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L'OSSITOCINA
L'ossitocina è un ormone prodotto dai nuclei ipotalamici e secreto dalla
neuroipofisi. L'azione principale dell'ossitocina è quella di stimolare le
contrazioni della muscolatura liscia dell'utero. Nell'ultimo periodo della
gravidanza la responsività dell'utero all'ossitocina aumenta notevolmente
e l'ormone esercita un ruolo importante nell'inizio e nel mantenimento del
travaglio e del parto. Altro fondamentale ruolo è quella di stimolo delle
cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. In tal modo l'ossitocina
provoca una contrazione delle cellule muscolari e l'eiezione del latte. (Info
tratte da Wikipedia)
L'ossitocina viene rilasciata anche durante l'orgasmo, sia da parte delle
donne che degli uomini.
NewScientist riporta una ricerca svizzera la quale mostra che l'ormone è
importante anche nella fiducia in sé stessi e nelle abilità sociali di un
individuo.
Fonte: Herald Sun
AGO 07
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TIMIDEZZA CINICA
Analizzando otto sparatorie perpetuate nelle scuole negli ultimi dieci
anni, lo psicologo americano Bernardo Carducci ed il suo gruppo di ricerca
presso l'Indiana University ha scoperto che i giovani sparatori avevano
caratteristiche di comportamento e di personalità che potrebbero essere
descritte come 'timidezza cinica'. Questa forma, dice Carducci, il quale
dirige anche lo Shyness Research Institute, differisce dalla normale
timidezza, in quanto riguarda persone che vorrebbero stare con gli altri,
ma che invece vengono rifiutate; mentre i timidi 'normali' continuano a
provare ad essere accettati ed alla fine magari ci riescono, questi timidi
'cinici' interiorizzerebbero il rifiuto subito, al punto di alienare sé
stessi. Sentirsi isolati li porta a staccarsi ulteriormente dagli altri e
a pensare a come vendicarsi. Carducci ha presentato questa sua ipotesi al
meeting annuale dell'American Psychological Association. Lo studio non
riguarda la più recente sparatoria al Virginia Tech avvenuta all'inizio
del 2007 da parte dello studente Seung Hui Cho, il quale possedeva il 77%
delle caratteristiche indicate da Carducci (ritiro sociale, attrazione
verso le armi e la violenza, rabbia e violenza che si riflettono nel
lavoro scolastico, ostilità verso i compagni ed i professori ecc. ) Quando
i sentimenti di vergogna, di inadeguatezza, sono esagerati e portano il
ragazzo a dei comportamenti di ritiro sociale, se il giovane si sente
rifiutato da tutti e crede che nessuno lo protegga, può diventare
pericolosi, per sé e per gli altri. Identificare questi soggetti è
importante, dice Carducci, per genitori, professori, professionisti della
salute mentale: occorre intervenire per impedire che la timidezza si
trasformi in rabbia e ostilità verso gli altri.
Fonte: Time
Ago 2007
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ADDIO TIMIDEZZA, BENVENUTO DISORDINE DI PERSONALITA' EVITANTE
La timidezza, che tutti conoscono e che non pochi apprezzano per i tratti
delicati del carattere che può donare alla persona, è ormai diventata una
malattia, una sindrome. Molti pensano che le persone 'soffrano di
timidezza'. Ma non è una cosa naturale? Non fa parte della natura umana
sentirsi un po' a disagio con le persone nuove o sconosciute, mettere in
dubbio le proprie capacità, aver paura di sbagliare? Il dibattito è
aperto. Si è cominciato con il parlare di 'fobia sociale' nel 1980, per
poi arrivare al disturbo di ansia sociale e alla 'personalità evitante'.
Come ci si cura? Le cure più praticate sono la psicoterapia, l'ipnosi e i
farmaci, nei casi più gravi, come gli antidepressivi, i beta-bloccanti,
ecc.
Una nuova ricerca pubblicata dalla University of Sussex dice che si è
andati troppo lontano nel definire la timidezza una 'sindrome': è la
società che si sente a disagio con i timidi, che non si conformano come
gli altri ai dettami sociali. La Dr.ssa Susie Scott, la sociologa che ha
condotto l'intervista, dice che la medicalizzazione crescente sta facendo
diventare la modestia e la riservatezza del timido delle vere e proprie
malattie: per avere successo dobbiamo apparire, essere assertivi e capaci
di partecipare alla vita sociale. I timidi vengono sollecitati a fare
psicoterapie in cui si cerca di convincerli che la tranquillità e la
passività, la tendenza alla riservatezza ed al ritiro dalle situazioni
sociali deve essere disimparata, perché non è un comportamento adattivo
per la società in cui viviamo. Come se il non-essere-timidi fosse la
normalità o lo stato più desiderabile da raggiungere, come se i timidi
avessero necessariamente l'obbligo di cambiare. La ricerca verrà
pubblicata a breve nella rivista Sociology of Health and Illness.
Il Dr Bernado Carducci sostiene che i ritmi della vita moderna non
permettono alle persone timide di 'scaldarsi' come vorrebbero. Sta di
fatto che molti timidi resistono alla medicalizzazione e a quello che i
ricercatori definiscono 'psicofarmacologia cosmetica', per cambiare i
tratti della personalità. Molti siti esaltano invece la timidezza, come ad
esempio http://members.aol.com/cyberbettr/shyness.html, che sostiene che
essere timidi significa essere realmente sé stessi.
Secondo la Dr.ssa Elizabeth Morris la timidezza è oggi più frequente a
seguito di due rivoluzioni: quella informatica, che porta i bambini ad
interagire attraverso degli schermi, mentre la seconda rivoluzione è
avvenuta nelle famiglie, che sono più piccole e non permettono una facile
socializzazione.
Fonte: Timesonline
LUG 07
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LE FOTO DIGITALI AIUTANO A PARLARE COL FARMACISTA
Se avete una verruca in un luogo 'privato' del vostro corpo, come parlarne
col farmacista? Molti, fino a qualche tempo fa, si sarebbero vergognati...
Oggi invece ci sono le foto digitali che risolvono il problema: si fa la
foto della parte del corpo per la quale si desidera una medicina e poi la
si mostra al farmacista. Il fenomeno è stato chiamato, con un gioco di
parole,
“diginosis” dai farmacisti della catena Boots. Sembra che ad essere in
imbarazzo davanti al farmacista siano in molti, soprattutto gli uomini, e
che per questo nelle farmacie della catena britannica, per consentire una
consulenza più discreta, già dal 2005 sono stati allestiti appositi luoghi
riservati.
A quando in Italia?
Fonte: Icwales
lUG 07
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CON UN POCO DI SPRUZZO LA TIMIDEZZA SE NE VA
I ricercatori dell'Università di Zurigo hanno realizzato uno spray nasale
contenente ormoni sintetici che potrebbero in futuro aiutare le persone a
migliorare le abilità sociali, facendo sparire la timidezza. Lo spray è a
base di ossitocina, un ormone che, con il suo recettore, svolge un ruolo
cruciale nei legami sociali. Per il momento la sostanza è stata
sperimentata su un campione di 70 adulti, dando risultati definiti 'molto
interessanti'. Il Prof. Markus Heinrichs sostiene però che lo spray dovrà
essere testato su un campione più vasto di persone per mostrare la sua
reale efficacia. L’ossitocina, nota anche come "ormone dell’allattamento",
da anni è oggetto di studi: se ne conoscono infatti le implicazioni nel
parto, nell’amore, nei rapporti interpersonali e sessuali. Da anni viene
usata anche per curare i disturbi dei comportamenti sociali.
Fonte: Corriere della Sera
LUG 07
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ESSERE SOCIEVOLI STANCA
Essere socievoli produce fatica; lo hanno dimostrato dei neurogenetisti
californiani, che hanno messo a confronto delle mosche solitarie e delle
mosche che vivevano in comunità. I ricercatori hanno così constatato che
le 'mosche socievoli' facevano delle sieste quattro volte più lunghe delle
mosche solitarie. Da qui la conclusione che la socialità stanchi.
C'è un unico problema: i ricercatori non sono certi che le mosche immobili
stiano effettivamente dormendo: se facessero altro? In questo caso la loro
ipotesi non terrebbe più...
Fonte: Cyberpresse
LUG 07
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MORIRE DI TIMIDEZZA
Uno studio durato trenta anni, condotto dalla Chicago Northwestern
University ha scoperto che gli uomini timidi o con comportamenti
antisociali hanno il 50% di probabilità in più di morire d'infarto,
rispetto agli uomini estroversi. Sono stati studiati oltre 2000 uomini di
mezza età per oltre tre decadi, fino a che il 60% dei soggetti erano
morti.
Per ogni persona deceduta si andava a controllare il questionario di
personalità compilato all'inizio dello studio. Si è visto così che i più
timidi hanno il 50% di possibilità in più di morire di infarto rispetto
agli estroversi. Questo potrebbe essere attribuito al fatto che i più
timidi vivono le situazioni in modo più stressante, oppure che il loro
modo di comportarsi potrebbe essere determinato dalla parte del cervello
che controlla l'attività cardiaca. Le persone che godono di un migliore
stato di salute sono quelle della personalità B, la più estroversa, mentre
le personalità A sono predisposte a lavorare troppo, a soffrire troppo di
ansia, rabbia o stress e dunque più predisposte a soffrire di pressione
alta e problemi cardiaci. I tipi C invece, quelli che sopprimono tutte le
loro emozioni, sembrano più predisposti ad ammalarsi di cancro. Rischiano
di ammalarsi di cuore anche i tipi D, ovvero i pessimisti, quelli che
hanno poca stima di sé stessi. Questo studio è stato ideato e condotto dal
Dr Eric Brunner, un epidemiologo dell'University College London, il quale
ha aggiunto che c'è un collegamento fra stato sociale e salute personale.
Sentirsi inferiori infatti, è una sensazione che, secondo Brunner
contribuisce notevolmente allo sviluppo di problemi di timidezza, portando
la persona a dei cambiamenti nello stile di vita poco salutari, che
sbilanciano i livelli ormonali.
Fonte: BBC
GIU 07
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QUANDO LE EMOZIONI DIVENTANO PAROLE
Esprimere i propri sentimenti con le parole, scrivendo un diario,
parlandone con un terapeuta o con un amico aiuta a sentirsi meglio. Ce ne
eravamo già accorti tutti, ma adesso ce lo conferma un nuovo studio
scientifico. Psychological Science pubblica un articolo a tal proposito.
Se un amico o una persona cara si sente triste o arrabbiata, farla
scrivere o parlare riesce ad aiutarla a sentirsi meglio. Ciò è dovuto al
fatto che, dice Matthew D. Lieberman, professore di psicologia, quando
mettiamo in parole i sentimenti attiviamo la regione sinistra del cervello
che domina il linguaggio e riduciamo le risposte dell'amigdala. E' come
quando, guidando, vediamo un semaforo con la luce gialla... Il piede corre
subito al freno: stessa cosa per le emozioni che diventano parole.
Fonte: Earthtimes
GIU 07
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GENITORI ANSIOSI FANNO FIGLI ANSIOSI
Sicuramente c'è una componente gentica nello sviluppo dei disordini di
personalità, ma molto conta anche l'ambiente ed in particolare il modello
di comportamento offerto ai figli dai genitori. La Dr.ssa Kelly Drake ha
presentato uno studio alla Anxiety Disorders Association of America, che
riguarda proprio i genitori ansiosi, quelli che hanno paura di avere
paura. Lo studio ha riguardato 157 famiglie iperprotettive verso i figli:
le loro reazioni ansiose anche ai più piccoli problemi fisici di un
bambino, come un ginocchio sbucciato, si è visto che possono generare
paura ed ansia nei figli. I genitori non dovrebbero dimenticare che non
conta tanto quello che dicono, quanto l'esempio che danno: sono i messaggi
non verbali a prevalere, nella formazione della personalità dei figli.
In particolare, dovrebbero tenere maggiormente sotto controllo le loro
reazioni nelle situazioni di stress.
Fonte: Treatmentonline
GIU 07
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DOTTORE, RICORDA COME MI CHIAMO?
