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EFFETTO PLACEBO
Metà dei
medici americani che hanno risposto ad un questionario diffuso a livello
nazionale, hanno affermato che
"regolarmente essi prescrivono ai loro pazienti dei placebo".
Lo studio si è basato su un campione di 679 internisti e reumatologi, scelti
a caso da una lista nazionale di specialisti in quei settori. Altre ricerche
similari, condotte in Danimarca, Israele, Gran Bretagna, Svezia e Nuova
Zelanda hanno riportato risultati simili.Ricordiamo che i
placebo sono farmaci "finti", nel
senso che non hanno alcun effetto sulla salute, anche se le persone, sapendo
di prendere dei farmaci, si sentono più tranquille (e spesso ne
ottengono realmente dei benefici, ma dovuti a questo stato di maggiore
tranquillità, non ad altro).
I placebo più utilizzati sono vitamine
e prodotti per il mal di testa, ma
spesso anche antibiotici e
sedativi. In questi ultimi due
casi i farmaci non sono inerti e dunque non
si dovrebbero considerare come dei veri e propri placebo, ma molti
medici hanno affermato comunque di prescriverli, perché essi hanno effetti
sulla psiche dei pazienti, ovvero li tranquillizzano.
La
American Medical Association è contraria all'utilizzo dei placebo: non è
corretto, dicono, far prendere ai pazienti delle medicine che non servono a
nulla. Questo comportamento poco etico da parte dello specialista
compromette la relazione medico-paziente, che invece deve essere improntata
sulla massima fiducia nei confronti del dottore.
Ma i placebo, si sa, sono efficacissimi. Si è riscontrato ad esempio che
almeno il 30-40% dei pazienti depressi cui viene somministrato un placebo
poi stanno realmente meglio,
addirittura meglio di quanto potrebbero stare se avessero preso degli
antidepressivi veri e propri. I placebo sembrano utilissimi anche per
l'ipertensione e il trattamento del dolore.
Molti altri sono contrari all'utilizzo dei placebo. E' vero infatti che essi
fanno stare meglio i pazienti, anche se non hanno effetti sull'organismo, ma
in questo modo si insegna alle persone a
dover sempre prendere la pillola, per qualsiasi problema esse
abbiano. E poi, in ogni caso, antidepressivi e antibiotici non sono certo
dei placebo: essi hanno effetti anche nocivi sull'organismo e dunque non
devono essere somministrati a caso, solo per rendere felici i pazienti (e
forse ancor di più i medici).
Lo studio sarà pubblicato a breve sul British Medical Journal.
Fonte:
New York Times
Nov. 08
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LE RIVISTE PER SOLI
UOMINI ED I LORO EFFETTI
Vi siete mai chiesti/e perché esistano
riviste femminili e
riviste maschili, se parlano poi
delle stesse identiche cose? Infatti, se andate a guardare i titoli dei così
detti ”maschili”, vi
accorgerete che essi sono molto simili a quelli che possiamo leggere su
Donna Moderna, come ad
esempio: “Dimagrire e’ facile”, “Come rafforzare i vostri
addominali”, “I 10 migliori prodotti antirughe”, ecc.
Negli anni novanta infatti iniziò questo nuovo fenomeno, quando i magazine
americani dedicati agli uomini progressivamente cominciarono a “femminilizzarsi”,
dedicando sempre piu’ spazio ad articoli sulla salute, sulle diete, sulle
cure contro la sterilita’, ecc.
Perché questo cambiamento? Fondamentalmente perché si comprese che i lettori
uomini erano desiderosi di trovare nei loro giornali un certo tipo di
informazione tradizionalmente fornita dalle riviste femminili e che mancava
nelle riviste a loro dedicate. Nacquero così Men’s Health, Maxim, ecc.
Il fenomeno delle riviste per soli uomini era in verità cominciato da
tantissimo tempo, con
Playboy (rivista che,
peraltro, ora sta chiudendo i battenti in molti Paesi, dato che col tempo le
vendite sono notevolmente calate, a causa soprattutto della diffusione dei
telefoni cellulari e di internet), una rivista specializzata nel
proporre modelle in pose sexy e provocanti.
Un po’ dello spirito di Playboy è però rimasto anche in questi nuovi
“maschili”, tanto che lo scorso mese di Agosto il genere è salito agli onori
della cronaca in Gran Bretagna, dove i Conservatori hanno fortemente
protestato per la qualità di questi giornali. Non possono sopportare, questi
gentlemen inglesi di vecchio stampo, che in riviste teoricamente anche a
loro dedicate vi siano articoli quali: ”Un concorso per trovare la
ragazza più stupida, quella con cui andare a letto per poi spifferare a
tutti le sciocchezze che dice” oppure “La caccia ai seni più belli
del Paese (e al fondoschiena più procace)” o l’ ultima star del Grande
Fratello nuda, in esclusiva.
Se oggi la famiglia britannica si sgretola e un’ infinità di bambini cresce
con un genitore solo la responsabilità, secondo i Conservatori di David
Cameron, è anche di periodici come Nuts
e Zoo, che «diffondono
l’ idea che la donna sia un oggetto».
Michael Gove, ministro del governo ombra per le scuole, l’ infanzia e le
famiglie, ha dichiarato: «Dobbiamo porci domande serie sul concetto di
piacere immediato osannato da queste riviste» ed «esigere risposte
da chi fa soldi incoraggiando comportamenti egoistici e irresponsabili tra i
giovani».
L’ associazione degli editori non ha però raccolto l’ appello del
deputato: «Michael Gove parla di temi complicati, che vanno ben oltre la
semplice lettura di una rivista».
Chissà quali saranno questi “temi complicati”cui accennano gli editori
d’oltre Manica... Sicuramente facevano riferimento anche alle componenti
psicologiche e sociali che hanno portato gli uomini a sentire l’esigenza di
leggere questo tipo di giornali e forse anche alle necessità di alcuni
produttori di trovare un canale
specializzato per pubblicizzare la loro merce.
Sulle componenti psicologiche che hanno prodotto il successo di
questo tipo di stampa “celeste” è da pochi giorni uscita una interessante
ricerca condotta da Jennifer Aubrey, assistente alla cattedra di
comunicazione presso il College of Arts and Science (Università del
Missouri-Columbia).
La ricerca è stata condotta su un gruppo di liceali, maschi e femmine.
La Aubrey ha così scoperto che mostrare
agli uomini immagini femminili sessualmente idealizzate li fa sentire molto
più insicuri circa la propria bellezza fisica: la competizione
con gli altri maschi dunque non è così importante come la sensazione di
inadeguatezza ed insicurezza che pervade un uomo messo a confronto con donne
iperfemminili e sexy, dalle quali teme di
poter essere del tutto ignorato.
La ricerca, che verrà pubblicata su Human Communication
Research, rileva che l’aspettativa culturale che hanno gli uomini non è
dunque quella di dover essere attraenti come i loro coetanei, ma quella di
essere rendersi sessualmente attraenti per
conquistare le ragazze più belle.
Secondo la ricercatrice, riviste come
Maxim, FHM e
Stuff contengono due
messaggi principali: quello visuale,
con immagini di giovani donne belle e sexy e quello
testuale, ovvero articoli che
parlano, seppure con stile tipicamente maschile, di moda, sesso, tecnologia
e cultura pop.
La Aubrey ha anche misurato quella che lei definisce
body self-consciousness
(consapevolezza e tendenza a tenere sotto controllo la propria immagine
corporea) e l’ansia relativa all’apparire (ad esempio anticipando gli
stimoli minacciosi). Ai partecipanti allo studio sono state poste domande
come “Durante il giorno ti capita di pensare a come appari
esteriormente?”. Le stesse domande sono state riproposte agli stessi
soggetti un anno dopo.
Ebbene, si è visto che anche a un anno di distanza, i ragazzi che compravano
e leggevano questi giornali “maschili” erano ancora molto centrati sulla
loro immagine personale. Secondo la Aubrey questo fatto è veramente molto
sorprendente: come è possibile che la lettura di giornali in cui si
vedono tanti corpi femminili, tante provocanti stelline in ascesa desiderose
di farsi notare, producesse tutta questa attenzione sulla propria immagine e
non, ad esempio, un maggiore interesse per le ragazze?
Come mai un giornale che cerca di attrarre
il lettore puntando sul sex appeal delle donne finisce poi per potenziare
l’attenzione che i lettori dedicano alla propria immagine?
Forse la risposta è questa: semplicemente per vendere gli altri
prodotti e servizi che sono poi pubblicizzati nelle altre pagine: quelle
della “moda”, del “fitness”, delle “diete” e così via…
Fonti:
ScienceDaily
Corriere della Sera
Corriere della Sera
Link:
University of Missouri-Columbia.
Nov. 08
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L'ANSIA PRODUCE PROBLEMI CARDIACI
Una nuova ricerca canadese mette in
relazione i disturbi cronici di ansia con l'alta pressione del sangue. I
ricercatori del Montreal Heart Institute sostengono che l'ansia sia
in grado di causare delle rilevanti
modifiche nel sistema sanguigno e nel funzionamento cardiaco.
