Responsabile Scientifico del Sito Dr. Walter La Gatta

 
13/12/2011

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RICERCHE IN BREVE - 4 -
  
A cura della Redazione di Clinica della Timidezza



Periodo:
Gennaio 2008 -
Dice 2008
 

INDICE DELLA PAGINA

Quanto è importante sapersi rilassare
Tutti pazzi per il Viagra dei rapporti sociali
I lunedì non sono così deprimenti come si pensa
Fobia sociale, amigdala e ossitocina
Linguaggio e padri
Marjuana is not the answer
Ansia e abbandono scolastico
La paranoia è molto diffusa
Quanto deve durare un rapporto sessuale
Il Bullismo è un problema relazionale
Chi soffre d'ansia non dovrebbe fumare
L'ansia produce problemi cardiaci

Sulla punta della lingua
Psicoterapia al telefono
Consumare i pasti a casa fa la differenza
Le riviste per soli uomini e i loro effetti
 
La terapia cognitivo comportamentale è efficace per curare i disturbi d'ansia
L'aromaterapia? Non fa male, non fa bene, non fa nulla
Ridurre il tempo dei bambini davanti alla TV
Una penna che rileva le emozioni
L'inconscio cognitivo
Perché si arrossisce?
Generazione V, relazioni sociali e matrimoni
Relazioni fra colleghi sul luogo di lavoro
Ansiosi da morire
I brutti sogni dei bambini
La punizione corporale non paga
La psicoterapia sembra passata di moda
Stress professionale
Effetto placebo

EFFETTO PLACEBO

Metà dei medici americani che hanno risposto ad un questionario diffuso a livello nazionale, hanno affermato che "regolarmente essi prescrivono ai loro pazienti dei placebo".
Lo studio si è basato su un campione di 679 internisti e reumatologi, scelti a caso da una lista nazionale di specialisti in quei settori. Altre ricerche similari, condotte in Danimarca, Israele, Gran Bretagna, Svezia e Nuova Zelanda hanno riportato risultati simili.Ricordiamo che i placebo sono farmaci "finti", nel senso che non hanno alcun effetto sulla salute, anche se le persone, sapendo di prendere dei farmaci, si sentono più tranquille (e spesso ne ottengono realmente dei benefici, ma dovuti a questo stato di maggiore tranquillità, non ad altro).
I placebo più utilizzati sono vitamine e prodotti per il mal di testa, ma spesso anche antibiotici e sedativi. In questi ultimi due casi i farmaci non sono inerti e dunque non si dovrebbero considerare come dei veri e propri placebo, ma molti medici hanno affermato comunque di prescriverli, perché essi hanno effetti sulla psiche dei pazienti, ovvero li tranquillizzano.
La American Medical Association è contraria all'utilizzo dei placebo: non è corretto, dicono, far prendere ai pazienti delle medicine che non servono a nulla. Questo comportamento poco etico da parte dello specialista compromette la relazione medico-paziente, che invece deve essere improntata sulla massima fiducia nei confronti del dottore.
Ma i placebo, si sa, sono efficacissimi. Si è riscontrato ad esempio che almeno il 30-40% dei pazienti depressi cui viene somministrato un placebo poi stanno realmente meglio, addirittura meglio di quanto potrebbero stare se avessero preso degli antidepressivi veri e propri. I placebo sembrano utilissimi anche per l'ipertensione e il trattamento del dolore.
Molti altri sono contrari all'utilizzo dei placebo. E' vero infatti che essi fanno stare meglio i pazienti, anche se non hanno effetti sull'organismo, ma in questo modo si insegna alle persone a dover sempre prendere la pillola, per qualsiasi problema esse abbiano. E poi, in ogni caso, antidepressivi e antibiotici non sono certo dei placebo: essi hanno effetti anche nocivi sull'organismo e dunque non devono essere somministrati a caso, solo per rendere felici i pazienti (e forse ancor di più i medici).

Lo studio sarà pubblicato a breve sul British Medical Journal.

Fonte: New York Times
Nov. 08

LE RIVISTE PER SOLI UOMINI ED I LORO EFFETTI

Vi siete mai chiesti/e perché esistano riviste femminili e riviste maschili, se parlano poi delle stesse identiche cose? Infatti, se andate a guardare i titoli dei così detti ”maschili”, vi accorgerete che essi sono molto simili a quelli che possiamo leggere su Donna Moderna, come ad esempio: “Dimagrire e’ facile”, “Come rafforzare i vostri addominali”, “I 10 migliori prodotti antirughe”, ecc.
Negli anni novanta infatti iniziò questo nuovo fenomeno, quando i magazine americani dedicati agli uomini progressivamente cominciarono a “femminilizzarsi”, dedicando sempre piu’ spazio ad articoli sulla salute, sulle diete, sulle cure contro la sterilita’, ecc.
Perché questo cambiamento? Fondamentalmente perché si comprese che i lettori uomini erano desiderosi di trovare nei loro giornali un certo tipo di informazione tradizionalmente fornita dalle riviste femminili e che mancava nelle riviste a loro dedicate. Nacquero così Men’s Health, Maxim, ecc.
Il fenomeno delle riviste per soli uomini era in verità cominciato da tantissimo tempo, con Playboy (rivista che, peraltro, ora sta chiudendo i battenti in molti Paesi, dato che col tempo le vendite sono notevolmente calate, a causa soprattutto della diffusione dei telefoni cellulari e di internet), una rivista specializzata nel proporre modelle in pose sexy e provocanti.
Un po’ dello spirito di Playboy è però rimasto anche in questi nuovi “maschili”, tanto che lo scorso mese di Agosto il genere è salito agli onori della cronaca in Gran Bretagna, dove i Conservatori hanno fortemente protestato per la qualità di questi giornali. Non possono sopportare, questi gentlemen inglesi di vecchio stampo, che in riviste teoricamente anche a loro dedicate vi siano articoli quali: ”Un concorso per trovare la ragazza più stupida, quella con cui andare a letto per poi spifferare a tutti le sciocchezze che dice” oppure “La caccia ai seni più belli del Paese (e al fondoschiena più procace)” o l’ ultima star del Grande Fratello nuda, in esclusiva.
Se oggi la famiglia britannica si sgretola e un’ infinità di bambini cresce con un genitore solo la responsabilità, secondo i Conservatori di David Cameron, è anche di periodici come Nuts e Zoo, che «diffondono l’ idea che la donna sia un oggetto».
Michael Gove, ministro del governo ombra per le scuole, l’ infanzia e le famiglie, ha dichiarato: «Dobbiamo porci domande serie sul concetto di piacere immediato osannato da queste riviste» ed «esigere risposte da chi fa soldi incoraggiando comportamenti egoistici e irresponsabili tra i giovani».
L’ associazione degli editori non ha però raccolto l’ appello del deputato: «Michael Gove parla di temi complicati, che vanno ben oltre la semplice lettura di una rivista».
Chissà quali saranno questi “temi complicati”cui accennano gli editori d’oltre Manica... Sicuramente facevano riferimento anche alle componenti psicologiche e sociali che hanno portato gli uomini a sentire l’esigenza di leggere questo tipo di giornali e forse anche alle necessità di alcuni produttori di trovare un canale specializzato per pubblicizzare la loro merce.
Sulle componenti psicologiche che hanno prodotto il successo di questo tipo di stampa “celeste” è da pochi giorni uscita una interessante ricerca condotta da Jennifer Aubrey, assistente alla cattedra di comunicazione presso il College of Arts and Science (Università del Missouri-Columbia).
La ricerca è stata condotta su un gruppo di liceali, maschi e femmine.
La Aubrey ha così scoperto che mostrare agli uomini immagini femminili sessualmente idealizzate li fa sentire molto più insicuri circa la propria bellezza fisica: la competizione con gli altri maschi dunque non è così importante come la sensazione di inadeguatezza ed insicurezza che pervade un uomo messo a confronto con donne iperfemminili e sexy, dalle quali teme di poter essere del tutto ignorato.
La ricerca, che verrà pubblicata su Human Communication Research, rileva che l’aspettativa culturale che hanno gli uomini non è dunque quella di dover essere attraenti come i loro coetanei, ma quella di essere rendersi sessualmente attraenti per conquistare le ragazze più belle.
Secondo la ricercatrice, riviste come Maxim, FHM e Stuff contengono due messaggi principali: quello visuale, con immagini di giovani donne belle e sexy e quello testuale, ovvero articoli che parlano, seppure con stile tipicamente maschile, di moda, sesso, tecnologia e cultura pop.
La Aubrey ha anche misurato quella che lei definisce body self-consciousness (consapevolezza e tendenza a tenere sotto controllo la propria immagine corporea) e l’ansia relativa all’apparire (ad esempio anticipando gli stimoli minacciosi). Ai partecipanti allo studio sono state poste domande come “Durante il giorno ti capita di pensare a come appari esteriormente?”. Le stesse domande sono state riproposte agli stessi soggetti un anno dopo.
Ebbene, si è visto che anche a un anno di distanza, i ragazzi che compravano e leggevano questi giornali “maschili” erano ancora molto centrati sulla loro immagine personale. Secondo la Aubrey questo fatto è veramente molto sorprendente: come è possibile che la lettura di giornali in cui si vedono tanti corpi femminili, tante provocanti stelline in ascesa desiderose di farsi notare, producesse tutta questa attenzione sulla propria immagine e non, ad esempio, un maggiore interesse per le ragazze? Come mai un giornale che cerca di attrarre il lettore puntando sul sex appeal delle donne finisce poi per potenziare l’attenzione che i lettori dedicano alla propria immagine?