La maggior parte dei pazienti vorrebbe essere salutata 'per nome' dal
proprio medico, cosa che i dottori fanno solamente una volta su due, dice
uno studio americano. Lo studio è stato pubblicato negli Archives of
Internal Medicine. Il 50% dei pazienti vorrebbe essere chiamato con il
nome di battesimo, il 17% con il solo cognome ed il 24% con nome e
cognome.
Cosa dire invece della presentazione del medico? Il 56 per cento vorrebbe
che i medici si presentassero con nome e cognome, mentre il 33 per cento
si aspetta l'uso del solo cognome ed il 7 per cento il nome di battesimo
del dottore. Così afferma Gregory Makoul, della Feinberg School of
Medicine presso la Northwestern University di Chicago.
"Il tipo di saluto potrebbe sembrare una frivolezza nel rapporto
medico-paziente, ma esso serve invece a creare una prima impressione che
influenza la possibilità di sviluppare una buona relazione terapeutica"
sostiene Makoul. Attraverso il saluto per nome i pazienti si sentono
riconosciuti (il che effettivamente è importante per garantire al paziente
di potersi sentire tranquillo circa le cure che riceverà dal medico). Solo
l'83% dei medici stringe la mano al pziente durante la prima visita.
Fonte: Earthtimes
GIU 07
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FOBIA SOCIALE NEGLI ANZIANI
La fobia sociale è piuttosto comune fra gli anziani, che per questo motivo
si tengono alla larga da situazioni sociali che possono sentire come
minacciose o imbarazzanti. Sebbene la fobia sociale diminuisca con l'età,
i soggetti che ne soffrono anche in età anziana possono accusare sintomi
particolarmente invalidanti. Nello studio Epidemiology of Social Phobia in
Later Life, il Dr. John Cairney del Centre forAddiction and Mental Health's
(CAMH) ha utilizzato i dati dello studio statistico Canada's 2002 Canadian
Community Health Survey. L'attuale studio è stato pubblicato sull'American
Journal of Geriatric Psychiatry il quale riporta che << l' 1.3% dei
soggetti studiati, con più di 55 anni di età, avevano avuto chiari sintomi
di fobia sociale nei 12 mesi precedenti la raccolta dei dati. In questo
gruppo di soggetti disturbi dell'umore e ansia erano altrattanto
frequenti, con il 31% dei soggetti che aveva sperimentato disturbi
depressivi ed il 12% degli attacchi di panico. Questi valori declinavano
con il crescere dell'età, passando dal 2% nella fascia di età 55-64 anni ,
all'1% fra i 65-74 anni e allo 0.5% per gli ultrasettantacinquenni. Il
4.9% dei soggetti con più di 55 anni hanno dichiarato di aver sofferto di
fobia sociale nella loro vita >> Mentre nella popolazione generale la
fobia sociale è più comune fra le donne che fra gli uomini, negli anziani
è presente allo stesso livello in entrambi i sessi.
GIU 07
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LA PIPI' IN PUBBLICO
Middlemist, Knowles & Matter (1976) hanno messo a punto un esperimento
praticamente unico nel suo genere, ancora molto citato nella letteratura
scientifica, che però non tutti conoscono. Per vedere se la velocità del
flusso dell'urina in un bagno pubblico fosse influenzata dall'affollamento
del luogo ed in particolare, dall'invasione del proprio spazio personale è
stato deciso di fare un esperimento 'sul campo'. E' stato dunque reclutato
un 'osservatore' ed il bagno precelto per l'esperimento è stato quello
dell'Università. Facendo finta di guardarsi allo specchio, il nostro
osservava gli orinatoi alle sue spalle ed i suoi visitatori, prendendo
nota di tutte le variabili del caso. I tempi dell'evacuazione urinaria
sono stati presi su un orologio da polso e, se c'erano più persone che
urinavano nello stesso momento, venivano considerati i tempi 'medi'.
Si è visto così che gli uomini evitano di compiere l'atto se troppo vicini
l'uno all'altro. Se non si può fare a meno di occupare un orinatoio con
una persona accanto, occorre un po' di tempo in più perché la pipì si
decida ad uscire ed il suo flusso ha durata assai più breve. Middlemist ed
i suoi collaboratori, non soddisfatti degli 'importanti' dati accumulati
con questo esperimento 'rimediato', hanno in seguito deciso di allestire
un buon setting per rendere l'esperimento più 'scientifico'. Sono stati
dunque forzati degli ignari 'urinatori' ad utilizzare un particolare
bagno, vicino ad uno sperimentatore, e il flusso delle rispettive pipì è
stato esaminato attraverso un periscopio nascosto in una pila di libri.
Tutto ciò ha confermato i dati iniziali, che sono i seguenti: se non vi è
nessuno accanto al soggetto, l'inizio medio degli urinatori 'disinvolti' è
di 4.8 secondi, alla presenza di un'altra persona accanto il tempo di
'concentrazione' per far uscire la pipì aumenta. In un soggetto timido il
tempo per iniziare può raggiungere i 6.2 secondi, mentre nei casi più
gravi di timidezza si può dover aspettare ben 8.4 secondi prima che il
flusso liberatorio abbia il via.
Studio citato: Middlemist, R.D. , Knowles, E. S. &Matter, C. F. 1976.
Personal space invasions in the lavatory: Suggestive evidence for arousal.
Journal of Personality and Social Psychology, 33,541-546.
Fonte: PsyBlog
GIU 07
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POSSIBILI CAUSE DEL SUICIDIO
Circa 200.000 persone disperate ogni anno compiono un tentativo di
suicidio e 10.000 di loro ne muoiono, il che fa della Francia uno dei
Paesi più esposti a questa piaga. Esistono delle basi neurologiche, cosa
rende così vulnerabili queste persone, c'è un'origine genetica o
ambientale?
Il Dr Fabrice Jollant, dell'Inserm e del service de psychologie médicale
et de psychiatrie de l'hôpital Lapeyronie di Montpellier, diretto da
Didier Castelnau e Philippe Courtet, hanno studiato le regioni del
cervello coinvolte in questi tentativi di suicidio.
Sono state messe a confronto le attività cerebrali di tre gruppi di
volontari, tutti maschi. Un primo gruppo di 13 pazienti aveva avuto dei
precedenti depressivi e dei tentativi di suicidio, un secondo gruppo era
composto da 14 pazienti con precedenti depressioni ma senza tentativi di
suicidio (TS), un terzo gruppo di 16 testimoni, che non avevano avuto
questi precedenti.
Al momento del test tutti questi volontari erano in piena forma.
Dopo aver mostrato loro dei volti esprimenti gioia o collera, i
ricercatori hanno studiato le risposte delle diverse zone cerebrali
attraverso le immagini prodotte con la risonanza magnetica. Vedendo le
espressioni di collera, gli ex suicidi attivavano molto più degli altri
una zona della corteccia orbito-frontale della parte destra. Questi
soggetti potrebbero avere dunque una ipersensibilità verso gli insuccessi,
sostiene il Dr Jollant. Essi non sanno regolare le loro emozioni come
viene testimoniato dal fatto che essi non attivano la corteccia cingolare
anteriore (al livello della corteccia prefrontale) implicata nella
regolazione delle emozioni.
Quando si presenta loro un volto che esprime gioia, essi attivano
ugualmente meno bene la regione parieto-occipitale. Sembrano dunque meno
sensibili alle stimolazioni positive, che possono essere interpretati come
dei fattori protettivi nei confronti del suicidio. Le persone con
precedenti depressivi e tentativi di suicidio avrebbero una
ipersensibilità alla riprovazione e all'insuccesso rispetto ai depressi
che non hanno mai tentato il suicidio. Essi hanno difficoltà a regolare le
loro emozioni e una minore sensibilità nel reagire a degli eventi
positivi.
Il 90 % delle persone che tentano di togliersi la vita ha un problema
psichiatrico diagnosticato: depressione, turbe dell'umore, schizofrenia,
abuso di alcol o di droghe, turbe della personalità. Questa variabilità
comporta un numero di casi molto eterogenei fra loro ma è evidente che il
tentativo di suicidio è l'effetto di avvenimenti negativi che si
intrecciano fra loro, in persone particolarmente vulnerabili. Comprendere
questa vulnerabilità potrà consentire una efficace prevenzione.
Fonte: Le Figaro
GIU 07
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LA SOCIETA' MEDICALIZZA
Negli ultimi cinquanta anni il terreno sociale della salute e della
malattia si sono trasformati. Quello che una volta veniva considerato
normale, comune fra gli esseri umani, come la nascita, la vecchiaia, la
menopausa, l'alcolismo e l'obesità, sono considerati ora dei problemi
medici. Stessa sorte anche per la timidezza. Che piaccia o no la medicina
sempre di più si interessa dei diversi aspetti della nostra vita. Il
sociologo Peter Conrad, della Brandeis University ha scritto un nuovo
libro, The Medicalization of Society, che tratta della trasformazione
della condizione umana in disturbi che devono essere curati. Il libro è
pubblicato dalla Johns Hopkins University Press. Conrad osserva che negli
ultimi tempi la medicalizzazione della società non è più gestita dai
medici, ma direttamente dalle case farmaceutiche, che si rivolgono
direttamente ai consumatori attraverso spot pubblicitari. Paradossalmente,
diminuisce l'importanza del medico nella società medicalizzata. Gli spot
pubblicitari suonano così: “chiedi al tuo medico se (nome del farmaco) va
bene per te.”
“Come sociologo, mi interesso alla patologizzazione di comportamenti che
un tempo venivano considerati aspetti tipici dell'essere umano; ora sono
le definizioni mediche a definire la normalità,” ha detto Conrad. “Stiamo
trasformando tutte le differenze fra esseri umani in disturbi o malattie,
per le quali ci sottoponiamo a cure farmacologiche.” In questa condizione,
può continuare ad evolversi la scienza medica, o occorre fermarla?
Fonte: Eurekalert
MAG 07
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LE CINESI SI VERGOGNANO A CHIEDERE ANTICONCEZIONALI
Le giovani cinesi vorrebbero sapere tutto quello che non hanno mai saputo
sugli anticoncezionali e che non hanno mai osato chiedere. Il problema è
che non hanno il coraggio di farlo a viso aperto, visto che in Cina il
sesso prematrimoniale e la gravidanza fuori del matrimonio sono ancora
molto mal visti.
I dati raccolti in un nuovo studio sono in contrasto con precedenti
ricerche eseguite in Cina, che dicevano che i giovani non sono informati
completamente sui mezzi anticoncezionali. Il 90% delle giovani cinesi
invece è d'accordo nell'usare il preservativo o altri concezionali: ma il
problema non è se e come usarlo, quanto doverlo andare a comprare... Nella
popolazione urbana immigrata di Shangai almeno la metà delle donne non
sposate sono state incinte ed il 40% di loro ha deciso di non ricorrere a
cliniche legali per ottenere l'aborto. La ricerca suggerisce alle giovani
cinesi di impegnarsi a superare la timidezza per ottenere maggiori
informazioni sulla sessualità.
Link: http://www.biomedcentral.com
Fonte: News Medical Service
GIU 07
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FRAMILY AL POSTO DELL'AMORE
'Framily' è un neologismo creato dall'intreccio delle parole 'friend' e
'family' e indica l'accoglimento, all'interno della propria vita familiare
più intima, di gruppi di amici, che servono a rendere l'atmosfera un po'
meno 'pesante', lasciando poco spazio alle relazioni intime con il proprio
partner.
Secondo il Dolmo Framily Findings Report, il 67% degli inglesi considera i
propri migliori amici parte del nucleo familiare. Si condividono week end,
vacanze e pasti consumati insieme durante la settimana (il 15% degli
inglesi mangia assieme almeno 5 volte la settimana).
La psicoterapeuta Esther Perel, autrice di "Mating in Captivity", vede in
questa tendenza l’apprezzamento crescente dell’amicizia rispetto
all’amore, uno scambio favorito anche dall’innalzamento dell’età media del
primo matrimonio.
La frequentazione intensissima degli amici consente di evitare un contatto
troppo privato che porterebbe la coppia a rese dei conti non volute.