Circa il 12% della popolazione soffre di un disturbo d'ansia: chi ne soffre
sperimenta uno stress molto intenso, che va al di là dei pericoli reali e
che si esprime in sindromi definite
disturbo da attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, fobia
sociale.
Lo studio, presentato al Canadian Cardiovascular Congress in Toronto, ha
riguardato 185 pazienti di età media 58 anni, che non avevano mai sofferto
in passato di disturbi di alta pressione. Il 16% del campione soffriva di
diturbi d'ansia, il 14% di depressione o di altri disturbi del tono
dell'umore.
Dopo un anno, il 14% delle persone che soffrivano di un disturbo d'ansia
avevano sviluppato un problema di
ipertensione, contro il 4% di coloro che non ne soffrivano.
L'ansia ha dunque degli effetti molto
pronunciati sul corpo: fa aumentare i battiti cardiaci, produce
palpitazioni, sudore, ecc.
Conclusioni: Le persone che
soffrono di ansia corrono maggiori rischi cardiaci di quelle che soffrono di
disturbi del tono dell'umore.
Fonti:
The Canadian press
The Province
Ma la vera conclusione, riportata a chiare lettere negli articoli di stampa
è questa: non abbiate paura, ricordatevi che
esistono molti trattamenti farmaceutici
contro l'ansia. Prendeteli e vivrete così felici e tranquilli.
Domanda per i nostri lettori: chi avrà finanziato la ricerca?
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SULLA PUNTA DELLA LINGUA
A chi non è capitato di non
ricordare qualcosa, che però è lì, a portata di mano, sulla punta della
lingua...
Si stima che questa cosa succeda a tutti, con una frequenza di
una volta alla settimana. Spesso
capita quando si cerca di ricordare qualcosa del proprio passato, il nome di
un luogo, di una persona...
A volte si ricordano dei nomi simili, altre volte l'iniziale del nome, ma
non il nome stesso.
Ci sono delle specifiche aree del cervello che vengono attivate in questi
particolari momenti: poterle studiare, come oggi è possibile, permette di
capire meglio la relazione fra conscio e inconscio, la natura frammentaria
della memoria ed i meccanismi del linguaggio.
L'avere un ricordo o una parola "sulla punta della lingua" è un effetto
collaterale del modo in cui pensa la nostra mente, sostiene Bennett Schwartz,
psicologo presso la Florida International University, che studia il
fenomeno. Il fatto è che i nomi vengono
immagazzinati separatamente dai volti nel cervello, così come il suono di
una parola ed il suo significato.
Il problema è che noi tendiamo ad immaginare il cervello come se fosse un
archivio ordinato in cui ogni elemento è incasellato nel modo più
appropriato: in realtà il cervello è un luogo in cui i ricordi si
sovrappongono e che potrebbe somigliare allo studio di uno scienziato
disordinato, con tante carte sulla scrivania ed intorno a sé, la cui logica
di archiviazione sfugge al profano.
E' un aspetto generale della mente umana, che succede con tutte le lingue e
in tutte le culture, dagli Africani agli Indiani, agli Arabi: tutti hanno
un'espressione simile per descrivere questa momentanea impossibilità di
ricollegare un'immagine della mente con il suo nome.
L'aspetto più interessante di questi momenti è ciò che essi rivelano sulla
metacognizione, cioè il modo in
cui noi riflettiamo sul nostro modo di pensare.
Come fa la mente ad archiviare le informazioni? Negli ultimi decenni gli
scienziati hanno ritenuto che il cervello avesse delle sue proprie regole di
catalogazione, che gli permettessero di ritrovare con una certa facilità
tutte le informazioni esistenti. Questo modello si chiama "accesso diretto",
come se il pensiero avesse la possibilità di accedere ai vasti contenuti
della memoria.
Forse questo modello di spiegazione era troppo semplice. Ora c'è una nuova
teoria che sostiene che il cervello ragioni praticamente in questo modo: se
ricordo l'iniziale del nome di questa persona, devo per forza conoscere
anche il nome stesso, anche se non riesco a ricordarlo. E questo darebbe
l'avvio ad una ricerca, che fa venire alla mente tutti i particolari che
riguardano la persona o il suo nome e tutte le altre associazioni, anche
fonetiche.
Una ricerca condotta dallo psicologo Daniel Schacter, che lavora ad Harvard,
ha dimostrato che questi momenti di ricerca di un'informazione dall'archivio
della memoria attivano delle particolari aree cerebrali nei lobi frontali,
comprese la corteccia prefrontale e la corteccia cingolata anteriore. I lobi
frontali sono il luogo dove avviene il giudizio metacognitivo (cioè la
riflessione sul proprio pensiero). A questo punto, una volta che ci rendiamo
conto che dobbiamo certamente sapere quel qualcosa che ci sfugge, alcune
parti del lobo frontale si attivano per organizzare la ricerca.
Secondo Schacter, questi momenti in cui il ricordo sfugge dimostrano che
la memoria archivia le sue informazioni in
luoghi diversi del cervello, per cui se pensiamo ad un amico, il
suo nome potrebbe essere archiviato in un'area del cervello e il suo volto
in un'altra.
Se uno di questi collegamenti fra i
vari aspetti dell'informazione si perde, si produce il momento di momentanea
amnesia. Una frammentazione simile si ha nella produzione del
linguaggio. Ad esempio, quando cerchiamo di ricordare una parola con una
certa sillaba iniziale, provando a concentrarci su nomi che hanno
un'iniziale simile ,alla fine riusciamo a ricostruire il puzzle. Questo
avviene perché riflettere su parole che hanno la stessa sillaba iniziale
attiva la stessa area cerebrale che si
occupa del riconoscimento del suono di quelle determinate parole.
Con l'età, sempre più parole restano sulla punta della lingua, a causa delle
variazioni che gli anni di vita producono sui lobi frontali, in termini di
densità e di dimensioni. In questa condizione, i lobi frontali hanno meno
possibilità di attivare la ricerca sul resto della corteccia. Questo
significa che non è vero che la memoria sparisce, ma che è più difficile
riuscire a ritrovare le informazioni perdute.
Ed ecco anche perché, nei momenti di
ansia e di imbarazzo, non riusciamo più a ricordare neanche le cose più
semplici.
Fonte:
The Boston Globe
OTT. 08
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PSICOTERAPIA AL TELEFONO
In una
meta-analisi (ovvero una combinazione di diversi studi) pubblicata
nel numero di Settembre di
“Clinical Psychology: Science and Practice” si parla della
psicoterapia per via telefonica.
Il Dr. David Mohr, psicologo clinico e insegnante di medicina preventiva
presso la Northwestern’s Feinberg School of Medicine, oltre che capo della
ricerca, studiando la sclerosi multipla, si è imbattuto nel problema della
depressione.
Come aiutare un paziente depresso che ha poca possibilità di movimento?
Mettendo a confronto le varie terapie citate in diversi studi, ha
potuto constatare anzitutto che le terapie svolte per via telefonica avevano
un tasso di abbandoni molto più basso di quelle svolte faccia-a-faccia.
(Precisamente la psicoterapia al telefono ha un tasso di abbandoni del 7,5%,
mentre la modalità più tradizionale conta dal 25 al 50% di abbandoni; 1-2
pazienti su quattro).
La ricerca non è stata completata, ma Mohr ritiene che la psicoterapia al
telefono si rivelerà migliore della tradizionale, per vari motivi.
“Le persone molto ansiose, che
potrebbero essere più esitanti nel fornire al terapeuta informazioni su sé
stesse, potrebbero sentirsi molto più a loro agio al telefono. Diverso è per
chi tende ad avere idee paranoidi, o è sospettoso riguardo alle reali
motivazioni degli altri: il telefono può in questo caso aggravare la
patologia, perché il paziente non può vedere il terapeuta".
E' vero che nella terapia faccia-a-faccia, dice il Dr. Mohr, è possibile
vedere le espressioni facciali del paziente e farsi una migliore idea del
suo problema, ma anche la voce, da
sola, può fornire molte informazioni.
Il ricercatore Timothy Heckman ha contribuito alla ricerca di Mohr. Essendo
cresciuto in una piccola cittadina della Pennsylvania, si rende conto che le
persone che vivono fuori dai grandi centri abitati non hanno, per fare una
psicoterapia, la possibilità di affrontare ore e ore di viaggio. Per questo
Heckman conduce dei gruppi di supporto per via telefonica composti da 6-8
persone con porblemi di HIV/AIDS.
Fonte:
Medill Chicago
OTT. 08
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CONSUMARE I PASTI A
CASA FA LA DIFFERENZA
Una ricerca condotta fra il
2003 e il 2008 dal National Center on Addiction and Substance Abuse presso
la Columbia University di New York ha scoperto che i ragazzi che
consumano i loro pasti a casa -
almeno cinque alla settimana - a confronto di quelli che spesso
mangiano fuori casa - meno di tre
volte alla settimana - hanno due volte e mezzo in meno la possibilità di
utilizzare marijuana e tabacco, e una volta e mezzo in meno la possibilità
di diventare consumatori di alcol.