Forse la risposta è questa: semplicemente per vendere gli altri prodotti e servizi che sono poi pubblicizzati nelle altre pagine: quelle della “moda”, del “fitness”, delle “diete” e così via…

Fonti:
ScienceDaily
Corriere della Sera
Corriere della Sera
Link: University of Missouri-Columbia.
Nov. 08


  L'ANSIA PRODUCE PROBLEMI CARDIACI

Una nuova ricerca canadese mette in relazione i disturbi cronici di ansia con l'alta pressione del sangue. I ricercatori del Montreal Heart Institute sostengono che l'ansia sia in grado di causare delle rilevanti modifiche nel sistema sanguigno e nel funzionamento cardiaco.

Circa il 12% della popolazione soffre di un disturbo d'ansia: chi ne soffre sperimenta uno stress molto intenso, che va al di là dei pericoli reali e che si esprime in sindromi definite disturbo da attacchi di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, fobia sociale.

Lo studio, presentato al Canadian Cardiovascular Congress in Toronto, ha riguardato 185 pazienti di età media 58 anni, che non avevano mai sofferto in passato di disturbi di alta pressione. Il 16% del campione soffriva di diturbi d'ansia, il 14% di depressione o di altri disturbi del tono dell'umore.

Dopo un anno, il 14% delle persone che soffrivano di un disturbo d'ansia avevano sviluppato un problema di ipertensione, contro il 4% di coloro che non ne soffrivano.

L'ansia ha dunque degli effetti molto pronunciati sul corpo: fa aumentare i battiti cardiaci, produce palpitazioni, sudore, ecc.

Conclusioni: Le persone che soffrono di ansia corrono maggiori rischi cardiaci di quelle che soffrono di disturbi del tono dell'umore.

Fonti:
The Canadian press
The Province

Ma la vera conclusione, riportata a chiare lettere negli articoli di stampa è questa: non abbiate paura, ricordatevi che esistono molti trattamenti farmaceutici contro l'ansia. Prendeteli e vivrete così felici e tranquilli.
Domanda per i nostri lettori: chi avrà finanziato la ricerca?



SULLA PUNTA DELLA LINGUA

A chi non è capitato di non ricordare qualcosa, che però è lì, a portata di mano, sulla punta della lingua...

Si stima che questa cosa succeda a tutti, con una frequenza di una volta alla settimana. Spesso capita quando si cerca di ricordare qualcosa del proprio passato, il nome di un luogo, di una persona...

A volte si ricordano dei nomi simili, altre volte l'iniziale del nome, ma non il nome stesso.

Ci sono delle specifiche aree del cervello che vengono attivate in questi particolari momenti: poterle studiare, come oggi è possibile, permette di capire meglio la relazione fra conscio e inconscio, la natura frammentaria della memoria ed i meccanismi del linguaggio.

L'avere un ricordo o una parola "sulla punta della lingua" è un effetto collaterale del modo in cui pensa la nostra mente, sostiene Bennett Schwartz, psicologo presso la Florida International University, che studia il fenomeno. Il fatto è che i nomi vengono immagazzinati separatamente dai volti nel cervello, così come il suono di una parola ed il suo significato.

Il problema è che noi tendiamo ad immaginare il cervello come se fosse un archivio ordinato in cui ogni elemento è incasellato nel modo più appropriato: in realtà il cervello è un luogo in cui i ricordi si sovrappongono e che potrebbe somigliare allo studio di uno scienziato disordinato, con tante carte sulla scrivania ed intorno a sé, la cui logica di archiviazione sfugge al profano.

E' un aspetto generale della mente umana, che succede con tutte le lingue e in tutte le culture, dagli Africani agli Indiani, agli Arabi: tutti hanno un'espressione simile per descrivere questa momentanea impossibilità di ricollegare un'immagine della mente con il suo nome.

L'aspetto più interessante di questi momenti è ciò che essi rivelano sulla metacognizione, cioè il modo in cui noi riflettiamo sul nostro modo di pensare.

Come fa la mente ad archiviare le informazioni? Negli ultimi decenni gli scienziati hanno ritenuto che il cervello avesse delle sue proprie regole di catalogazione, che gli permettessero di ritrovare con una certa facilità tutte le informazioni esistenti. Questo modello si chiama "accesso diretto", come se il pensiero avesse la possibilità di accedere ai vasti contenuti della memoria.

Forse questo modello di spiegazione era troppo semplice. Ora c'è una nuova teoria che sostiene che il cervello ragioni praticamente in questo modo: se ricordo l'iniziale del nome di questa persona, devo per forza conoscere anche il nome stesso, anche se non riesco a ricordarlo. E questo darebbe l'avvio ad una ricerca, che fa venire alla mente tutti i particolari che riguardano la persona o il suo nome e tutte le altre associazioni, anche fonetiche.

Una ricerca condotta dallo psicologo Daniel Schacter, che lavora ad Harvard, ha dimostrato che questi momenti di ricerca di un'informazione dall'archivio della memoria attivano delle particolari aree cerebrali nei lobi frontali, comprese la corteccia prefrontale e la corteccia cingolata anteriore. I lobi frontali sono il luogo dove avviene il giudizio metacognitivo (cioè la riflessione sul proprio pensiero). A questo punto, una volta che ci rendiamo conto che dobbiamo certamente sapere quel qualcosa che ci sfugge, alcune parti del lobo frontale si attivano per organizzare la ricerca.

Secondo Schacter, questi momenti in cui il ricordo sfugge dimostrano che la memoria archivia le sue informazioni in luoghi diversi del cervello, per cui se pensiamo ad un amico, il suo nome potrebbe essere archiviato in un'area del cervello e il suo volto in un'altra.

Se uno di questi collegamenti fra i vari aspetti dell'informazione si perde, si produce il momento di momentanea amnesia. Una frammentazione simile si ha nella produzione del linguaggio. Ad esempio, quando cerchiamo di ricordare una parola con una certa sillaba iniziale, provando a concentrarci su nomi che hanno un'iniziale simile ,alla fine riusciamo a ricostruire il puzzle. Questo avviene perché riflettere su parole che hanno la stessa sillaba iniziale attiva la stessa area cerebrale che si occupa del riconoscimento del suono di quelle determinate parole.

Con l'età, sempre più parole restano sulla punta della lingua, a causa delle variazioni che gli anni di vita producono sui lobi frontali, in termini di densità e di dimensioni. In questa condizione, i lobi frontali hanno meno possibilità di attivare la ricerca sul resto della corteccia. Questo significa che non è vero che la memoria sparisce, ma che è più difficile riuscire a ritrovare le informazioni perdute.

Ed ecco anche perché, nei momenti di ansia e di imbarazzo, non riusciamo più a ricordare neanche le cose più semplici.


Fonte: The Boston Globe
OTT. 08


PSICOTERAPIA AL TELEFONO

In una meta-analisi (ovvero una combinazione di diversi studi) pubblicata nel numero di Settembre di
“Clinical Psychology: Science and Practice” si parla della psicoterapia per via telefonica.

Il Dr. David Mohr, psicologo clinico e insegnante di medicina preventiva presso la Northwestern’s Feinberg School of Medicine, oltre che capo della ricerca, studiando la sclerosi multipla, si è imbattuto nel problema della depressione.

Come aiutare un paziente depresso che ha poca possibilità di movimento?

Mettendo a confronto le varie terapie citate in diversi studi, ha potuto constatare anzitutto che le terapie svolte per via telefonica avevano un tasso di abbandoni molto più basso di quelle svolte faccia-a-faccia. (Precisamente la psicoterapia al telefono ha un tasso di abbandoni del 7,5%, mentre la modalità più tradizionale conta dal 25 al 50% di abbandoni; 1-2 pazienti su quattro).

La ricerca non è stata completata, ma Mohr ritiene che la psicoterapia al telefono si rivelerà migliore della tradizionale, per vari motivi.

“Le persone molto ansiose, che potrebbero essere più esitanti nel fornire al terapeuta informazioni su sé stesse, potrebbero sentirsi molto più a loro agio al telefono. Diverso è per chi tende ad avere idee paranoidi, o è sospettoso riguardo alle reali motivazioni degli altri: il telefono può in questo caso aggravare la patologia, perché il paziente non può vedere il terapeuta".