Fonte: La Repubblica
MAG 07
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INVIARE UN VIDEO ANZICHE' UN CV
C'era una volta un ragazzo molto timido che cercava lavoro, ma si
vergognava di presentarsi al colloquio e dunque non veniva mai scelto.
Fino a che questa sua paura gli fece venire un'idea, sulla quale ora l'ex
timido ha costruito un fortunato business. Parliamo di Jon Glas, il quale
dopo aver perso tante opportunità di lavoro per la paura di presentarsi al
colloquio, ha avuto l'idea di inviare un video di auto-presentazione. Nel
video si mostrava in atteggiamento sereno, senza mani sudate o balbettii:
in questo modo Jon trovò lavoro in una ditta che produce tappeti a Londra.
Presentarsi al colloquio dopo l'invio del video era ora molto meno
ansiogeno per Jon, in quanto il suo intervistatore lo conosceva già
abbastanza bene nel suo modo di essere, e il timido candidato non si
sentiva più nella condizione di dover per forza fare bella figura: in un
certo senso, dal momento che lo avevano chiamato, questa bella figura
l'aveva già fatta.
Ma poi Jon ha voluto fare di più, aprendo il sito www.jobs2view.com per
aiutare anche altri timidi a trovare lavoro come ha fatto lui.
Diversi anni dopo aver conquistato il suo primo lavoro, grazie al video-CV,
Jon si è infatti messo in affari con Harry Vlahakis ed insieme hanno
aperto il sito jobs2view. Il sito permette di inserire un video-profilo,
insieme al proprio CV, per riuscire a 'vendersi' al datore di lavoro ben
prima del colloquio.
Se volete dare un'occhiata, l'indirizzo è questo:
www.jobs2view.com
Fonte: onrec.com
mag 2007
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LO SPORT PER SUPERARE LA TIMIDEZZA
Lo sport può essere di grande aiuto per persone che hanno problemi di
timidezza. E' interessante leggere queste testimonianze, raccolte da
un'intervista fatta a due atlete, Antonietta Di Martino e Anna Pane,
campionessa di salto in alto delle Fiamme Gialle e podista del Corpo
Forestale.
Anna Pane: "Sono tanti i sacrifici che facciamo, perché la nostra è una
vita densa di impegni da mantenere con la gente, con chi si aspetta da noi
dei risultati. In un certo senso, il rischio è di essere percepiti come
dei robot che non devono mai sbagliare. D’altra parte, non so se si
possano chiamare davvero sacrifici, i nostri: per noi che lavoriamo con
passione, sono sacrifici a metà. Ai ragazzi io direi di fare atletica - o
qualsiasi altro sport, in generale - perché questo prima ti forma a
livello personale, caratteriale, crea in te un’autostima che cresce con
gli anni. Poi, ti aiuta a relazionarti anche con gli altri. Tanti giovani
che da piccoli sono timidi, facendo sport e relazionandosi con gli altri
imparano a essere socievoli. Per me lo sport è stato tutto, e lo è ancora.
E’ la mia vita giornaliera, è il mio alzarmi e andare a fare allenamento,
e ne sono felice. Per ora è improntata su questo, poi un giorno tutto
cambierà, perché non si può fare agonismo a vita”.
"... Sono felicissima di sentirmi realizzata nel fare uno sport che amo,
anche se se spesso sono così affaticata da non poter riuscire neppure a
uscire con gli amici per riposare ed affrontare, il giorno seguente,
l’allenamento. Questo mi gratifica, mi fa stare bene, mi fa sentire
importante: e se anche in una gara non arrivi primo, quando scendi in
pista sei il protagonista di te stesso, ti senti importante. Ecco perché
dico ai giovani di intraprendere uno sport: lo dico soprattutto a quelli
che vengono dalle difficoltà, perché hanno bisogno di considerazione, di
sentirsi importanti, e lo sport può dare loro questa opportunità”.
Antonietta di Martino: "All’inizio non pensavo che l’atletica sarebbe
diventata parte così importante della mia vita, l’ho sempre presa come un
gioco. Presto però si è rivelata un aiuto molto importante: ero una
ragazza abbastanza timida e insicura, e con lo sport ho cominciato ad
aprirmi. Ora sono passata all’altro estremo, parlo con tutti, mi piace
stare tra la gente. L’atletica mi ha cambiato, mi ha anche posto davanti
alcuni ostacoli che sono contenta di aver superato con gli anni perché mi
hanno aiutato a crescere sempre più. Soprattutto, ho imparato a vedere
questo sport come un mezzo, e non un lavorare per vincere una medaglia. E’
qualcosa che mi ha aiutato nella vita, tutto il resto è una conseguenza”.
Fonte: Korazym
MAG 2007
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BAMBINI TIMIDI E ADULTI CON ANSIA SOCIALE
I bambini timidi o affetti da malattie croniche hanno più probabilità di
sviluppare, da adolescenti, un disturbo d'ansia sociale (fobia sociale). A
tali conclusioni sono giunti sei ricercatori del Dipartimento di
Psichiatria e Scienze Comportamentali dell'Università di Stanford
(California), dopo aver intervistato i genitori di 770 adolescenti.
L'intento degli psichiatri californiani era di individuare gli eventuali
fattori di rischio, presenti in età infantile, che potessero predisporre
ad un successivo sviluppo dei sintomi della fobia sociale. Risultato: gli
adolescenti con maggiore ansia sociale sono quelli che da bambini erano
più timidi, tendenti al malumore, o affetti da malattie croniche; la
presenza di un disturbo di panico o agorafobia nei genitori è un ulteriore
fattore di rischio. La timidezza ha un valore predittivo soprattutto per
le bambine. Un'altra ricerca (che sarà pubblicata, insieme alla
precedente, sulla rivista specializzata Depression and Anxiety) condotta
da cinque psicologi della Florida State University di Tallahassee
(Florida) ha dimostrato che la fobia sociale si accompagna molto spesso a
disturbi del sonno e depressione.
Fonte: Repubblica
APR 2007
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TELELAVORO E STRESS
Eppure, si direbbe, con il telelavoro, una persona non ha a che fare coi
colleghi, è il capo di sé stesso, ha gli orari più flessibili del mondo,
come fa ad essere stressato? Terry Hartig e colleghi hanno condotto uno
studio sul telelavoro, scoprendo che rovina l'atmosfera di quiete
domestica, togliendo alla casa quella caratteristica di luogo-rifugio dal
mondo che aveva prima, quando il posto di lavoro era fuori di casa. Quando
la National Energy Administration svedese si è spostata da Stoccolma a
Eskilstuna, 60 km di distanza, agli impiegati è stata offerta l'oportunità
di lavorare da casa per un periodo massimo di tre giorni a settimana.
Hartig e colleghi hanno intervistato 58 impiegati, che avevano scelto il
telelavoro e 43 impiegati che avevano continuato a svolgere il loro
normale lavoro in ufficio. Con sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che
gli impiegati che tele-lavoravano da casa, non riuscivano ad evitare le
sovrapposizioni lavoro di casa-lavoro d'ufficio ed in questo c'era una
cruciale differenza nei due sessi. Mentre gli uomini dichiarano di avere
meno problemi di sovrapposizione fra lavoro e vita privata degli impiegati
che lavorano in ufficio, le donne affermano che il lavoro da casa ha
aumentato le sovrapposizioni per gli impegni casa-lavoro. La ricerca
appena pubblicata va nella stessa direzione di un'altra pubblicata nel
2000 che aveva scoperto che le donne trascorrono più tempo impegnate nei
lavori domestici di quanto facciano gli uomini che telelavorano da casa. E
non serve allestire una stanza in casa tutta dedicata al lavoro; la
sovrapposizione resiste anche a questo. Stare in casa in un'altra stanza
non basta per non pensare al lavoro hanno detto i ricercatori.
Fonte:
Hartig, T. Kylin, C. & Johansson, G. (2007). The telework tradeoff: Stress
mitigation vs. constrained restoration. Applied Psychology: An
International Review, 56, 231-253 via BPS
APR 2007
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CYBER BULLISMO
Ci sono bulli, on line, che nella vita sono delle persone molto timide e
che mai riuscirebbero a rispondere all'insulto dei compagni con un pugno.
Ma in rete non è così. La possibilità di essere anonimi nel cyber-spazio
li fa diventare dei perfetti bulli: lo si è detto ad una conferenza
internazionale sul bullismo, chiamata I am safe. Computers, telefoni
cellulari, web-cameras permettono il cyberbullismo, che vien e sempre
operato fuori dalla scuola e senza il controllo dei genitori. Lo studio
condotto on line da Cathy Wing, education director del Media Awareness
Network ha scoperto che il 60 per cento degli adolescenti finge in rete di
essere una persona diversa da ciò che è nella realtà, il 28% dice di
essere più grande dell'età reale ed il 23 per cento flirta in rete con
persone di età maggiore.
Fonte: The Star
APR 2007
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GLI ORIENTALI VOGLIONO ESSERE BELLI
Gli uomini indiani stanno investendo sempre di più, sia in termini denaro
che di tempo, per migliorare il proprio look: il 78% di loro è convinto
che ne valga la pena. Secondo uno studio condotto dalla Nielsen Company,
l'84% degli indiani ha dichiarato che essere belli è più importante oggi
di quanto lo era in passato. Nel gruppo delle persone intervistate che
hanno meno di venti anni le risposte in tal senso sono state del 100%.
Quali sono i motivi per farsi belli? Il 40% delle persone che hanno
risposto al questionario e l'86 percento di età inferiore ai 20 anni
vogliono essere alla moda ed attraenti. Il 57% degli intervistati ritiene
che il motivo per cui vale la pena di farsi belli è piacere alla propria
partner, mentre il 39% investe nella propria immagine per attrarre una
partner(77% tra i 21 ed i 24 anni).
Per gli indiani la bellezza comincia dai capelli. Il 36 per cento degli
intervistati ci tiene a migliorare l'aspetto della propria capigliatura:
non a caso in India gli uomini spendono più delle donne dal parrucchiere
(37% contro 28%). Dopo la cura dei capelli c'è il trattamento del viso: il
21% degli intervistati va a fare un trattamento al viso una volta al mese.
In India, il 3% degli intervistato hanno dichiarato di sottoporsi a
trattamenti per sbiancarsi la pelle, mentre il 7% fa delle sedute
abbronzanti. (In Cina il 30% delle persone si sottopone a trattamenti
sbiancanti della pelle, giornalmente o settimanalmente, seguiti dal 20%
delle persone di Taiwan e dal 18 per cento dei giapponesi e degli abitanti
di Hong Kong).
Molti di questi trattamenti sono costosi: se non lo fossero, le persone
sarebbero interessate principalmente ai massaggi (61%), alla cura dei
capelli (56%), ai trattamenti per il viso (44%)
Fonte: MoneyControl.com
APR 2007
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TROPPO TIMIDE PER SPOGLIARSI DI FRONTE AL PARTNER
Un terzo delle donne pensa di essere troppo su di peso per apparire senza
vestiti di fronte al proprio partner, secondo uno studio appena
pubblicato. Sembra che la compulsione a coprirsi stia mettendo a rischio
le relazioni fra coniugi, con una donna su dieci che deve spegnere la luce
prima di spogliarsi di fronte al partner. Un quarto delle donne non
entrerebbe mai in bagno con la propria metà; di quelle che lo fanno, circa
un terzo hanno dichiarato di sentirsi in imbarazzo nel sentirsi guardate.
In uno studio condotto su 3500 donne da un'azienda che si occupa di
complementi di arredo per il bagno, una su dieci donne si chiuderebbe a
chiave pur di non far entrare il partner nel bagno. Malgrado ciò, quasi
tutte le donne intervistate hanno affermato che in una coppia sarebbe bene
sentirsi a proprio agio quando si è nudi. Gli uomini sembrano molto meno
inibiti delle loro compagne e restano nudi in casa almeno il doppio delle
loro donne. Due terzi di loro hanno dichiarato che spesso circolano per la
casa completamente senza vestiti. Sebbene il 46% delle donne amerebbero
farlo anche loro, un terzo di loro non lo farebbero mai in presenza del
partner. Anche nelle palestre è così: il 79% delle donne ha dichiarato di
sentirsi in difficoltà di fronte alle altre donne, al momento della doccia
o anche solo per cambiarsi. Jill Parkinson, della www.shuc.com la
compagnia che ha commissionato la ricerca, dice che i risultati sono
sorprendenti e che dimostrano quanto seriamente le persone si preoccupano
della loro immagine corporea. Essere nudi non dovrebbe essere la cosa più
naturale del mondo? Evidentemente non più.
