sviluppato una nuova molecola, la “agomelatina„, la quale agirà allo stesso tempo sia sui recettori della melatonina situati nei nuclei soprachiasmatici e su determinati recettori del sistema della serotonina. Buoni risultati si sono già avuti con animali sottoposti a stress cronico. Sull'uomo la molecola è in sperimentazione, alla fase III. Oltre che un antidepressivo efficace, la nuova molecola serve per migliorare la struttura del sonno, spesso molto disturbata nei pazienti depressi. La molecola non è ancora commercializzata e al momento è in corso la registrazione presso l'agenzia europea. I medici potranno presto disporre di un antidepressivo con un nuovo meccanismo di azione, che potrà permettere di migliorare la presa in carico di quei pazienti sui quali i trattamenti attuali non hanno effetto. Almeno così sperano i ricercatori.

Fonte: Le Figaro
GEN 07

USO ECCESSIVO DI FARMACI CON BAMBINI E ADOLESCENTI

In Italia il 6% dei bambini e degli adolescenti assume antidepressivi : il 3,25% sono femmine da 0 a 17 anni, il 2,4% maschi. Fra gli adolescenti, di età compresa fra i 14 ed i 17 anni, il ricorso ad antidepressivi riguarda il 6% dei ragazzi e più del 10% delle ragazze. Lo rivela uno studio condotto da Maurizio Bonati, responsabile del laboratorio di salute materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano, illustrati oggi all'Istituto superiore di sanitá di Roma nel corso del convegno «Bambini e psicofarmaci: tra incertezza scientifica e diritto alla salute».

«La depressione - sottolineano gli esperti - si sta diffondendo nel mondo anche tra gli adolescenti, al punto che il suicidio rappresenta la terza causa di morte in questa fascia d'età». I dati presentati dal ricercatore milanese Bonati indicano che circa 20 mila adolescenti ogni anno ricevono almeno una prescrizione di antidepressivi off-label, cioè al di fuori dell'indicazione per cui sono stati autorizzati in commercio. «I medici possono prescrivere diversi antidepressivi nel nostro Paese, ma solo uno di questi è indicato per l'utilizzo nei ragazzi e nei bambini. Invece in quasi due terzi dei casi vengono prescritti farmaci che non dovrebbero essere prescritti nei ragazzi o che, addirittura, hanno controindicazioni all'uso pediatrico».

Secondo «A public health approach to innovation», uno studio recentemente condotto dall'Oms (Organizzazione mondiale della sanità), 3 bambini su 1.000 soffrono di un disturbo depressivo in etá prescolare, il 2% in etá scolare e il 4-8% durante l'adolescenza. Inoltre, dal 30% al 50% degli adolescenti depressi soffre anche di disturbi distimici o ansiosi e tra il 20% e il 30% fa uso di sostanze stupefacenti.

Altra patologia per la quale vengono impiegati psicofarmaci nei ragazzi è l'ADHD (malattia del distrubo dell'attenzione o dell'iperattività). Entro febbraio arriverà la decisione regolatoria per il Ritalin (metilfenidato), relativa alla sua immissione in commercio e ai criteri di rimborsabilità. Attualmente si stima che circa 5 mila bimbi con Adhd in Italia siano trattati con il Ritalin, nonostante nel nostro Paese non sia ancora stato approvato. Il farmaco è molto prescritto negli Usa.