E' vero che nella terapia faccia-a-faccia, dice il Dr. Mohr, è possibile vedere le espressioni facciali del paziente e farsi una migliore idea del suo problema, ma anche la voce, da sola, può fornire molte informazioni.

Il ricercatore Timothy Heckman ha contribuito alla ricerca di Mohr. Essendo cresciuto in una piccola cittadina della Pennsylvania, si rende conto che le persone che vivono fuori dai grandi centri abitati non hanno, per fare una psicoterapia, la possibilità di affrontare ore e ore di viaggio. Per questo Heckman conduce dei gruppi di supporto per via telefonica composti da 6-8 persone con porblemi di HIV/AIDS.

Fonte: Medill Chicago
OTT. 08


CONSUMARE I PASTI A CASA FA LA DIFFERENZA

Una ricerca condotta fra il 2003 e il 2008 dal National Center on Addiction and Substance Abuse presso la Columbia University di New York ha scoperto che i ragazzi che consumano i loro pasti a casa - almeno cinque alla settimana - a confronto di quelli che spesso mangiano fuori casa - meno di tre volte alla settimana - hanno due volte e mezzo in meno la possibilità di utilizzare marijuana e tabacco, e una volta e mezzo in meno la possibilità di diventare consumatori di alcol.

Ovviamente a fare la differenza non è la qualità del cibo (!), ma il fatto che i genitori possono parlare di più con i figli dei loro interessi, dei loro amici, dei pericoli dell'alcol e della droga.

Fonte: UPI

SETT. 08

 LA PUNIZIONE CORPORALE NON PAGA

Con i figli non debbono essere usate né la carota dell'indifferenza né il bastone della punizione.


Uno studio del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica Fonds (FNS) ha da poco realizzato uno studio su 3.000 adolescenti svizzeri, che può contribuire al dibattito.

Risultati:

Il 44% dei ragazzi, a partire dai 6 anni e il 20% degli adolescenti di meno di 15 anni crescono ancora in luoghi dove il controllo familiare è forte e severo. Ma questo tipo di educazione, specifica lo studio, contrassegnata da indifferenza o capace solo di esigere senza incoraggiare, può essere all'origine di molti problemi di salute dei giovani. Esempi: l'uso di tabacco, cannabis e tendenze suicidarie, che esprimono la voglia di passare all'atto.

Già nel 2004 una inchiesta aveva mostrato come il 18% dei bambini di meno di due anni e mezzo e il 23% dei bambini di età compresa fra i due anni e mezzo ed i 4 anni fossero puniti corporalmente.

Il Professore del Dipartimento di psicologia della Università di Friburgo, Meinrad Perrez sostiene a questo proposito che il problema vero è «l'assenza di regole chiare».

«A qualsiasi età, occorre privilegiare l'influenza positiva piuttosto che il controllo dei comportamenti avversivi. La punizione corporale o psicologica come la minaccia d'abbandono, non ha alcuna efficacia>> sostiene l'esperto.

Essa può invece portare a gravi disturbi comportamentali: ad esempio una buona parte di persone che picchiano i loro figli sono state a loro volta picchiate da bambini.

Allo stesso modo, non porre dei limiti, lasciare che il proprio figlio faccia tutto ciò che vuole, è altrettanto dannoso.

Qualunque sia la fase di sviluppo del bambino, dobbiamo mostrargli/le empatia. Nei primi due anni, il principale compito dei genitori è quello di decifrare i segnali che il bambino invia verso l'esterno e rispondervi adeguatamente.

Esempi: calmarlo quando è sovraeccitato, consolarlo quando è in ansia, trasmettergli calore e affetto. Questo è quello che i genitori devono fare, poiché a pochi anni di vita i bambini non possono essere considerati 'cattivi' o devianti.

Conviene precisare in anticipo quale sarà il 'prezzo' di una possibile disobbedienza. Esso deve comportare la negazione di un privilegio già acquisito o una riparazione, possibilmente finanziaria, per i danni che certi comportamenti hanno causato.

Ma, soprattutto, è positivo il rafforzamento del comportamento desiderato, l'incoraggiamento e il sostegno che porterà il bambino ad utilizzare in modo responsabile la sua autonomia e ad avere maggiore competenza sociale.

Nel confronto internazionale, le condizioni di vita dei piccoli svizzeri sono invidiabili. Ma le disuguaglianze, anche lì, sono enormi, fin dalla più tenera età, e un bambino su cinque è colpito dalla povertà anche in quel Paese.

Secondo il rapporto presentato ieri, queste differenze sono in gran parte condizionate dall' origine sociale, dal livello di istruzione e dallo status professionale dei genitori. Inoltre, i bambini provenienti da contesti di immigrazione hanno meno possibilità di successo dei giovani svizzeri.

Franz Schultheis, uno sponsor, ha parlato di "circolo vizioso della disuguaglianza". La questione va al di là del contesto economico: "Il legame sociale è meno forte in nuclei familiari svantaggiati, poiché il capitale culturale che viene trasmesso è meno esteso, la relazione corporea è curata di meno". Di conseguenza, questi bambini hanno minore rendimento scolastico. Ma anche, ad esempio, più carie dentali.

Fonte: 24 heures
Ago 08

LA PSICOTERAPIA SEMBRA PASSATA DI MODA

Da uno studio pubblicato lo scorso lunedì, sembra che negli USA sempre meno psichiatri offrano trattamenti di psicoterapia. I ricercatori, che hanno potuto analizzare degli studi nazionali basati sui trattamenti effettuati dagli psichiatri fra il 1996 e il 2005, hanno infatti potuto constatare un forte calo nell'offerta di psicoterapia. La tendenza è quella di accorciare il tempo delle visite dei pazienti e di prescrivere loro dei farmaci.

La psicoterapia in sé non sembrerebbe però passata di moda: essa è tutt'ora indicata, negli USA, per trattare la depressione, il disturbo post traumatico da stress, il disturbo bipolare e altre malattie psichiatriche. Il problema allora è un altro, e lo studio ben ce lo spiega:

"Gli psichiatri guadagnano di più per tre visite da 15 minuti che per una seduta di psicoterapia di 45 minuti con un solo paziente" ha detto il Dr. Ramin Mojtabai della Johns Hopkins University di Baltimora e, precedentemente, del Beth Israel Medical Center di New York, dove è stata condotta la ricerca.

Solo il 29 per cento delle visite psichiatriche condotte in studio fra il 2004-5 sono state basate sulla talking cure, contro il 44 per cento del 1996-97. Chi desidera ricevere un trattamento psicoterapeutico deve rivolgersi ad altri professionisti, o rinunciarvi.

Il Dr. Eric Plakun, che dirige un comitato sulla psicoterapia per l'American Psychiatric Association dice di aver notato questo fenomeno già dieci anni fa, quando molti psichiatri hanno sposato la teoria dell'età del cervello.

Plakun dice che molte scuole hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione sulla biologia delle malattie mentali piuttosto che sulla psichiatria tradizionale e quelli che vediamo oggi sono i risultati di queste scelte.

Gli psicologi e gli assistenti sociali in America vengono considerati più adatti per offrire terapie cognitivo-comportamentali di breve periodo, ma niente paura ha avvertito Mojtabai: se stai male pensando alla tua infanzia e vivi a New York e hai tanti soldi, uno psichiatra che ti faccia una psicoterapia di lungo termine lo trovi senz'altro...

Fonte: Reuters
Lug 08


STRESS PROFESSIONALE

Lo stress professionale è al centro delle preoccupazioni del mondo economico francese e dell'amministrazione pubblica. Ci è voluto molto tempo per prenderne coscienza, ritiene
il Dr. Eric Albert, psichiatra e fondatore, nel 1990 dell' Institut français de l'anxiété et du stress (IFAS).

Certo, dice lo psichiatra, il legislatore francese ha qualche volta esaminato il problema, specialmente nella legge di modernizzazione sociale del 2002, che obbliga le imprese a valutare i pesanti rischi sulla sanità mentale della loro manodopera. Secondo Eric Albert, la collettività si è però resa finalmente conto del problema quando tre operai del Technocentre Renault di Guyancourt (Yvelines), si sono suicidati fra la fine del 2006 e l'inizio del 2007.

Anche i grandi gruppi hanno preso coscienza dei "rischi mediatici" che possono comportare i suicidi sul luogo di lavoro. Sanno anche che le sofferenze psicosociali possono influire negativamente sugli affari.

"Il costo dello stress nei paesi industrializzati è quantificabile in un valore del 3-4% del PIL", ha dichiarato il 12 marzo il ministro del lavoro francese Xavier Bertrand.

Per la Francia ciò equivale a 60 miliardi di euro, se si tiene conto delle perdite legate all'assenteismo, le fermate del lavoro e il consumo di farmaci. L'Institut national de recherche et de sécurité parla di cifre meno elevate: nel 2000, "il costo sociale dello stress" sarebbe stato fra 830 e 1 656 milioni di euro.