Fonte: Daily Mail
MAR 2007
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IN USA POCHE CURE PSICOLOGICHE: PERCHE'?
Negli USA, circa il 30 per cento della popolazione avrebbe bisogno di cure
psicologiche, ma solo un terzo riesce ad ottenerle, secondo uno studio di
Baltimora. Un gruppo di psichiatri ha intervistato 816 persone di
Baltimora fra il 1993 ed il 1999. Essi hanno scoperto che il bisogno più
grande riguardava il trattamento della dipendenza da alcol (14%), seguito
da un 11% che aveva bisogno di essere curato per problemi di depressione.
Lo studio, pubblicato su Psychiatric Services, ha scoperto che coloro che
hanno problemi psicologici più comuni, come fobia sociale e disturbo da
attacchi di panico, non cercano un aiuto professionale, come invece fanno
le persone che soffrono di disturbi più gravi, come la schizofrenia. Non
lo fanno perché non lo sentono come realmente efficace, hanno paura di
essere giudicati male dagli altri e, soprattutto, perché l'assicurazione
non paga questo tipo di cure, secondo lo studio condotto dal Dr. Erick
Messias, psichiatra presso il Medical College of Georgia di Augusta.
Fonte: EarthTimes
Mar 2007
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PIU' CONSAPEVOLI CON LA MEDITAZIONE
Un recente studio mostra che le persone non si rendono conto di ciò che
fanno durante la giornata, cioè agiscono in modo automatico, senza
riflettere e questo accade almeno il 30% delle volte. Nello studio The
Wandering Mind i ricercatori hanno constatato che le persone esperte in
meditazione usano parti del cervello legate al senso di soddisfazione
piuttosto che quelle legate al conflitto. Scoprire che si possa realmente
fare nella realtà quello che facciamo durante la meditazione (migliorando
la nostra abilità di prestare attenzione alle cose che ci circondano)
sarebbe veramente un grosso risultato. La meditazione, attraverso il
metodo di Jon Kabat-Zinn’s - Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR)
sembra sia efficace per migliorare la qualità della vita delle persone,
riducendo ad esempio i problemi legati all'ansia.
Insegnare alle persone a focalizzarsi su cosa esattamente sta succedendo
in questo preciso momento invece che sui pensieri automatici del cervello
sembra essere di aiuto per considerare in modo diverso il dolore, lo
stress, le malattie, i cambiamenti.
Fonte: Psychcentral
Mar 2007
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LE FOBIE POTREBBERO DIPENDERE DALLA NORADRENALINA
Il confine tra golosità e fame compulsiva, o fra prudenza e fobie è
racchiuso in una parte ben precisa del cervello. Lo dimostra uno studio
italiano. 'Prima si pensava che questi meccanismi risiedessero in zone
antiche del cervello - spiega Stefano Puglisi-Allegra, preside della
facolta' di Psicologia alla Sapienza di Roma - invece abbiamo scoperto che
dipendono molto dalla produzione di noradrenalina nella corteccia
prefrontale. Una via di ricerca molto interessante'.
MAR 07
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L'AGGRESSIVITA' DIPENDE DA UN GENE?
Un nuovo studio suggerisce che alla base di molti sentimenti di rabbia e
ostilità provati dalle donne, tali da portarle perfino ad avere un
problema cardiaco, potrebbe essere una variazione genetica. La ricerca,
che cerca di capire come i geni possano influenzare il cervello, non è
stata ancora completata. Ciò che appare intanto evidente è che rabbia e
aggressività siano di origine genetica. Nello studio, il ricercatore
Halder e colleghi, hanno coinvolto 550 donne di origine europea ed hanno
cercato in loro le relazioni fra un gene collegato ai livelli di
serotonina del cervello ed i livelli di ostilità e rabbia. Sembra che le
donne che mostravano più delle altre sentimenti di ostilità e rabbia
fossero portatrici di un gene capace di influenzare i recettori della
serotonina delle cellule cerebrali. In pratica, questo gene produce
un'importante proteina che aiuta le cellule nervose a comunicare. Altri
studi avevano già suggerito che le emozioni umane potessero essere dovute
ai geni che controllano alcuni aspetti del funzionamento della serotonina
nel cervello: la serotonina infatti produce molti effetti nel cervello,
sia negli uomini che nelle donne, ed in particolare è importante per
regolare il sonno, gli stati emotivi ed il benessere fisico. Halder
presenterà venerdì prossimo questo studio alla American Psychosomatic
Society, di Budapest, in Ungheria
Fonte: Health24
MAR 07
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CURARE GLI ATTACCHI DI PANICO CON LA REALTA' VIRTUALE
Come specificato nel DSM-IV-TR, il disturbo da attacchi di panico consiste
in continui, inaspettati, attacchi di panico, seguiti da un periodo di
almeno un mese di preoccupazione al riguardo. Possono esserci anche dei
cambiamenti nel comportamento abituale, anch'essi conseguenti all'attacco
di panico. (American Psychiatric Association, 2000).
Il diturbo provoca vertigini, fame d'aria e sudore, dolore al petto,
nausea e paura di perdere il controllo di sé. E' un disturbo cronico, che
può interferire con la vita quotidiana del paziente. Nella casistica
medica è molto più frequente dell'AIDS, dell'infarto o dell'epilessia: i
pazienti che ne soffrono tentano il suicidio nel 20% dei casi,
specialmente quando il disturbo è associato ad altre patologie
psichiatriche.
L'agorafobia è una condizione che può presentare o meno gli attacchi di
panico. Secondo il DSM-IV-TR, il paziente teme i luoghi affollati, dove
allontanarsi potrebbe essere difficile o imbarazzante o dove non sarebbe
possibile chiedere aiuto. Queste situazioni vengono affrontate da chi
soffre di agorafobia con grande stress e l'ansia di essere d'un tratto
assaliti dai sintomi dell'attacco di panico.
Il trattamento psicologico più utilizzato per questi disturbi è la
psicoterapia cognitivo-comportamentale, che può includere tecniche di
rilassamento, di controllo della respirazione, terapie di riesposizione e
di ristrutturazione cognitiva.
Gli attacchi di panico sono provocati da problemi respiratori indotti
dallo stress, che possono far sembrare al paziente di essere sul punto di
un attacco cardiaco o di perdere il controllo delle proprie funzioni
vitali. Il controllo della respirazione può essere dunque di aiuto, così
come l'indurre il paziente a pratiche di iperventilazione, per
permettergli di ri-provare gli stessi sintomi dell'attacco di panico:
questo consente di rendersi conto che i sintomi dell'attacco di panico non
mettono a rischio la vita e che dunque non devono essere vissuti con
spavento.
Nella terapia cognitivo-comportamentale, il terapeuta ed il paziente
devono anzitutto stabilire un'alleanza terapeutica, dopo di che si passa
alla ristrutturazione cognitiva, e al training sul controllo respiratorio
e il rilassamento muscolare. Alcuni pazienti tuttavia non rispondono a
questo tipo di trattamenti.
Recentemente sono stati fatti degli esperimenti con la realtà virtuale,
che consistono nel sottoporre i pazienti a vivere situazioni virtuali, in
cui generalmente sperimentano ansia. Poiché prima di fare questo, essi
vengono sottoposti a tecniche specifiche per il controllo dell'ansia, nel
mondo virtuale essi appaiono in grado di interagire con l'ambiente con
meno timori che se vivessero queste situazioni nella vita reale. I
successi sperimentati si traducono poi in sensazioni di autoefficacia e
miglioramento delle possibilità di auto-controllo, con conseguente
desiderio di sperimentare queste abilità anche nella vita reale. Questi
primi risultati di utilizzo delle tecniche virtuali in psicoterapia
appaiono incoraggianti.
Fonte: Psychiatric Times
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PANICO NEL SANGUE
La University of Iowa sta lavorando allo sviluppo di un esame del sangue
che possa diagnosticare il Disturbo da attacchi di panico, per uso
commerciale. Un giorno dunque potrebbe essere possibile usare i test del
sangue per diagnosticare il disturbo da attacchi di panico, come altri
possibili disturbi psicologici. Il Dr Robert Philibert, docente di
psichiatria presso la University of Iowa ha condotto uno studio in
proposito, pubblicato nell'edizione on line dell'American Journal of
Medical Genetics il 6 Marzo.
Nello studio, il gruppo dello Iowa ha analizzato dei campioni di sangue,
prelevati a 16 persone che soffrivano di attacchi di panico e a 17 persone
che non ne soffrivano. Nelle cellule delle persone che soffrivano di
attacchi di panico alcuni geni erano presenti più o meno frequentemente di
quanto accadeva nelle cellule delle persone senza il disturbo da attacchi
di panico.
I ricercatori ritengono che il disturbo da attacchi di panico in futuro
non sarà più una diagnosi puramente descrittiva, ma come con la fibrosi
cistica o la sindrome di Down o altri disturbi, sarà possibile fare una
diagnosi basata su informazioni genetiche. Si potrà anche capire meglio
come inizia, si sviluppa e si mantiene il DAP.
Circa il 3 per cento delle persone soffrono di DAP, ed hanno almeno un
attacco di panico al mese. I sintomi sono: sudorazione, palpitazioni, fame
d'aria, sensazione di perdita di controllo o di morire. I sintomi sono
simili a quelli dell'infarto.
Fonte: Health 24
MAR 07
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LA DIPENDENZA DA CELLULARE
Il telefono sembra diventato lo strumento più importante per comunicare,
per fare amicizia, per superare la propria timidezza. Se non hai un
telefono cellulare, in pratica, è come se tu non esistessi. Con il
cellulare e con i messaggi sms è nato un nuovo tipo di comunicazione:
sintetica, concisa, veloce. Ma che tipo di comunizione, di dialogo, di
relazioni sociali, di cultura si esprime attraverso i messaggi di un
telefono cellulare? A questa ed a altre domande sull'impatto delle nuove
tecnologie sui nostri giovani hanno provato a dare risposta gli esperti
europei riunitisi a Riyadh, in Arabia Saudita per la 'First International
Conference on Media Education', che si è appena conclusa. Commentando i
risultati dei più recenti studi e delle ricerche dell’Eurispes sui rischi
di Internet e delle nuove tecnologie, medici, psicologi e neuropsichiatri
denunciano come ormai anche con gli sms siamo di fronte a fenomeni gravi
di dipendenza che ha effetti negativi sulle relazioni sociali di un
ragazzo, sul suo carattere con irascibilità e disturbi all’umore. Per
avere un’idea della vastità del fenomeno bisogna considerare che in
Italia, ad esempio, il 56% dei bambini tra i 9-10 anni ha un telefono
cellulare, il 38,7% lo utilizza soprattutto per inviare dei messaggi sms,
il 30,2% fa in media da una a tre telefonate al giorno, il 32,5% lo spegne
solo prima di andare a dormire. I giovani fra i 16 ed i 24 anni si inviano
in media 15 messaggi al giorno. A Riyadh gli esperti hanno citato il caso
di una dodicenne italiana, che al padre ha svelato: ''Non ho il fidanzato
perché non ho il telefono cellulare''. Frase che spiega meglio di tante
teorie qual è il disagio delle nuove generazioni.La Demoskopea, una delle
più importanti società italiane in materia di sondaggi, ha registrato che
il 37% dei ragazzi fra 13 e 18 anni registra ormai dei chiari sintomi di
dipendenza. Questa dipendenza provoca anche problemi di linguaggio,
difficoltà di parlare in modo appropriato. Il giovane ha difficoltà ad
esprimersi in modo corretto perché il linguaggio dei messaggi sms a cui si
abitua è sempre più povero e sempre più spesso sostituito dai simboli. Con
questi strumenti tutto viene ridotto a qualcosa di breve: un grande
avvenimento, una grande cultura sono come spezzettate, e il giovane,
viaggiatore moderno, passa da una cosa all’altra vedendo e conoscendo
tutto in breve, con l’illusione di aver compreso tutto. Il suo linguaggio
breve, riflette il suo pensiero corto che, in questo mondo così
organizzato, è l’unico contatto con la realtà. Ma il fatto che più
preoccupa gli esperti è che l’impoverimento del linguaggio e della
scrittura porta con sé anche l’indebolimento della cultura, con un
processo che riguarda in maniera sempre più rilevante il mondo giovanile.
