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COME FANNO
LE PERSONE INSICURE AD ATTRARRE GLI ALTRI?
Molti sono portati a credere che il modo più sicuro per conquistare le
donne (o gli uomini, a seconda dei casi) sia l'avere fiducia in sé stessi:
non è così! Sembra che le persone insicure siano efficaci esattamente allo
stesso modo delle persone più estroverse, se non addirittura di più...
Un nuovo studio, di cui è co-autrice Claudia Brumbaugh, una giovane
professoressa di psicologia al Queens College, particolarmente interessata
alle relazioni interpersonali delle persone insicure, si è interessato
all'argomento. La domanda da cui è partita la ricerca è questa: come fanno
le persone insicure ad attrarre gli altri?
Sono stati reclutati 146 studenti universitari single, i quali hanno
dovuto anzitutto compilare un questionario sulle insicurezze presenti
nella loro vita quotidiana. In seguito, gli studenti hanno dovuto
assistere a dei brevi video nei quali un uomo (o una donna) attraente era
in un locale, in cerca di compagnia. E' stato chiesto: Come si può
ottenere l'attenzione di una persona attraente? Come parlare a questa
persona? E, infine : Hai la tendenza a preoccuparti molto per le relazioni
che vivi?
I partecipanti allo studio hanno avuto la possibilità di interloquire
virtualmente con le seducenti persone videoregistrate. La Brumbaugh ha
registrato ogni "botta e risposta" dei soggetti, sulla base di 26 criteri
diversi, tra i quali il contatto oculare e i complimenti. Quando ha
combinato questi dati con le valutazioni pre-video psicologico, ha
scoperto qualcosa di sorprendente.
Gli studenti che si erano classificati come "sicuri di sé" avevano la
tendenza a corteggiare in modo piuttosto arrogante. Gli insicuri invece,
non erano mai stupidi. Essi sono sembrati estremamente attenti ai bisogni
della persona e sono apparsi interessanti, perché volevano disperatamente
sembrare tali. Essi si sono mostrati amichevoli, coinvolgenti, divertenti,
scrive l'autrice sulla rivista Personal Relationships. Anche la persona
sicura di sé, dice ancora la Brumbaugh, può avere queste caratteristiche,
ma si impegna molto meno quando si accorge che il gioco di seduzione ha
scarse probabilità di successo.
Le persone insicure invece non si arrendono tanto facilmente. L'abitudine
alla enorme autoconsapevolezza dei timidi li aiuta moltissimo quando
parlano con un potenziale fidanzato o fidanzata. L'insicuro è in grado di
percepire come viene percepito, quindi sa mascherare i suoi tratti
indesiderabili, o almeno sa contrastarli, con l'autoironia.
L'unico problema, conclude lo studio, è che l'insicurezza porta altri
problemi, come ad esempio la scarsa capacità di comunicazione, ed inoltre
le persone ansiose sono particolarmente gelose.
Fonte: New York Mag
Dic. 2010
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GLI AMICI SONO UNO SCUDO CONTRO LE ESPERIENZE SOCIALI NEGATIVE
La rivista
Development and Psychopathology ha pubblicato un articolo, nel quale
si sottolinea l'importanza del ruolo dell'amicizia nella maggior parte
bambini. Coloro che hanno pochi amici, sono più facilmente soggetti
all'esclusione sociale e possono quindi cadere in depressione.
Lo studio è stato condotto da diverse università degli Stati Uniti ed ha
evidenziato la grande importanza dell'amicizia nei bambini. Si è visto
infatti che il ritiro sociale nel tempo produce l'aumento della tristezza
e della depressione.
La ricerca, durata tre anni, ha coinvolto 130 ragazze e 101 ragazzi della
scuola primaria. Oltre che per la timidezza e la propensione per la
solitudine, i ricercatori si sono accorti che i bambini più facilmente
esclusi erano quelli "privi di capacità sociali, perché ritenuti troppo
aggressivi o immaturi".
Lo studio mostra anche che le conseguenze di questo problema aumentino
nell'adolescenza, causando un vero senso di depressione fra i ragazzi. A
volte basta anche un solo amico: ciò consente al bambino o al ragazzo di
non interiorizzare un vissuto di depressione o ansia. "Avere un compagno
spesso crea una specie di muro attorno al bambino troppo isolato, o
timido. Il nostro studio conferma l'importanza di appartenere ad una
cerchia di amici: essa funge da scudo contro le esperienze sociali
negative, ha aggiunto l'autore della ricerca.
Fonte: Les enfants qui n'ont pas d'amis peuvent devenir dépressifs,
MaxiSciences
Dic. 2010
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GLI
ADOLESCENTI SONO VIOLENTI NEL RAPPORTO DI COPPIA
Un nuovo studio rivela che la violenza - sia fisica che verbale - tra
gli adolescenti è sorprendentemente comune. Inoltre, gli adolescenti che
hanno riferito di aver perpetrato dei comportamenti violenti nei confronti
delle "fidanzate" o dai "fidanzati", ammettono di aver messo in atto gli
stessi comportamenti violenti anche contro amici, familiari ed altre
persone.
Lo studio, condotto da Emily F. Rothman, capo ricercatrice e assistente
presso la Boston University School of Public Health, ha esaminato 1.398
studenti di 22 scuole di Boston, nel 2008. E' stato chiesto agli studenti
che avevano una relazione fissa con un/a partner quante volte nell'ultimo
mese erano stati violenti contro i coetanei, i familiari o altre persone
con le quali avevano un rapporto affettivo.
Risultato: complessivamente, quasi il 19% degli studenti aveva abusato
fisicamente del partner nel mese precedente, con spinte, colpi, pugni,
calci o tentativi di soffocamento. Quasi il 43% ha dichiarato di aver
abusato verbalmente del partner, con parole offensive, quali: stupido/a,
grasso/a, brutto/a, ed altri appellativi del genere.
Tra gli studenti con fratelli, sono state maggiormente le ragazze (61%)
rispetto ai maschi (51%) a riconoscere di aver usato qualche tipo di
violenza contro un'altra persona, ed anche la violenza contro il partner
sembra più frequente fra le ragazze che fra i ragazzi.(!) Ma sia
nei ragazzi che nelle ragazze, la tendenza ad aggredire il partner si
sovrappone alla probabilità di usare la stessa violenza anche contro
fratelli e coetanei.
Questo studio lascia però qualche perplessità. Infatti:
Gli studenti - circa l'80 per cento dei quali sono neri o ispanici -
provenivano solo da scuole superiori pubbliche. Coloro che non avevano
avuto storie sentimentali recenti sono stati esclusi, e si tratta inoltre
di affermazioni auto-riportate. Inoltre, non sono stati esaminati i motivi
di questi comportamenti e pertanto non si può sapere se gli adolescenti
abbiano agito per legittima difesa.
A parte queste perplessità, i risultati dello studio possono essere utili
per i professionisti che lavorano con gli adolescenti per avere una
maggiore consapevolezza di questa propensione alla violenza nei giovani. "Questo
studio sostiene l'idea che si debba intervenire su quei ragazzi che sono
attualmente violenti con i fratelli e i coetanei e affrontare i loro
comportamenti violenti in generale," ha detto la Rothman.
I ricercatori hanno teorizzato che la violenza nella frequentazione intima
fra ragazzi è solo uno dei problemi comportamentali diversi - come portare
armi, difficoltà scolastica e abuso di sostanze - che si presentano negli
adolescenti. Gli adolescenti che hanno avuto problemi con la legge o sono
stati sorpresi in possesso di armi a scuola sono più portati a mettere in
atto comportamenti violenti verso il partner, così come lo sono i ragazzi
che hanno assistito a scene di violenza nelle loro comunità.
Il nuovo studio è stato pubblicato nel numero di dicembre di Archives of
Pediatrics and Adolescent Medicine.
Fonte: Emily F. Rothman, Sc.D., associate professor, Boston University
School of Public Health; Monica Swahn, Ph.D., associate professor,
Institute of Public Health, Georgia State University, Atlanta; December
2010 Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine, via
Time
Fonte:
Dic. 2010
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COME CI
CONSIDERANO I FAMILIARI E LE PERSONE CARE
Una nuova ricerca ha scoperto che gli
amici e le persone care che ci circondano pensano che noi siamo molto
meno nevrotici e più seri di quanto noi in genere riteniamo.
Spesso, ripensando a quanto abbiamo fatto o detto salutando un amico o
un parente, ci viene in mente una frase che avremmo potuto evitare, un
gesto che potrebbe aver mostrato all'altro le nostre debolezze...
Eppure, la ricerca psicologica ci mostra che gli altri non sono così
attenti a rilevare le difficoltà che sentiamo di avere.
Lo psicologo estone Juri Allik ha condotto, insieme ai suoi
collaboratori, una ricerca in tutta Europa. I Paesi interessati sono
stati: Belgio, Repubblica Ceca, Estonia e Germania (Allik
et al., 2010). La ricerca si è basata su un questionario relativo
a ciò che le persone pensano di sé stesse e a ciò che le persone care
pensano di loro.
Le dimensioni considerate sono
le seguenti: estroversione, nevrosi (problemi psicologici), apertura
mentale, abilità sociali, coscienziosità (capacità di raggiungere gli
obiettivi).
Malgrado la ricerca abbia interessato persone di diverse culture, i
risultati sono stati simili ovunque.
Le conclusioni sono le seguenti:
-
Le persone sono giudicate
meno nevrotiche di quanto esse pensino di sé stesse. Questo
significa che all'esterno appariamo meno ansiosi, depressi o preoccupati
di quanto pensiamo.
-
Le persone vengono giudicate
più coscienziose di quanto esse pensano di sé stesse. In altre
parole, le persone tendono a ritenere che noi abbiamo un livello di
competenza e di auto-disciplina perfino più elevato del loro.
-
Le persone sono giudicate
con un'apertura mentale minore rispetto a quanto esse pensano di
sé stesse, a livello di creatività, fantasia, nuove idee, ecc.
-
Quanto a capacità
relazionali ed estroversione i pareri erano in genere concordi.
Per escludere che vi sia
qualcosa di insolito nei belgi, cechi, estoni o tedeschi, Allik e colleghi
hanno esaminato dati simili presi da 29 culture, compresi gli Stati Uniti,
Giappone, India e Burkina Faso (Africa occidentale). Non sono emerse
differenze sostanziali.