Il fenomeno comunque aumenta: molti lavoratori affermano di soffrire di problemi di salute mentale secondo la Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE), che lo scrive nel suo rapporto 2008.

Patrick Légeron, psichiatra, raccomanda una serie di percorsi per porre rimedio al problema: costruzione di un "indicatore di livello mondiale" dello stress professionale, identificazione e analisi dei suicidi compiuti dai lavoratori sul luogo di lavoro, lancio di una campagna di informazione.

Alcuni grandi gruppi francesi hanno iniziato a lottare contro il problema, come La Poste o France Telecom, ma tali iniziative sono spesso criticate dai sindacati e dagli esperti, perché non affrontano il loro punto di vista, ovvero che le radici del male sono nell'organizzazione del lavoro, nell'intensificazione dei compiti, ecc.

Inoltre, molti datori di lavoro continuano a contrapporre una forma di rifiuto. Il 15 giugno, il direttore del TechnoCentre Renault ha detto che i suicidi che si sono verificati alla fine del 2006 e all'inizio del 2007 sono stati in primo luogo delle "tragedie personali relative ai capricci della vita, che capitano a tutti".

Fonte:
Le Monde
Lug. 2008


QUANTO E' IMPORTANTE SAPERSI RILASSARE

La collaborazione fra i membri del Benson-Henry Institute for Mind/Body Medicine presso il Massachusetts General Hospital (MGH) ed il Genomics Center presso il Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) ha permesso la pubblicazione di uno studio sulla rivista online PLoS One.

"Per centinaia di anni la medicina occidentale ha guardato alla mente e al corpo come se fossero due entità separate" dice il Dr. Herbert Benson, direttore emerito del Benson-Henry Institute e co-autore del report. "Ora abbiamo scoperto come cambiando l'attività della mente possiamo influire sul funzionamento delle istruzioni genetiche di base".

Towia Libermann, psicologo, direttore del BIDMC Genomics Center e co-autore dello studio aggiunge: "Questo è il primo studio su come la mente possa influenzare l'espressione genetica in soggetti sani".

Più di 35 anni fa fu Benson a descrivere per primo questa risposta dell'organismo, a seguito di pratiche di meditazione e preghiera. Negli anni numerosi studi hanno dimostrato come il rilassamento non solo allevia i sintomi dei disturbi psicologici, ma influenza i fattori fisiologici come il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il consumo di osseigeno e l'attività cerebrale.

Sebbene si fosse compreso che il rilassamento era la situazione opposta a quella di attacco o di fuga, non si sapeva quale fosse il meccanismo che produceva questo fenomeno. Con questo studio si è cercato di investigare se i cambiamenti nell'espressione dei geni (alcuni specifici geni attivati o repressi nella loro attività) potessero dipendere dal rilassamento.

In questo studio sono stati messi a confronto 19 soggetti che da tempo si dedicavano alle tecniche di rilassamento con 19 soggetti che non si erano mai dedicati a tali pratiche e che avevano frquentato solo un corso di introduzione di due mesi.

Si è potuto così constatare che il rilassamento altera effettivamente l'espressione genica nei processi di infiammazione, morte programmata delle cellule e trattamento dei radicali liberi - molecole prodotte dal normale metabolismo che, se non vengono appropriatamente neutralizzate, possono danneggiare cellule e tessuti.

Del resto queste tecniche vengono utilizzate da millenni e non conta il tipo di rilassamento che si pratica (yoga, meditazione, respirazione, preghiera ecc.): il meccanismo che si mette in moto è lo stesso.

Links:

Massachusetts General Hospital,EurekAlert!
Fonte: ScienceDaily
Lug 08


TUTTI PAZZI PER IL VIAGRA DEI RAPPORTI SOCIALI

Nei giorni scorsi il telefono di Paul Zak è rimasto a lungo staccato. Il professor Zack è professore di economia e fondatore del Centro per gli studi neuroeconomici presso la Claremont Graduate University, in Claremont, California.

Tutto è dovuto ad articoli tipo questo: "Scientists Find Childbirth Wonder Drug That Can 'Cure' Shyness" apparsi sulla stampa anglofona, in cui si lascia intendere che l'ossitocina sia una specie di siero magico, che permette di curare la timidezza. Il Professor Zak è molto critico verso l'iperbolico racconto delle scoperte fatte dal suo gruppo di ricerca, riguardo al famoso spray nasale che dovrebbe curare la timidezza (Ma chi ha dato certe notizie alla stampa? verrebbe da chiedersi).

L'ormone non cura nulla, dice Zak e comunque si tratta solo di studi, nella speranza di riuscire a trovare un rimedio utile tra qualche decina d'anni. Eppure su Internet si comincia già a fare affari con l'ossitocina. I prodotti in vendita sono OxyCalm, che viene proposto come un rilassante che aiuta a smettere di fumare; l'altro, Liquid Trust, che promette invece di migliorare vita sociale e carriera.

Mike Delaney, portavoce per l'azienda che produce OxyCalm, dice che le pressioni da parte della U.S. Food and Drug Administration li hanno convinti a chiudere la produzione dello spray nasale. Ed è arrivato un richiamo anche per Liquid Trust anche se questo prodotto sembra ancora acquistabile on line.

I consumatori che sperano di aver trovato, con questi prodotti, un elisir miracoloso per vincere la timidezza, una specie di Viagra per i rapporti sociali devono sapere che ciò che comprano in realtà non è altro che un placebo.

Fonte ABC News

Dr. Walter La Gatta
Giu 08


I LUNEDI' NON SONO COSI' DEPRIMENTI COME SI PENSA

Oggi è lunedì ed in parecchi avrete pensato: che tristezza! Con il ricordo di un piacevole week end ancora nella mente, si ritorna al lavoro consueto, si riaffrontano i problemi lasciati insoluti il venerdì. Che giornata terribile il lunedì...

Eppure, una recente ricerca ci dice che non è così: i lunedì sono molto migliori di quello che pensiamo, mentre le giornate in cui siamo maggiormente depressi sono il venerdì e il sabato.

Charles S. Areni della University of Sydney e Mitchell Burger del NTF Group hanno studiato 202 persone alle quali è stato chiesto di rispondere su come si sentivano nei vari giorni della settimana. Come prevedibile, il lunedì è stato indicato come il giorno peggiore per l'umore, specialmente al mattino e alla sera, mentre i giorni migliori della settimana sono stati il venerdì e il sabato, mattina e sera. Areni e Burger hanno deciso di proseguire la ricerca con una sorta di verifica, che consisteva nell'intervistare 351 persone, chiedendo loro come realmente si sentivano, giorno per giorno.

Si è visto così che, in media, l'umore delle persone restava invariato nel corso della settimana, i lunedì non erano così deprimenti come le persone pensavano ed i venerdì e sabato non erano poi così piacevoli come le persone si sarebbero aspettate.

In media, il peggiore giorno della settimana quanto a tono dell'umore è stato registrato nella giornata di Mercoledì, ed il migliore nella giornata di Domenica, anche se le differenze sono lievi.

Cosa accade nella nostra mente? La spiegazione che si sono dati i ricercatori è la seguente: la memoria serve in parte per rammentare degli eventi accaduti, ed in parte per associare dei significati a questi eventi. Se il venerdì significa, per la maggior parte delle persone, liberazione dai doveri della settimana, il lunedì significa invece rimettersi in gioco, ricominciare a lottare. Questi significati influenzano i nostri ricordi e quando significati e ricordi sono in conflitto, ad avere la meglio sono i significati.

E' dunque solo un inganno in cui cade la memoria quello che ci fa portare alla mente tutte le peggiori esperienze e sensazioni spiacevoli che abbiamo vissuto nel giorno di lunedì. I lunedì significano per tutti noia, depressione, fastidio: per questo li ricordiamo così. Poiché i venerdì e le giornate del sabato sono invece forieri di eventi positivi che si avranno a realizzare, essi ci appaiono nel ricordo come giorni sempre felici, mentre invece spesso non lo sono affatto.

Forse in realtà c'è ben poca differenza fra un giorno e l'altro, anche se le nostre percezioni non sono così.

Fonte: Areni, C. S., & Burger, M. (2008). Memories of "Bad" Days Are More Biased Than Memories of "Good" Days: Past Saturdays Vary, but Past Mondays Are Always Blue. Journal of Applied Social Psychology, 38(6), 1395-1415.

Links:

Washington Post
PsyBlog (immagine e testo)
Blackwell sinergy
Mag 08


FOBIA SOCIALE, AMIGDALA E OSSITOCINA

Alcuni scienziati dell'Università di Zurigo hanno scoperto la base neurofisiologica della fiducia umana, provando che l'ormone dell'ossitocina promuove un sentimento di fiducia negli altri, anche dopo un tradimento. Già tre anni fa lo stesso gruppo di ricerca aveva scoperto che l'ossitocina era alla base dei comportamenti di fiducia, ma non erano state precisate le basi neurofisiologiche di questo effetto, cioè perché l'ossitocina promuove questi sentimenti di fiducia, che peraltro sono alla base della vita sociale.

