■
LA NOIA? MOLTO UTILE
Quando si è annoiati, non si riesce più a concentrare la propria
attenzione sul mondo esterno. Alcuni studi hanno scoperto che queste
modificazioni nell'attenzione ostacolano le aree del cervello che sono
associate all'autocontrollo e all'elaborazione della visione e del
linguaggio (1). Di conseguenza, si la sensazione che il cervello sia meno
funzionante, meno attivo. In realtà, anche durante i momenti avvertiti
come più noiosi, il cervello rimane sempre attivo. Secondo il docente di
radiologia Dr. Mark Mintum, la quantità di energia consumata dal cervello
durante i momenti di noia si riduce solo del 5%. (2)
Nonostante questo leggero calo di energia consumata, alcune regioni del
cervello diventano persino più attive durante i periodi di noia. In
particolare, vengono scambiati dei segnali tra la corteccia prefrontale
mediale, che si trova nella parte anteriore del cervello e il
cingolo posteriore e precuneo, che
si trovano nella parte posteriore del cervello (3). Queste regioni del
cervello sono conosciute come la rete di default (3). Quando
quest'area viene stimolata, il cervello riesce ad allontanarsi
dall'ambiente esterno e a concentrarsi su di sé (3).
Nella cultura frenetica di oggi, questo tipo di introspezione potrebbe
apparire uno spreco di tempo prezioso. Tuttavia gli scienziati ritengono
che i processi cerebrali più importanti si verificano proprio in questi
momenti di noia. Per esempio, gli studi sulla rete di default rivelano che
le parti opposte del cervello utilizzano questi momenti per collegare i
pensieri più vari e dare loro un ordine (2,3)Molte volte queste
riflessioni portano la sensazione di una maggiore chiarezza mentale. Forse
questo concetto può essere meglio esemplificato attraverso l'esempio di
Albert Einstein, il quale sviluppò la teoria della relatività, mentre era
in uno stato d'animo particolarmente annoiato e stava sognando ad occhi
aperti (2). Gli studi suggeriscono inoltre che la noia stimola la
creatività, perché costringe a cercare soluzioni originali a compiti
noiosi (4). Varie scoperte di cui godiamo oggi, sono state elaborate da
persone che, attraverso queste invenzioni, tentavano di superare lo stato
di frustrazione dovuto alla noia (4).
Un'altra ragione per cui la noia può essere considerata utile, è perché è
indispensabile per dormire. Quando la rete di default si attiva, il senso
del tempo si altera (5). Ogni secondo appare lunghissimo. Al fine di
alleviare l'irritazione, il corpo tende a utilizzare il sonno (5). Se il
cervello fosse costantemente impegnato nell'osservare ciò che gli accade
intorno, sarebbe molto difficile addormentarsi e riposare a sufficienza
per poter avere una vita attiva durante il giorno (4).
Se i momenti i momenti di noia vengono dunque utilizzati per contemplare
dei pensieri già esistenti, o per stimolare nuove idee, o come precursori
ideali di un buon sonno, essi hanno un grande potenziale. Quasi per tutti,
la noia è un'esperienza molto spiacevole. Questo è dovuto anche al fatto
che la nostra società incoraggia la vita attiva e insiste sul fatto che
bisogna sempre essere in movimento, per riuscire a far fronte alle sfide
della vita. Molti dunque fanno tutto il possibile per evitare la noia e
sono sempre in attività, ma in questo modo danneggiano sé stessi. Invece,
il modo migliore per affrontare la noia sarebbe quello di...Accoglierla in
un abbraccio.
Fonti:
-
Boredom Disconnects Parts of Your Brain
-
How to be Bored and Constructive - Simultaneously
-
Boredom
-
Boredom Can Be Good For You
-
You're Bored, but Your Brain Is Tuned In
via The science and value of boredom,
Examiner
Nov. 2011
■
ANCHE
NEL VIRTUALE, IL LINGUAGGIO DEL CORPO E' IMPORTANTE
La moderna tecnologia ci permette di comunicare in molti modi, ma
la comunicazione virtuale spesso impedisce di osservare il linguaggio del
corpo del nostro interlocutore, come ci è invece possibile nelle
interazioni faccia a faccia.