Le conclusioni dello studio sono dunque queste: le persone, in tutto il
mondo, condividono la stessa tendenza a vedere sé stessi come più
nevrotiche di quanto le valutino amici e familiari. Forse invece peccano
di ottimismo quando pensano che gli altri li apprezzino per l'apertura
mentale e la capacità di aprirsi a nuove idee o a nuove esperienze: in
questo caso gli altri ci sottovalutano un po'.
I ricercatori concludono che, in media, i nostri amici e le persone care
ci vedono esattamente come ci vediamo noi, anche se ci danno dei voti
migliori di quelli che ci daremmo noi stessi riguardo ai problemi
psicologici e alla preoccupazione di fare bene, mentre ci valutano meno
ottimisticamente riguardo alla capacità di avere nuove idee, di fare nuove
esperienze.
Fonte:
PsyBlog
Novembre 2010
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GLI UOMINI SONO TROPPO
TIMIDI IN FARMACIA
Un uomo su due, quando
ha un problema di salute, preferisce soffrire in silenzio
piuttosto che cercare il consiglio di qualche esperto.
In uno studio è emerso ad esempio che il 22% degli uomini si
terrebbe addirittura i pidocchi, piuttosto che ammettere davanti
al farmacista di avere questo problema.
Il 18% si vergognerebbe invece di parlare al farmacista del
sospetto di aver contratto una malattia a trasmissione sessuale,
come ad esempio l'herpes o le verruche genitali, nella speranza
che la situazione migliori da sola.
Il 10% infine ha dichiarato di aver avuto rapporti sessuali non
protetti "perché si vergognava di comprare il condom in farmacia".
Fonte:The
Press Association
Novembre 2010
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FORTI PRESSIONI PER FARE DELLA TIMIDEZZA UNA MALATTIA
Il valore annuo del mercato del farmaco in Italia ammonta a 25
miliardi di euro. Big Pharma produce farmaci per ogni tipo di patologia,
vera o presunta, e l'elenco delle malattie riconosciute si allunga a
dismisura. Ora hanno pensato anche alla "giornata della timidezza". Si
vuole così dare visibilità alla timidezza, considerandola una nuova
malattia: in questo modo non solo si incentiva il consumo di prestazioni
sanitarie e farmaci, ma si raccolgono anche fondi per la ricerca in tal
senso... Ricerche che poi nessuno verifica con appropriati studi
scientifici. E il mercato dei farmaci si gonfia, facendo leva anche sui
malati immaginari.
Fonte:
Il Cambiamento
Novembre 2010
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QUANDO IL MALE FA BENE
Le avversità della vita sono un
bene o un male? Sicuramente sono fonte di stress e sappiamo tutti che lo
stress non è una buona cosa per la nostra salute, mentale e fisica. Ma
abbiamo anche sentito dire che le avversità portano resilienza, cioè
quello che non ci uccide ci rende più forti, per così dire... Cosa c'è di
vero?
Uno studio
pluriennale su quasi 2.400 soggetti ha rilevato che coloro che hanno
vissuto eventi di vita negativi riportano una migliore salute mentale e di
benessere generale rispetto a chi è stato più "fortunato". Lo studio è
stato pubblicato sul
Journal of Personality and Social Psychology.
Eventi negativi sono stati considerati ad esempio: una malattia grave, una
violenza, un lutto, lo stress sociale, lo stress nei rapporti, e disastri
come incendi, alluvioni, ecc
Coloro che non hanno avuto in precedenza eventi negativi da raccontare
sperimentano uno stress molto elevato e una scarsa soddisfazione nella
vita. Per contro, coloro che hanno sperimentato in precedenza un
numero elevato di eventi stressanti negativi riporta anche un maggiore
stress...
Ma allora? Sembra che vi sia un livello ottimale di stress: le avversità
devono essere presenti nella giusta quantità, per produrre effetti
positivi. Aver vissuto degli eventi negativi infatti rafforza la nostra
personalità e ci offre la possibilità di avere un maggiore controllo sui
nostri comportamenti, ma lo stress che si presenta al di sopra o al di
sotto di tale livello è correlato con l'inverso: stress intenso, ansia, e
sensazione di essere sopraffatti dagli eventi negativi.
Gli autori ammettono che è impossibile identificare questo quota ideale di
avversità, ma la loro ricerca suggerisce che circa due o tre eventi
negativi possono fornire la quantità ideale di protezione dallo stress e
dalla infelicità futura. I ricercatori, a conclusione di questo studio, ci
tengono a chiarire che non sono favorevoli al fatto che vengano di
proposito indotte circostanze negative nella vita di una persona, allo
scopo di renderla più felice.
Fonte:
Scientific American
Ottobre 2010
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TROPPO TEMPO DAVANTI A TV E PC
I bambini che guardano troppa TV o trascorrono troppo tempo al
computer sembra corrano un aumentato rischio di difficoltà psicologiche -
indipendentemente dal livello di attività fisica che svolgono.
Uno studio su oltre 1.000 pre-adolescenti ha scoperto che coloro che
trascorrono più di due ore al giorno guardando la TV hanno il 61% di
probabilità in più rispetto ad altri bambini di avere difficoltà
psicologiche - tra cui iperattività, emotività, problemi di concentrazione
e di condotta, così come difficoltà con i coetanei (OR 1,61, 95% CI
1,20-2,15), afferma la ricercatrice Angie Page, dell'Università di Bristol
in Inghilterra.
Una pari quantità di tempo trascorsa davanti ad un PC per attività diverse
dai compiti a casa è stata associata ad una probabilità del 59% superiore
ad altri bambini di sviluppare problemi psicologici (OR 1,59, 95% CI
1,32-1,91).
Le quote sono ancora più elevate per i bambini che non hanno svolto almeno
60 minuti di attività fisica al giorno - e sono state più elevate fra
coloro che hanno trascorso più di due ore al giorno sia a guardare la TV
sia utilizzando un PC (OR 2,27, 95% CI 1,60-3,13).
Questi dati, secondo la Page, confermano la necessità di limitare l'uso
dello schermo (TV o PC), a prescindere dal livello di attività fisica
svolta dal bambino. La Page e i suoi colleghi hanno esaminato i dati
relativi a 1.013 soggetti fra i 10 e gli 11 anni residenti a Bristol, in
Inghilterra, che hanno partecipato ad un progetto (Personal and
Environmental Associations with Children's Health project).
Tutti i bambini hanno auto-segnalato la quantità di televisione da loro
vista ogni giorno, così come il tempo trascorso utilizzando un PC.
Inoltre, hanno completato un questionario sui loro punti di forza e di
debolezza (difficoltà psicologiche).
Attraverso l'uso di un accelerometro più volte alla settimana, i
ricercatori hanno misurato oggettivamente il tempo di sedentarietà di
ciascun ragazzo (minuti al giorno con meno di 100 impulsi al minuto) e di
attività fisica (minuti al giorno con 2.000 impulsi al minuto o più).
Più dei due terzi dei bambini (69%) ha ottenuto un punteggio basso sulla
scala delle difficoltà psicologiche, il 17,2% si è attestato su un valore
medio, e il 13,8% ha ottenuto alti punteggi.
Tv e Pc sono associati con i punteggi più elevati nelle difficoltà
psicologiche, dopo gli aggiustamenti statistici per l'attività fisica, il
tempo di sedentarietà ed altri fattori supplementari (P <0.05 per tutti).
Inaspettatamente, l'aumento della sedentarietà era debolmente correlato ai
più bassi punteggi delle difficoltà psicologiche, anche dopo aggiustamento
per i fattori confondenti (P <0,05).
Questo significa che bisogna distinguere fra tempo sedentario e
comportamenti sedentari: non è la sednetarietà in quanto tale a creare le
difficoltà psicologiche, quanto le attività che in essa si svolgono.
Ora, dicono i ricercatori, bisognerebbe misurare altre attività
sedentarie, come ad esempio la lettura e la socializzazione, per vedere
che impatto hanno sul benessere dei ragazzi.
Lo studio è stato sostenuto dal National Prevention Research Initiative e
il World Cancer Research Fund. Gli autori hanno riferito di non avere
conflitti di interesse.
Fonte: Pediatrics Page A, et al "Children's screen viewing is related to
psychological difficulties irrespective of physical activity"
Pediatrics 2010; DOI: 10.1542/peds.2010-1154 via
Med Page Today
Ott. 2010
■ LA
PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE E LE ASPETTATIVE DEL PAZIENTE
Le aspettative del paziente sono importanti per il successo di una
psicoterapia.
Uno studio ha cercato di capire la relazione fra aspettative del paziente
(positive e negative) e terapia cognitivo comportamentale (CBT). Uno dei
primi risultati è che le persone, prima di intraprendere una terapia di
tipo cognitivo-comportamentale (CBT) si aspettano che essa sia molto più
prescrittiva di quanto non sia nella realta e che i terapeuti esercitino
un controllo sul paziente molto maggiore di quanto in realtà non facciano.
Lo studio è stato condotto su 18 pazienti che avevano frequentato 8 sedute
(14 ore) di CBT, per curare un disturbo d'ansia generalizzato.
Henny Westra e colleghi hanno selezionato per un colloquio nove pazienti
(4 uomini e 5 donne) la cui terapia si era conclusa positivamente e nove
pazienti nei quali il trattamento seguito era finito male. Allo studio
hanno partecipato quattro terapeuti CBT - due uomini e due donne.
La stragrande maggioranza dei commenti dei pazienti (84 per cento)
relativi alle aspettative hanno affermato che la CBT non si era rivelata
essere quello che avevano previsto. I clienti il cui esito era stato buono
si sono detti piacevolmente sorpresi per questi motivi: il terapeuta si
era mostrato collaborativo e non giudicante, avevano avuto l'opportunità
di dirigere la terapia e scegliere di cosa parlare. Complessivamente
sentivano di aver imparato più di quanto inizialmente si aspettassero.
Sia i soddisfatti che gli insoddisfatti hanno ammesso di essersi dovuti
impegnare nella terapia più di quanto avevano previsto.