Il gruppo di ricerca, che comprende il neuroscienziato Thomas Baumgartner, il neuroeconomista Ernst Fehr e lo psicologo Markus Heinrichs, ha coinvolto un gruppo di volontari in due giochi: uno, basato sulla fiducia, l'altro era una 'prova di rischio'. Nel primo gioco i volontari dovevano affidare il proprio denaro a un fiduciario, il quale poi, investendolo, poteva decidere se restituire o tenere per sé i profitti dell'investimento. Nell'altro gioco, la cessione dei profitti degli investimenti veniva decisa a sorte da un computer. In entrambi i giochi i volontari perdevano dunque del denaro, ma solo nel primo gioco vivevano l'esperienza negativa della fiducia tradita (si erano fidati dell'investitore).

Ai volontari è stata somministrata ossitocina o una sostanza placebo, quindi si è osservato il loro comportamento e la loro attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica.

Risultati:

Mentre l'ossitocina non ha alcun effetto nella prova di rischio dove non entra in gioco la fiducia, la sua azione è risultata dirimente nell'altro gioco: nonostante i tradimenti del fiduciario, sotto l'effetto dell'ossitocina i volontari continuavano ad affidargli i soldi mostrando dunque fiducia incondizionata nei suoi confronti.

Contemporaneamente a ciò nel loro cervello si 'disattivavano' amigdala e nucleo dorsale caudato.
Il placebo invece non induceva questa fiducia incondizionata, né la disattivazione di quei circuiti, cresceva quindi tra i volontari la sfiducia nei confronti dell'investitore che li aveva gabbati.

Ciò dimostra che amigdala e nucleo dorsale caudato sono i centri nervosi che ingenerano diffidenza nel prossimo. "Non a caso - ha concluso Baumgartner - un tratto distintivo dei fobici sociali è l'iperattivazione dell'amigdala che si può considerare una delle principali cause dei loro comportamenti tesi ad evitare le situazioni sociali".

Lo psicologo Markus Heinrichs, ha dichiarato che sono in corso studi clinici che riguardano la somministrazione di ossitocina insieme alla terapia comportamentale per curare disturbi quali la fobia sociale e la personalità borderline.

Fonte:
Medical News

Links:

http://www.unizh.ch
Ansa

Mag 08

LINGUAGGIO E PADRI

Uno studio dell' Eastern Virginia Medical School condotto su 5.000 famiglie ha scoperto che lo sviluppo del linguaggio nel bambino è fortemente condizionato dal tono dell'umore paterno. In particolare, se questo è depresso, un bambini di due anni usa una parola e mezzo in meno delle usuali 29 parole conosciute a questa età.

Sul New Scientist il dato viene interpretato così: forse il padre depresso non legge abbastanza al figlio (sembra in misura del 9% in meno).

I ricercatori, guidari dallo psicologo James Paulson, hanno monitorato 5.000 famiglie: quando i bambini avevano nove mesi di vita, si è visto che in media il 14% delle madri ed il 10% dei padri era depresso.

Il Dr Paulson ha affermato che la differenza, seppure possa sembrare piccola potrebbe diventare consistente in proporzione non a 29 parole, ma a tutte quelle presenti nel vocabolario. In compenso, la depressione o l'assenza della madre sembrano non influire minimamente sul numero di parole apprese dal bambino di questa età.

Neanche a dirlo, questa ricerca, ne soppianterebbe centinaia, che nel corso del tempo hanno sempre espresso parere perfettamente contrario (è la madre che influisce sul vocabolario acquisito dal figlio).

Fonte: BBC
Mag 08

MARJUANA IS NOT THE ANSWER

Milioni di teen agers sperimentano giorni e giorni di depressione, perdita di interessi nella normale attività quotidiana: molti di loro usano la marijuana ed altre droghe simili, pensando di migliorare la situazione, che invece non fa altro che peggiorare.

Ce lo dice uno studio della Casa Bianca americana pubblicato oggi. Il report, della White House Office of National Drug Control Policy (ONDCP), rivela che l'uso di marijuana può peggiorare gli stati depressivi e portare ad ancor più seri problemi, come la schizofrenia, l'ansia e perfino il tentativo di suicidio.

Per alleviare i sintomi depressivi, i giovani cercano di auto-medicarsi ("self-medicating"): si stima che nell'anno passato ben due milioni di adolescenti si siano sentiti depressi ed abbiano fatto ricorso alla marijuana per questo motivo: esattamente due volte più dei non depressi.

"Marijuana is not the answer", dice il report: sebbene l'uso di marijuana fra i giovani sia diminuito del 25% dal 2001, essa rimane comunque la droga più diffusa.

Secondo il rapporto, i giovani che fanno uso di questa sostanza almeno una volta al mese hanno una probabilità tripla di avere pensieri suicidari rispetto ai non utilizzatori e possono incorrere in malattie (mentali e non), oltre che in comportamenti a rischio come il fumo di sigarette e l'abuso di alcol. "Non pensate che sia innocua," conclude il Dr. Drew Pinksy, internista, esperto di dipendenze.

Cosa possono fare i genitori?

Riconoscere i segni del consumo di droga e della depressione, tra cui disattenzioni, cambiamento nel comportamento con gli amici, perdita di interesse per le attività quotidiane, isolamento dalla famiglia. Inoltre, conoscere quali sono le sue attività: porre domande e cercare di sapere come lui o lei passa il tempo; parlare delle droghe e fissare i confini oltre i quali non è consigliabile andare.

Il report "Teen Marijuana Use Worsens Depression: An Analysis of Recent Data Shows 'Self-Medicating' Could Actually Make Things Worse," è stato pubblicato in coincidenza con il May's Mental Health Awareness Month.

Fonte: Science Daily

Link:

US National Drug Control Policy
.
Mag 08


 
ANSIA E ABBANDONO SCOLASTICO

Non in tutte le scuole si è del tutto consapevoli dell 'importanza dei disturbi d'ansia tra i giovani. Del resto gli studenti timidi sono quelli che si notano di meno, che non si mettono mai in mostra: spesso i professori non conoscono nemmeno questi loro allievi.

Li si scopre solo quando l'ansia diventa patologica e porta a manifestazioni somatiche evidenti, o a comportamenti che esprimono disagio, come ad esempio nella fobia scolare.

I ragazzi che soffrono di questo disturbo, molto spesso amano lo studio e la scuola, che frequenterebbero volentieri, ma non ce la fanno, perché si sentono continuamente sotto stress: spesso l'abbandono scolastico diventa una scelta obbligata per evitare i disagi legati alla scuola (interrogazioni, rapporti coi compagni, rapporti coi professori, ecc.). E le scuole, di fronte ad uno studente che abbandona gli studi, cosa fanno? In genere molto poco: in non poche realtà gli abbandoni scolastici non fanno nemmeno notizia.

Eppure, gli studi più 'moderati' sull'argomento indicano che circa un giovane su sette soffre di problemi di ansia e che pertanto è potenzialmente interessato ad un problema di fobia scolare.

Secondo lo psicologo americano Christopher Kearney, che dirige la Child School Refusal and Anxiety Disorders Clinic della Università del Nevada, il rifiuto scolastico non è stato ancora sufficientemente studiato. Secondo le sue ricerche, tra il 5% e il 28% dei giovani hanno la possibilità di vivere un episodio di rifiuto scolastico sul loro cammino. Il 5% si riferisce ai rifiuti cronici, precisa lo psicologo, per giustificare il grande scarto percentuale.
(In uno studio pubblicato due anni fa sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry si parlava ad esempio di una percentuale dell'8,2%.)

Nei bambini più piccoli ovviamente il rifiuto scolastico viene dalla difficoltà di separarsi dai genitori, mentre nei ragazzi più grandi il problema è l'ansia sociale: la paura di confrontarsi con i coetanei, di essere interrogati, di sentirsi troppo al centro dell'attenzione degli altri. Alcuni ragazzi, particolarmente stressati, possono cominciare a marinare la scuola, facendo assenze che durano diversi mesi.

In Quebec molti di questi giovani con fobia scolare vengono addirittura ospedalizzati: la Clinique des troubles anxieux dell'Ospedale Sainte-Justine segue una ventina di giovani in situazione critica; il Centro per gli adolescenti dell'Ospedale del Sacré-Coeur ne accoglie invece una quarantina. Altri ragazzi sono seguiti presso gli Ospedali Rivière-des-Prairies e Douglas. (In Italia, neanche a dirlo, non c'è ancora nulla di tutto ciò)

Se la paura di frequentare la scuola è una paura del tutto irrazionale, ben reali sono i sintomi fisici che ad essa conseguono: mal di pancia, vomito, senso di stordimento, paura di svenire.