Ovviamente a fare la differenza non è
la qualità del cibo (!), ma il fatto che i genitori possono parlare di più
con i figli dei loro interessi, dei loro amici, dei pericoli dell'alcol e
della droga.
Fonte:
UPI
SETT. 08
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LA
PUNIZIONE CORPORALE NON PAGA
Con i figli non debbono essere usate né la carota dell'indifferenza né il
bastone della punizione.
Uno studio del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica Fonds (FNS)
ha da poco realizzato uno studio su 3.000 adolescenti svizzeri, che può
contribuire al dibattito.
Risultati:
Il 44% dei ragazzi, a partire dai 6 anni e il 20% degli adolescenti di meno
di 15 anni crescono ancora in luoghi dove il controllo familiare è forte e
severo. Ma questo tipo di educazione, specifica lo studio, contrassegnata da
indifferenza o capace solo di esigere senza incoraggiare, può essere
all'origine di molti problemi di salute dei giovani. Esempi: l'uso di
tabacco, cannabis e tendenze suicidarie, che esprimono la voglia di passare
all'atto.
Già nel 2004 una inchiesta aveva mostrato
come il 18% dei bambini di meno di due anni e mezzo e il 23% dei bambini di
età compresa fra i due anni e mezzo ed i 4 anni fossero puniti
corporalmente.
Il Professore del Dipartimento di psicologia della Università di Friburgo,
Meinrad Perrez sostiene a questo proposito che il problema vero è «l'assenza
di regole chiare».
«A qualsiasi età, occorre privilegiare l'influenza positiva piuttosto che il
controllo dei comportamenti avversivi. La punizione corporale o psicologica
come la minaccia d'abbandono, non ha alcuna efficacia>> sostiene l'esperto.
Essa può invece portare a gravi disturbi
comportamentali: ad esempio una buona parte di persone che
picchiano i loro figli sono state a loro volta picchiate da bambini.
Allo stesso modo, non porre dei limiti, lasciare che il proprio figlio
faccia tutto ciò che vuole, è altrettanto dannoso.
Qualunque sia la fase di sviluppo del bambino, dobbiamo mostrargli/le
empatia. Nei primi due anni, il
principale compito dei genitori è quello di decifrare i segnali che il
bambino invia verso l'esterno e rispondervi adeguatamente.
Esempi: calmarlo quando è sovraeccitato, consolarlo quando è in ansia,
trasmettergli calore e affetto. Questo è quello che i genitori devono fare,
poiché a pochi anni di vita i bambini non possono essere considerati
'cattivi' o devianti.
Conviene precisare in anticipo quale sarà il
'prezzo' di una possibile disobbedienza.
Esso deve comportare la negazione di un privilegio già acquisito o una
riparazione, possibilmente finanziaria, per i danni che certi comportamenti
hanno causato.
Ma, soprattutto, è positivo il rafforzamento del comportamento desiderato,
l'incoraggiamento e il sostegno che porterà il bambino ad utilizzare in modo
responsabile la sua autonomia e ad avere maggiore competenza sociale.
Nel confronto internazionale,
le condizioni di vita dei piccoli svizzeri
sono invidiabili. Ma le disuguaglianze, anche lì, sono enormi, fin
dalla più tenera età, e un bambino su cinque è colpito dalla povertà anche
in quel Paese.
Secondo il rapporto presentato ieri, queste differenze sono in gran parte
condizionate dall' origine sociale, dal livello di istruzione e dallo status
professionale dei genitori. Inoltre, i bambini provenienti da contesti di
immigrazione hanno meno possibilità di successo dei giovani svizzeri.
Franz Schultheis, uno sponsor, ha parlato di "circolo vizioso della
disuguaglianza". La questione va al di là del contesto economico: "Il legame
sociale è meno forte in nuclei familiari svantaggiati, poiché il capitale
culturale che viene trasmesso è meno esteso, la relazione corporea è curata
di meno". Di conseguenza, questi bambini hanno minore rendimento scolastico.
Ma anche, ad esempio, più carie dentali.
Fonte:
24 heures
Ago 08
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LA PSICOTERAPIA SEMBRA
PASSATA DI MODA
Da uno studio pubblicato lo scorso lunedì, sembra che negli USA sempre meno
psichiatri offrano trattamenti di psicoterapia. I ricercatori, che hanno
potuto analizzare degli studi nazionali basati sui trattamenti effettuati
dagli psichiatri fra il 1996 e il 2005, hanno infatti potuto constatare un
forte calo nell'offerta di psicoterapia.
La tendenza è quella di accorciare il tempo delle visite dei pazienti e di
prescrivere loro dei farmaci.
La psicoterapia in sé non sembrerebbe però passata di moda: essa è tutt'ora
indicata, negli USA, per trattare la depressione, il disturbo post
traumatico da stress, il disturbo bipolare e altre malattie psichiatriche.
Il problema allora è un altro, e lo studio ben ce lo spiega:
"Gli psichiatri guadagnano di più per tre visite da 15 minuti che per una
seduta di psicoterapia di 45 minuti con un solo paziente" ha detto il Dr.
Ramin Mojtabai della Johns Hopkins University di Baltimora e,
precedentemente, del Beth Israel Medical Center di New York, dove è stata
condotta la ricerca.
Solo il 29 per cento delle visite psichiatriche condotte in studio fra il
2004-5 sono state basate sulla talking cure, contro il 44 per cento del
1996-97. Chi desidera ricevere un trattamento psicoterapeutico deve
rivolgersi ad altri professionisti, o rinunciarvi.
Il Dr. Eric Plakun, che dirige un comitato sulla psicoterapia per l'American
Psychiatric Association dice di aver notato questo fenomeno già dieci anni
fa, quando molti psichiatri hanno sposato la teoria dell'età del cervello.
Plakun dice che molte scuole hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione
sulla biologia delle malattie mentali
piuttosto che sulla psichiatria tradizionale e quelli che vediamo
oggi sono i risultati di queste scelte.
Gli psicologi e gli assistenti sociali in America vengono considerati più
adatti per offrire terapie cognitivo-comportamentali di breve periodo, ma
niente paura ha avvertito Mojtabai: se stai male pensando alla tua infanzia
e vivi a New York e hai tanti soldi, uno psichiatra che ti faccia una
psicoterapia di lungo termine lo trovi senz'altro...
Fonte:
Reuters
Lug 08
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STRESS PROFESSIONALE
Lo stress professionale è al
centro delle preoccupazioni del mondo economico francese e
dell'amministrazione pubblica. Ci è voluto molto tempo per prenderne
coscienza, ritiene
il Dr. Eric Albert, psichiatra e fondatore, nel 1990 dell' Institut
français de l'anxiété et du stress (IFAS).
Certo, dice lo psichiatra, il legislatore francese ha qualche volta
esaminato il problema, specialmente nella legge di modernizzazione sociale
del 2002, che obbliga le imprese a valutare i pesanti rischi sulla sanità
mentale della loro manodopera. Secondo Eric Albert, la collettività si è
però resa finalmente conto del problema quando tre operai del Technocentre
Renault di Guyancourt (Yvelines), si sono
suicidati fra la fine del 2006 e l'inizio del 2007.
Anche i grandi gruppi hanno preso coscienza dei
"rischi mediatici" che possono
comportare i suicidi sul luogo di lavoro. Sanno anche che
le sofferenze psicosociali possono influire
negativamente sugli affari.
"Il costo dello stress
nei paesi industrializzati è quantificabile in un valore del
3-4% del PIL", ha dichiarato il 12
marzo il ministro del lavoro francese Xavier Bertrand.
Per la Francia ciò equivale a 60 miliardi
di euro, se si tiene conto delle perdite legate all'assenteismo, le
fermate del lavoro e il consumo di farmaci. L'Institut national de
recherche et de sécurité parla di cifre meno elevate: nel 2000, "il
costo sociale dello stress" sarebbe stato fra 830 e 1 656 milioni di euro.
Il fenomeno comunque aumenta:
molti lavoratori affermano di soffrire di problemi di salute mentale secondo
la Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE),
che lo scrive nel suo rapporto 2008.
Patrick Légeron, psichiatra, raccomanda una serie di percorsi per porre
rimedio al problema: costruzione di un
"indicatore di livello mondiale" dello stress professionale,
identificazione e analisi dei suicidi
compiuti dai lavoratori sul luogo di lavoro, lancio di una campagna
di informazione.
Alcuni grandi gruppi francesi hanno iniziato a lottare contro il problema,
come La Poste o France Telecom, ma tali iniziative sono spesso criticate dai
sindacati e dagli esperti, perché non affrontano il loro punto di vista,
ovvero che le radici del male sono
nell'organizzazione del lavoro, nell'intensificazione dei compiti, ecc.