Non sorprende che i pazienti con scarsi risultati affermino di essere
rimasti delusi dal processo terapeutico. Nella maggior parte dei casi
questi pazienti non se la sono presa direttamente col terapeuta, ma con la
mancanza di progressi nel tempo, le cattive condizioni di salute, le
proprie aspettative irrealistiche, la loro incapacità di ricordare le
tecniche. Una critica diretta al terapeuta è rara (anche se gli
intervistati sono stati rassicurati sul fatto che i loro commenti
sarebbero rimasti riservati). Solo un paziente ha detto che sarebbe stato
meglio non aspettare sette sedute per discutere di un argomento chiave del
suo passato.
Solo il 16% dei pazienti ha affermato di aver trovato la terapia
esattamente come se la aspettava.
Le aspettative del paziente sono uno dei diversi fattori-chiave per il
successo terapeutico (con aspettative positive si hanno risultati
maggiormente positivi). La ricerca ha però dimostrato che avere delle
aspettative negative che poi vengono deluse (nel senso che il paziente si
trova bene con il terapeuta e ha fiducia nella terapia, anche se
all'inizio non ci credeva molto) è un fatto abbastanza comune e importante
nelle esperienze dei pazienti curati con successo con la CBT.
Una grave lacuna di questa ricerca è che le interviste sono state condotte
dopo l'ultima seduta e quindi è possibile che i pazienti non si siano
ricordati con precisione quali erano le reali aspettative al momento in
cui avevano iniziato la terapia.
Fonte:
Research Digest
Ott. 2010
■
LE DONNE DI ORIGINE ASIATICA SI VERGOGNANO DI FARE LA MAMMOGRAFIA
Una nuova ricerca, che sarà discussa domani presso l'Asian Women's
Health Awareness Conference, (conferenza che si tiene presso il
Wythenshawe Hospital di Manchester) riguarda
l'atteggiamento che hanno le donne
asiatiche nei confronti della mammografia.
Lo specialista di tumori al seno, Lester Barr, sostiene che le donne di
origine asiatica sono poco propense a questo genere di screening: non si
tratta solo di un problema di conoscenza linguistica, c'è
minore consapevolezza del rischio
fra le donne della comunità asiatica.
Inoltre ci sono problemi culturali: queste donne sostanzialmente
si vergognano di presentarsi alla visita senologica e di parlarne
in famiglia o con persone amiche.
Fonte:
Daily Mail
Ott. 2010
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UNA BUONA VITA SOCIALE
ALLUNGA LA VITA
Uno studio ha scoperto che coloro che vivono circondati da familiari
e amici hanno il 50 per cento di probabilità in meno di morire
prematuramente rispetto a coloro che non hanno vita sociale. Le
persone che hanno relazioni sociali vivono in media 3,7 anni in più,
secondo un rapporto pubblicato ieri.
I ricercatori hanno affermato che l'influenza degli amici ha effetti
simili allo smettere di fumare.
I tipi solitari, con scarso sostegno sociale, hanno invece un tasso di
mortalità alto come quello degli alcolisti, superiore alle persone con
problemi di obesità, o che non svolgono attività fisica.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 148 studi condotti in oltre tre
decenni e che coinvolgono complessivamente più di 300.000 persone.
Risultati: gli amici ci facilitano la vita. Possono farci coraggio quando
dobbiamo prenderci cura di noi stessi, darci piccoli e grandi aiuti
materiali, offrirci sostegno emotivo, anche solo riflettendo insieme a noi
sui problemi che ci riguardano, diminuendo così la loro gravità percepita
o addirittura aiutandoci a vederli come non-problemi.
Se possono contare su un rapporto sicuro e si sentono amate, le persone
vivono inoltre molto più sicure, ed possono dire di vivere una vita
tranquilla.
La ricerca, condotta da studiosi della Brigham Young University nello Utah
e dell'Università del North Carolina, ha dimostrato che c'è un chiaro
legame tra decesso e solitudine in uomini e donne di tutte le età,
indipendentemente dalla loro condizione di salute iniziale.
Le persone con migliori rapporti sociali risultano avere la pressione
sanguigna e i livelli di colesterolo più bassi, un migliore metabolismo
del glucosio e bassi livelli di ormoni dello stress.
I tipi solitari farebbero dunque bene anzitutto a fare un controllo medico
per valutare il loro livello di depressione e di ansia. Meglio ancora
sarebbe darsi da fare per costruirsi una rete di relazioni sociali: è un
modo semplice ed efficace per allungare la propria vita!
Fonte:
The Daily Mail
Ott. 2010
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SULL'ARROSSIRE
Mark Leary, professore di psicologia e neuroscienze presso la Duke
University, si occupa da diverso tempo del fenomeno dell' arrossire,
reazione secondo lui conseguente più al sentirsi osservati che al senso di
colpa.
"Le persone arrossiscono quando ricevono una attenzione sociale non
desiderata", ha detto Leary, che ha aggiunto che tutti arrossiscono, anche
se alcune pelli lo mostrano più di altre.
Leary afferma che la forza di volontà non basta per gestire il fenomeno
dell'arrossamento del viso. Alcuni farmaci, tra cui le istamine e i
beta-bloccanti hanno dimostrato di ridurre il rossore sia quando esso
dipende dll'ansia sociale, sia quando è invece provocato dalle fonti di
calore, dal cibo piccante o dall' alcool.
Tuttavia, le istamine prese un solo giorno, dice Leary, non funzionano:
devono essere prese nel corso del tempo, in consultazione con un medico.
Fonte:Abc News
Sett. 2010
■
COME OPERA L'INDUSTRIA
FARMACEUTICA
Uno studio presentato alla American Sociological Association questa
settimana, sostiene che l'industria farmaceutica spendeenormi quantità di
denaro per convincere i medici a prescrivere nuovi farmaci, minimizzando i
possibili effetti collaterali.
Il professor Donald Light, docente di politica sanitaria comparata
all'Università di Medicina e Odontoiatria del New Jersey, ha sostenuto che
i dati dei revisori indipendenti hanno mostrato che ""'5 su 6 -
l'85 per cento - dei nuovi farmaci offrono pochi o nessun beneficio'.
La società farmaceutica, lo si sa, lavora principalmente per i suoi
azionisti, non per i pazienti: è un effetto del capitalismo moderno, ma i
medici dovrebbero essere consapevoli che questa industria ha un interesse
concreto a convincerli a prescrivere i loro farmaci e dovrebbero pertanto
prescrivere le medicine in modo più responsabile.
Occorre sapere che il 90 per cento delle sperimentazioni sui farmaci e il
70 per cento degli studi presentati sulle riviste mediche sono finanziati
dall'industria farmaceutica, un fenomeno che sta molto peggiorando negli
ultimi anni, anche se è stato sempre presente.
L'industria farmaceutica sta vivendo infatti un periodo di crisi: negli
ultimi 50 anni, la medicina ha fatto enormi balzi in avanti per il
trattamento di molte malattie (basti pensare all''introduzione degli
antibiotici, degli antipsicotici e della la chemioterapia - per citarne
solo alcuni -), farmaci che hanno modificato la concezione stessa della
malattia nel mondo moderno.
Di recente però, il numero dei nuovi farmaci è, di anno in anno, in
declino. Solo una decina di anni fa, il numero di nuovi farmaci brevettati
era di 50 l'anno; questo dato è ora sceso a meno di 20. Un'intensa
attività di ricerca è un'impresa ad alto rischio, molto costosa, e
pertanto l'industria farmaceutica ha adottato una serie di strategie
intelligenti per garantirsi comunque i propri profitti.
In primis, hanno creato nuovi mercati. La timidezza, ad esempio, è
ora definita "disturbo da ansia sociale", un disturbo che si può curare
con gli antidepressivi SSRI. Un'altra strategia è quella di adattare dei
farmaci già presenti sul mercato, in modo da farli classificare come
"diversi". Le nuove versioni del farmaco offrono vantaggi comparativamente
molto esigui, ma sono notevolmente più costosi (e redditizi) perché sono
venduti sotto brevetto, piuttosto che come più convenienti versioni
generiche.
L'introduzione di un nuovo farmaco viene inoltre preceduta da una forte
campagna di marketing: pubblicità a tutta pagina compaiono sulle
principali riviste mediche, e ospedali e studi medici si affollano di
informatori scientifici sul farmaco.
Anche il modo diverso in cui un farmaco può essere assunto può estendere
la durata del brevetto per decenni, e garantire un flusso costante di
entrate. Questo può riguardare ad esempio la sostituzione di una pillola
dura con una compressa che si scioglie in bocca, oppure riducendo il
numero di volte in cui un farmaco deve essere assunto ogni giorno.
I medici dovrebbero impegnarsi a prescrivere i farmaci in modo
responsabile: si tratta non solo di salute pubblica, ma anche di (tanto)
denaro pubblico, il nostro.
Fonte:
Telegraph
Ago 2010
■ BAMBINI
ANSIOSI
I risultati di un nuovo studio su alcune aree del cervello potrebbero
portare a nuovi metodi di diagnosi precoce e trattamento per bambini che
manifestano comportamenti particolarmente ansiosi.
Secondo il direttore di questa ricerca, Ned H. Kalin, docente di
psichiatria presso la University of Wisconsin-Madison School of Medicine
and Public Health, "i bambini con un temperamento ansioso soffrono di
timidezza, preoccupazioni persistenti e stress. E' noto da tempo che
questi bambini corrono un maggior rischio di sviluppare disturbi d'ansia,
depressione e tossicodipendenze", per cui individuare per tempo quali
bambini sono a rischio potrebbe essere utile nella prevenzione.
Kalin e suoi colleghi hanno scansionato il cervello di 238 giovani scimmie
rhesus scoprendo una relazione fra una maggiore attività nell'amigdala e
nell'ippocampo anteriore e il temperamento ansioso. (Una precedente
ricerca condotta da Kalin aveva rilevato che i comportamenti d' ansia
delle giovani scimmie sono molto simili a quelli dei bambini ansiosi).
I bambini che mostrano una maggiore attività in queste regioni del
cervello sono dunque più propensi a sviluppare ansia e depressione da
adolescenti e da adulti, così come problemi di droga e di alcol, nel
tentativo di curare il loro stress.
I risultati, pubblicati nel numero del 12 agosto di Nature, suggeriscono
che potrebbe essere possibile intervenire su questi bambini, al fine di
evitare che essi sviluppino l'ansia, in modo che essi possano condurre una
vita più felice in cui ansia e depressione siano tenute sotto controllo.