Il Dr Hughes Simard, capo della clinica specializzata per problemi d'ansia presso l'Ospedale Sainte-Justine avverte: più il rifiuto scolastico si protrae nel tempo, più è difficile tornare indietro. Infatti, i ragazzi diventano prigionieri di questi sintomi e si spingono sempre più verso l'isolamento sociale, che appare a prima vista l'unica situazione in cui ci si possa rilassare un po'.

Spesso i problemi di ansia dei figli sono acuiti da genitori particolarmente ansiosi: così se un ragazzo vomita per la paura di andare a scuola, i genitori dovrebbero capire che non è fisicamente malato e non dovrebbero pertanto allarmarsi troppo sul piano della salute, perché questo rinforza il sintomo del figlio... Ma spesso non è così.

Ciò che è importante sapere è che quando i ragazzi non vanno più a scuola per un lungo periodo, è sempre più difficile farceli tornare: per questo ci si dovrebbe consultare per tempo con un terapeuta, per cercare il modo migliore di parlare al giovane e convincerlo a non effettuare scelte che poi potrebbero costargli molto care, come nel caso dell'abbandono scolastico.

Fonte:Cyberpresse
Links:www.phobies-zero.qc.ca
Mag 08


QUANTO DEVE DURARE UN RAPPORTO SESSUALE

Eric Corty, ed il suo gruppo di ricerca della Pennsylvania State University's School of Humanities and Social Science ha pubblicato uno studio sul numero di maggio del Journal of Sexual Medicine, il quale rileva che il tempo da ritenersi 'adeguato' per un rapporto sessuale fra uomo e donna varia dai 3 ai 7 minuti, mentre 'troppo breve' è un rapporto che dura 2 minuti o meno. Il tempo considerato 'ideale' raggiunge i 13 minuti: andare oltre questo tempo può essere considerato 'troppo lungo'.

Lo studio è stato condotto su 50 membri della
Society for Sex Therapy and Research negli USA e in Canada, cui sono stati mandati dei questionari: hanno risposto in 34. Il numero dei soggetti studiati è scarso, ma i ricercatori ritengono che può essere sufficiente per rappresentare un campione generale della popolazione. Un altro studio (citato da Irwin Goldstein, editore della rivista di Sexual Medicine), durato 4 settimane, ha studiato 1.500 coppie nel 2005, scoprendo che il tempo medio del rapporto sessuale è di 7,3 minuti (le donne gestivano un cronometro durante il rapporto). Questi risultati dovrebbero aiutare gli uomini che ritengono di avere dei tempi di prestazione sessuale inadeguati al soddisfacimento della parter a rendersi conto che, nella maggior parte dei casi, le loro aspettative sulla durata del rapporto sessuale sono inadeguate e irrealistiche.

Fonti:

Daily News
Philadelphia Inquirer

Apr. 08


LA PARANOIA E' MOLTO DIFFUSA

Credere che gli altri pensino male di noi o vogliano farci del male è un sentire piuttosto diffuso, ma fino ad ora si pensava che l'esagerazione in questo campo fosse un'eccezione e non la regola. Non parliamo ovviamente di patologie psichiatriche, come la psicosi o la schizofrenia, in cui certamente la paranoia raggiunge livelli di frequenza e di intensità molto elevati. Parliamo dei casi non patologici di persone che hanno la tendenza, pervasiva ed immotivata, a interpretare le azioni degli altri come minacciose o desiderose di provocare umiliazione.
Il ricercatore Daniel Freeman del King’s College London ed i suoi colleghi hanno usato un software di realtà virtuale per simulare un viaggio in metropolitana. Allo studio hanno partecipato 200 soggetti 'normali': sono stati volutamente esclusi soggetti che soffrivano di epilessia o di altre malattie mentali. Essi dovevano scrivere ciò che pensavano dei loro compagni virtuali di viaggio, o meglio, dei loro avatars. Gli avatars sono stati programmati in modo tale che avessero sempre delle facce neutrali.

Prima di immergersi nel mondo virtuale, questi soggetti hanno compilato dei questionari ,in modo che i ricercatori potessero prevedere chi di loro poteva avere maggiori pensieri paranoici anche nel virtuale (cioè i soggetti più ansiosi, rigidi, stressati, con delle relazioni sociali negative, ecc.)

Risultati: 105 dei 200 soggetti non hanno mostrato alcun tipo di pensiero paranoico, ma gli altri, un numero statisticamente significativo, hanno mostrato di avere il timore di essere perseguitati. Ciò che ha scoperto questo studio è che gli individui che avevano avuto pensieri paranoidi durante la vita reale erano due volte più portati a provare le stesse paure nella vita virtuale, rispetto al gruppo che non aveva mostrato di avere questo genere di pensieri e di paure. Insomma, nella vita virtuale chi già pensa male degli altri, lo fa ancora di più.

Virtual reality study of paranoid thinking in the general population, Freeman et al., The British Journal of Psychiatry (2008) 192: 258-263. doi: 10.1192/bjp.bp.107.044677

Fonte: World Science.

Apr. 08

IL BULLISMO E' UN PROBLEMA RELAZIONALE

Anche i bulli hanni difficoltà relazionali, ad esempio con gli amici o con i genitori. Questo ha scoperto un nuovo studio condotto da due ricercatori della York University e della Queens University. Lo studio ha riguardato 871 studenti (466 ragazze e 405 ragazzi) per sette anni, dai 10 ai 18 anni. Ogni anno i ragazzi dovevano rispondere alle domande di un questionario, che riguardavano i loro comportamenti in generale ed in particolare gli atti di bullismo. Il 9.9 per cento degli studenti ha dichiarato di essersi coinvolto in episodi di bullismo, a partire dalla scuola elementare, fino alle superiori. Il 13.4 per cento era maggiormente coinvolto in questi atti nel periodo della scuola elementare, per poi diminuire, con il crescere dell'età. Il 35.1 per cento dei ragazzi ha detto di aver compiuto atti di bullismo sui compagni, anche se a livelli moderati. Il 41.6 per cento non si è mai lasciato coinvolgere in atti di bullismo durante gli anni dell'adolescenza. I bulli della scuola elementare tendevano, secondo lo studio, ad essere aggressivi, privi di empatia per le loro vittime e in conflitto coi genitori e con gli amici: per questo tendevano ad accompagnarsi ad altri amici altrettanto 'bulli'. Secondo Debra Pepler, Professoressa di psicologia presso la York University, Senior Associate Scientist presso l'Ospedale dei Bambini e leader di questo gruppo di ricerca, il bullismo è "un problema relazionale". Secondo la ricercatrice, gli interventi devono focalizzarsi sui ragazzi che compiono atti di bullismo, prestando particolare attenzione ai loro comportamenti aggressivi, all'acquisizione di abilità sociali e alla capacità di sapersela cavare in modo socialmente accettabile nelle difficoltà incontrate nel gruppo di pari. Focalizzarsi solo sul bambino non è sufficiente. Il bullismo è un problema relazionale, che richiede soluzioni trovate nella relazione stessa. Un supporto mirato offerto a questo piccolo gruppo di bambini che compiono atti di bullismo, già a partire dalla scuola elementare, può essere di aiuto per promuovere delle relazioni sane ed evitare i passaggi che portano questi soggetti ad avere problemi relazionali nell'età adolescenziale e adulta.

Fonte: Child Development, Vol. 79, Issue 2, Developing Trajectories of Bullying and Associated Factors by Pepler, D, Jiang, D (York University), Craig, W (Queens University), and Connolly, J (York University), via EurekAlert

Link Society for Research in Child Development


Mar 08


CHI SOFFRE D'ANSIA NON DOVREBBE FUMARE

Precedenti studi avevano dimostrato che stress ed ansia possono influenzare la coagulazione del sangue; essi riguardavano però dei soggetti in buona salute. Un recente studio invece, condotto da Franziska Geiser (del Policlinico per la Medicina psicosomatica e la psicoterapia) e Ursula Harbrecht (Dell'Istituto di Ematologia Sperimentale e e Medicina della Trasfusione) si è invece interessato della coagulazione sanguigna in un gruppo di soggetti sofferenti di disturbi d'ansia (es agorafobia, attacchi di panico, fobia sociale, ecc.).
Gruppo di studio: 31 soggetti con problemi d'ansia. A ciascun soggetto è stato abbinato un soggetto sano della stessa età e dello stesso sesso. Procedimento: prima si prelevavavano dei campioni di sangue, poi si invitavano i soggetti a svolgere dei test sul computer, poi si prelevava nuovamente un campione di sangue. Risultato: gli ansiosi mostrano di attivare il sistema di coagulazione del sangue più di quanto facciano i soggetti del gruppo di controllo.