Inoltre, molti datori di lavoro continuano a contrapporre una forma di
rifiuto. Il 15 giugno, il direttore del TechnoCentre Renault ha detto che i
suicidi che si sono verificati alla fine del 2006 e all'inizio del 2007 sono
stati in primo luogo delle "tragedie
personali relative ai capricci della vita, che capitano a tutti".
Fonte:
Le Monde
Lug. 2008
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QUANTO E' IMPORTANTE SAPERSI
RILASSARE
La collaborazione fra i membri del
Benson-Henry Institute for Mind/Body Medicine presso il Massachusetts
General Hospital (MGH) ed il Genomics Center presso il Beth Israel Deaconess
Medical Center (BIDMC) ha permesso la pubblicazione di uno studio sulla
rivista online PLoS One.
"Per centinaia di anni la medicina
occidentale ha guardato alla mente e al corpo come se fossero due entità
separate" dice il Dr. Herbert Benson, direttore emerito del
Benson-Henry Institute e co-autore del report. "Ora abbiamo scoperto come
cambiando l'attività della mente possiamo influire sul funzionamento delle
istruzioni genetiche di base".
Towia Libermann, psicologo, direttore del BIDMC Genomics Center e co-autore
dello studio aggiunge: "Questo è il primo studio su come la mente possa
influenzare l'espressione genetica in soggetti sani".
Più di 35 anni fa fu Benson a descrivere per primo questa risposta
dell'organismo, a seguito di pratiche di meditazione e preghiera. Negli anni
numerosi studi hanno dimostrato come il
rilassamento non solo allevia i sintomi dei disturbi psicologici, ma
influenza i fattori fisiologici come il battito cardiaco, la
pressione sanguigna, il consumo di osseigeno e l'attività cerebrale.
Sebbene si fosse compreso che il rilassamento era la situazione opposta a
quella di attacco o di fuga, non si sapeva quale fosse il meccanismo che
produceva questo fenomeno. Con questo studio si è cercato di investigare se
i cambiamenti nell'espressione dei geni (alcuni specifici geni attivati o
repressi nella loro attività) potessero dipendere dal rilassamento.
In questo studio sono stati messi a confronto 19 soggetti che da tempo si
dedicavano alle tecniche di rilassamento con 19 soggetti che non si erano
mai dedicati a tali pratiche e che avevano frquentato solo un corso di
introduzione di due mesi.
Si è potuto così constatare che il
rilassamento altera effettivamente l'espressione genica nei processi di
infiammazione, morte programmata delle cellule e trattamento dei radicali
liberi - molecole prodotte dal normale metabolismo che, se non
vengono appropriatamente neutralizzate, possono danneggiare cellule e
tessuti.
Del resto queste tecniche vengono utilizzate da millenni e non conta il tipo
di rilassamento che si pratica (yoga, meditazione, respirazione, preghiera
ecc.): il meccanismo che si mette in moto è
lo stesso.
Links:
Massachusetts General Hospital,EurekAlert!
Fonte: ScienceDaily
Lug 08
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TUTTI PAZZI PER IL
VIAGRA DEI RAPPORTI SOCIALI
Nei giorni scorsi il telefono di
Paul Zak è rimasto a lungo staccato. Il professor Zack è professore
di economia e fondatore del Centro per gli studi neuroeconomici presso la
Claremont Graduate University, in Claremont, California.
Tutto è dovuto ad articoli tipo questo: "Scientists Find Childbirth
Wonder Drug That Can 'Cure' Shyness" apparsi sulla stampa anglofona, in
cui si lascia intendere che l'ossitocina
sia una specie di siero magico, che permette di curare la timidezza. Il
Professor Zak è molto critico verso l'iperbolico racconto delle scoperte
fatte dal suo gruppo di ricerca, riguardo al famoso
spray nasale che dovrebbe curare
la timidezza (Ma chi ha dato certe notizie alla stampa? verrebbe da
chiedersi).
L'ormone non cura nulla, dice Zak
e comunque si tratta solo di studi, nella speranza di riuscire a trovare un
rimedio utile tra qualche decina d'anni.
Eppure su Internet si comincia già a fare affari con l'ossitocina. I
prodotti in vendita sono OxyCalm, che viene proposto come un rilassante che
aiuta a smettere di fumare; l'altro, Liquid Trust, che promette invece di
migliorare vita sociale e carriera.
Mike Delaney, portavoce per l'azienda che produce
OxyCalm,
dice che le pressioni da parte della U.S. Food and Drug Administration li
hanno convinti a chiudere la produzione dello spray nasale. Ed è arrivato un
richiamo anche per
Liquid Trust
anche se questo prodotto sembra
ancora acquistabile on line.
I consumatori che sperano di aver trovato, con questi prodotti, un elisir
miracoloso per vincere la timidezza, una
specie di Viagra per i rapporti sociali devono sapere che ciò che
comprano in realtà non è altro che un
placebo.
Fonte ABC News
Dr. Walter La Gatta
Giu 08
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I LUNEDI' NON SONO COSI' DEPRIMENTI COME SI PENSA
Oggi è lunedì ed in parecchi avrete pensato: che
tristezza! Con il ricordo di un piacevole week end ancora nella mente, si
ritorna al lavoro consueto, si riaffrontano i problemi lasciati insoluti il
venerdì. Che giornata terribile il
lunedì...
Eppure, una recente ricerca ci dice che non è così:
i lunedì sono molto migliori di quello che pensiamo, mentre le giornate
in cui siamo maggiormente depressi sono il venerdì e il sabato.
Charles S. Areni della University of Sydney e Mitchell Burger del
NTF Group hanno studiato 202 persone alle quali è stato chiesto di
rispondere su come si sentivano nei vari giorni della settimana. Come
prevedibile, il lunedì è stato
indicato come il giorno peggiore per l'umore, specialmente al mattino e alla
sera, mentre i giorni migliori della settimana sono stati il
venerdì e il
sabato, mattina e sera. Areni e
Burger hanno deciso di proseguire la ricerca con una sorta di verifica, che
consisteva nell'intervistare 351 persone, chiedendo loro come realmente
si sentivano, giorno per giorno.
Si è visto così che, in media, l'umore delle persone restava invariato nel
corso della settimana, i lunedì non erano così deprimenti come le persone
pensavano ed i venerdì e sabato non erano poi così piacevoli come le persone
si sarebbero aspettate.
In media, il peggiore giorno della settimana quanto a tono dell'umore è
stato registrato nella giornata di
Mercoledì, ed il migliore nella giornata di
Domenica, anche se le differenze
sono lievi.
Cosa accade nella nostra mente? La spiegazione che si sono dati i
ricercatori è la seguente: la memoria serve in parte per rammentare degli
eventi accaduti, ed in parte per associare dei significati a questi eventi.
Se il venerdì significa, per la maggior parte delle persone, liberazione dai
doveri della settimana, il lunedì significa invece rimettersi in gioco,
ricominciare a lottare. Questi significati influenzano i nostri ricordi e
quando significati e ricordi sono in conflitto, ad avere la meglio sono i
significati.
E' dunque solo un inganno in cui
cade la memoria quello che ci fa portare alla mente tutte le peggiori
esperienze e sensazioni spiacevoli che abbiamo vissuto nel giorno di lunedì.
I lunedì significano per tutti noia, depressione, fastidio: per questo li
ricordiamo così. Poiché i venerdì e le giornate del sabato sono invece
forieri di eventi positivi che si avranno a realizzare, essi ci appaiono nel
ricordo come giorni sempre felici, mentre invece spesso non lo sono affatto.
Forse in realtà c'è ben poca differenza fra un giorno e l'altro, anche se le
nostre percezioni non sono così.
Fonte: Areni, C. S., & Burger, M. (2008). Memories of "Bad" Days Are More Biased Than
Memories of "Good" Days: Past Saturdays Vary, but Past Mondays Are Always
Blue. Journal of Applied Social
Psychology, 38(6), 1395-1415.
Links:
Washington Post
PsyBlog (immagine e testo)
Blackwell sinergy
Mag 08
■
FOBIA SOCIALE, AMIGDALA E
OSSITOCINA
Alcuni scienziati dell'Università di Zurigo
hanno scoperto la base neurofisiologica
della fiducia umana, provando che l'ormone dell'ossitocina promuove
un sentimento di fiducia negli altri, anche dopo un tradimento. Già tre anni
fa lo stesso gruppo di ricerca aveva scoperto che l'ossitocina era alla base
dei comportamenti di fiducia, ma non erano state precisate le basi
neurofisiologiche di questo effetto, cioè perché l'ossitocina
promuove questi sentimenti di fiducia, che peraltro sono alla base della
vita sociale.
Il gruppo di ricerca, che comprende il neuroscienziato Thomas Baumgartner,
il neuroeconomista Ernst Fehr e lo psicologo Markus Heinrichs, ha coinvolto
un gruppo di volontari in due giochi:
uno, basato sulla fiducia, l'altro era una 'prova di rischio'. Nel primo
gioco i volontari dovevano affidare il proprio denaro a un fiduciario, il
quale poi, investendolo, poteva decidere se restituire o tenere per sé i
profitti dell'investimento. Nell'altro gioco, la cessione dei profitti degli
investimenti veniva decisa a sorte da un computer. In entrambi i giochi i
volontari perdevano dunque del denaro, ma solo nel primo gioco vivevano
l'esperienza negativa della fiducia tradita (si erano fidati
dell'investitore).