''Il pensiero corto -dicono gli studiosi- prevale perché noi viviamo in un
mondo sincopato che vive con gli spot, gli zapping, le email, i video
clip, il chat telematico, i cartelloni pubblicitari ed i messaggi sms''.
Qualche tempo fa il professor Suterland dell’università di Londra fece una
sfida ed invitò i suoi studenti della facoltà di Lettere a ridurre il
grande romanzo di Joyce, l’Ulisse, in 160 battute, che è la capacità di un
messaggio sms. E’ la sua lunghezza minima. Questa sfida, giocata su
Internet, ha coinvolto giovani in tutto il mondo: in prima linea sul web
per il gioco del 'pensiero corto'. Con l'obiettivo di ridurre nello spazio
di un messaggio sms i grandi romanzi e le grandi opere di pensiero. C’è
poi tutta un’altra categoria di rischi connessi ai messaggi sms, che
riguarda fenomeni sociali di altra natura. In questi casi gli sms sono
impiegati per organizzare proteste sociali, diffondere chiacchiere senza
ritegno, effettuare dei crimini, innescare bombe. Negli ultimi tempi, ad
esempio, tutti i governi asiatici, a cominciare dalla Cina, sono corsi ai
ripari con provvedimenti di controllo delle schede prepagate che
assicurano l’anonimato a chi persegue progetti criminali.
L’amministrazione di Shangai ha di recente reso obbligatoria la
registrazione dell’identità dell’acquirente di carte prepagate per
combattere la pubblicità illegale e le frodi commesse per mezzo degli sms.
Tratto integralmente da: ADN Kronos
MAR 07
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L'ALTRUISMO DIPENDE DAL CERVELLO
Un gruppo di neuroscienziati del Centro Medico Università Duke, nella
Carolina del Nord, ha identificato la zona che determina il comportamento
altruistico nel cervello. Questa regione sarebbe infatti molto più attiva
nelle persone generose. Secondo un punto di vista evoluzionista, è un
non-senso: che ragione c'è di favorire gli altri mettendo a rischio
perfino la propria vita? In questo modo non si trasmettono i propri geni,
né si lotta per la sopravvivenza. Forse, è solo un modo diverso di
guardare alle cose del mondo, legato più al cervello che al cuore.
Fonte: Cyberpresse
MAR 07
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SINDROME HIKIKOMORI
Samir al-Adawi, dell'Università Sultan-Qaboos di Maskat ha citato
recentemente una sindrome, individuata in Giappone e fino a quel momento
considerata espressione di una tipica realtà locale giapponese. I sintomi
riguardano perlopiù il mondo adolescenziale: soggetti che non escono dalla
propria camera per mesi, o anni, che consacrano la loro vita a
immedesimarsi nei personaggi di fumetti o cartoni animati. E che non
vogliono avere più nulla a che fare con il mondo esterno. Il caso clinico
di S., ventiquattrenne che vive nell'Oman (che non vuole assumere
psicofarmaci e che non ritiene di essere malato) è stato descritto da
al-Adawi in collaborazione con alcuni psicologi giapponesi, in uno studio
pubblicato nel 2005 sulla rivista «The International Journal of Psychiatry
in Medicine» e qui si documenta il primo esempio di hikikomori al di fuori
dei confini nipponici. Il collega di al-Adawi Noriyuki Sakamoto, coautore
dello studio, ritiene che la sindrome hikikomori si diffonderà sempre di
più a livello mondiale.
La versione integrale dell'articolo si trova su M&C marzo 2007
Fonte: Le Scienze
MAR 07
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GENI E GENITORI
Una nuova ricerca condotta presso il Child Development Laboratory presso
la University of Maryland e pubblicata nel numero di Febbraio di Current
Directions in Psychological Science, Nathan Fox, professore e direttore
del Child Development Laboratory, ha scoperto che la timidezza potrebbe
essere relativa al modo in cui un gene collegato allo stress nel bambino
interagisce con la relazione che il bambino crea con genitori stressati,
anch'essi portatori dello stesso corredo genetico. La timidezza dunque
dipende sia da aspetti genetici che ambientali: l'ambiente del bambino
timido è quello di genitori a loro volta particolarmente stressati, che
riversano stress sui figli, anche senza accorgersene, durante il processo
educativo.
I bambini reagiscono diversamente a questo stress trasmesso loro dai
genitori: lo studio di Fox ha scoperto che i geni sono gli artefici di
questa variabilità individuale. I bambini che hanno una variante di gene
sensibile allo stress collegato alla serotonina hanno una maggiore
possibilità di apparire timidi quando sono cresciuti da madri con alti
livelli di stress. Non si capisce come l'ambiente possa influire sul gene,
ma si sa che il gene è in relazione con i comportamenti messi in atto in
determinati ambienti. Come tutti i geni, il particolare gene collegato
alla serotonina di questo studio ha due alleli, che possono essere lunghi
o corti. La proteina prodotta da quello corto predispone ad una
particolare sensibilità allo stress. Fox ha scoperto che, tra i bambini
cresciuti da madri stressate, solo quelli che hanno ereditato la forma
corta del gene mostrano un comportamento particolarmente timido.
Se si hanno due alleli corti in questo gene della serotonina, ma la madre
non è stressata, non si diventa timidi. Se invece c'è lo stress, il gene
comincia a mostrare una certa relazione con il comportamento del bambino.
Crescere in un ambiente stressante dunque ed avere ereditato la forma
corta del gene predispone ad essere paurosi, ansiosi e depressi.
Fonte: Università del Maryland
Immagine: serotonina, la molecola della felicità. Tratta dal sito dell'Universià
di Bristol
MAR 07
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LA RISATA E' PIU' CONTAGIOSA DEL PIANTO
Secondo una ricerca realizzata dal Collegio Universitario di Londra, la
reazione del cervello al riso stimolerebbe i muscoli facciali a sorridere
e a ridere.
Per fare questo esperimento, ad un grupp di soggetti sono stati fatti
ascoltare dei suoni gradevoli (risate) e poi sgradevoli (lamenti, pianti):
durante queste stimolazioni i ricercatori monitoravano l'attività
cerebrale dei soggetti dell'esperiemnto attraverso la risonanza magnetica.
Si è visto così che tutti questi stimoli attivavano una risposta nella
stessa area cerebrale, che peraltro è la stessa che controlla i muscoli
facciali. L'ascolto dei suoni piacevoli tuttavia era due volte più potente
dei suoni sgradevoli. Da qui la conclusione che il riso ha un maggiore
impatto sul cervello del pianto e dunque è più contagioso.
Fonte: Cyberpresse
MAR 07
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I BAMBINI MANGIANO DI PIU' SE SONO IN GRUPPO
bambini fra i 2 e i 6 anni possono mangiare circa un terzo in più del
normale se consumano i pasti in un gruppo allargato (9 bambini), piuttosto
che quando sono con pochi amici (3 bambini). (Ciò è vero se il tempo in
cui devono consumare il pasto supera gli 11 minuti)
La ricercatrice Julie C. Lumeng, del Center for Human Growth and
Development, presso la University of Michigan in Ann Arbor sostiene che la
visione e l'ascolto di altri bambini che mangiano diventa uno stimolo a
mangiare di più. Il fenomeno, già osservato negli animali e negli adulti,
è conosciuto come 'facilitazione sociale'.
Da che dipende? Forse semplicemente dal fatto che alcuni bambini mangiano
più in fretta di altri, oppure che cominciano per primi e finiscono per
ultimi, oppure che i grandi mangiatori impiegano meno tempo per
socializzare, dedicandosi solo a mangiare...
Il consiglio che emerge dalla ricerca è comunque quello di fare in modo
chei bambini che mangiano troppo siano messi a mangiare in gruppi
allargati e quelli che mangiano troppo in gruppi ristretti.
Fonte: Lumeng, J. Archives of Disease in Childhood, Feb. 14, 2007; advance
online edition. News release, BMJ Specialist Journals. Via CBS
FEB 07
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PADRI
Lisa Hagan e Janet Kuebli hanno scoperto, in un recente studio, che sono
principalmente i padri a determinare un'educazione diversa fra figli
maschi e figlie femmine. I ricercatori hanno filmato 80 bambini di circa 4
anni impegnati in una mini-corsa ad ostacoli. I bambini erano accompagnati
da uno dei loro genitori. Per la ricerca erano presenti: 27 madri di figli
maschi, 22 madri di figlie femmine; 13 padri di maschi e 18 padri di
femmine. I ricercatori hanno cercato di focalizzare la loro attenzione sul
comportamento di questi genitori durante la corsa, soprattutto quando i
figli dovevano affrontare un ostacolo. Il comportamento delle madri è
apparso del tutto simile, per i figli maschi e le femmine, mentre i padri
di femmine tendevano a seguire le figlie con un'attenzione molto maggiore
di quella prestata dai padri di figli maschi. I ricercatori ritengono
dunque che siano i padri, piuttosto che le madri, a svolgere un importante
ruolo nella costruzione sociale dell'identità maschile o femminile,
durante le situazioni a rischio.
Hagan, L.K. & Kuebli, J. (2007). Mothers' and fathers' socialisation of
preschoolers' physical risk taking. Journal of Applied Developmental
Psychology, 28, 2-14. via BPS
FEB 07
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ONLINE DISHINIBITION EFFECT
In un recente articolo apparso sul New York Times, Daniel Goleman,
l'autore del libro L'Intelligenza Emotiva, parla del linguaggio digitale,
osservando che, grazie ad esso (o a causa di esso), le persone arrivano a
dire cose che probabilmente non avrebbero mai il coraggio di esprimere in
un dialogo faccia a faccia con il proprio interlocutore. Il linguaggio
utilizzato quando si è soli di fronte ad una tastiera del computer è
sicuramente molto meno diplomatico di quanto lo sarebbe se si potesse
guardare il proprio interlocutore negli occhi. Il nome tecnico del
fenomeno è, in inglese, “online disinhibition effect” .
Nel 2004, nella rivista CyberPsychology & Behavior, John Suler, uno
psicologo della Rider University in Lawrenceville, N.J., suggeriva quali
potevano essere le cause di questo comportamento così disinibito: l'essere
anonimi grazie all'uso di pseudonimi usati sul web, mancanza di una
autorità di controllo online, invisibilità agli altri, tempo che trascorre
tra un messaggio e la risposta ed anche un potenziamento del proprio sé,
dovuto al fatto di sentirsi soli davanti alla tastiera.
Secondo lo psicologo, talvolta il calo delle inibizioni può essere
positivo, ad esempio per aiutare un ragazzo timido ad aprirsi, ma anche
negativo, come quando si cade in volgarità o equivoci imbarazzanti.
Il campo di studi emergente delle neuroscienze sociali (che studiano cosa
accade nel cervello di una persona durante le interazioni sociali) può
fornire qualche spunto per comprendere meglio il fenomeno:
nell'interazione faccia-a-faccia il cervello esamina una enorme mole di
segnali emotivi e atteggiamenti che possono guidare l'interlocutore nel
continuare l'interazione: molte di queste 'guide sociali' si verificano
nei circuiti della corteccia orbito-frontale, dove è situato il centro per
l'empatia. Jennifer Beer, una ricercatrice della University of California,
ritiene che l'interazione faccia-a-faccia sia in grado di inibire gli
impulsi che porterebbero a mettere in atto delle azioni sgradite
all'altro, il quale, ricevendo un comportamento sgradito, troncherebbe
immediatamente l'interazione. Persone con danni neurologici, che hanno
lesioni alla corteccia orbitofrontale, perdono la capacità di modulare
l'amigdala, sorgente di impulsi non controllabili. E' quello che succede
ai bambini, che spesso commettono delle gaffes perché non si rendono conto
che il loro comportamento spontaneo è irriguardoso verso gli altri.