Nel sistema di coagulazione del sangue operano due fattori : 1. condensazione sanguigna per creare una barriera naturale e prevenire emorragie. 2."fibrinolisi", un processo che serve a mantenere fluido il sangue e a distruggere i coaguli.

I pazienti con disturbi d'ansia mostravano una inibizionde del processo di fibrinolisi, il che in casi estremi può portare al blocco di una arteria coronarica. Forse, dice la ricercatrice Franziska Geiser, si è trovato l'anello mancante che spiega perché i pazienti ansiosi corrono un rischio più alto di morire per problemi cardiaci. "Naturalmente questo non significa che un paziente che soffre di disturbi d'ansia deve ora temere di poter avere un infarto. I valori di coagulazione misurati erano sempre all'interno di una scala fisiologica, il che significa che non c'è un pericolo elevato", dice la leader della ricerca". Certo, se i fattori di rischio aumentano e quindi oltre a soffrire di ansia il soggetto fuma ed è obeso, il rischio aumenta e bisogna correre ai ripari.

Fonte:
Science Daily
Mar 08


LA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE E' EFFICACE PER CURARE I DISTURBI D'ANSIA

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), cioè l'approccio terapeutico che mira a modificare i pensieri, le credenze, i comportamenti negativi del paziente, può essere efficace per il trattamento dei disturbi d'ansia dell'adulto, secondo i risultati di uno studio presentato alla ventottesima conferenza annuale sui disturbi d'ansia, (Anxiety Disorders Association of America - ADAA), che si sta svolgendo in questi giorni. La meta-analisi ha scoperto che la TCC è particolarmente efficace per i trattamenti dei disturbi ossessivo-compulsivi (OCD) e per il disturbo da stress acuto (ASD).
Sebbene vi siano state numerose ricerche per scoprire se la TCC fosse effettivamente efficace per il trattamento dei disturbi d'ansia nei soggetti adulti, era mancato finora uno studio sistematico che mettesse insieme i dati ottenuti. Ci ha pensato Jasper A.J. Smits, psicologo, Assistente di psicologia e direttore dell' Anxiety Research and Treatment Program, presso la Southern Methodist University, a Dallas, Texas. In questo studio il Dr. Smits e i suoi colleghi hanno condotto una ricerca sugli studi fin qui effettuati su pazienti con problemi di ansia (come descritti nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, terza o quarta edizione), trattati con TCC o con placebo.
Il problema delle molte ricerche condotte sulla efficacia della terapia cognitivo-comportamentale nella cura dei disturbi d'ansia, dicono i ricercatori, è che esse variano notevolmente fra di loro riguardo alle procedure di controllo, alle liste di attersa, ai trattamenti alternativi, agli interventi con il placebo, ai gruppi di controllo. I ricercatori hanno dunque consultato articoli apparsi su riviste scientifiche ed inoltre chiesto un parere a molti esperti internazionali, per individuare gli studi più significativi. Sono stati così individuati 1.165 studi, di cui 27 includevano tutti i criteri richiesti. I ricercatori hanno così concluso che la terapia cognitivo comportamentale presenta effettivamente risultati migliori a quelli raggiunti dal placebo, soprattutto per il disturbo acuto da stress e, in misura minore, per il disturbo ossessivo-compulsivo. La terapia è stata infatti più efficace per i disturbi ossessivo-compulsivi che per i disturbi da attacchi di panico. Per quanto riguarda eventuali tratti depressivi nei pazienti (comorbilità), si è visto che questa terapia, confrontata con un placebo, 'funziona' in modo significativo nel ridurre la depressione solo nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e nei disturbi ossessivo-compulsivi (OCD). In ogni caso la psicoterapia cognitivo-comportamentale risulta essere il trattamento più efficace per i disturbi d'ansia, hanno confermato i ricercatori.

Presentazione: Cognitive-Behavioral Therapy for Adult Anxiety Disorders: A Meta-Analysis of Randomized Placebo-Controlled Trials. Abstract 5.

Fonte: Doc Guide

Mar 08


L'AROMATERAPIA? NON FA MALE, NON FA BENE, NON FA NULLA

In uno studio pubblicato sulla rivista online Psychoneuroendocrinology, si è voluto verificare se gli olii essenziali aromatici migliorassero realmente la salute umana in modo quantificabile, come ha spiegato Janice Kiecolt-Glaser, professore di psicologia e psichiatria presso la Ohio State University. Oltre alla Kiecolt-Glaser hanno partecipato alla ricerca Ronald Glaser, professore di virologia molecolare, immunologia e gentica medica, e William Malarkey, professore di medicina interna.

Il team di ricerca ha studiato il comportamento di 56 volontari, donne e uomini scelti fra soggetti particolarmente predisposti a riconoscere gli odori più comuni. Alcuni erano favorevoli all'aromaterapia, altri si sono dichiarati disinteressati. In tre sessioni di mezza giornata essi sono stati esposti a più aromi (limone, lavanda e acqua distillata, come placebo), mentre venivano loro misurati la pressione sanguigna e il battito cardiaco e venivano presi campioni del loro sangue.

Altri test hanno riguardato il contatto, su una ferita apportata sulla pelle, di un batuffolo di cotone imbevuto della lozione aromatica. Inoltre, sono state registrate le reazioni al dolore, facendo immergere i piedi dei volontari in acqua riscaldata a 32 gradi F.

Infine, sono stati verificati il tono dell'umore e il livello dello stress attraverso un questionario psicologico. I volontari dovevano inoltre registrare una reazione di due minuti all'esperienza, per permettere poi ai ricercatori di analizzare le parole usate e verificare se esse erano espressioni di emozione positiva o negativa.
I campioni di sangue sono stati successivamente analizzati per rilevarne i marcatori biochimici che riguardano le reazioni del sistema endocrino e immunitario. Entrambi i livelli di Interleuchina-6 e Interleuchina-10 - due citochine - sono state controllati, così come gli ormoni dello stress: cortisolo, noradrenalina ed altri. Mentre l'olio di limone sembra portare un netto miglioramento dell'umore, l'olio di lavanda non ha alcun effetto sull'umore. Entrambi gli aromi invece non hanno avuto alcun impatto sui marcatori biochimici dello stress, nel controllo del dolore o nella guarigione della ferita. Come ha spiegato Malarkey, “Se un paziente, usando questi olii si sente meglio, non possiamo dire che essi non migliorino la salute del paziente. In ogni caso, noi non abbiamo trovato alcuna indicazione quantitativa sul fatto che questi olii abbiano un effetto fisiologico sulla popolazione generale". Il progetto è stato finanziato dal National Center for Complementary and Alternative Medicine presso il National Institutes of Health; i ricercatori Kiecolt-Glaser, Glaser e Malarkey sono tutti membri dell'Ohio State’s Institute per la Behavioral Medicine Research.


Link: Ohio State University.
Fonte: Science Daily

Mar 08

RIDURRE IL TEMPO DEI BAMBINI DAVANTI ALLA TV

Spegnere drasticamente la TV davanti ai bambini realmente migliora la loro salute e li rende meno grassi, secondo uno dei pochi studi che si è occupato di osservare gli effetti di un intervento diretto sulle loro abitudini.
Come si sa, guardare la TV porta il bambino al consumo di cibo e bevande pubblicizzate dalla televisione. Infatti, quando, tra un cartone e l'altro, compaiono queste pubblicità, il bambino può essere spinto al loro consumo.
Leonard Epstein della State University of New York di Buffalo ed i suoi colleghi hanno pubblicato una ricerca negli Archives of Paediatric and Adolescent Medicine basata sullo studio di 70 bambini di età compresa fra i quattro ed i sette anni, che erano, secondo il loro indice di massa corporea, in grave sovrappeso rispetto ai loro coetanei.
In metà delle loro case, il team di ricercatori ha applicato dei timer che hanno limitato l'uso di computers e TV: i bambini potevano decidere cosa guardare e quando, ma se superavano i limiti di tempo stabiliti, il timer spegneva tutti gli apparecchi collegati, per il resto della settimana.
Ogni mese, il team ha ridotto il tempo trascorso davanti alla TV del 10%, fino a che non è diventato la metà di quello che era all'inizio dell'esperimento (25 ore). In media a questi bambini sono state tolte 17,5 ore di TV alla settimana. Il gruppo di controllo invece, che non aveva strumenti così drastici di riduzione del tempo trascorso davanti alla TV ha ridotto il tempo trascorso alla TV solamente di 5,2 ore.
I ricercatori hanno osservato che nel primo gruppo il consumo di calorie è sceso di 300 su circa 1550 e comunque di 150 calorie in meno rispetto al calo avuto nel gruppo di controllo. I ragazzi del primo gruppo sono dimagriti e sono diventati meno sedentari (anche se non sono diventati più attivi). Usare la tecnologia per ridurre i tempi dedicati alla TV è stato più che altro utile per i genitori, che così non hanno dovuto faticare ad imporre una disciplina che raramente si riesce a far rispettare.