Ai volontari è stata somministrata ossitocina o una sostanza placebo, quindi
si è osservato il loro comportamento e la loro attività cerebrale attraverso
la risonanza magnetica.
Risultati:
Mentre l'ossitocina non ha alcun effetto nella prova di rischio dove non
entra in gioco la fiducia, la sua azione è risultata dirimente nell'altro
gioco: nonostante i tradimenti del
fiduciario, sotto l'effetto dell'ossitocina i volontari continuavano ad
affidargli i soldi mostrando dunque fiducia incondizionata nei suoi
confronti.
Contemporaneamente a ciò nel loro cervello si 'disattivavano' amigdala e
nucleo dorsale caudato.
Il placebo invece non induceva questa
fiducia incondizionata, né la disattivazione di quei circuiti,
cresceva quindi tra i volontari la sfiducia nei confronti dell'investitore
che li aveva gabbati.
Ciò dimostra che amigdala e nucleo
dorsale caudato sono i centri nervosi che ingenerano diffidenza nel prossimo.
"Non a caso - ha concluso Baumgartner - un tratto distintivo dei
fobici sociali è
l'iperattivazione dell'amigdala
che si può considerare una delle principali cause dei loro comportamenti
tesi ad evitare le situazioni sociali".
Lo psicologo Markus Heinrichs, ha dichiarato che sono in corso studi clinici
che riguardano la somministrazione di
ossitocina insieme alla terapia comportamentale per curare disturbi quali la
fobia sociale e la personalità
borderline.
Fonte:
Medical News
Links:
http://www.unizh.ch
Ansa
Mag 08
■
LINGUAGGIO E PADRI
Uno studio dell' Eastern Virginia
Medical School condotto su 5.000 famiglie ha scoperto che
lo sviluppo del linguaggio nel bambino è fortemente condizionato dal tono
dell'umore paterno. In particolare, se questo è depresso, un
bambini di due anni usa una parola e mezzo in meno delle usuali 29 parole
conosciute a questa età.
Sul New Scientist il dato viene interpretato così:
forse il padre depresso non legge
abbastanza al figlio (sembra in misura del 9% in meno).
I ricercatori, guidari dallo psicologo James Paulson, hanno monitorato 5.000
famiglie: quando i bambini avevano nove mesi di vita, si è visto che in
media il 14% delle madri ed il 10% dei padri era depresso.
Il Dr Paulson ha affermato che la differenza, seppure possa sembrare piccola
potrebbe diventare consistente in proporzione non a 29 parole, ma a tutte
quelle presenti nel vocabolario. In compenso,
la depressione o l'assenza della madre
sembrano non influire minimamente sul numero di parole apprese dal bambino
di questa età.
Neanche a dirlo, questa ricerca, ne soppianterebbe centinaia, che nel corso
del tempo hanno sempre espresso parere perfettamente contrario (è la madre
che influisce sul vocabolario acquisito dal figlio).
Fonte:
BBC
Mag 08
■
MARJUANA IS NOT THE ANSWER
Milioni di teen agers sperimentano
giorni e giorni di depressione, perdita di interessi nella normale attività
quotidiana: molti di loro usano la marijuana ed altre droghe simili,
pensando di migliorare la situazione, che invece non fa altro che
peggiorare.
Ce lo dice uno studio della Casa Bianca americana pubblicato oggi. Il report,
della White House Office of National Drug Control Policy (ONDCP), rivela che
l'uso di marijuana può peggiorare gli stati depressivi e portare ad ancor
più seri problemi, come la schizofrenia, l'ansia e perfino il tentativo di
suicidio.
Per alleviare i sintomi depressivi, i giovani cercano di auto-medicarsi ("self-medicating"):
si stima che nell'anno passato ben due milioni di adolescenti si siano
sentiti depressi ed abbiano fatto ricorso alla marijuana per questo motivo:
esattamente due volte più dei non depressi.
"Marijuana is not the answer", dice il report: sebbene l'uso di marijuana
fra i giovani sia diminuito del 25% dal 2001, essa rimane comunque la droga
più diffusa.
Secondo il rapporto, i giovani che fanno uso di questa sostanza almeno una
volta al mese hanno una probabilità tripla di avere pensieri suicidari
rispetto ai non utilizzatori e possono incorrere in malattie (mentali e
non), oltre che in comportamenti a rischio come il fumo di sigarette e
l'abuso di alcol. "Non pensate che sia innocua," conclude il Dr. Drew Pinksy,
internista, esperto di dipendenze.
Cosa possono fare i genitori?
Riconoscere i segni del consumo di droga e della depressione, tra cui
disattenzioni, cambiamento nel comportamento con gli amici, perdita di
interesse per le attività quotidiane, isolamento dalla famiglia. Inoltre,
conoscere quali sono le sue attività: porre domande e cercare di sapere come
lui o lei passa il tempo; parlare delle droghe e fissare i confini oltre i
quali non è consigliabile andare.
Il report "Teen Marijuana Use Worsens Depression: An Analysis of Recent Data
Shows 'Self-Medicating' Could Actually Make Things Worse," è stato
pubblicato in coincidenza con il May's Mental Health Awareness Month.
Fonte:
Science Daily
Link:
US National Drug Control Policy.
Mag 08
■
ANSIA E ABBANDONO SCOLASTICO
Non in tutte le scuole si è del tutto consapevoli dell 'importanza
dei disturbi d'ansia tra i
giovani. Del resto gli studenti timidi sono quelli che si notano di meno,
che non si mettono mai in mostra: spesso i professori non conoscono nemmeno
questi loro allievi.
Li si scopre solo quando l'ansia diventa patologica e porta a manifestazioni
somatiche evidenti, o a comportamenti che esprimono disagio, come ad esempio
nella fobia scolare.
I ragazzi che soffrono di questo disturbo, molto spesso amano lo studio e la
scuola, che frequenterebbero volentieri, ma non ce la fanno, perché si
sentono continuamente sotto stress: spesso l'abbandono scolastico diventa
una scelta obbligata per evitare i disagi legati alla scuola
(interrogazioni, rapporti coi compagni, rapporti coi professori, ecc.). E le
scuole, di fronte ad uno studente che abbandona gli studi, cosa fanno? In
genere molto poco: in non poche realtà gli abbandoni scolastici non fanno
nemmeno notizia.
Eppure, gli studi più 'moderati' sull'argomento indicano che
circa un giovane su sette soffre di
problemi di ansia e che pertanto è potenzialmente interessato ad un
problema di fobia scolare.
Secondo lo psicologo americano
Christopher Kearney,
che dirige la Child School Refusal and Anxiety Disorders Clinic
della Università del Nevada, il rifiuto scolastico non è stato ancora
sufficientemente studiato. Secondo le sue ricerche,
tra il 5% e il 28% dei giovani hanno la
possibilità di vivere un episodio di rifiuto scolastico sul loro cammino.
Il 5% si riferisce ai rifiuti cronici,
precisa lo psicologo, per giustificare il grande scarto percentuale.
(In uno studio pubblicato due anni fa sul Journal of the American Academy of
Child and Adolescent Psychiatry si parlava ad esempio di una percentuale
dell'8,2%.)
Nei bambini più piccoli ovviamente il rifiuto scolastico viene dalla
difficoltà di separarsi dai genitori, mentre nei ragazzi più grandi il
problema è l'ansia sociale: la
paura di confrontarsi con i coetanei, di essere interrogati, di sentirsi
troppo al centro dell'attenzione degli altri. Alcuni ragazzi,
particolarmente stressati, possono cominciare a
marinare la scuola, facendo
assenze che durano diversi mesi.
In Quebec molti di questi giovani con fobia scolare vengono addirittura
ospedalizzati: la Clinique des troubles anxieux dell'Ospedale
Sainte-Justine segue una ventina di giovani in situazione critica; il
Centro per gli adolescenti dell'Ospedale del Sacré-Coeur ne accoglie invece
una quarantina. Altri ragazzi sono seguiti presso gli Ospedali
Rivière-des-Prairies e Douglas. (In Italia, neanche a dirlo, non c'è ancora
nulla di tutto ciò)
Se la paura di frequentare la scuola è una paura del tutto irrazionale, ben
reali sono i sintomi fisici che ad essa conseguono:
mal di pancia, vomito, senso di
stordimento, paura di svenire.
Il Dr Hughes Simard, capo della clinica specializzata per problemi d'ansia
presso l'Ospedale Sainte-Justine avverte:
più il rifiuto scolastico si protrae nel tempo, più è difficile tornare
indietro. Infatti, i ragazzi diventano prigionieri di questi
sintomi e si spingono sempre più verso l'isolamento sociale, che appare a
prima vista l'unica situazione in cui ci si possa rilassare un po'.