La corteccia cerebrale in genere riesce a controllare questa impulsività
dell'amigdala: un tono di voce improvvisamente cambiato ci può indurre a
comprendere che è il caso di cambiare registro nel discorso che stiamo
facendo. Nel dialogo digitale mancherebbe insomma la complessità del
dialogo faccia a faccia, fatto di espressioni, tono di voce, linguaggio
del corpo, che vengono contemporaneamente percepiti e poi elaborati dal
cervello. Le faccine, o ’emoticons’ vorrebbero in qualche modo completare
il senso dei discorsi fatti in digitale, ma chiaramente non sono la stessa
cosa. Se, mentre digitiamo, siamo agitati, l'assenza di risposte su come
l'altro risponde ai nostri messaggi mette il circuito prefrontale nella
condizione di sbagliare. L'emotività ha il sopravvento, perché l'e-mail si
spedisce prima che una successiva riflessione faccia comprendere quanto
essa possa essere inopportuna. Un'idea, suggerisce Goleman, potrebbe
essere quella di inserire un piccolo semaforo sul computer: quando ci si
sente agitati spingere per ottenere la linea rossa, poi pensare durante il
giallo ed infine, al verde, decidere se spedire o meno l'email. Oppure,
passare a e-mail in forma video.
Fonte: New York Times
FEB 07
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LA NOIA
La prossima volta che vi annoiate durante una interminabile domenica
pomeriggio, pensate alla nuova ricerca di John Eastwood e colleghi, che
dimostra quanto la noia abbia veramente poco a che fare con la mancanza di
stimoli esterni e quanto sia invece dovuta alla mancanza di contatto con
il proprio mondo emozionale. 204 studenti hanno compilato dei questionari
sulla loro predisposizione ad annoiarsi, sui loro vissuti emotivi, sui
loro sentimenti. Ebbene: chi soffriva di più la noia tendeva a non
riconoscere le proprie emozioni e si concentrava unicamente sugli stimoli
provenienti dall'esterno. Eastwood e colleghi concludono che questo fatto
la dice lunga sulla nostra tendenza a cercare fuori di noi stimoli e
distrazioni quando siamo annoiati: si tratta di una soluzione errata,
secondo i ricercatori. Questo infatti ci allontana ancor di più dai nostri
desideri e dalle nostre passioni: la noia va piuttosto trattata come
un'opportunità per scoprire quali siano i propri reali desideri e la
possibilità di realizzarli.
Link; Eastwood, J.D., Cavaliere, C., Fahlman, S.A. & Eastwood, A.E.
(2007). A desire for desires: Boredom and its relation to alexithymia.
Personality and Individual Differences, 42, 1035-1045.
via BPS
FEB 07
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PER FARE IL LEADER
Secondo uno studio pubblicato sul numero di Febbraio del Journal of
Personality and Social Psychology, pubblicato dall'American Psychological
Association (APA), nell'ambiente di lavoro, i leaders che hanno un alto o
un troppo scarso livello di assertività sono considerati dai lavoratori
come 'i meno efficaci'.
Essere troppo o troppo poco assertivi sembrerebbe dunque il limite più
grande per qualsiasi persona che aspiri a diventare un capo. Daniel Ames,
psicologo, professore presso la Columbia Business School, e Francis Flynn,
psicologo, professore presso la Stanford Graduate School of Business,
hanno chiesto a dei lavoratori quali erano i maggiori punti di forza e di
debolezza dei loro capi. Come c'era da aspettarsi, fra i punti di forza di
un buon leader sono state indicate le seguenti caratteristiche:
intelligenza, auto-disciplina, carisma. Ed i punti di debolezza?
Sorprendentemente, si è visto, essi non sono il contrario dei punti di
forza: il problema cui si è fatto cenno più frequentemente è l'assertività,
che è stata citata tanto quanto carisma, auto-disciplina e intelligenza
messe insieme. A differenza del carisma infatti, che è rappresenta un
problema solo quando manca, l'assertività è un male sia quando manca, sia
quando ce ne è troppa. Così sostiene una buona metà del campione di
lavoratori esaminato. Ames fa un commento pratico: "E' come il sale in una
salsa: se ce n'è troppo o troppo poco è difficile sentire anche gli altri
sapori; se invece ce n'è in giusta misura, è possibile riconoscere tutti
gli altri sapori".
Un capo troppo poco assertivo non riesce a difendere le sue posizioni e a
raggiungere i risultati; d'altra parte i tipi troppo assertivi risultano,
agli occhi dei lavoratori, veramente insopportabili. Così, anche se
possono teoricamente raggiungere i risultati, non sono in grado di gestire
al meglio le relazioni interpersonali e, nel tempo, producono un accumulo
di costi sociali che annulla i risultati.
Ames and Flynn specificano che il loro suggerimento per i leaders non è
quello di essere 'moderatamente assertivi' : occorre invece apparire
'moderatamente assertivi' per essere meglio considerati dai propri
dipendenti e produrre così dei migliori risultati. I ricercatori si dicono
stupiti soprattuto dal fatto che i leaders non si rendono conto di essere
considerati troppo o troppo poco assertivi, e dunque di avere un
comportamento considerato eccessivo, in un senso o nell'altro. Del resto,
se loro sono i capi, chi ha il coraggio di dirglielo?
Articolo: "What Breaks a Leader: the Curvilinear Relation Between
Assertiveness and Leadership," Daniel R. Ames, PhD, Sanford C. Bernstein
Associate Professor of Leadership and Ethics at Columbia Business School
and Francis J. Flynn, PhD, Associate Professor of Organizational Behavior
at Stanford Graduate School of Business; Journal of Personality and Social
Psychology, Vol. 92 No. 2.
Full text of the article: http://www.apa.org/journals/releases/psp922307.pdf.
Daniel R. Ames, PhD telefono: (212) 854-0784 email da358@columbia.edu.
Fonte: Eurekalert
FEB 07
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CUORI SOLITARI E BUGIARDI
Secondo uno studio della Cornell University, che verrà pubblicato nel mese
di Aprile 2007, i cuori solitari online mentono spudoratamente quando
devono descrivere il loro profilo. Usando un nuovo metodo, capace di
misurare la differenza fra il profilo fornito on line e la realtà, si è
visto che gli uomini, sistematicamente, si aumentano qualche centimetro di
altezza, mentre le donne si tolgono qualche chiletto di troppo. Così
sostiene Jeffrey Hancock, che ha condotto lo studio.
Sorprendentemente, l'inganno sull'età era minimo e non vi erano
significative differenze di genere. Circa il 52,6 per cento degli uomini
dello studio hanno mentito sulla loro altezza, contro il 39% delle donne.
Il 64,1% delle donne ha mentito sul proprio peso, contro il 60,5% degli
uomini. Sull'età, sono stati bugiardi il 24,3 per cento degli uomini,
contro il 13,1% delle donne.
Hancock, Cornell e Nicole Ellison, per questo studi,o hanno esaminato
quattro popolari siti web per incontri, dove gli utilizzatori creano il
loro profilo ed avviano il contatto con gli altri membri. I siti erano:
Match.com, Yahoo Personals, American Singles e Webdate. I partecipanti
allo studio sono stati reclutati tramite un annuncio sul giornale ed in
totale erano 80 persone, ugualmente divise fra maschi e femmine.
Ma cosa cercano questi cuori solitari nel partner? Gli uomini cercano
giovinezza e bellezza nella donna che vorrebbero incontrare. E le donne?
Eh, si, guardano alle cose concrete: condizione sociale, livello di
istruzione e carriera professionale. I partecipanti allo studio cercavano
di presentarsi come persone attraenti, ma allo stesso tempo ci tenevano a
dare all'altro/a un'idea di sincerità e di affidabilità e per questro
cercavano di bilanciare adeguatamente le informazioni.
Fonte: Eurekalert
FEB 07
■
IL CORTISOLO CONTRO LO STRESS
Alcuni ricercatori tedeschi hanno trovato ulteriori prove sull'azione del
cortisolo (ormone dello stress), il quale in alcune situazioni può dare
anche effetti positivi a chi soffre di ansia e di fobie. Lo stress cronico
porta normalmente un aumento della presenza di cortisolo nel sangue, anche
per periodi medio-lunghi, producendo indebolimento del sistema immunitario
e depressione. Questo nuovo studio ha però scoperto che somministrare del
cortisolo prima di un evento stressante può diminuire l'impatto emozionale
dello stress sull'individuo. Gli psicologi sono molto interessati a questo
studio, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione ed il trattamento
del disturbo post traumatico da stress. La scoperta appare sul numero di
Febbraio di Behavioral Neuroscience, pubblicato dalla American
Psychological Association (APA).
Gli psicologi Serkan Het, e Oliver Wolf, della University of Bielefeld,
hanno studiato i casi di 44 donne in buona salute per uno studio "double-blind
" nel quale né i ricercatori, né i partecipanti conoscevano il trattamento
al quale ciascuna donna veniva assegnata. Un'ora prima di essere
sottoposte al test, ad alcune donne di questo gruppo sono stati
somministrati 30 mg di cortisolo (assunto per via orale) o un placebo. La
dose di 30 mg di cortisolo è considerata elevata, simile a quella che si
ottiene in particolari situazioni di stress. Ai partecipanti è stato
chiesto di parlare per cinque minuti di sé stessi, come se dovessero
sostenere un colloquio di selezione per il lavoro dei propri sogni,
focalizzandosi sui propri punti di forza e di debolezza. I successivi
cinque minuti hanno dovuto imparare liste di numeri, ricominciando da capo
ogni volta che commettevano un errore. Durante entrambi i test i
partecipanti dovevano riferirsi ad una commissione d'esame composta di un
uomo e una donna che, senza essere scortesi o maleducati, avevano comunque
un atteggiamento molto riservato e frreddo. Per aumentare il livello dello
stress, i partecipanti dovevano parlare al microfono e sapevano di essere
ripresi con una telecamera durante la loro performance.
Het e Wolf hanno misurato il tono dell'uomore dei partecipanti per cinque
volte utilizzando dei questionari, sia poco dopo essere arrivate nel
laboratorio, sia dopo la prova stressante. Si è visto così che, le donne
trattate con cortisolo avevano sviluppato, in media, un tono dell'umore
meno negativo rispetto alle donne trattate con solo placebo.
Wolf sostiene che, mentre i livelli cronicamente elevati di cortisolo
possono essere offensivi sia all'umore che al sistema immunitario, una
leggera dose di cortisolo può essere protettiva.
Commenta, “c'è una differenza importante fra un aumento acuto di cortisolo
e l'iperattività cronica del cortisolo.„
La ricerca precedente aveva suggerito che il trattamento con bassi dosaggi
di cortisolo poteva essere di aiuto per chi soffre di disturbi causati
dallo stress. In particolare, chi soffre di fobia sociale o è esposto ad
una situazione sociale stressante, attraverso questo trattamento
preparatorio con cortisolo sembra ridurre l'ansia. Questo nuovo studio
condotto su partecipanti in buona salute aggiunge un'altra prova al fatto
che il cortisolo può essere uno strumento clinico utile. Secondo Wolf, un
aumento anticipato nei livelli del cortisolo prima di essere sottoposti ad
uno stress potrebbe aiutare la persona che soffre di disturbi d'ansia a
fare fronte più efficientemente alla situazione stressante.
Articolo: "Mood Changes in Response to Psychosocial Stress in Healthy
Young Women: Effects of Pretreatment with Cortisol," Serkan Het, MSc, and
Oliver T. Wolf, PhD, University of Bielefeld; Behavioral Neuroscience,
Vol. 121, No. 1.