Fonte: Università di Wisconsin-Madison, comunicato stampa, via
Businessweek
Ago 2010
■ PENSARLA
DIVERSAMENTE DAGLI ALTRI
Credete fortemente in qualcosa, ma vi rendete conto che la maggior
parte delle persone la pensa diversamente... Cosa accade? Secondo un nuovo
studio accade che la vostra fiducia in ciò che credete aumenta, invece di
diminuire.
"Può essere che ci si senta orgogliosi di essere stati capaci di
confutare, nella propria mente, un parere che hanno invece accettato la
maggior parte delle persone", ha detto Richard Petty, co-autore dello
studio e professore di psicologia alla Ohio State University.
Lo studio, che è stato pubblicato sul Journal of Personality and Social
Psychology, continua una lunga tradizione della psicologia sociale, che è
quella di esaminare come le persone vengano influenzate dal parere degli
altri su uno specifico argomento.
In una loro ricerca precedente, gli stessi autori avevano mostrato che
l'opinione della maggioranza ha sempre la maggiore influenza sulle
persone, ma solo quando si ritiene che i problemi non siano poi così
importanti o se si tratta di argomenti che non si desidera approfondire.
Su questioni che invece si è motivati a considerare attentamente, il
parere di una minoranza potrebbe avere qualche rilievo.
Gli studiosi si erano concentrati in particolare sulle situazioni in cui
le persone venivano a sapere della opinione della maggioranza prima
che si fossero posti la domanda. Ora si è guardato alla cosa da una
prospettiva diversa: cosa succede quando le persone scoprono l'opinione
della maggioranza dopo aver riflettuto a lungo su qualcosa?
I ricercatori hanno fatto una serie di esperimenti su studenti
universitari in Spagna. In un esperimento chiave, agli studenti fu detto
che avrebbero esaminato le condizioni organizzative di una società
sconosciuta, dove in futuro avrebbero potuto lavorare in uno stage.
Ai partecipanti vennero presentati argomenti deboli e forti a favore della
ditta. (Un argomento "forte" era ad esempio che i lavoratori erano molto
soddisfatti della flessibilità dei loro orari di lavoro. Un argomento
"debole" era la bellezza del logo della società.)
Dopo aver ascoltato tutte queste informazioni sulla società, gli allievi
furono invitati a elencare ciò che, a loro modo di vedere, era più
interessante, relativamente a quella specifica società. Come previsto, gli
studenti mostrarono di non aver accolto le argomentazioni "deboli", mentre
avevano sviluppato pensieri positivi sulla società esaminata grazie agli
argomenti "forti".
A quel punto, alla metà degli studenti fu detto che l'86 per cento dei
partecipanti allo studio era a favore della società, mentre alll'altra
metà fu detto che solo il 14 per cento dei partecipanti sosteneva
l'impresa.
Dopo aver appreso le notizie sul comportamento della maggioranza e della
minoranza dei loro compagni, agli studenti fu chiesto di valutare quanta
fiducia riponevano a questo punto nei pensieri positivi o negativi che
avevano elencato, e se il loro atteggiamento verso l'azienda si era
modificato.
I risultati hanno mostrato che se gli studenti avevano già sviluppato una
opinione sulla società, a causa delle argomentazioni presentate, si
sentivano ora più sicuri di questa loro convinzione, anche se la
maggioranza dei loro compagni era in disaccordo con loro e avevano pareri
diversi sulla società.
Ciò che si pensa in questo caso è, più o meno, questo: "se riesco a
trovare dei difetti in qualcosa che la maggioranza delle persone crede,
allora il mio pensiero deve essere davvero intelligente".
Per ottenere il massimo effetto persuasivo dunque, in caso di argomenti
deboli, è meglio far sapere subito che la maggior parte delle persone la
pensa in quel modo, prima di pensarci approfonditamente. Ci si affida, in
questo caso, alla "saggezza della folla" per guidare i propri pensieri,
senza realmente considerare la questione, ha spiegato Petty. Se si dice a
qualcuno che ha il supporto maggioranza dopo che la persona ha giudicato
debole una certa posizione, è infatti troppo tardi, perché ormai si è
fatto un'opinione.
Per quanto riguarda invece un argomento "forte", può essere utile rivelare
il consenso generale su quella posizione dopo che la persona l'abbia già
trovata positiva per proprio conto: in questo modo questa notizia servirà
a convalidare le posizioni già prese rispetto a qualcosa.
Lo studio è stato sostenuto da un finanziamento della National Science
Foundation.
Fonte: Ohio State University (2010, August 3). People reject popular
opinions if they already hold opposing views, study finds.
Via ScienceDaily
Ago 2010
■
NON AVERE AMICI E'
PERICOLOSO QUANTO FUMARE
Non avere relazioni sociali è pericoloso per la salute tanto quanto
fumare 15 sigarette al giorno, bere alcolici, essere obesi o non fare
attività fisica. Questi i risultati di una ricerca condotta da Julianne
Holt-Lunstad della Brigham Young University a Provo, nello Utah, la quale,
insieme al suo team ha analizzato 148 studi, relativi a 308.849 soggetti,
i quali sono stati seguiti per una media di sette anni e mezzo.
Lo studio, pubblicato nella rivista PLoS Medicine, ha scoperto che, quando
mancano gli amici, i parenti, i vicini, i colleghi nella propria vita, la
situazione diventa pericolosa per la salute.
Se ci si sente in relazione con un gruppo di persone e ci si occupa
degli altri, questo si traduce anche in una maggiore cura per sé stessi.
Fonte:UPI
Luglio 2010
■
SAPER DIRE DI NO AL SESSO
La
University of Central Florida
sta investendo molto denaro in un progetto virtuale, che ospiterà
Avatars a grandezza naturale e scenari del tutto assimilabili alla vita
reale.
Non si tratta tuttavia del solito gioco virtuale, per quanto nuovo: con
circa 434.000 dollari, si sta mettendo a punto un programma che dovrebbe
insegnare alle ragazze pre-adolescenti come resistere alla pressione di
fare sesso, da parte dei coetanei.
Le ragazze avranno l'opportunità di interagire con gli avatars ed imparare
così alcune abilità sociali, che poi potranno continuare a sviluppare da
sole.
La novità è che una persona potrà controllare diversi personaggi e calarsi
nella loro pelle indossando una particolare tuta motion-capture, che
permetterà di regolare i movimenti del personaggio.
E' un luogo protetto, dice la professoressa Anne Norris, in cui ci si può
sperimentare, senza subire le conseguenze che potrebbero esserci nella
vita reale.
Il gioco virtuale dovrebbe essere pronto nella primavera del 2011.
Fonte :
MyFox Orlando
Luglio 2010
■
COMPORTAMENTO DI EVITAMENTO
Tutti sanno che è importante conoscere quali sono le cose e le
situazioni potenzialmente pericolose per noi, per poter godere di una vita
lunga e serena... Ad esempio, dopo esserci scottati al sole, impariamo ad
applicare la crema solare, prima di esporci nuovamente al sole: è un
comportamento intelligente, ma non solo umano.
Anche i moscerini della frutta infatti possiedono la capacità di imparare
dall'errore. Queste piccole mosche possono imparare ad associare un odore
particolare ad una leggera scossa elettrica. Una volta che hanno imparato
questa associazione (odore-scossa), si tengono bene alla larga da quell'
odore, che non lascia loro presagire nulla di buono.
Gli scienziati dell'Istituto Max Planck di Neurobiologia sono ora riusciti
ad individuare tre cellule nervose, che svolgono un ruolo nella formazione
di questa associazione complessa. Modificando la temperatura circostante,
essi possono attivare determinate cellule e spegnerle, mentre gli insetti
si muovono liberamente nello spazio e imparano i comportamenti. (Current
Biology, 15. Luglio 2010)
Prevenire, come si sa, è meglio che curare, e le strategie di evitamento
spesso ci aiutano a salvarci dalle avversità. Il comportamento di
evitamento è così essenziale che anche il cervello relativamente semplice
del moscerino della frutta impara ad essere un eccellente "evitatore",
allo stesso modo di un bambino che si sia scottato le mani con una stufa
calda, dalla quale imparerà sicuramente a tenersi alla larga.
Il Max Planck Research Group "Behavioral Genetics", guidato da Hiromu
Tanimoto, indaga su cosa succede nel cervello del moscerino della frutta
quando impara ad evitare qualcosa. Il cervello di questo insetto è a dir
poco minuto, ma è composto da circa centomila cellule nervose e quindi è
molto più semplice di quanto sia, ad esempio, un cervello umano, che ha
circa cento miliardi di cellule nervose. Le cellule responsabili del
comportamento di evitamento del moscerino della frutta possono quindi
essere identificate molto più facilmente.
Per di più, con questo insetto-cavia, i ricercatori possono utilizzare la
vasta gamma di strumenti genetici già disponibili per il moscerino della
frutta, per attivare o disattivare alcune funzioni del cervello
dell'animale, con grande precisione.
Hiromu Tanimoto ha spiegato che è la dopamina (neurotrasmettitore) a
consentire ai moscerini di imparare ad associare una potenziale fonte di
pericolo con un certo odore. Tuttavia, finora, non è ancora chiaro quali
delle cellule dopaminergiche siano responsabili di questa manipolazione
non invasiva.
Fonte:
Eurekalert
Luglio 2010
■
NON E' L'INCOMPETENZA SOCIALE CHE SPINGE VERSO LA VIOLENZA SESSUALE
Gli autori di reati sessuali sugli adolescenti in genere, in modo del
tutto errato, vengono considerati come persone con scarse competenze
sociali.
Alcuni ricercatori del Royal Ottawa Health Care Group in Ontario e
dell'Università di Alberta in Lethbride sostengono invece che ciò che
caratterizza questo gruppo di persone è l'interesse per comportamenti
sessuali atipici, come il sesso coercitivo con i coetanei e gli adulti,
l'esposizione dei genitali e il desiderio per i bambini in età prepuberale.
La ricerca, pubblicata sul Psychological Bulletin, ha scoperto che i
pedofili hanno alta probabilità di essere stati vittime di abusi sessuali,
di violenza sessuale in casa e di esposizione precoce al sesso o alla
pornografia.
Lavorando psicologicamente con questi pedofili, ci si accorge che essi non
hanno assolutamente problemi di competenze relazionali: essi sanno come
approcciare una ragazza, sanno gestire il conflitto e comprendono
benissimo la comunicazione non verbale.