Fonte: The Guardian

Mar 08

UNA PENNA CHE RILEVA LE EMOZIONI

La Philips ha chiesto il brevetto di una penna in grado di rivelare le emozioni di chi scrive. Lo rivela la rivista 'New scientist'.La penna e' in grado di registrare l'umore di chi scrive nel momento in cui lo fa, tramite speciali sensori che rilevano fattori psicologici come il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la temperatura cutanea e la pressione delle dita. Un chip elabora lo stato emotivo di chi scrive e il risultato e' una sorta di registro dei sentimenti dello scrittore.

Fonte: Ansa

Febb. 08


L'INCONSCIO COGNITIVO

Sembrerebbe una contraddizione: se una cosa è inconscia, come potremmo averne delle cognizioni? Invece, l’espressione “inconscio cognitivo” diventa di dominio pubblico nel 1987 quando alcuni neurofisiologi cominciano a studiare il potere di persuasione occulta dei messaggi subliminali (ricerche pubblicate da John K. Kihlstrom con il titolo “The cognitive unconscious” su Science, Vol. 237, 18 settembre 1987).
Gli esperimenti su soggetti con deficit neurologici rivelano che l’inconscio cognitivo si basa su impronte di natura biologica. Si apprende senza saperlo e le tracce mestiche non coscienti influenzano in modo quasi automatico e a nostra insaputa i pensieri ed i comportamenti. Anche il lampo di genio che conduce gli studiosi verso la soluzione di un problema potrebbe essere spiegato con la mediazione dell’inconscio cognitivo.

Fonte:
La Stampa
Febb. 2008


PERCHE' SI ARROSSISCE?

E' una reazione umana, universale, che colora di rosso il viso, specialmente quando ci si sente al centro dell'attenzione degli altri. Succede a tutti: ad alcuni più di altri, o forse è semplicemente più visibile che in altri.
Il fenomeno è più evidente quando si ha a che fare con persone importanti, quando si riceve un complimento, quando si prova una forte emozione in una situazione sociale. Sembra che nelle donne il fenomeno sia più comune, anche se forse è anche più socialmente accettato.

Cosa succede dal punto di vista biologico? L'emozione provoca la dilatazione delle vene del viso, facendo affluire più sangue. Da qui la colorazione rossa della pelle.

La persona che vive il problema dell'arrossire in pubblico con forte ansia dovrebbe chiedersi anzitutto perché le
emozioni che prova nelle situazioni sociali siano così intense da provocare questo fenomeno.

E inoltre capire che, va da sé, più ci si sente in ansia, più le emozioni sono travolgenti...

La soluzione va dunque cercata a monte, attraverso la conquista di una maggiore fiducia in sé stessi e l'apprendimento di una tecnica di rilassamento.

Genn. 2008


GENERAZIONE V, RELAZIONI SOCIALI, MATRIMONI

Nella generazione V, (V sta per virtuale), alcuni aspetti, come l'età, il genere sessuale, la classe sociale e il livello economico di appartenenza, non hanno più alcun significato. Questo non significa che abbiamo finalmente raggiunto un obiettivo di pace e di livellamento sociale fra esseri umani, ma che sono cambiati i parametri di riferimento. Per la generazione V ciò che soprattutto vale è la competenza , la motivazione e la capacità di apprendere velocemente. A 10 anni infatti ci sono già molti bambini che possono insegnare molto ai propri genitori o a persone ancora più anziane, o più colte in altri settori, o più agiate.

Allo stesso modo, una persona con poche abilità sociali e quindi nella vita reale piuttosto emarginata, può diventare un eroe degno del massimo rispetto su World of Warcraft o Second Life. L'opportunità di guadagnarsi, anche se in modo virtuale, reputazione , prestigio, potere sociale, non possono che spingere questo genere di persone verso la competenza informatica e la cyber-realtà.

Secondo uno studio (Gartner, 2007), il 2% degli americani nel 2015 saranno perfino sposati, nel mondo virtuale. Naturalmente si sposeranno i loro avatars, cioè le immagini che li rappresentano nei giochi on line, con altre immagini simili.
Gennaio 2008

RELAZIONI FRA COLLEGHI SUL LUOGO DI LAVORO

Le relazioni con il proprio capo e con i propri colleghi sono in genere i principali problemi che si riscontrano sul luogo di lavoro. Ce lo dice una ricerca della Gallup. Il Dr. John Gottman, direttore del Relationship Institute, studioso e terapeuta della coppia da trenta anni, ritiene di poter predire con il 90% di sicurezza se una relazione durerà, dopo aver osservato la coppia per un certo periodo di tempo.

E ora il Dr. Gottman estende il business alle aziende e alle organizzazioni. In un articolo di Dicembre 2007, sull' Harvard Business Review, Gottman sostiene che i rapporti sul lavoro sono molto simili a quelli che si hanno nella vita privata. Ad esempio, se ci si approfitta degli altri, se si è aggressivi sul lavoro, probabilmente si è così anche a casa. E naturalmente è vero anche il contrario.

Gottman dice che per andare d'accordo con i colleghi occore focalizzare l'attenzione sui loro lati positivi, dicendo 'si' agli altri quante più volte è possibile. Per stare bene con gli altri sul lavoro non basta avere una buona comunicazione, ma anche affetto, condivisione, momenti che richiedono un piccolo sforzo da parte di tutti. Il potere ad esempio andrebbe condiviso.

E poi, non basta, dice Gottman, saper gestire i conflitti... Viva le emozioni positive: l'affetto, l'avventura, l'umorismo. Quando stiamo sul lavoro, non dimentichiamoci che i colleghi prima di tutto sono esseri umani! Inoltre, stabilire una buona relazione coi colleghi aiuta a lavorare meglio. Allora, il suggerimento è quello di pensare positivo, evitare le critiche, non stare sempre sulla difensiva, non ergere barriere fra sé e gli altri.

Infine, dice Gottman, le emozioni negative fanno male alla salute!


GENN. 08

ANSIOSI DA MORIRE

Gli uomini che si sentono maggiormente a disagio nei rapporti sociali o soffrono di fobie irrazionali corrono un rischio significativamente maggiore di soffrire di disturbi cardiaci. Lo dice una ricerca condotta da Biing-Jiun Shen, assistente del professore di psicologia presso la University of Southern California di Los Angeles.

Il gruppo di ricerca ha scoperto che uomini che soffrivano di eccessiva timidezza, stress, fobie di animali, oggetti o situazioni, oppure di disturbi ossessivo-compulsivi, avevano dal 30 al 40 % di possibilità in più di ammalarsi di cuore o di avere attacchi cardiaci. Corrono già forti rischi le persone di "Tipo A" cioè quelle che hanno una personalità impaziente, insicura, troppo precisa, competitiva, ostile e aggressiva e sono incapci di starsene tranquilli. Ma l'ansia fa di peggio, specialmente per gli uomini non più giovani.

La ricerca è stata pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology. Essa analizza 735 uomini in buona salute, 12 anni dopo che essi si erano sottoposti ad una valutazione diagnostica di tipo psicologico. Queste persone soffrivano di quattro forme di ansia: ansia sociale, fobie, tensione nelle situazioni stressanti e disturbi ossessivi irrazionali. Di queste persone sono stati analizzati anche dati medici e sono state considerate le abitudini riguardo al fumo, all'alcol e all'alimentazione. Il 15% di coloro che soffrivano di un particolare tipo di ansia o di tutti i tipi di ansia, avevano dal 30 al 40% di possibilità in più di avere un infarto. Ma l'ansia si può trattare, dicono i ricercatori: se qualcuno è particolarmente ansioso, soffre di attacchi di panico o di fobia sociale, si può curare.

Fonte: The Telegraph
08-01-08

I BRUTTI SOGNI DEI BAMBINI

I brutti sogni nei bambini piccoli sembrano associati a livelli elevati di ansia: lo dice uno studio canadese, condotto da Valerie Simard, sotto la direzione di Tore Nielsen della University of Montreal. Il gruppo di ricerca ha studiato 987 bambini del Quebec, osservati e valutati dai loro genitori a 29 , 41 , 50 mesi, e poi a 5 e 6 anni. Dai questionari compilati dai genitori si è potuto osservare che i bambini che facevano dei brutti sogni erano considerati dalle loro madri dei piccoli con difficoltà caratteriali a 5 e 17 mesi, oppure come particolarmente emotivi a 5 e 17 mesi, oppure con disturbi emotivi e troppo ansiosi a 17 mesi. Non così ansiosi venivano invece considerati dai loro genitori i bambini che facevano meno sogni brutti. Lo studio, riportato nella rivista Sleep, dice che i piccoli con incubi notturni sono molto agitati a cinque mesi, difficili da mantenere calmi a 17 mesi e frequentemente agitati durante il giorno a 17 mesi.

Fonte: Press International

genn. 08
 

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