Una nuova ricerca, pubblicata nel mese di ottobre nella rivista
scientifica online PLoS ONE, ha scoperto che, anche in un ambiente
virtuale, la mancanza di informazioni gestuali da parte di entrambi gli
interlocutori rappresenta un ostacolo alla comunicazione efficace sia in
chi parla, sia in chi ascolta.
I partecipanti dovevano fare un gioco in un ambiente virtuale, in cui
ciascuno doveva comunicare all'altro il significato di una parola,
attraverso un avatar. In alcuni casi gli avatar potevano essere
manipolati, mentre in altri rimanevano immobili per tutto il gioco, o
facevano dei gesti pre-registrati.
I ricercatori hanno scoperto che la migliore performance è stata ottenuta
quando entrambi gli avatar sono stati in grado di muoversi secondo i
movimenti del loro proprietario. In particolare, hanno scoperto che, oltre
al linguaggio del corpo di chi parla, è importante anche il linguaggio del
corpo di chi ascolta, perché anche questo ha un ruolo nel successo della
comunicazione. Tutto ciò conferma la necessità, anche in un ambiente
virtuale, di ricevere dei feedback non verbali da parte
dell'interlocutore, per una comunicazione efficace.
I ricercatori fanno notare che esistono limiti alla comunicazione non
verbale negli ambienti della realtà virtuale. In primo luogo, hanno
scoperto che i partecipanti si muovono molto meno in un ambiente virtuale,
di quanto non facciano nel "mondo reale" e che la prospettiva della
telecamera, nell'ambiente virtuale, influenza molto i risultati.
L'autore principale dello studio, il Dr. Trevor Dodds, ha affermato:
"questa ricerca dimostra che la tecnologia della realtà virtuale può
aiutarci a ottenere una maggiore comprensione del ruolo del linguaggio del
corpo nella comunicazione. Nella ricerca si dimostra che i gesti del corpo
comunicano ulteriori informazioni nel cercare di spiegare il significato
delle parole. Inoltre, con la tecnologia della realtà virtuale abbiamo
scoperto che i gesti del corpo sia di chi parla che di chi ascolta
contribuiscono alla comunicazione efficace del significato di una parola.
Questi risultati sono importanti anche per lo sviluppo in ambienti
virtuali di applicazioni concernenti la formazione medica, l'urbanistica,
l'intrattenimento e le letelecomunicazioni".
Fonte:
Lack Of Gestural Information Limits Successful Communication In Virtual
Environments,
Medical News Today
Ott. 2011
■
FOBIA SOCIALE E TIMIDEZZA
Un nuovo studio nazionale sugli adolescenti degli Stati Uniti
sostiene di sfatare l'idea che la normale timidezza sia la stessa cosa
della fobia sociale, o del disturbo d'ansia sociale (disturbi in cui la
persona viene letteralmente sopraffatta dall'ansia e dalla paura di
affrontare le situazioni sociali).
La fobia sociale può verificarsi indipendentemente dalla timidezza, dicono
i ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH), che hanno
riportato i loro risultati on line, in attesa che lo studio venga
pubblicato su Pediatrics.
Primo autore, è il dottor Marcy Burstein, e colleghi della NIMH. Burstein
ci teneva a fare questo studio, dal momento che vi sono state numerose
critiche in passato sulla recente diagnosi di fobia sociale, le quali
sostenevano che questa diagnosi sia in realtà solo un'etichetta, una
variante "medicalizzata" di un normale disagio umano, utilizzata da
psichiatri e case farmaceutiche per aumentare le vendite di farmaci,
soprattutto fra i più giovani.