Lo studio, suggeriscono i ricercatori, mostra che ciò di cui hanno maggior
bisogno gli autori di reati sessuali su adolescenti, per essere
riabilitati, non è la formazione alle abilità sociali ma èla discussione,
insieme a degli psicologi, su argomenti relativi alla sessualità:
l'esposizione precoce al sesso o alla pornografia, le fantasie sessuali,
l'eccitazione sessuale ecc. Solo capendo perché questi reati vengono
commessi, sarà possibile prevenirne altri.
Seto e Martin Lalumière hanno condotto una meta-analisi su 59 studi
indipendenti e messo a confronto un totale di 3.855 adolescenti di sesso
maschile che avevano commesso reati sessuali con 13.393 maschi adolescenti
che non avevano mai commesso reati sessuali. In entrambi i gruppi l'età
andava dai 12 ai 18 anni.
I ricercatori hanno concluso che l'incompetenza sociale non aiuta, di per
sé, a spiegare perché alcuni giovani commettono crimini sessuali,
piuttosto che altri tipi di crimini. E' evidente dunque che il problema
non è quello.
Fonte:
UPI.com
Luglio 2010
■
TIMIDEZZA, LA MERAVIGLIOSA
DISGRAZIA
In Francia è da poco uscito un libro, intitolato "Coinfessioni di un
timido", in cui Philippe Vilain, l'autore, unendo ricordi personali,
analisi e riferimenti letterari, ci spinge a pensare alla timidezza come
ad "una meravigliosa disgrazia." In un'epoca in cui l'affermazione di sé è
diventata una religione, in cui vengono schiacciati decenza e pudore, è
molto utile, secondo Vilain, rivolgersi al ritiro, al dubbio, alla
temperanza.
Per descrivere i numerosi aspetti e i sintomi di questa "malattia del
secolo", Philippe Vilain inizia il suo romanzo con una scena traumatica -
quella di un padre ubriaco che, come risultato di una scommessa, sale su
un tavolo e si spoglia davanti al pubblico.
Ma ben presto gli occhi dell'autore si spostano su di sé e queste sono le
migliori pagine della "confessione". La scrittura diventa il suo
antidolorifico, il suo tranquillante, nella ricerca del silenzio.
Philippe Vilain - autore anche di un saggio intitolato "Difesa di Narciso"
- sembra sia riuscito a catturare, con questo libro, "l'essenza della
timidezza", nella sua infinita complessità e nelle sue manifestazioni.
Speriamo lo traducano presto in italiano.
« Confession d'un timide », de Philippe Vilain, édit. Grasset, 191 p.,
14,50 €.
Fonte:
SudOuest
Luglio 2010
■
ANSIA DA PRESTAZIONE
Molto spesso, quando si sono avuti degli insuccessi sessuali, può
accadere che il semplice riproporsi di una situazione in cui potrebbe
essere richiesta una prestazione sessuale, sia già di per sé ansiogena.
L'uomo potrebbe avvertire delle difficoltà nell'erezione, oppure la
sensazione di avere il pene freddo, l'impossibilità a trattenersi
dall'eiaculare precocemente, mentre la donna potrebbe non avvertire più il
piacere erotico, sentendosi completamente irrigidita e priva della
lubrificazione vaginale che si produce già attraverso il petting.
L'attività ideativa che precede e accompagna la prestazione sessuale è
spesso caratterizzata da una particolare attenzione, quasi ossessiva, a
ciò che sta accadendo, accompagnata in genere da una serie di pensieri
negativi e aspettative di insuccesso.
Questa situazione è ben conosciuta in sessuologia e si chiama "spectatoring",
cioè essere spettatori di sé stessi. A volte lo spettatore è il/la
partner: uno spettatore esigente, sempre pronto a giudicare e a criticare,
a controllare la prestazione minimizzando i progressi ottenuti, in modo da
confermare il suo essere "sano", nei confronti dell'altro partner, che
viene esplicitamente definito "malato". Questo atteggiamento vigile, di
attesa e di controllo, non può che essere predittivo di ulteriori
insuccessi.
Spesso il partner-spettatore nutre una certa ostilità nei confronti
dell'altro e probabilmente c'è una conflittualità all'interno della
coppia, che si esprime nell'atto sessuale, ma che nasce altrove (ad
esempio nella delusione per l'aspetto fisico del partner, per le sue
incapacità professionali, per i suoi tradimenti, ecc.)
Un atteggiamento così giudicante nel partner non fa che aumentare la
preoccupazione per il contatto fisico, il che si traduce spesso nel
completo abbandono di qualsiasi attività sessuale. Ci sono coppie che
evitano di trovarsi a letto svegli nello stesso momento, mentre altri
attribuiscono alla propria stanza da letto, al luogo degli incontri, la
caratteristica di inadeguatezza (vicinanza dei genitori o dei figli alla
propria camera da letto, stanza d'albergo anonima, ecc.). Non sono pochi
coloro che cercano di superare, nella vacanza, quelle condizioni di
ostacolo che impedirebbero i rapporti nella propria casa: in questi casi,
l'aspettativa di una completa scomparsa dei sintomi e delle difficoltà
durante i pochi giorni di una vacanza, non fa che aumentare l'ansia e
dunque gli insuccessi.
Quando i rapporti sessuali sono così infrequenti o ormai assenti, l'unica
decisione utile per la coppia è quella di tentare una terapia sessuale.
Maggio 2010
■
L'INTROVERSO NON E' MALATO
L'American Psychiatric Association
(APA) sta valutando se inserire l'introversione fra i criteri per la
diagnosi dei disturbi mentali nel prossimo Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi Mentali,
DSM-5.
La definizione proposta dell'APA per "introversione"
è la seguente: "Ritiro da altre persone, a partire dalle relazioni più
intime, fino alle relazioni con il mondo in generale; limitata esperienza
affettiva ed espressione, limitata della capacità edonistica." La
definizione comprende anche una limitazione alla capacità di provare
piacere o di interessarsi a qualcosa "
Laurie Helgoe, psicologa clinica e autrice del libro
Introvert Power sostiene che: "Se un introverso è depresso, è
debilitato dall' ansia, soffre di fobia sociale, questi sono tutti dei
problemi psicologici importanti. Ma avverte: "Se un introverso è
semplicemente un introverso, non consideriamo questa persona come se fosse
malata... Stiamo parlando di come è metà della popolazione !"
Fonte:
Psychology Today
Apr. 2010
■
QUANDO IL CANE E' TIMIDO
Sapevate che proprio come le persone, i cani possono essere molto
timidi? Se pensate che il vostro cane sia timido, la Michigan Humane
Society fornisce i seguenti consigli:
1. Si può iniziare a rassicurare il cane prestando maggiore attenzione al
proprio linguaggio del corpo: ad esempio evitate movimenti bruschi;
2. Cercate di non parlargli dall'alto: abbassatevi alla sua altezza;
3. Incoraggiate sempre il cane a venirvi vicino: fate in modo che vicino a
voi ci sia uno spazio adeguato perché il cane possa avvicinarsi.
4. Quando lo salutate, fategli una carezza sotto il mento.
5. MAI abbracciare troppo forte un cane - soprattutto se è timido:
lasciargli sempre una via di fuga.
6. Un ottimo modo per costruire la fiducia di un cane è addestrarlo a fare
qualcosa.
Apr. 2010
■
LA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE TRAMITE INTERNET E' EFFICACE
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) tramite Internet è
efficace, nel trattamento del disturbo di panico (attacchi di panico
ricorrenti) e nella depressione lieve, tanto quanto una psicoterapia di
gruppo. Questa è la conclusione dello studio condotto per una tesi di
dottorato, che sarà presto presentata al Karolinska Institutet.
Jan Bergström, psicologo e dottorando presso il Centro di ricerca
psichiatrica, sostiene che: "I risultati inducono a sostenere
l'introduzione del trattamento psicoterapeutico via Internet, che è anche
ciò che la commissione nazionale per la salute e il benessere raccomanda
nei suoi nuovi orientamenti per il trattamento della depressione e
dell'ansia".
Si stima che la depressione ed i disturbi da attacchi di panico colpiscano
rispettivamente il 15 per cento e il 4 per cento delle persone, durante
la loro vita. I sintomi della depressione sono: tono dell'umore basso,
assenza di emozioni positive, come la gioia, sensi di colpa, sonnolenza,
difficoltà di concentrazione, insonnia e scarso entusiasmo per la vita. Il
disturbo da attacchi di panico comporta invece attacchi di panico
debilitanti che convincono la persona che ne soffre ad evitare luoghi o
situazioni precedentemente associati alle crisi di panico. I sintomi più
comuni includono palpitazioni, tremori, nausea e la sensazione che
qualcosa di pericoloso stia per accadere (per esempio un attacco di cuore
o la paura di impazzire).
E' noto da studi precedenti che la terapia cognitivo-comportamentale sia
un trattamento efficace per i disturbi di panico e la depressione. Nei
programmi sviluppati per la psicoterapia via Internet, il paziente viene
sottoposto ad un programma di auto-aiuto supportato dal contatto con il
terapeuta via email.
In questo studio sono stati valutato i casi di 104 pazienti sofferenti di
disturbi di panico, mettendoli a confronto con trattamenti di psicoterapia
cognitivo comportamentale (CBT) basati su Internet e trattamenti di CBT di
gruppo, condotti all'interno di un servizio sanitario. Le conclusioni
dimostrano che entrambi i trattamenti sono efficaci e che non vi è alcuna
differenza significativa tra di loro, sia immediatamente dopo il
trattamento sia dopo un periodo di sei mesi di follow-up. L'analisi dei
risultati per il trattamento della depressione mostra che la CBT basata su
Internet è più efficace se viene somministrata tempestivamente. I pazienti
con una severità maggiore di depressione e / o una storia di più episodi
depressivi frequenti hanno invece beneficiato meno del trattamento via
Internet.
Jan Bergström lavora come psicologo clinico presso l'Unità Disturbi
d'Ansia della divisione di Psichiatria del nord-ovest della contea di
Stoccolma. Questa ricerca è stata finanziata anche dalla Contea di
Stoccolma.
"Grazie alla nostra ricerca, afferma Jan Bergström, il trattamento via
Internet è ora attuato regolarmente in ambito medico a Stoccolma, presso
l'Internetpsykiatri.ed è il primo al mondo ad offrire questo trattamento
nei servizi psichiatrici pubblici"
Fonte: Karolinska Institutet. "Panic Disorder and Depression Can Be
Treated Over the Internet, Study Suggests." ScienceDaily 12 April
2010, via
Science Daily.