Spesso i problemi di ansia dei figli sono acuiti da
genitori particolarmente ansiosi:
così se un ragazzo vomita per la paura di andare a scuola, i genitori
dovrebbero capire che non è fisicamente malato e non dovrebbero pertanto
allarmarsi troppo sul piano della salute, perché questo rinforza il sintomo
del figlio... Ma spesso non è così.
Ciò che è importante sapere è che quando i
ragazzi non vanno più a scuola per un lungo periodo, è sempre più difficile
farceli tornare: per questo ci si dovrebbe consultare per tempo con
un terapeuta, per cercare il modo migliore di parlare al giovane e
convincerlo a non effettuare scelte che poi potrebbero costargli molto care,
come nel caso dell'abbandono scolastico.
Fonte:Cyberpresse
Links:www.phobies-zero.qc.ca
Mag 08
■
QUANTO DEVE DURARE UN
RAPPORTO SESSUALE
Eric Corty,
ed il suo gruppo di ricerca della
Pennsylvania State University's School
of Humanities and Social Science ha pubblicato uno studio sul numero di
maggio del Journal of Sexual Medicine, il quale rileva che
il tempo da ritenersi 'adeguato' per un rapporto sessuale
fra uomo e donna varia dai 3 ai 7 minuti, mentre
'troppo breve' è un rapporto che dura 2 minuti o meno.
Il tempo considerato 'ideale' raggiunge i 13
minuti: andare oltre questo tempo può essere considerato
'troppo lungo'.
Lo studio è stato condotto su 50 membri della
Society for Sex Therapy and Research
negli USA e in Canada, cui sono stati mandati dei questionari: hanno
risposto in 34. Il numero dei soggetti studiati è scarso, ma i ricercatori
ritengono che può essere sufficiente per rappresentare un campione
generale della popolazione. Un altro studio (citato da Irwin Goldstein,
editore della rivista di Sexual Medicine), durato 4 settimane, ha studiato
1.500 coppie nel 2005, scoprendo che il tempo medio del rapporto
sessuale è di 7,3 minuti (le donne gestivano un cronometro durante
il rapporto). Questi risultati dovrebbero aiutare gli uomini che ritengono
di avere dei tempi di prestazione sessuale inadeguati al soddisfacimento
della parter a rendersi conto che, nella maggior parte dei casi, le loro
aspettative sulla durata del rapporto sessuale sono inadeguate e
irrealistiche.
Fonti:
Daily News
Philadelphia Inquirer
Apr. 08
■
LA PARANOIA E' MOLTO DIFFUSA
Credere che gli altri pensino male di noi o
vogliano farci del male è un sentire piuttosto diffuso, ma fino ad ora si
pensava che l'esagerazione in questo campo fosse un'eccezione e non la
regola. Non parliamo ovviamente di patologie psichiatriche, come la psicosi
o la schizofrenia, in cui certamente la paranoia raggiunge livelli di
frequenza e di intensità molto elevati. Parliamo dei casi non patologici di
persone che hanno la tendenza, pervasiva ed immotivata, a interpretare le
azioni degli altri come minacciose o desiderose di provocare umiliazione.
Il ricercatore Daniel Freeman del King’s
College London ed i suoi colleghi hanno usato un software di realtà
virtuale per simulare un viaggio in metropolitana. Allo studio hanno
partecipato 200 soggetti 'normali': sono stati volutamente esclusi soggetti
che soffrivano di epilessia o di altre malattie mentali. Essi dovevano
scrivere ciò che pensavano dei loro compagni virtuali di viaggio, o meglio,
dei loro avatars. Gli avatars sono stati programmati in modo tale che
avessero sempre delle facce neutrali.
Prima di immergersi nel mondo virtuale, questi soggetti hanno compilato dei
questionari ,in modo che i ricercatori potessero prevedere chi di loro
poteva avere maggiori pensieri paranoici anche nel virtuale (cioè i soggetti
più ansiosi, rigidi, stressati, con delle relazioni sociali negative, ecc.)
Risultati: 105 dei 200 soggetti non hanno mostrato alcun tipo di pensiero
paranoico, ma gli altri, un numero statisticamente significativo, hanno
mostrato di avere il timore di essere perseguitati. Ciò che ha scoperto
questo studio è che gli individui che avevano avuto pensieri paranoidi
durante la vita reale erano due volte più portati a provare le stesse paure
nella vita virtuale, rispetto al gruppo che non aveva mostrato di avere
questo genere di pensieri e di paure. Insomma, nella vita virtuale chi già
pensa male degli altri, lo fa ancora di più.
Virtual reality study of paranoid thinking in the general population,
Freeman et al., The British Journal of Psychiatry (2008) 192: 258-263. doi:
10.1192/bjp.bp.107.044677
Fonte:
World Science.
Apr. 08
■
IL BULLISMO E' UN PROBLEMA
RELAZIONALE
Anche i bulli hanni difficoltà relazionali, ad esempio con gli amici o
con i genitori. Questo ha scoperto un nuovo studio condotto da
due ricercatori della York University e della Queens University. Lo studio
ha riguardato 871 studenti (466 ragazze e 405 ragazzi) per sette anni, dai
10 ai 18 anni. Ogni anno i ragazzi dovevano rispondere alle domande di un
questionario, che riguardavano i loro comportamenti in generale ed in
particolare gli atti di bullismo. Il 9.9 per cento degli studenti ha
dichiarato di essersi coinvolto in episodi di bullismo, a partire dalla
scuola elementare, fino alle superiori. Il 13.4 per cento era maggiormente
coinvolto in questi atti nel periodo della scuola elementare, per poi
diminuire, con il crescere dell'età. Il 35.1 per cento dei ragazzi ha detto
di aver compiuto atti di bullismo sui compagni, anche se a livelli moderati.
Il 41.6 per cento non si è mai lasciato coinvolgere in atti di bullismo
durante gli anni dell'adolescenza. I bulli della scuola elementare
tendevano, secondo lo studio, ad essere aggressivi, privi di empatia per le
loro vittime e in conflitto coi genitori e con gli amici: per questo
tendevano ad accompagnarsi ad altri amici altrettanto 'bulli'. Secondo Debra
Pepler, Professoressa di psicologia presso la York University, Senior
Associate Scientist presso l'Ospedale dei Bambini e leader di questo gruppo
di ricerca, il bullismo è "un problema
relazionale". Secondo la ricercatrice, gli interventi devono
focalizzarsi sui ragazzi che compiono atti di bullismo, prestando
particolare attenzione ai loro comportamenti aggressivi, all'acquisizione di
abilità sociali e alla capacità di sapersela cavare in modo socialmente
accettabile nelle difficoltà incontrate nel gruppo di pari. Focalizzarsi
solo sul bambino non è sufficiente. Il bullismo è un problema relazionale,
che richiede soluzioni trovate nella
relazione stessa. Un supporto mirato offerto a questo piccolo
gruppo di bambini che compiono atti di bullismo, già a partire dalla scuola
elementare, può essere di aiuto per promuovere delle relazioni sane ed
evitare i passaggi che portano questi soggetti ad avere problemi relazionali
nell'età adolescenziale e adulta.
Fonte: Child Development, Vol. 79, Issue 2,
Developing Trajectories of Bullying and Associated Factors by Pepler, D,
Jiang, D (York University), Craig, W (Queens University), and Connolly, J
(York University), via
EurekAlert
Link
Society for Research in Child Development
Mar 08
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CHI SOFFRE D'ANSIA NON
DOVREBBE FUMARE
Precedenti studi avevano dimostrato che
stress ed ansia possono influenzare la coagulazione del sangue; essi
riguardavano però dei soggetti in buona salute. Un recente studio invece,
condotto da Franziska Geiser (del Policlinico per la Medicina
psicosomatica e la psicoterapia) e Ursula Harbrecht (Dell'Istituto
di Ematologia Sperimentale e e Medicina della Trasfusione) si è invece
interessato della coagulazione sanguigna in
un gruppo di soggetti sofferenti di disturbi d'ansia (es
agorafobia, attacchi di panico, fobia sociale, ecc.).
Gruppo di studio: 31 soggetti con problemi d'ansia. A ciascun soggetto è
stato abbinato un soggetto sano della stessa età e dello stesso sesso.
Procedimento: prima si prelevavavano dei campioni di sangue, poi si
invitavano i soggetti a svolgere dei test sul computer, poi si prelevava
nuovamente un campione di sangue. Risultato:
gli ansiosi mostrano di attivare il sistema
di coagulazione del sangue più di quanto facciano i soggetti del gruppo di
controllo.
Nel sistema di coagulazione del sangue operano due fattori : 1.
condensazione sanguigna per creare una barriera naturale e prevenire
emorragie. 2."fibrinolisi", un processo che serve a mantenere
fluido il sangue e a distruggere i coaguli.
I pazienti con disturbi d'ansia mostravano una inibizionde del processo di
fibrinolisi, il che in casi estremi può portare al
blocco di una arteria coronarica.