Fonte: Corriere della Sera
GEN 07

METODO MONTESSORI ANCORA ATTUALISSIMO

Uno studio ha messo a confronto i comportamenti di alcuni bambini che frequentavano una scuola in cui si utilizzava il metodo Montessori con altri che frequentavano scuole tradizionali.
Si è visto così che i ragazzi che utilizzavano il metodo della pedagogista italiana avevano delle prestazioni superiori agli altri, sia come abilità sociali che come rendimento scolastico.
Lo studio è apparso lo scorso settembre sulla rivista Science. Il metodo Montessori è caratterizzato da classi con bambini di età diversa, che hanno a disposizione particolari materiali con i quali i ragazzi decidono di svolgere dei lavori in un ambiente collaborativo, stimolati dai loro insegnanti, in assenza di voti e verifiche, con insegnamenti individuali o in piccoli gruppi.
Più di 5.000 scuole negli Stati uniti, incluse 300 scuole pubbliche, usano il metodo Montessori. La scuola studiata in questa ricerca si trova a Milwaukee e serve una minoranza di bambini di area urbana, selezionati attraverso un'estrazione pubblica. Il gruppo di controllo è stato creato con i bambini che avevano perso questa particolare 'lotteria' ed erano quindi entrati in altri Istituti scolastici. Autrici dello studio sono Angeline Lillard, professoressa di psicologia presso la University of Virginia e Nicole Else-Quest, della University of Wisconsin. Sono stati selezionati solo bambini che non erano riusciti ad entrare nel gruppo dei 'prescelti' per la Montessori perché era importante che in entrambi i gruppi i genitori avessero voluto indirizzare i propri figli verso il metodo Montessori: infatti questo tipo di genitori sono considerati 'particolari', come formazione e come aspettative per i loro figli. I ragazzi sono stati valutati al termine dei due gradi di istruzione: primaria (3-6 anni) ed elementare (6- 12 anni). Il livello economico delle famiglie era molto simile (da $20,000 a $50,000 l'anno in entrambi i gruppi).
Risultati: i bambini che avevano seguito il metodo Montessori erano più preparati ed in particolare avevano migliori abilità sociali.
Dal punto di vista dell'apprendimento, a 5 anni i bambini delle Montessori sapevano leggere e fare esercizi di matematica molto meglio del gruppo di controllo. Sono state valutate anche le capacità di adattamento, un'abilità che può essere molto importante nella vita: anche in questo, i 'montessoriani' presentavano migliori abilità, un più sviluppato senso della giustizia e del dovere. Anche nei giochi i bambini delle Montessori, sapevano impegnarsi in attività positive con i compagni, anziché in giochi violenti. I dodicenni erano "significativamente più creativi"e molto più padroni della lingua. Risultati simili invece si sono riscontrati nello 'spelling', nella punteggiatura e nella grammatica. In matematica e lettura non c'erano differenze significative. Nel comportamento, i dodicenni montessoriani producevano risposte considerate 'positive' e 'assertive' nell'affrontare situazioni spiacevoli e difficili. Avevano molto sviluppato anche il 'senso della comunità' nei confronti della loro scuola. Le autrici hanno concluso che, se il metodo Montessori viene applicato in modo ortodosso, secondo gli insegnamenti della pedagogista di Chiaravalle, esso supera tutti gli altri tipi di insegnamento, sia dal punto di vista didattico che di socializzazione.
Ora questi ragazzi saranno seguiti in uno studio longitudinale, per vedere come riusciranno nella vita.

Link: http://www.montessori-science.org/.
Contatti: Angeline Lillard University of Virginia

CONFRONTI AL RIBASSO NELL'AMBIENTE DI LAVORO

Fa parte della natura umana il bisogno di confrontarsi con gli altri, anche per capire meglio noi stessi. Secondo il ricercatore Douglas Brown ed i suoi colleghi, in precedenza non sono state fatte ricerche specifiche su questo argomento.Vi sono infatti individui che, sul lavoro, amano confrontare le loro fortune con i colleghi più giovani ed altri che lo fanno con persone di livello gerarchico superiore. Ebbene, i primo, quelli che si confrontano 'al ribasso', con persone più giovani ed inesperte, tendono ad essere più felici.
Novecentonovantuno persone di cultura universitaria sono state coinvolte nell'esperimento, che riguardava lavoratori di vario tipo, dall'insegnante al venditore.
Essi sono stati studiati in tre periodi diversi, nel tempo massimo di 12-16 settimane.
I risultati conseguiti indicano principalmente che:
(a) l'ambiguità del ruolo, l'autonomia lavorativa, la tendenza all'autovalutazione, sono fattori predittori significativi di confronti sociali con persone di più elevato livello gerarchico
(b) i confronti con persone di più alto livello sono però correlati significativamente, in senso negativo, con la soddisfazione sul lavoro e il coinvolgimento personale verso il proprio lavoro
(c) i confronti al ribasso, ovvero quelli fatti con persone di livello gerarchico inferiore sono correlati significativamente, in senso positivo, con la soddisfazione sul lavoro e con il coinvolgimento personale
(d) i confronti - al ribasso o al rialzo - hanno effetti indiretti significativi, rispettivamente positivi e negativi, sui comportamenti di ricerca del lavoro.

I partecipanti allo studio hanno dovuto compilare un questionario on line nel quale si chiedeva loro quale fosse l'atteggiamento tenuto sul posto di lavoro, per quanto riguardava la loro predisposizione a confrontarsi con persone di più alto o di più basso livello gerarchico. Si è visto così che, chi mancava di autonomia sul posto di lavoro, chi non aveva delle responsabilità definite, chi era incerto sul proprio status e sulle proprie abilità tendeva a confrontarsi con persone di grado gerarchico più elevato. Certamente non si tratta di un fatto nuovo: il legame che c'è tra la mancanza di autonomia lavorativa, l'ambiguità sulle mensioni da svolgere, l'insoddisfazione, erano state già considerate da ricerche precedenti, ma questo gruppo di ricerca di Douglas Brown ritiene di essere stato il primo ad evidenziare l'importanza del confronto del proprio ruolo sociale con altri soggetti.
I ricercatori hanno concluso: “questi risultati hanno implicazioni importanti per capire come funzionano i confronti sociali in un contesto organizzativo, come si formano le attitudini al lavoro ed i comportamenti per la ricerca del lavoro„.

Fonte: Brown, D.J., Ferris, D.L., Heller, D. & Keeping, L.M. (2006). Antecedents and consequences of the frequency of upward and downward social comparisons at work. Organizational Behaviour and Human Decision Processes, 102, 59-75. via BPS
GEN 07
 
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