Apr. 2010
■ IL
VANTAGGIO DI ESSERE TIMIDI
Il
cervello dei soggetti timidi o introversi potrebbe percepire il mondo
in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti più
estroversi.
Circa il 20 per cento delle
persone nascono infatti con un tratto della personalità denominato "sensibilità
per la percezione sensoriale" (SPS) che può manifestarsi con
la tendenza ad essere persone inibite, o addirittura nevrotiche. Il
tratto può essere visto in alcuni bambini che sono "lenti a scaldarsi"
nelle situazioni sociali, che piangono facilmente al primo rimprovero,
fanno domande insolite. o hanno pensieri particolarmente profondi.
I risultati di un nuovo
studio mostrano che queste persone "estremamente sensibili", o
timide, prestano maggiore attenzione ai dettagli, e mostrano una più
intensa attività in alcune regioni del cervello, quando si sforzano di
elaborare le informazioni visive, rispetto a coloro che non sono
classificati come "altamente sensibili".
Lo studio è stato condotto da ricercatori della Stony Brook University
di New York, e dalla Università del Sud Est insieme all'Accademia cinese
delle scienze, entrambe in Cina. I risultati sono stati pubblicati il 4
marzo sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience.
Gli individui con un
carattere estremamente sensibile preferiscono avere
più tempo per prendere decisioni e per riflettere, sono
più coscienziosi e più
facilmente si annoiano con le
chiacchiere inutili.
In un precedente studio era
stato già osservato come i soggetti con un temperamento estremamente
sensibile si infastidiscono facilmente per
il rumore e la folla, subiscono gli
effetti della caffeina, si spavantano con facilità.
I ricercatori del presente
studio ritengono che questa sensibilità sensoriale al rumore, al dolore,
o alla caffeina sia un effetto collaterale di un atteggiamento innato,
che porta a vivere con maggiore intensità le esperienze della vita.
Nello studio, i ricercatori hanno utilizzato un questionario per
separare i soggetti più sensibili da quelli meno sensibili. Poi, 16
partecipanti hanno dovuto mettere a confronto due vignette simili,
dovendo osservare tutti i particolari. Nel frattempo, i ricercatori
hanno scansionato il cervello di ciascun partecipante con risonanza
magnetica funzionale (fMRI).
Risultato:
le persone timide hanno osservato le varie differenze per un tempo più
lungo delle persone meno timide e hanno mostrato un'attivazione
significativamente più elevata nelle aree cerebrali coinvolte nell'
associare le percezioni visive con altre percezioni sensoriali. Il
cervello delle persone timide non elaborava semplicemente la percezione
visiva, ma si attivava per una elaborazione più profonda degli input
registrati.
Questo tratto di elevata
sensibilità si trova in più di 100 specie diverse, dai moscerini della
frutta e pesce alla canini e primati, il che indica che questo tipo di
personalità a volte potrebbe offrire un
vantaggio evolutivo. I biologi stanno iniziando ad accettare
che, all'interno di una specie, ci possano essere due "personalità"
ugualmente di successo. Il tipo
sensibile, sempre una minoranza, sceglie di riflettere più a
lungo prima di agire, come se le esplorazioni si facessero più con il
cervello che con gli arti. L'altro tipo invece è capace di andare "là
dove nessuno è mai giunto prima", dicono gli scienziati.
La strategia della persona timida non
è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o dove occorrono
azioni veloci e aggressive, mentre è utile nelle situazioni di pericolo,
quando è più difficile scegliere fra due opportunità, o è necessario un
approccio particolarmente intelligente.
Fonte:
Live Science
Apr. 2010
■
LA TELEPSICOTERAPIA E' EFFICACE
Secondo una nuova ricerca condotta dallo psichiatra Stéphane Guay,
che lavora presso l' Università di Montréal la psicoterapia a distanza è
un metodo assolutamente efficace, tanto quanto l'incontro faccia-a-faccia
fra psicoterapeuta e paziente.
"Studi precedenti hanno mostrato che la terapia per la cura delle fobie
via teleconferenza è efficace quanto il contatto faccia a faccia," afferma
il Dott. Guay, che è anche direttore del Centro Studi Trauma al-Louis H.
Lafontaine's Hospital, Centro di ricerca Fernand-Seguin. In questa nuova
ricerca si è voluto indagare se anche il trattamento del disturbo post
traumatico da stress poteva essere trattato a distanza, con la stessa
efficacia trerapeutica.
Va detto che fino a pochi anni fa, la telemedicina era limitata ai
professionisti che utilizzavano la tecnologia per comunicare fra colleghi,
per lo scambio di esami diagnostici, o per la supervisione di un
intervento chirurgico. La teleterapia in realtà potrebbe diffondersi
molto di più, permettendo ai pazienti di contattare degli esperti che
operano anche in aree geografiche molto distanti dal loro luogo di
residenza.
Come parte di questo studio, 17 pazienti sofferenti di disturbo post
traumatico da stress della regione Outaouais sono stati sottoposti
a 16-25 sedute di psicoterapia in teleconferenza, con terapeuti di
Montreal. I loro dati sono stati poi raffrontati con un gruppo di
controllo costituito da pazienti sottoposti alla tradizionale psicoterapia
faccia a faccia.
Secondo il Dott. Guay la teleterapia non può sostituirsi completamente al
rapporto faccia a faccia, nel DPTS. "Le terapie del disturbo
post-traumatico da stress richiedono infatti che il paziente possa
rivivere alcuni eventi traumatici e nel caso dovesse esservi qualche
conseguenza negativa, è importante che ci sia sempre qualcuno ad
intervenire". Non tutto dunque può essere affrontato a distanza, ma questo
non significa che non si possa fare molto.
Risultati della ricerca: il gruppo in teleterapia e il gruppo di controllo
hanno ugualmente beneficiato della loro terapia. "Lo stesso numero di
pazienti in entrambi i gruppi ha visto un calo significativo del proprio
stress post-traumatico, della depressione e dell'ansia," ha affermato il
Dott. Guay. "In effetti, dal 75 all' 80 per cento dei partecipanti ha
superato lo stress cronico post-traumatico".
I pazienti sono stati successivamente valutati e nessuno di loro ha
risentito della distanza dal terapeuta, o espresso disagio per gli aspetti
tecnologici della procedura. I commenti dei pazienti sono stati in favore
della tele-terapia ed anzi, sembra che essi abbiano perfino apprezzato
una certa distanza dal loro terapeuta.
La Teleterapia potrebbe essere sempre più utilizzata per fornire accesso a
trattamenti che richiedono specialisti che non sono disponibili in tutte
le aree geografiche. Sebbene il dottor Guay abbia avvertito che la
teleterapia non possa essere utilizzata per ogni tipo di riabilitazione, a
suo avviso si presterebbe bene al trattamento della depressione, delle
fobie e dei disturbi alimentari.
(In Italia è vietata.)
Fonte: University of Montreal. "Therapy Via Teleconference? Professor
Studies Remote Psychotherapy." via
Science Daily
Mar 2010
■ NUOVO
TEST PER DIAGNOSTICARE L'ADHD
L'ADHD è una sindrome caratterizzata da problemi comportamentali
nello sviluppo che riguardano l'iperattività e i disturbi di attenzione. I
sintomi possono iniziare nell'infanzia e continuare fino all'età adulta.
L'ADHD è inoltre il disturbo più comunemente studiato e diagnosticato nei
bambini, già prima dei sette anni di età.
Sintomi: attenzione ridotta, distrazione, incapacità di comprendere le
direttive, essere facilmente distratto/a, da cui la difficoltà nella
gestione delle informazioni, gli errori di distrazione, la disattenzione e
l'iperattività nei pazienti.
Ora, alcuni ricercatori affermano di aver messo a punto un nuovo strumento
diagnostico, che potrebbe migliorare in modo significativo l'accuratezza e
l'efficienza della diagnosi per il deficit di attenzione e iperattività (Attention
Deficit Hyperactivity Disorder ADHD).
La ricerca, condotta all'Università di Sydney (USyd) presso il Westmead
Millennium Institute, ha mostrato che con l'aiuto del test non solo è più
semplice identificare i bambini e gli adolescenti con ADHD, ma è anche più
facile distinguere chiaramente chi non ha questa sindrome.
Leanne Williams, professore di neuropsichiatria cognitiva presso la Usyd
ha detto, "i test messi a punto in precedenza si concentravano solo
sull'attenzione e dunque hanno potuto identificare l'ADHD, solo con il 70
per cento di precisione". Questo nuovo test dimostra invece di essere
accurato al 96% per individuare i ragazzi con ADHD, ha dichiarato il
ricercatore.
Il gruppo di ricerca condotto ha studiato 175 bambini e adolescenti con
diagnosi di ADHD e confrontato i risultati con un altro gruppo di 175
soggetti, che non soffrivano del disturbo. Lo studio consisteva in una
serie di test computerizzati creato da Brain Resource, i cui risultati
facevano riferimento a una banca dati molto vasta, raccolta su scala
internazionale.
Per determinare il funzionamento del cervello in circostanze diverse, ai
soggetti è stato chiesto di svolgere compiti basati su alcuni giochi.
Sulla base di tali compiti, i ricercatori hanno studiato la reazione e il
funzionamento del cervello in circostanze abbastanza difficili per i
pazienti ADHD.
Lo studio ha rivelato che questo test potrebbe identificare con successo
quando si devia l'attenzione, così come quando si ha un comportamento
troppo agitato, la timidezza o la consapevolezza di sé, gli stimoli
perturbanti e l'incoerenza nel rispondere alle diverse situazioni, nei
pazienti ADHD.
Allo stesso tempo, si può senza dubbio differenziare i bambini o gli
adolescenti non affetti da ADHD.
"La ricerca ha dimostrato che una valutazione accurata ed efficiente di
ADHD potrebbe essere raggiunta mediante test cognitivi, in modi che
potrebbero essere tradotti nella pratica clinica", ha dichiarato Williams.
"Il nostro studio ha mostrato per la prima volta che c'è una base
biologica per l'ADHD, che può essere sottoposta a test per diagnosticarla
in modo affidabile", ha aggiunto Williams.