Forse, dice la ricercatrice Franziska Geiser, si è trovato l'anello mancante
che spiega perché i pazienti ansiosi corrono un rischio più alto di morire
per problemi cardiaci. "Naturalmente questo non significa che un paziente
che soffre di disturbi d'ansia deve ora temere di poter avere un
infarto. I valori di coagulazione
misurati erano sempre all'interno di una scala fisiologica, il che significa
che non c'è un pericolo elevato",
dice la leader della ricerca". Certo, se i fattori di rischio aumentano e
quindi oltre a soffrire di ansia il soggetto
fuma ed è obeso, il rischio
aumenta e bisogna correre ai ripari.
Fonte:
Science Daily
Mar 08
■
LA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE E' EFFICACE PER CURARE I DISTURBI
D'ANSIA
La terapia cognitivo-comportamentale
(CBT), cioè l'approccio terapeutico che mira a modificare i pensieri, le
credenze, i comportamenti negativi del paziente,
può essere efficace per il trattamento dei
disturbi d'ansia dell'adulto, secondo i risultati di uno studio
presentato alla ventottesima conferenza
annuale sui disturbi d'ansia, (Anxiety Disorders Association of
America - ADAA), che si sta svolgendo in questi giorni.
La meta-analisi ha scoperto che la TCC è particolarmente efficace per
i trattamenti dei disturbi
ossessivo-compulsivi (OCD) e per il
disturbo da stress acuto (ASD).
Sebbene vi siano state numerose ricerche per scoprire se la TCC fosse
effettivamente efficace per il trattamento dei disturbi d'ansia nei soggetti
adulti, era mancato finora uno studio sistematico che mettesse insieme i
dati ottenuti. Ci ha pensato Jasper A.J. Smits, psicologo, Assistente di
psicologia e direttore dell' Anxiety Research and Treatment Program, presso
la Southern Methodist University, a Dallas, Texas.
In questo studio il Dr. Smits e i suoi colleghi hanno condotto
una ricerca sugli studi fin qui effettuati su pazienti con problemi di ansia
(come descritti nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders,
terza o quarta edizione), trattati con TCC o con placebo.
Il problema delle molte ricerche condotte sulla efficacia della terapia
cognitivo-comportamentale nella cura dei disturbi d'ansia, dicono i
ricercatori, è che esse variano notevolmente fra di loro riguardo
alle procedure di controllo, alle liste di attersa, ai trattamenti
alternativi, agli interventi con il placebo, ai gruppi di controllo.
I ricercatori hanno dunque consultato articoli apparsi su riviste
scientifiche ed inoltre chiesto un parere a molti esperti internazionali,
per individuare gli studi più significativi. Sono stati così individuati
1.165 studi, di cui 27 includevano
tutti i criteri richiesti. I
ricercatori hanno così concluso che la terapia cognitivo comportamentale
presenta effettivamente risultati migliori a quelli raggiunti dal placebo,
soprattutto per il disturbo acuto da stress
e, in misura minore, per il disturbo
ossessivo-compulsivo. La terapia è stata infatti più efficace per i
disturbi ossessivo-compulsivi che per i
disturbi da attacchi di panico. Per quanto
riguarda eventuali tratti depressivi
nei pazienti (comorbilità), si è visto che questa terapia, confrontata con
un placebo, 'funziona' in modo significativo nel ridurre la depressione solo
nel disturbo post-traumatico da stress
(PTSD) e nei disturbi ossessivo-compulsivi
(OCD). In ogni
caso la psicoterapia cognitivo-comportamentale risulta essere il trattamento
più efficace per i disturbi d'ansia, hanno confermato i
ricercatori.
Presentazione: Cognitive-Behavioral Therapy for Adult Anxiety Disorders: A
Meta-Analysis of Randomized Placebo-Controlled Trials. Abstract 5.
Fonte:
Doc Guide
Mar 08
■
L'AROMATERAPIA? NON FA MALE, NON FA BENE, NON FA NULLA
In uno studio pubblicato sulla rivista
online
Psychoneuroendocrinology, si è voluto
verificare se gli olii essenziali aromatici migliorassero realmente la
salute umana in modo quantificabile, come ha spiegato Janice Kiecolt-Glaser,
professore di psicologia e psichiatria presso la Ohio State University.
Oltre alla Kiecolt-Glaser hanno partecipato alla ricerca Ronald Glaser,
professore di virologia molecolare, immunologia e gentica medica, e William
Malarkey, professore di medicina interna.
Il team di ricerca ha studiato il comportamento di 56 volontari, donne e
uomini scelti fra soggetti particolarmente predisposti a riconoscere gli
odori più comuni. Alcuni erano favorevoli all'aromaterapia, altri si sono
dichiarati disinteressati. In tre sessioni di mezza giornata essi sono stati
esposti a più aromi (limone, lavanda e acqua distillata, come placebo),
mentre venivano loro misurati la pressione sanguigna e il battito cardiaco e
venivano presi campioni del loro sangue.
Altri test hanno riguardato il contatto, su una ferita apportata sulla
pelle, di un batuffolo di cotone imbevuto della lozione aromatica. Inoltre,
sono state registrate le reazioni al dolore, facendo immergere i piedi dei
volontari in acqua riscaldata a 32 gradi F.
Infine, sono stati verificati il tono
dell'umore e il livello dello stress attraverso un questionario
psicologico. I volontari dovevano inoltre registrare una reazione di due
minuti all'esperienza, per permettere poi ai ricercatori di analizzare le
parole usate e verificare se esse erano espressioni di emozione positiva o
negativa.
I campioni di sangue sono stati successivamente analizzati per rilevarne i
marcatori biochimici che riguardano le reazioni del sistema endocrino e
immunitario. Entrambi i livelli di Interleuchina-6 e Interleuchina-10 -
due citochine - sono state controllati, così come gli ormoni dello stress:
cortisolo, noradrenalina ed altri. Mentre l'olio di limone sembra portare
un netto miglioramento dell'umore, l'olio di lavanda non ha alcun effetto
sull'umore. Entrambi gli aromi invece non hanno avuto alcun impatto sui
marcatori biochimici dello stress, nel controllo del dolore o nella
guarigione della ferita. Come ha spiegato Malarkey, “Se un paziente,
usando questi olii si sente meglio, non possiamo dire che essi non
migliorino la salute del paziente. In ogni caso, noi non abbiamo trovato
alcuna indicazione quantitativa sul fatto che questi olii abbiano un
effetto fisiologico sulla popolazione generale". Il progetto è stato
finanziato dal National Center for Complementary and Alternative Medicine
presso il National Institutes of Health; i ricercatori Kiecolt-Glaser,
Glaser e Malarkey sono tutti membri dell'Ohio State’s Institute per la
Behavioral Medicine Research.
Link:
Ohio State University.
Fonte:
Science Daily
Mar 08
■
RIDURRE IL TEMPO DEI
BAMBINI DAVANTI ALLA TV
Spegnere drasticamente la TV davanti ai
bambini realmente migliora la loro salute e
li rende meno grassi, secondo uno dei pochi studi che si è occupato
di osservare gli effetti di un intervento diretto sulle loro abitudini.
Come si sa, guardare la TV porta il bambino al consumo di cibo e bevande
pubblicizzate dalla televisione. Infatti, quando, tra un cartone e l'altro,
compaiono queste pubblicità, il bambino può essere spinto al loro consumo.
Leonard Epstein della State University of New York di Buffalo ed i
suoi colleghi hanno pubblicato una ricerca negli Archives of Paediatric
and Adolescent Medicine basata sullo studio di 70 bambini di età
compresa fra i quattro ed i sette anni, che erano, secondo il loro indice di
massa corporea, in grave sovrappeso rispetto ai loro coetanei.
In metà delle loro case, il team di ricercatori ha applicato dei timer che
hanno limitato l'uso di computers e TV: i bambini potevano decidere cosa
guardare e quando, ma se superavano i limiti di tempo stabiliti, il timer
spegneva tutti gli apparecchi collegati, per il resto della settimana.
Ogni mese, il team ha ridotto il tempo trascorso davanti alla TV del 10%,
fino a che non è diventato la metà di quello che era all'inizio
dell'esperimento (25 ore). In media a questi bambini sono state tolte 17,5
ore di TV alla settimana. Il gruppo di controllo invece, che non aveva
strumenti così drastici di riduzione del tempo trascorso davanti alla TV ha
ridotto il tempo trascorso alla TV solamente di 5,2 ore.
I ricercatori hanno osservato che nel primo gruppo il consumo di calorie è
sceso di 300 su circa 1550 e comunque di 150 calorie in meno rispetto al
calo avuto nel gruppo di controllo. I ragazzi del
primo gruppo sono dimagriti e sono diventati meno sedentari (anche se non
sono diventati più attivi). Usare la tecnologia
per ridurre i tempi dedicati alla TV è stato più che altro utile per i
genitori, che così non hanno dovuto
faticare ad imporre una disciplina che raramente si riesce a far rispettare.