Fonte: Science Daily
FEB 07
■
I COMPORTAMENTI ANTISOCIALI NASCONO IN FAMIGLIA
I bambini che crescono in famiglie con comportamenti antisociali, hanno
maggiori probabilità di essere antisociali essi stessi. Lo studio,
intrapreso dai ricercatori all'università di California, e presso
l'istituto politecnico della Virginia e l'università di Stato, è apparso
sul giornale Child Development. Per cercare di capire come si trasmetta un
comportamento antisociale dai genitori ai figli, i ricercatori hanno
osservato 430 adolescenti ed i loro genitori biologici. Specificamente, lo
studio ha esaminato gli adolescenti che avevano dei comportamenti
antisociali, la presenza di tali comportamenti anche nei genitori, la
percezione che avevano gli adolescenti del comportamento dei genitori.
Per comportamento antisociale si intende uso di droghe, partecipazione a
risse, mancato rispetto delle norme sociali ecc. Si voleva comprendere se
la percezione di comportamenti antisociali nei propri genitori avesse un
effetto sui figli, così come le scarse cure parentali, l'ostilità,
l'eccessiva disciplina, ecc. I ricercatori hanno concluso che i bambini
imparano il comportamento antisociale osservando ed interpretando il
comportamento antisociale dei loro genitori. Il comportamento dei genitori
fornisce ai bambini un modello per il loro comportamento e la percezione
dei bambini che un genitore sia antisociale può essere una componente
chiave nella scelta e nella convalidazione del proprio comportamento. Per
gli adolescenti in questo studio, il riconoscimento di comportamento
antisociale nei loro genitori ha svolto un ruolo importante nell'aumento
del loro rischio di attuare un comportamento simile. I risultati erano gli
stessi sia per il comportamento antisociale dei padri o delle madri e
sullo sviluppo di comportamento antisociale delle ragazze e dei ragazzi.
Per questo, gli interventi centrati sulla famiglia sarebbero molto
importanti per ridurre il rischio di comportamenti anti-sociali dei
giovani.
FEB 07
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MUTISMO SELETTIVO
Il mutismo selettivo è un disturbo d'ansia che riguarda soprattutto
l'infanzia. E' caratterizzato dall'incapacità del bambino di parlare, ma
solo in particolari situazioni 'selezionate'. Tra le situazioni più comuni
nelle quali il bambino evita di parlare, pur essendo perfettamente capace
di farlo, c'è sicuramente la scuola. Si stima che la percentuale dei
bambini interessati a fenomeni di mutismo selettivo sia 1 su 1000.
L'inibizione della comunicazione orale, che una volta si chiamava 'mutismo
elettivo' (termine ormai desueto perché implicava una certa volontà del
bambino nell' "eleggere" le situazioni o le persone verso le quali avrebbe
usato questo comportamento)
può dipendere, oltre che da fattori genetici, anche da situazioni
traumatiche, come ad esempio un'improvvisa separazione dalla madre, la
nascita di un fratellino, la fobia scolastica, episodi di bullismo ecc.
Si ha mutismo selettivo quando:
- Il bambino non parla in determinati luoghi, come la scuola o altre
situazioni sociali, ma parla perfettamente in casa o in altri contesti;
- L'incapacità del bambino di parlare gli impedisce una normale vita di
relazione nel contesto scolastico e/o nelle situazioni sociali.
- La difficoltà di comunicare dura da almeno un mese.
- Sono esclusi disturbi della comunicazione (come la balbuzie) o altri
disturbi mentali (es. autismo, schizofrenia, ritardo mentale).
In Inglese:
Selective Mutism
Selective Mutism Foundation
Selective-mutism
In Italiano:
Clinica della Timidezza/Mutismo selettivo
http://www.mutismoselettivo.info/
Libri:
TOREY HAYDEN - UNA BAMBINA E GLI SPETTRI TEA 1994 - BROSS. PP.238 il
mutismo elettivo.
MUTISMO ELETTIVO E PSICOSI FE' D'OSTIANI, Eleonora Ed. Borla, Roma 1987
Corsi per le Scuole (diretti ad allievi e insegnanti)
FEB 07
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FOBIA SOCIALE IN SPAGNA
Dall'anno 2002 in Spagna si registra un aumento del 26% di richieste per
la diagnosi ed il trattamento di problemi di fobia sociale. Si può dire
che il 4% delle persone adulte soffre di fobia sociale e che circa il 9%
ne ha sofferto almeno nell'infanzia o nell'adolescenza (dati ACTAD
Asociación Catalana para el Tratamiento de la Ansiedad y Depresión) . Si
pensa che la distribuzione di questa patologia nella popolazione sia di 3
donne ogni due uomini. Nonostante ciò, sono sempre più gli uomini che le
donne a richiedere una consulenza. E' probabile che le cause di questa
tendenza siano dovute alle richieste culturali, poiché la nostra società
assegna solitamente agli uomini un carattere estroverso ed il ruolo
principale come 'iniziatore dei rapporti di amicizia e di relazioni di
coppia.
Come si sa, la fobia sociale è caratterizzata da un timore intenso prima
di una o più situazioni sociali. La persona limita in qualche modo il suo
comportamento e vive nel terrore di mostrare all'esterno i propri sintomi
di ansia, che la confondono e la umiliano.
L'ansia anticipatoria è solitamente di tale intensità che la persona
finisce per evitare la maggior parte dell situazioni di interazione
sociale. Anche se i sintomi fisici variano secondo la persona ed il suo
livello di ansia, i più frequenti sono: tachicardia, tremore alle mani o
del corpo, malessere addominale, arrossamento, tensione muscolare,
secchezza della bocca e/o traspirazione.
La psicoterapia è importante tanto quanto l'acquisizione di abilità
sociali ed un buon livello di assertività. Fattori predisponenti sono la
eccessiva paura di una valutazione negativa, l'ipersensibilità alle
critiche, la mancanza di determinate abilità sociali, come pure la
incapacità di essere assertivi. Gli effetti della fobia sociale aumentano
l'attenzione su sé stessi, oltre che la credenza che gli altri riescano a
leggere i loro pensieri e comportamenti. L'ansia sociale rende difficile
l'impegno scolastico, interferisce seriamente sul rendimento lavorativo e
rende difficili o impossibili i rapporti di amicizia e di coppia.
Fonte: Ambosmedos
FEB 07
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PAURA DI CRESCERE
Sondaggio nei licei: il 50% maschi si pensa padre con fastidio, la
maternita' e' indicata come vera e propria paura dal 30% delle ragazze.
Dai dati emerge che gli adolescenti sono divisi tra la convinzione di
essere onnipotenti e la paura di diventare genitori.
Fonte: Ansa
FEB 07
■
FUMARE
In Italia i fumatori sono passati dal 25,6 al 24,3 per cento della
popolazione adulta, confermando la tendenza al ribasso che prosegue ormai
da diversi anni (dal 2001 a oggi si è avuta una riduzione di quasi 5 punti
percentuali). Ma permangono una serie di comportamenti irresponsabili,
come il fumare in casa o l'eccessiva tolleranza verso i figli fumatori. Lo
rivela un’indagine campionaria condotta dalla DOXA nei mesi di marzo e
aprile 2006, basata su 3039 interviste personali ad un campione
rappresentativo della popolazione italiana adulta di 15 anni ed oltre.
Il 24,3 per cento degli italiani adulti dichiara di essere fumatore (il
28,6 dei maschi e il 20,3 per cento delle femmine). Coloro che dichiarano
di non essere mai stati fumatori sono il 57,6 per cento del campione (il
47,4 dei maschi e il 67,1 delle femmine).
Il numero medio di sigarette consumate al giorno è pari a 13,6 (14,8 per
gli uomini e 12,0 per le donne). Tale numero ha continuato a decrescere
nel corso degli ultimi anni: era 16,8 nel 2002, 16,1 nel 2003, 14,8 nel
2004 e 14,0 lo scorso anno.
Solo il 4,2 per cento dei fumatori ha chiesto al proprio medico di
famiglia dei consigli per smettere di fumare, nel corso degli ultimi 12
mesi (il 10,7 per cento nella fascia degli over 64). Al 22,3 per cento dei
fumatori è capitato nel corso degli ultimi 12 mesi che il proprio medico
suggerisse spontaneamente di smettere di fumare, con un piccolo aumento
rispetto al 2005, quando ciò era stato riportato dal 20,7 per cento dei
fumatori.
Gli italiani chiedono principalmente che venga fatta maggior educazione
nelle scuole, auspicata dal 42,6 per cento degli intervistati, e che ci
sia maggior controllo sulle vendite ai minori, citato dal 25,5 per cento
del campione, mentre il 21,5 per cento suggerisce di aumentare i prezzi
delle sigarette.
Davanti all’ipotesi di un prezzo minimo di 5 Euro al pacchetto, il 38,1
per cento ha dichiarato che ridurrebbe il consumo di sigarette e il 14,8
per cento che addirittura smetterebbe di fumare. Nell’ipotesi invece di
una possibile introduzione di una tassa regionale di 10 centesimi al
pacchetto, finalizzata alla creazione di fondi da impiegare a favore di
supporti per smettere di fumare (accesso gratuito ai centri anti-fumo,
medicinali gratuiti, ecc.) è stato rilevato un atteggiamento di grande
favore e disponibilità, non solo fra il totale della popolazione (43,6
molto favorevoli e 32,6 abbastanza favorevoli) ma anche fra i fumatori
(26,3 molto favorevoli e 30,7 per cento abbastanza favorevoli).
Nella maggior parte delle famiglie italiane non è consentito nemmeno agli
ospiti di fumare liberamente all’interno dell’abitazione: nel 54,6 per
cento delle abitazioni si può fumare solo all’esterno, nello 0,9 per cento
solo in cucina e nell’1,5 per cento non c’è mai nessuno che fuma, mentre
sono il 43,1 per cento le famiglie in cui è possibile fumare liberamente
anche all’interno dell’abitazione. Sembra invece più tollerante
l’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli: nel 44,6 per cento
delle famiglie in cui ci sono ragazzi fumatori di meno di 25 anni, è loro
consentito di fumare liberamente dove vogliono, nel 29,5 solo all’esterno
o in alcune stanze e nel 20,3 non è consentito fumare nell’ambito
domestico, nemmeno all’esterno.
Ovviamente tale atteggiamento è molto diverso fra genitori fumatori (57,2
per cento di costoro lasciano fumare liberamente i figli dove vogliono) e
genitori non fumatori o ex-fumatori (27,4 e 33,8, rispettivamente,
lasciano fumare liberamente i figli dove vogliono).
Fonte: Ufficio stampa DOXA 2007 via Yahoo salute
GEN 07
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NUOVI ANTIDEPRESSIVI
Si è tenuto la settimana scorsa a Parigi il quinto congresso sul cervello,
che ha riunito quasi 5000 specialisti, fra psicologi e psichiatri. Si è
parlato di un nuovo metodo terapeutico per combattere la depressione.
Un francese su cinque rischia di confrontarsi con la depressione durante
la sua esistenza, il che significa, come tutti sanno, sperimentare
un'angoscia terribile, ben diversa da un momento di leggera malinconia. È
una vera e propria patologia e non “un'assenza di volontà degli individui
più deboli„ come una volta si riteneva. I relativi sintomi sono: scarso
tono dell'umore, pensieri suicidari, problemi alimentari, scarsa
autostima, eloquio rallentato, difficoltà di concentrazione, ansia. La
depressione è accompagnata da stanchezza cronica, specialmente al mattino,
stato continuo di sonnolenza e, spesso anche una serie di dolori vari,
detti funzionali, senza rapporto con una causa somatica.
La terapia attuale della depressione si basa prinicpalmente sugli
antidepressivi, a volte anche sull'elettroshock, o sulle psicoterapie di
sostegno.
Si è visto che, nel 70% dei casi, una presa in carico ben condotta riesce
a curare il paziente ed a evitare alcune delle complicazioni quali
inabilità socioprofessionale, cronicizzazione, tentativo di suicidio, ecc
- ma nel 30% dei casi, i pazienti non sembrano sufficientemente sensibili
ai farmaci. E questo nel caso si tratti dei “nuovi„ antidepressivi che
agiscono sulla serotonina e sulla noradrenalina, i due neurotrasmettitori
che facilitano la comunicazione fra i neuroni, o sugli antidepressivi di
vecchia generazione.