Febb. 2010
■
SE DORMI IL GIUSTO STAI
GIA' MEGLIO
Con il fatto che il tempo libero è sempre di meno, molte persone si
sono abituate a fare tardi la sera per guardare la televisione o per
navigare su Internet. Queste abitudini però, sebbene rappresentino il
necessario svago, devono essere ridotte, se producono una perdita di
sonno. Chi non dorme a sufficienza infatti ha meno energie, meno risorse,
per far fronte alle difficoltà della vita e, sia dal punto di vista
cognitivo, sia da quello emotivo, non rende quanto potrebbe.
Ora una nuova ricerca dimostra che il sonno è talmente importante che può
essere addirittura immagazzinato. Se, ad esempio durante la settimana si
prevede di dormire poco, si può fare debita "scorta" nel week end:
funzionerà lo stesso. Di meno, ma funzionerà.
Nel
Journal of Sleep Research si
può leggere questa interessante ricerca (di Tracy Rupp del Walter
Reed Army Institute of Research di Silver Spring)
che ha riguardato 11 uomini e 13 donne.
A metà di questi soggetti è stato chiesto di andare a letto alle 9 e di
dormire per 10 ore a notte per sette giorni; agli altri di mantenere le
proprie abitudini. Dopo una settimana tutti i volontari sono stati
'torturati' con sole tre ore di sonno per notte. Tutti i partecipanti
sono stati poi sottoposti a prove di vario genere per vedere gli effetti
procurati dal deficit di sonno.
Risultato: chi aveva immagazzinato riposo extra risentiva, come gli altri,
della carenza di sonno subita dal gruppo, ma in misura minore.
Le performance cognitive non erano
deteriorate e il recupero del sonno era comunque più rapido.
Per questo le persone che si sentono stressate devono come prima cosa
imparare a curare l'igiene del sonno: dormire il giusto, dormire bene.
Feb. 2010
■
PROBLEMI PSICOLOGICI E
COMPORTAMENTALI
Dei ricercatori tedeschi hanno scoperto
che c'è una relazione fra eczema e problemi emotivi e comportamentali
infantili. Jochen Schmitt dell'Ospedale universitario di Dresda,
insieme al Dr. Christian Apfelbacher dell' Ospedale dell'Università di
Heidelberg ed il Dr. Joachim Heinrich dell'Helmholtz Zentrum Munchen,
hanno scoperto che i bambini che soffrono di eczema nei primi due anni
di vita hanno maggiori probabilità dei loro coetanei di soffrire di
problemi emotivi intorno ai loro dieci anni. Di più: i bambini il cui
eczema si è protratto oltre i due anni di vita hanno maggiori
probabilità di avere problemi psicologici rispetto a coloro che hanno
avuto l'eczema fino a due anni.
Questo significa, secondo i ricercatori, che l'eczema può precedere e
condurre a problemi psicologici e comportamentali nei bambini.
Lo studio, pubblicato nel Journal of Allergy and Clinical Immunology,
ha studiato 5.991 casi di bambini nati fra il 1995 ed il 1998.
Fonte:
UPI
Febb. 2010
■
SENTIRSI
BRUTTI - LA DISMORFOFOBIA
La dismorfofobia è la paura di avere un corpo brutto, non piacente. In
realtà le persone che soffrono di questo disturbo non sono poi così poco
piacenti come esse pensano, solo che tendono ad esagerare i propri
difetti, concentrandosi solo su quelli e perdendo di vista la condizione
generale. Un recente studio sull'argomento mostra che vi sono delle
differenze nel modo in cui il cervello risponde alle immagini del proprio
viso. Lo studio, pubblicato su Archives of General Psychiatry,
ricorda che il disturbo (BDD Body dysmorphic disorder) colpisce circa
l'1-2 % della popolazione.
I pazienti che soffrono di questo disturbo vengono ospedalizzati nella
metà dei casi, mentre un quarto di essi tenta il suicidio. Una malattia
dunque abbastanza seria, di cui si sa ancora molto poco.
Jamie D. Feusner ed i colleghi della David Geffen School of Medicine,
University of California, di Los Angeles, hanno studiato 17 pazienti con
un disturbo di dismorfofobia e li hanno confrontati con un gruppo di
controllo, composto di 16 persone della stessa età, sesso e formazione
scolastica, che non soffrivano di questo disturbo.
I partecipanti sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica (fMRI) nel
momento in cui guardavano le foto di due visi: il loro e quello di un
attore molto conosciuto . Sono state mostrate foto "naturali" e foto
alterate con due metodi diversi, in modo da analizzare le differenti
modalità di elaborazione visiva.
Nelle due versioni modificate, una aveva una bassa frequenza spaziale,
dunque mostrava solo i tratti generali del viso, con la distanza fra i
vari elementi che lo compongono; l'altra foto modificata era invece ad
alta frequenza spaziale e riportava il viso in tutti i suoi dettagli,
compresi macchie e peli.
Nel confronto con il gruppo di controllo si è visto che i soggetti con
diagnosi di dismorfofobia hanno una attività cerebrale non regolare in
alcune regioni del cervello associate con l'elaborazione visiva.
Nell'osservare il proprio viso, sia nella forma normale, sia in quella
alterata a bassa frequenza spaziale, essi hanno mostrato di avere
un'attivazione insolita nel corpo striato, corrispondente al lobo frontale
del cervello, che si occupa dei comportamenti di controllo e guida e della
gestione delle emozioni in risposta agli stimoli ambientali.
L'attività cerebrale, in entrambi i sistemi di presentazione delle
immagini, si è mostrata in correlazione con la severità dei sintomi.
Inoltre, si è osservato che l'attività cerebrale del sistema del corpo
striato variava in base al disgusto che i partecipanti provavano per
l'immagine. Le attivazioni cerebrali superiori alla norma, specialmente
nelle immagini a bassa frequenza spaziale, suggeriscono che il disturbo
consiste fondamentalmente nella difficoltà di percepire ed elaborare le
informazioni generali relativa ai volti.
L'incapacità di elaborare la forma del viso in modo corretto contribuisce
a creare percezioni distorte del viso di questi soggetti, quando sono
messi a confronto con la propria immagine: ad esempio essi potrebbero
percepire in primo luogo i dettagli, essendo poi incapaci di
contestualizzarli in modo olistico.
Vi è infine una certa somiglianza con quanto osservato su pazienti
ossessivo-compulsivi, il che supporta l'ipotesi che fra le due patologie
vi siano molte analogie.
Fonte:
Health 24
Febb 10
■ MINORANZE
SESSUALI E BULLISMO
Nel linguaggio sociologico le persone la cui identità e orientamento
sessuale differiscono dalla maggioranza della società circostante vengono
definite "minoranze sessuali". Ci si riferisce, ovviamente a gay,
lesbiche, bisex, transgender, in relazione al gruppo maggioritario degli
eterosessuali.
Un nuovo studio si preoccupa di queste minoranze sessuali nel periodo
dell'adolescenza e nei rapporti fra pari. Presso il Nationwide Children's
Hospital infatti è stata condotta una ricerca per cercare di comprendere
come gli eterosessuali si comportino nei confronti dei coetanei non
eterosessuali.
Secondo lo studio, che è ora disponibile online sul
Journal of Adolescent Health, i giovani
delle minoranze sessuali sono più vulnerabili a una serie di violenze
fisiche e psicologiche (come il bullismo) e spesso sono afflitti da
pensieri suicidari. Questi ragazzi "diversi" devono sopportare inoltre gli
atti di bullismo molto più a lungo dei loro coetanei etero, per i quali la
"tortura" finisce in età più precoce.
"Vi è la necessità gli operatori sanitari, e gli altri che lavorano con i
bambini, sappiano che i giovani delle minoranze sessuali hanno maggiori
probabilità di essere vittime di bullismo e altre forme di violenza", ha
detto Elise Berlan, autore principale dello studio e medico presso l'Adolescent
Medicine at Nationwide Children's Hospital, concludendo che è importante
che i genitori trovino il tempo per comunicare con i propri figli di
argomenti delicati come la sessualità, le relazioni tra pari e la
violenza".
I ricercatori hanno esaminato il rapporto tra orientamento sessuale e
bullismo sui dati dello studio Growing Up Today Study (GUTS), che include
informazioni su oltre 7.500 adolescenti. Si è visto così che i giovani che
si identificano come gay o lesbiche sono in genere poco propensi ad
assumere dei comportamenti da bullo, mentre invece è frequente che essi di
questo comportamento diventino vittime, anche attraverso l'isolamento
sociale o le molestie. Fra i giovani delle minoranze sessuali si riscontra
un elevato grado di depressione, pensieri suicidari e coinvolgimento in
comportamenti ad alto rischio.
Gli studenti, i genitori, le scuole e le organizzazioni di comunità devono
dunque lavorare, raccomandano i ricercatori, per creare ambienti che siano
di sostegno e accettazione di tutti gli studenti, indipendentemente dal
loro orientamento sessuale.
Fonte
Nationwide Children's Hospital via
Medical News Today
Genn 10
■ I
PROBLEMI DEGLI AMBIDESTRI
I bambini ambidestri, o mixed-handed, cioè coloro che usano
indifferentemente la mano sinistra o quella destra per svolgere dei
compiti, hanno maggiori probabilità di avere problemi psicologici,
problemi di linguaggio e scarso rendimento scolastico. Lo afferma un nuovo
studio pubblicato sulla rivista Pediatrics.
Gli ambidestri rappresentano l'1% della popolazione. Lo studio si è
occupato di circa 8.000 bambini, 87 dei quali erano mixed-handed,
ed hanno così scoperto che questo tipo di bambini, a 7 e 8 anni di età,
avevano il doppio delle possibilità di avere difficoltà di linguaggio e
problemi nei compiti scolastici, rispetto ai destrimani.
Quando questi soggetti raggiungono i 15-16 anni, corrono il doppio dei
rischi di avere dei sintomi del disturbo di attenzione/iperattività
(chiamato in gergo clinico ADHD) dei destrimani, presentando comunque
sintomi più severi. Si stima che i soggetti che soffrono di ADHD siano
all'incirca da 3 a 9 soggetti ogni 100, in età scolare.
Gli adolescenti stessi hanno riferito di avere delle grosse difficoltà
nell'uso del linguaggio rispetto ai mancini o ai destrimani. La
conclusione di questo studio è dunque in linea con i precedenti studi
sulla dislessia, che arrivavano alle stesse conclusioni, affermano i
ricercatori.