Per il loro studio, i ricercatori hanno esaminato i dati da un campione
rappresentativo a livello nazionale, dove sono stati intervistati più di
10.000 giovani dai 13 ai 18 anni. Lo studio è stato sponsorizzato dal NIMH,
National Institute of Mental Health, National Comorbidity
Survey-Adolescent Supplement (NCS-A).
I ricercatori hanno valutato il tasso di timidezza "normale" e la misura
in cui essa si sovrapponeva con la fobia sociale.
La fobia sociale è stata valutata utilizzando i criteri diagnostici
definiti nel DSM-IV, Manuale diagnostico e statistico dell'American
Psychiatric Association mentre la timidezza è stata valutata dalle
risposte date dai partecipanti ad una domanda relativa alle sensazioni
provate nello stare insieme a coetanei sconosciuti.
Analizzando i dati si è scoperto che:
- Circa la metà dei partecipanti si sono identificati come timidi.
- Solo il 12% di questi aveva i sintomi della fobia sociale.
- Rispetto ai partecipanti caratterizzati come "timidi", coloro che
manifestavano sintomi di fobia sociale hanno mostrato di avere altri
problemi, come una maggiore sintomatologia nel luogo di lavoro, a scuola,
in famiglia e fra i coetanei. Secondo lo studio, essi avevano anche
maggiori probabilità di avere numerosi altri disturbi psicologici, come
disturbi d' ansia, instabilità dell'umore e del comportamento, uso di
sostanze.
Stando sempre alla ricerca, questi ragazzi non avevano maggiore
probabilità di assumere farmaci specifici per la cura della fobia sociale,
rispetto ad altri compagni della stessa età.
La quantità di farmaci prescritti dai medici e dagli psichiatri
sembrerebbe essere molto ridotta, sia per i timidi che per i soggetti
sofferenti di fobia sociale.
Solo il 2,3% di coloro che avevano i sintomi della fobia sociale stavano
assumendo l'antidepressivo Paroxetina (comunemente usato per trattare i
disturbi d'ansia), contro lo 0,9% di coloro che si descrivevano come
timidi.
Tra gli adolescenti che non si identificano come timidi, circa il 5%
mostra di avere i sintomi della fobia sociale, suggerendo che fobia
sociale e timidezza non sono aspetti necessariamente correlati e che, in
alcuni casi, possono essere addirittura indipendenti gli uni dagli altri.
I ricercatori hanno così concluso che i risultati mostrano che la fobia
sociale è una cosa diversa dalla timidezza medicalizzata: è piuttosto una
condizione che colpisce una minoranza di giovani e solo una piccola
percentuale di coloro che si identificano come timidi.
Inoltre, nonostante il danno che provoca nella loro vita e la maggiore
possibilità di soffrire di altri problemi psicologici, i giovani con fobia
sociale non sembrano avere maggiori probabilità di essere sottoposti a
trattamento farmacologico rispetto ad altri soggetti della loro età.
I ricercatori hanno detto che questi risultati mettono in dubbio l'idea
che i giovani con fobia sociale stiano ricevendo cure mediche non
necessarie:
"Queste scoperte fanno riflettere sull'ipotesi della 'medicalizzazione'
della fobia sociale", scrivono.
Fonte:
Social Phobia Not Same As Shyness Says Study Of US Teenagers,
Medical News<
ott. 2011
■
NELLA TESTA
DELLE PERSONE CHE PENSANO POSITIVO
Le persone con una visione ottimistica della vita cercano sempre di
guardare il lato positivo delle cose. E forse, così facendo, influenzano
gli eventi della loro vita in modo positivo.
Gli scienziati del Wellcome Trust Centre for Neuroimaging, presso lo
University College di Londra hanno pubblicato uno studio questa settimana
in cui mostrano che le persone ottimiste sono effettivamente diverse dalle
altre, non solo a livello caratteriale, ma neurologico.
Lo studio dimostra infatti che le persone ottimiste tendono ad imparare
solo dalle informazioni che rafforzano la loro visione positiva delle
cose. Questo aspetto tuttavia sembra dovuto essenzialmente al
funzionamento "difettoso" dei lobi frontali del cervello.
"Vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto può essere una
cosa positiva - si può abbassare lo stress e l'ansia, e questo è un bene
per la nostra salute e il nostro benessere", ha detto il Dott. Tali Sharot.
"Ma può anche significare che ci sono meno probabilità di prendere
precauzioni, come praticare sesso sicuro, o risparmiare per la propria
pensione. Allora perché non si impara dalle informazioni che invitano alla
prudenza?"
Per scoprirlo, i ricercatori hanno esaminato le funzioni cerebrali, con la
risonanza magnetica funzionale (fMRI), di 19 volontari, potendo così
osservare le variazioni nella attività cerebrale in tempo reale.
Ai soggetti sono stati presentati una serie di eventi di vita negativi,
come contrarre malattie, o subire il furto dell'auto. A questo punto è
stato chiesto di stimare la probabilità che un evento del genere possa
accadere a loro stessi. In seguito ai partecipanti è stato comunicato il
dato statistico relativo alla possibilità che queste cose possano
accadere, normalmente, ad una persona.
Ai soggetti è stato dunque chiesto di ri-valutare le proprie possibilità
di subire situazioni così spiacevoli. Essi hanno infatti modificato la
loro valutazione, ma solo nei casi in cui le probabilità reali che gli
erano state comunicate erano migliori di quanto avevano inizialmente
ritenuto.
Se le probabilità statistiche peggioravano il quadro, i soggetti tendevano
ad ignorare queste informazioni. Le buone notizie si sono mostrate nella
scansione cerebrale con una maggiore attività nella corteccia frontale, ma
le cattive notizie non hanno suscitato una tale attività nel cervello
delle persone ottimiste.
"Il nostro studio suggerisce che siamo noi stessi a scegliere le
informazioni che ascoltiamo", ha detto il Dott. Sharot. I più ottimisti
hanno meno probabilità di essere influenzati dalle informazioni negative
sul futuro. Questo può avere benefici per la nostra salute mentale, ma
comporta anche aspetti negativi evidenti. Molti esperti ritengono, ad
esempio, che la crisi finanziaria nel 2008, di cui tutti oggi paghiamo le
conseguenze, sia stata dovuta ad un eccesso di ottimismo, anche di fronte
a prove evidenti del contrario.
Fonte:
Optimistic people wired differently,
Earthtimes
Ott. 2011
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CON CHI MANGIARE IN
MENSA PER DIMAGRIRE
Alcuni ricercatori dell'Indiana University of Pennsylvania e
dell'Università di Akron hanno scoperto che il numero medio di calorie che
consumano gli studenti universitari varia a seconda delle persone con cui
essi mangiano: maschi, femmine o gruppi misti.
"Quello che abbiamo scoperto è che, in media, quando i ragazzi mangiano
insieme a delle ragazze, tendono a scegliere cibi più ricchi di calorie
rispetto ai loro omologhi che mangiano con altri ragazzi. Le ragazze
invece tendono ad acquisire un minor numero di calorie quando sono con
persone di sesso maschile, rispetto a quando sono con altre ragazze", ha
dichiarato Marci Cottingham, che ha co-condotto lo studio.
L'autrice principale dello studio, Molly O'Donnell-Allen, si è seduta in
un ristorante del campus dell'Indiana University durante i pasti, per 10
giorni. Ha osservato così ciò che gli studenti sceglievano per i loro
pasti (e con chi erano seduti al tavolo).
Risultati: la scelta del cibo è fortemente influenzata dalle persone
che ci circondano durante i pasti. Per le ragazze infatti, mangiare di
meno è un modo per sembrare più femminili, mentre per i maschi (in età
universitaria), mangiare di più è d'obbligo quando ci sono delle ragazze
al tavolo, per apparire più maschili.