Questo fa capire quanto sia importante scoprire altre soluzioni
terapeutiche.
E' stato dimostrato che il 90% di soggetti depressi ospedalizzati e il 40
- 60% dei pazienti trattati a domicilio presentano delle variazioni
importanti nel ciclo del sonno, caratterizzate da un allungamento del
periodo di addormentamento, una riduzione del sonno lento profondo con
frequenti risvegli notturni e mattinieri. Questi disordini vanno di pari
passo con le modifiche della temperatura corporea e una serie di anomalie
a livello della secrezione di cortisolo, l'ormone della crescita, gli
ormoni tiroidei, la melatonina, tutto sotto il controllo dell'orologio
biologico interno dell'organismo. “Abbiamo oggi strumenti farmacologici
per esplorare queste modificazioni dei ritmi e per tentare di comprenderli
meglio ipotizzando che essi siano alla base della depressione." dice il
Professor Pierre-Michel Llorca, capo del servizio di psichiatra a
Clermont-Ferrand.
“L'orologio biologico interno è ancora poco conosciuto, ma si sa che
determinate zone situate nell'ipotalamo controllano buona parte di queste
funzioni biologiche cicliche attraverso la melatonina, prodotta durante la
notte„ specifica ilProfessor Jean Dalery, capo servizio di psichiatria a
Lione. Presso soggetti normali, sappiamo che vi è un picco della
secrezione di melatonina intorno alle tre del mattino, mentre nel
depresso, questo picco è molto limitato, o addirittua non è presente.
L'importanza della melatonina nella depressione era stata già esplorata
alcuni anni fa, ma allora non vi furono risultati significativi. Da allora
in poi, dei ricercatori hanno scoperto che era necessario lavorare sui due
sistemi della neurotrasmissione, quello della melatonina e quello della
serotonina, per ottenere degli effetti positivi. I ricercatori del
laboratorio di Servier in Francia hanno allora sviluppato una nuova
molecola, la “agomelatina„, la quale agirà allo stesso tempo sia sui
recettori della melatonina situati nei nuclei soprachiasmatici e su
determinati recettori del sistema della serotonina. Buoni risultati si
sono già avuti con animali sottoposti a stress cronico. Sull'uomo la
molecola è in sperimentazione, alla fase III. Oltre che un antidepressivo
efficace, la nuova molecola serve per migliorare la struttura del sonno,
spesso molto disturbata nei pazienti depressi. La molecola non è ancora
commercializzata e al momento è in corso la registrazione presso l'agenzia
europea. I medici potranno presto disporre di un antidepressivo con un
nuovo meccanismo di azione, che potrà permettere di migliorare la presa in
carico di quei pazienti sui quali i trattamenti attuali non hanno effetto.
Almeno così sperano i ricercatori.
Fonte: Le Figaro
GEN 07
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USO ECCESSIVO DI FARMACI CON BAMBINI E ADOLESCENTI
In Italia il 6% dei bambini e degli adolescenti assume antidepressivi : il
3,25% sono femmine da 0 a 17 anni, il 2,4% maschi. Fra gli adolescenti, di
età compresa fra i 14 ed i 17 anni, il ricorso ad antidepressivi riguarda
il 6% dei ragazzi e più del 10% delle ragazze. Lo rivela uno studio
condotto da Maurizio Bonati, responsabile del laboratorio di salute
materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano, illustrati oggi
all'Istituto superiore di sanitá di Roma nel corso del convegno «Bambini e
psicofarmaci: tra incertezza scientifica e diritto alla salute».
«La depressione - sottolineano gli esperti - si sta diffondendo nel mondo
anche tra gli adolescenti, al punto che il suicidio rappresenta la terza
causa di morte in questa fascia d'età». I dati presentati dal ricercatore
milanese Bonati indicano che circa 20 mila adolescenti ogni anno ricevono
almeno una prescrizione di antidepressivi off-label, cioè al di fuori
dell'indicazione per cui sono stati autorizzati in commercio. «I medici
possono prescrivere diversi antidepressivi nel nostro Paese, ma solo uno
di questi è indicato per l'utilizzo nei ragazzi e nei bambini. Invece in
quasi due terzi dei casi vengono prescritti farmaci che non dovrebbero
essere prescritti nei ragazzi o che, addirittura, hanno controindicazioni
all'uso pediatrico».
Secondo «A public health approach to innovation», uno studio recentemente
condotto dall'Oms (Organizzazione mondiale della sanità), 3 bambini su
1.000 soffrono di un disturbo depressivo in etá prescolare, il 2% in etá
scolare e il 4-8% durante l'adolescenza. Inoltre, dal 30% al 50% degli
adolescenti depressi soffre anche di disturbi distimici o ansiosi e tra il
20% e il 30% fa uso di sostanze stupefacenti.
Altra patologia per la quale vengono impiegati psicofarmaci nei ragazzi è
l'ADHD (malattia del distrubo dell'attenzione o dell'iperattività). Entro
febbraio arriverà la decisione regolatoria per il Ritalin (metilfenidato),
relativa alla sua immissione in commercio e ai criteri di rimborsabilità.
Attualmente si stima che circa 5 mila bimbi con Adhd in Italia siano
trattati con il Ritalin, nonostante nel nostro Paese non sia ancora stato
approvato. Il farmaco è molto prescritto negli Usa.
Fonte: Corriere della Sera
GEN 07
■
METODO MONTESSORI ANCORA ATTUALISSIMO
Uno studio ha messo a confronto i comportamenti di alcuni bambini che
frequentavano una scuola in cui si utilizzava il metodo Montessori con
altri che frequentavano scuole tradizionali.
Si è visto così che i ragazzi che utilizzavano il metodo della pedagogista
italiana avevano delle prestazioni superiori agli altri, sia come abilità
sociali che come rendimento scolastico.
Lo studio è apparso lo scorso settembre sulla rivista Science. Il metodo
Montessori è caratterizzato da classi con bambini di età diversa, che
hanno a disposizione particolari materiali con i quali i ragazzi decidono
di svolgere dei lavori in un ambiente collaborativo, stimolati dai loro
insegnanti, in assenza di voti e verifiche, con insegnamenti individuali o
in piccoli gruppi.
Più di 5.000 scuole negli Stati uniti, incluse 300 scuole pubbliche, usano
il metodo Montessori. La scuola studiata in questa ricerca si trova a
Milwaukee e serve una minoranza di bambini di area urbana, selezionati
attraverso un'estrazione pubblica. Il gruppo di controllo è stato creato
con i bambini che avevano perso questa particolare 'lotteria' ed erano
quindi entrati in altri Istituti scolastici. Autrici dello studio sono
Angeline Lillard, professoressa di psicologia presso la University of
Virginia e Nicole Else-Quest, della University of Wisconsin. Sono stati
selezionati solo bambini che non erano riusciti ad entrare nel gruppo dei
'prescelti' per la Montessori perché era importante che in entrambi i
gruppi i genitori avessero voluto indirizzare i propri figli verso il
metodo Montessori: infatti questo tipo di genitori sono considerati 'particolari',
come formazione e come aspettative per i loro figli. I ragazzi sono stati
valutati al termine dei due gradi di istruzione: primaria (3-6 anni) ed
elementare (6- 12 anni). Il livello economico delle famiglie era molto
simile (da $20,000 a $50,000 l'anno in entrambi i gruppi).
Risultati: i bambini che avevano seguito il metodo Montessori erano più
preparati ed in particolare avevano migliori abilità sociali.
Dal punto di vista dell'apprendimento, a 5 anni i bambini delle Montessori
sapevano leggere e fare esercizi di matematica molto meglio del gruppo di
controllo. Sono state valutate anche le capacità di adattamento,
un'abilità che può essere molto importante nella vita: anche in questo, i
'montessoriani' presentavano migliori abilità, un più sviluppato senso
della giustizia e del dovere. Anche nei giochi i bambini delle Montessori,
sapevano impegnarsi in attività positive con i compagni, anziché in giochi
violenti. I dodicenni erano "significativamente più creativi"e molto più
padroni della lingua. Risultati simili invece si sono riscontrati nello 'spelling',
nella punteggiatura e nella grammatica. In matematica e lettura non
c'erano differenze significative. Nel comportamento, i dodicenni
montessoriani producevano risposte considerate 'positive' e 'assertive'
nell'affrontare situazioni spiacevoli e difficili. Avevano molto
sviluppato anche il 'senso della comunità' nei confronti della loro
scuola. Le autrici hanno concluso che, se il metodo Montessori viene
applicato in modo ortodosso, secondo gli insegnamenti della pedagogista di
Chiaravalle, esso supera tutti gli altri tipi di insegnamento, sia dal
punto di vista didattico che di socializzazione.
Ora questi ragazzi saranno seguiti in uno studio longitudinale, per vedere
come riusciranno nella vita.
Link: http://www.montessori-science.org/.
Contatti: Angeline Lillard University of Virginia
■
CONFRONTI AL RIBASSO NELL'AMBIENTE DI LAVORO
Fa parte della natura umana il bisogno di confrontarsi con gli altri,
anche per capire meglio noi stessi. Secondo il ricercatore Douglas Brown
ed i suoi colleghi, in precedenza non sono state fatte ricerche specifiche
su questo argomento.Vi sono infatti individui che, sul lavoro, amano
confrontare le loro fortune con i colleghi più giovani ed altri che lo
fanno con persone di livello gerarchico superiore. Ebbene, i primo, quelli
che si confrontano 'al ribasso', con persone più giovani ed inesperte,
tendono ad essere più felici.
Novecentonovantuno persone di cultura universitaria sono state coinvolte
nell'esperimento, che riguardava lavoratori di vario tipo, dall'insegnante
al venditore.
Essi sono stati studiati in tre periodi diversi, nel tempo massimo di
12-16 settimane.
I risultati conseguiti indicano principalmente che:
(a) l'ambiguità del ruolo, l'autonomia lavorativa, la tendenza all'autovalutazione,
sono fattori predittori significativi di confronti sociali con persone di
più elevato livello gerarchico
(b) i confronti con persone di più alto livello sono però correlati
significativamente, in senso negativo, con la soddisfazione sul lavoro e
il coinvolgimento personale verso il proprio lavoro
(c) i confronti al ribasso, ovvero quelli fatti con persone di livello
gerarchico inferiore sono correlati significativamente, in senso positivo,
con la soddisfazione sul lavoro e con il coinvolgimento personale
(d) i confronti - al ribasso o al rialzo - hanno effetti indiretti
significativi, rispettivamente positivi e negativi, sui comportamenti di
ricerca del lavoro.
I partecipanti allo studio hanno dovuto compilare un questionario on line
nel quale si chiedeva loro quale fosse l'atteggiamento tenuto sul posto di
lavoro, per quanto riguardava la loro predisposizione a confrontarsi con
persone di più alto o di più basso livello gerarchico. Si è visto così
che, chi mancava di autonomia sul posto di lavoro, chi non aveva delle
responsabilità definite, chi era incerto sul proprio status e sulle
proprie abilità tendeva a confrontarsi con persone di grado gerarchico più
elevato. Certamente non si tratta di un fatto nuovo: il legame che c'è tra
la mancanza di autonomia lavorativa, l'ambiguità sulle mensioni da
svolgere, l'insoddisfazione, erano state già considerate da ricerche
precedenti, ma questo gruppo di ricerca di Douglas Brown ritiene di essere
stato il primo ad evidenziare l'importanza del confronto del proprio ruolo
sociale con altri soggetti.
I ricercatori hanno concluso: “questi risultati hanno implicazioni
importanti per capire come funzionano i confronti sociali in un contesto
organizzativo, come si formano le attitudini al lavoro ed i comportamenti
per la ricerca del lavoro„.
Fonte: Brown, D.J., Ferris, D.L., Heller, D. & Keeping, L.M. (2006).
Antecedents and consequences of the frequency of upward and downward
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GEN 07
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