Non si sa ancora benissimo perché vi siano queste differenze fra soggetti
che usano prevalentemente una mano o l'altra, (o entrambe), ma si sa che
l'uso della mano destra è legato ad una dominanza dell'emisfero sinistro
del cervello.Alcuni ricercatori dunque suppongono che, nel caso di
soggetti ambiedestri, non vi sia una predominanza cerebrale di un emisfero
sull'altro. Uno studio ha suggerito che l' ADHD possa essere legata ad una
azione più debole della parte destra del cervello, il che potrebbe
spiegare perché alcuni studenti ambidestri possano avere sintomi di ADHD.
Poiché i bambini ambidestri sono pochi, è difficile studiare il fenomeno.
In ogni caso, avvertono i ricercatori, sarebbe sbagliato assumere che
tutti gli ambidestri abbiano problemi nel rendimento scolastico o sintomi
di ADHD. La Dr Rodriguez correttamente avverte che nel loro studio i
soggetti esaminati hanno mostrato maggiori possibilità statistiche di
avere un determinato tipo di problemi, ma che sarebbe sbagliato
generalizzare, dal momento che la gran parte dei soggetti studiati non ha
mostrato di avere questo problema.
Fonte:
Eurekalert
Genn 10
■ L'ANELLO
DELLE EMOZIONI CONTRO GLI ATTACCHI DI PANICO
Una nuova ricerca pubblicata su ll'International Journal of
Business Intelligence and Data Mining riferisce di un tentativo di
sviluppare uno strumento per combattere gli attacchi di panico via web. Se
ne stanno occupando Vincent Tseng e Bai-En Shie della National Cheng Kung
University e lo psichiatra Fong-Lin Jang del Chi-Mei Medical Center, di
Tainan, Taiwan.
Come ben sappiamo, vivere in una società industrializzata e tecnologica
come quella attuale spesso ci porta a soffrire di malattie psicologiche. I
disturbi più frequenti sono: ansia, disturbi ossessivo-compulsivi,
depressione.
I disturbi di panico non vengono sempre diagnosticati correttamente,
sebbene rappresentino una malattia cronica per un numero enorme di
pazienti, i quali spesso devono recarsi in ospedale. Le loro paure
psicologiche si trasformano infatti spesso in capogiri, dolori al petto,
difficoltà di respirazione, palpitazioni, ecc., sintomi spesso
percepiti dal paziente come gravi problemi di salute, come attacchi di
cuore o asma. Per questo chi soffre di attacchi di panico ricorre con
frequenza al Pronto Soccorso (anche se non ve ne sarebbe la necessità).
La vita sociale e le attività di questi pazienti sono molto limitate, per
evitare l'insorgere dei sintomi ed una qualità della vita così scarsa può
portare facilmente a soffrire di depressione o all'abuso di sostanze.
Il team di ricerca sta però mettendo a punto uno strumento veramente
interessante, che potrebbe essere utilissimo sia per gli operatori
sanitari, sia per i pazienti. Si tratta di un anello senza fili che misura
costantemente la temperatura corporea ed è collegato ad un sito web nel
quale sono presenti degli operatori che possono prestare immediata
assistenza al paziente, attraverso un cellulare, dove possono rispondere a
delle domande o fornire informazioni, anche via web.
Il sistema permette inoltre al paziente di registrare le attivazioni
fisiologiche del suo corpo (e le proprie autovalutazioni relative) in un
data base. La registrazione della temperatura corporea è già un ottimo
indicatore dello stato emotivo del paziente. Ai pazienti viene poi
insegnata una tecnica di rilassamento mentale e muscolare, da applicare
quando la temperatura corporea si innalza. Lo strumento funziona
praticamente come un apparecchio di biofeedback, strumento che viene
utilizzato da più di trenta anni e con efficacia, ma che ha il difetto di
non essere attualmente uno strumento piccolo e maneggevole. I dati
registrati saranno inoltre importanti anche per il personale sanitario che
tiene in cura il paziente.
Il sistema è stato testato finora su dieci pazienti ed ha funzionato
perfettamente per quanto riguarda il biofeedback. Ora c'è da mettere a
punto un sistema adeguato di comunicazione perché operatore sanitario e
paziente possano facilmente entrare in contatto, in qualsiasi momento.
Fonte: Shie et al. Intelligent panic
disorder treatment by using biofeedback analysis and web technologies.
International Journal of Business Intelligence and Data Mining,
2010 via
Science Daily
Genn 10
■ SCOPERTI
I LUOGHI CEREBRALI DELL'INTELLIGENZA EMOTIVA
Le ferite di guerra dei
veterani del Viet Nam hanno rivelato le parti del cervello in cui
potrebbe essere localizzata la teorizzata (da Daniel Goleman)
"intelligenza emotiva".
I veterani tenuti sotto osservazione si sono mostrati infatti piuttosto
inadeguati nella intelligenza emotiva "esperienziale" (la capacità di
giudicare le emozioni nelle altre persone), sia nell'intelligenza
emotiva "strategica" (l'abilità di mettere in atto delle risposte
sociali appropriate alle varie situazioni).
Jordan Grafman ed il suo team di ricerca, del National
Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda,
Maryland, hanno somministrato dei test standard ai 38 ex soldati, oltre
a prescrivere loro 29 controlli in un check up.
Diciassette soggetti del campione, quelli con le ferite nella corteccia
pre-frontale dorsolaterale hanno avuto delle prestazioni peggiori nei
compiti esperienziali, mentre si sono comportati secondo la media per le
prestazioni nei compiti strategici. Negli altri 21 veterani, che avevano
subito dei danni alla corteccia prefrontale ventromediale , la
situazione si presentava al contrario. (Proceedings of the National
Academy of Sciences,
DOI: 10.1073/pnas.0912568106).
Il danno in queste regioni cerebrali non influisce dunque sul normale
livello di intelligenza e questo dimostra che la gestione delle emozioni
e l'intelligenza che è alla base della soluzione dei problemi, lavorano
nel nostro cervello in maniera indipendente, in differenti aree
cerebrali.
Fonte:
NewScientist
Genn 10
■ EMICRANIA
E MALTRATTAMENTO INFANTILE
I ricercatori della
American Headache Society's Women's Issues Research Consortium hanno
rilevato che il maltrattamento infantile, l'abbandono e l'abuso,
soprattutto emotivo, sono molto spesso presenti in pazienti che soffrono
di emicrania. Lo studio ha anche scoperto che, fra gli emicranici,
un'infanzia segnata da abusi fisici e / o negligenza porta a provare
anche altre forme di dolore fisico con maggiore frequenza rispetto a
soggetti senza una storia di maltrattamento infantile. La ricerca appare
su Headache: The Journal of Head and Face Pain,
pubblicata dall'American
Headache Society by Wiley-Blackwell.
Secondo un rapporto del Ministero della Salute americano, nel 2007 vi
sono stati 3,2 milioni di denunce di abusi su minori o casi di
negligenza nella loro cura. Di questi, 794.000 bambini sono stati
classificati come vittime: 59% per trascuratezza, 4% per abuso emotivo ,
8% per abuso sessuale , 11% per abuso fisico. Sia gli studi basati sulla
popolazione, sia quelli clinici, fra cui quello preso in esame,
dimostrano che c'è una relazione tra maltrattamento infantile e
aumentato rischio di cronicizzazione dell'emicrania, negli anni
successivi.
Per questo studio, Gretchen E. Tietjen, dell'Università di Toledo e
colleghi hanno condotto un'indagine trasversale su pazienti con diagnosi
medica di emicrania in 11 centri ambulatoriali per la cura del mal di
testa. L'incidenza del maltrattamento infantile è stata valutata
utilizzando il Childhood Trauma Questionnaire (CTQ), a 28-item per
misurare in modo quantitativo l' abuso infantile (fisico, sessuale ed
emotivo) e di abbandono (fisico ed emotivo). Sono stati poi raccolti dei
dati circa altri dolori cronici dei pazienti, come la sindrome da
intestino irritabile (IBS), la sindrome da fatica cronica (CFS), la
fibromialgia (FM), la cistite interstiziale (IC), e l'artrite.
Il campione esaminato di pazienti con diagnosi di emicrania era
costituito di 1348 soggetti. I ricercatori hanno scoperto che gli
emicranici che avevano segnalato l'abuso o la trascuratezza fisica
nell'infanzia avevano un'incidenza significativamente più elevata di
condizioni di comorbidità del dolore rispetto a quelli senza una storia
di maltrattamento. Nella popolazione studiata, il 61% ha almeno 1
condizione di dolore in comorbidità ed il 58% ha dichiarato di aver
sofferto di traumi infantili, abusi o negligenza.
In particolare, l'abuso fisico è stato associato ad una più alta
incidenza di artrite; l'abuso emozionale sembra legato ad una presenza
maggiore di IBS (sindrome da intestino irritabile), CFS (sindrome da
fatica cronica), FM (fibromialgia), e artrite, l' abbandono fisico
riguarda maggiormente la sindrome da intestino irritabile, la sindrome
da fatica cronica, la cistite interstiziale, e l'artrite. Nelle donne,
abusi fisici e trascuratezza fisica sono associati con endometriosi (EM)
e fibromi uterini, l'abuso emozionale con EM, e l'abbandono emotivo con
fibromi uterini.
"Dal nostro studio è emerso che, mentre il maltrattamento infantile è
associato con la depressione, il dolore dell'adulto che ha vissuto
traumi infantili non è pienamente mediato dalla depressione", ha
spiegato il dottor Tietjen. I risultati di questo studio indicano che l'
associazione fra maltrattamento e dolore sono indipendenti dalla
depressione e dall'ansia, le quali sono comunque altamente prevalenti in
questa popolazione.
I ricercatori suggeriscono che, per le persone che soffrono di
emicrania, sia da prendere in seria considerazione l'eventuale
maltrattamento infantile, visto che potrebbe essere un importante
fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi del dolore in comorbidità.
Per il trattamento, i ricercatori suggeriscono la terapia
cognitivo-comportamentale.
Fonte: Tietjen et al. Childhood Maltreatment and Migraine (Part II).
Emotional Abuse as a Risk Factor for Headache Chronification. Headache
The Journal of Head and Face Pain, via
Science Daily
Genn 10
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