Fonte:
The Guardian
Mar 08
■
UNA
PENNA CHE RILEVA LE EMOZIONI
La Philips ha chiesto il brevetto di
una penna in grado di rivelare le emozioni
di chi scrive. Lo rivela la rivista
'New scientist'.La penna e' in
grado di registrare l'umore di chi scrive nel momento in cui lo fa, tramite
speciali sensori che rilevano fattori psicologici come il battito cardiaco,
la pressione sanguigna, la temperatura cutanea e la pressione delle dita. Un
chip elabora lo stato emotivo di chi scrive e il risultato e' una sorta di
registro dei sentimenti dello scrittore.
Fonte: Ansa
Febb. 08
■
L'INCONSCIO COGNITIVO
Sembrerebbe una contraddizione: se una cosa è
inconscia, come potremmo averne delle cognizioni? Invece, l’espressione “inconscio
cognitivo” diventa di dominio pubblico nel 1987 quando alcuni
neurofisiologi cominciano a studiare il potere di persuasione occulta dei
messaggi subliminali (ricerche
pubblicate da John K. Kihlstrom con il titolo “The cognitive unconscious” su
Science, Vol. 237, 18 settembre 1987).
Gli esperimenti su soggetti con deficit neurologici rivelano che l’inconscio
cognitivo si basa su impronte di natura
biologica. Si apprende senza
saperlo e le tracce mestiche non coscienti influenzano in
modo quasi automatico e a nostra insaputa i pensieri ed i comportamenti.
Anche il lampo di genio che
conduce gli studiosi verso la soluzione di un problema potrebbe essere
spiegato con la mediazione dell’inconscio cognitivo.
Fonte: La
Stampa
Febb. 2008
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PERCHE' SI ARROSSISCE?
E' una reazione umana, universale, che colora di rosso
il viso, specialmente quando ci si sente al centro dell'attenzione degli
altri. Succede a tutti: ad alcuni
più di altri, o forse è semplicemente più visibile che in altri.
Il fenomeno è più evidente quando si ha a che fare con persone importanti,
quando si riceve un complimento, quando si prova una forte emozione in una
situazione sociale. Sembra che nelle donne il fenomeno sia più comune, anche
se forse è anche più socialmente accettato.
Cosa succede dal punto di vista biologico?
L'emozione provoca la dilatazione delle vene del viso, facendo affluire più
sangue. Da qui la colorazione rossa della pelle.
La persona che vive il problema dell'arrossire in pubblico con forte ansia
dovrebbe chiedersi anzitutto perché
le emozioni che prova
nelle situazioni sociali siano così intense da provocare questo fenomeno.
E inoltre capire che, va da sé, più ci si sente in ansia, più le emozioni
sono travolgenti...
La soluzione va dunque cercata a monte, attraverso la conquista di una
maggiore fiducia in sé stessi e l'apprendimento di una tecnica di
rilassamento.
Genn. 2008
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GENERAZIONE V, RELAZIONI SOCIALI, MATRIMONI
Nella generazione V, (V sta per
virtuale), alcuni aspetti, come l'età, il genere sessuale, la classe sociale
e il livello economico di appartenenza, non hanno più alcun significato.
Questo non significa che abbiamo finalmente raggiunto un obiettivo di pace e
di livellamento sociale fra esseri umani, ma che sono cambiati i
parametri di riferimento. Per la
generazione V ciò che soprattutto vale è la
competenza , la motivazione e la capacità di apprendere velocemente.
A 10 anni infatti ci sono già molti bambini che possono insegnare molto ai
propri genitori o a persone ancora più anziane, o più colte in altri
settori, o più agiate.
Allo stesso modo, una persona con poche abilità sociali e quindi nella vita
reale piuttosto emarginata, può diventare un eroe degno del massimo rispetto
su World of Warcraft o
Second Life. L'opportunità di
guadagnarsi, anche se in modo virtuale, reputazione , prestigio, potere
sociale, non possono che spingere questo genere di persone verso la
competenza informatica e la cyber-realtà.
Secondo uno studio (Gartner, 2007), il
2% degli americani nel 2015 saranno perfino
sposati, nel mondo virtuale. Naturalmente si sposeranno i loro
avatars, cioè le immagini che li rappresentano nei giochi on line, con altre
immagini simili.
Gennaio 2008
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RELAZIONI FRA COLLEGHI SUL LUOGO DI LAVORO
Le relazioni con il proprio capo e con i propri colleghi sono in genere i
principali problemi che si riscontrano sul luogo di lavoro. Ce lo dice una
ricerca della Gallup. Il Dr. John
Gottman, direttore del Relationship
Institute, studioso e terapeuta della coppia da trenta anni,
ritiene di poter predire con il 90% di sicurezza se una relazione durerà,
dopo aver osservato la coppia per un certo periodo di tempo.
E ora il Dr. Gottman estende il business alle aziende e alle organizzazioni.
In un articolo di Dicembre 2007, sull'
Harvard Business Review, Gottman sostiene che
i rapporti sul lavoro sono molto simili a
quelli che si hanno nella vita privata. Ad esempio, se ci si
approfitta degli altri, se si è aggressivi sul lavoro, probabilmente si è
così anche a casa. E naturalmente è vero anche il contrario.
Gottman dice che per andare d'accordo con i colleghi occore focalizzare
l'attenzione sui loro lati positivi,
dicendo 'si' agli altri quante più volte è possibile. Per stare
bene con gli altri sul lavoro non basta avere una buona comunicazione, ma
anche affetto, condivisione, momenti che richiedono un piccolo sforzo da
parte di tutti. Il potere ad esempio andrebbe condiviso.
E poi, non basta, dice Gottman, saper gestire i conflitti...
Viva le emozioni positive:
l'affetto, l'avventura, l'umorismo. Quando stiamo sul lavoro,
non dimentichiamoci che i colleghi prima di
tutto sono esseri umani! Inoltre, stabilire una buona relazione coi
colleghi aiuta a lavorare meglio. Allora, il suggerimento è quello di
pensare positivo, evitare le critiche, non
stare sempre sulla difensiva, non ergere barriere fra sé e gli altri.
Infine, dice Gottman, le emozioni negative
fanno male alla salute!
GENN. 08
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ANSIOSI DA MORIRE
Gli uomini che si sentono
maggiormente a disagio nei rapporti sociali
o soffrono di fobie irrazionali corrono un rischio significativamente
maggiore di soffrire di disturbi cardiaci. Lo dice una ricerca
condotta da Biing-Jiun Shen, assistente del professore di psicologia presso
la University of Southern California di Los Angeles.
Il gruppo di ricerca ha scoperto che uomini che soffrivano di eccessiva
timidezza, stress, fobie di animali, oggetti o situazioni, oppure di
disturbi ossessivo-compulsivi, avevano dal 30 al 40 % di possibilità in più
di ammalarsi di cuore o di avere attacchi
cardiaci. Corrono già forti rischi le persone di "Tipo
A" cioè quelle che hanno una personalità impaziente, insicura,
troppo precisa, competitiva, ostile e aggressiva e sono incapci di starsene
tranquilli. Ma l'ansia fa di peggio, specialmente per gli uomini non più
giovani.
La ricerca è stata pubblicata sul
Journal of the American College of Cardiology.
Essa analizza 735 uomini in buona salute, 12 anni dopo che essi si erano
sottoposti ad una valutazione diagnostica di tipo psicologico. Queste
persone soffrivano di quattro forme di ansia: ansia sociale, fobie, tensione
nelle situazioni stressanti e disturbi ossessivi irrazionali. Di queste
persone sono stati analizzati anche dati medici e sono state considerate le
abitudini riguardo al fumo, all'alcol e all'alimentazione. Il 15% di coloro
che soffrivano di un particolare tipo di ansia o di tutti i tipi di ansia,
avevano dal 30 al 40% di possibilità in più di avere un infarto. Ma l'ansia
si può trattare, dicono i ricercatori: se qualcuno è particolarmente
ansioso, soffre di attacchi di panico o di fobia sociale, si può curare.
Fonte:
The Telegraph
08-01-08
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I BRUTTI SOGNI DEI BAMBINI
I brutti sogni nei bambini piccoli sembrano associati a
livelli elevati di ansia: lo dice uno studio canadese, condotto da
Valerie Simard, sotto la direzione di Tore Nielsen della University of
Montreal. Il gruppo di ricerca ha studiato 987 bambini del Quebec, osservati
e valutati dai loro genitori a 29 , 41 , 50 mesi, e poi a 5 e 6 anni. Dai
questionari compilati dai genitori si è potuto osservare che i bambini che
facevano dei brutti sogni erano considerati dalle loro madri dei piccoli con
difficoltà caratteriali a 5 e 17 mesi, oppure come particolarmente emotivi a
5 e 17 mesi, oppure con disturbi emotivi e troppo ansiosi a 17 mesi. Non
così ansiosi venivano invece considerati dai loro genitori i bambini che
facevano meno sogni brutti. Lo studio, riportato nella rivista Sleep,
dice che i piccoli con incubi notturni sono
molto agitati a cinque mesi, difficili da mantenere calmi a 17 mesi e
frequentemente agitati durante il giorno a 17 mesi.
Fonte: Press International
genn. 08
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