La teoria è che si è maggiormente consapevoli del proprio genere sessuale
quando si è con altre persone e così ci si comporta di conseguenza. Le
ragazze nel gruppo misto si sono sentite fortemente giudicate per quello
che mangiavano, mentre quando erano solo con altre ragazze si sentivano
più rilassate e si concentravano sul piacere sociale del mangiare in
compagnia, piuttosto che sulla qualità del cibo che ingerivano.
Alex McIntosh, professore di sociologia presso la Texas A & M University
di College Station, che ha effettuato ricerche approfondite sul
comportamento alimentare ha detto che è ormai appurato che il cibo
contribuisce moltissimo alla formazione del giudizio sulle persone, in una
varietà di situazioni. Ad esempio, al primo appuntamento, le ragazze
mangiano in genere molto poco, per non fare una cattiva impressione.
Per dare utilità sociale a questa ricerca, i ricercatori consigliano di
usare queste scoperte nelle mense scolastiche, per combattere l'obesità.
E' importante però fare prevenzione cercando di dare anzitutto le corrette
informazioni sul cibo: non si mangia infatti solo e sempre in compagnia e
dunque è importante influire sulle scelte alimentari di chi è a casa, da
solo, davanti ad un frigorifero.
Fonte:
Gender of Eating Companions Influences How Much People Eat, Says Study,
abcnews
Ott. 2011
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A CHI
PIACE IL CORTEGGIAMENTO MASCHILE VECCHIO STAMPO
Alcuni ricercatori dell'Università del Kansas hanno condotto due
studi : il primo ha coinvolto un campione di 363 studenti universitari di
una grande università del Midwest; il secondo è stato condotto online su
850 volontari adulti.
Si voleva capire che effetto avesse sulle donne un corteggiamento
apertamente sessista, cioè tradizionale, dove l'uomo fa la prima mossa ed
ha un atteggiamento dominante. Si è visto così che l'uomo che agisce in
modo aggressivo verso la donna, che vuole arrivare velocemente allo scopo,
anche trattandola male o allontanandola dalle amiche, può piacere.
Questi atteggiamenti machisti, che non prevedono la parte buona
dell'atteggiamento tradizionale maschile, come ad esempio la cavalleria,
piacciono molto a due generi di donne: a quelle tradizionaliste,
ovviamente, che questo si aspettano dall'uomo e a quelle che cercano sesso
occasionale.
Il desiderio maschile di "mettere la donna al suo posto", in un ruolo di
sottomissione o di passività all'interno della relazione può essere
insomma molto eccitante (purché dopo il signore in questione non si faccia
più vedere...).
Fonte:
Who Desires Sexist Men? Women Looking for Casual Sex,
Live Science
Sett. 2011
■
L'AUTOMEDICAZIONE E L'USO
DI SOSTANZE
Le persone che
bevono o fanno uso di droghe per sentirsi meno in ansia, hanno maggiori
probabilità di sviluppare delle dipendenze da sostanze.
Alcuni ricercatori dell'Università di Manitoba, Canada, che hanno
pubblicato il loro lavoro negli Archives of General Psychiatry e
che hanno studiato quasi 35.000 persone, sono fra i primi a cercare di
rispondere ad una domanda di vecchia data: ci si cura da soli i
problemi di ansia perché si è dediti all'uso di sostanze, o si diventa
dipendenti a causa dei tentativi di curarsi da soli, con queste sostanze?
"L'automedicazione nei disturbi d'ansia
conferisce un sostanziale rischio di diventare tossicodipendenti", ha
scritto la ricercatrice Jennifer Robinson, che lavora presso l'Università
di Manitoba, a Winnipeg.
Il gruppo ha utilizzato un sondaggio nazionale statunitense sui problemi
relativi ad alcolismo e malattia mentale, che ha seguito i soggetti per
tre anni, intervistando i partecipanti.
Essi hanno così scoperto che coloro che avevano dei disturbi d'ansia
all'inizio dello studio e che si auto-medicavano con l'alcol, nel 13 per
cento dei casi sono poi diventati alcolisti - rispetto a solo circa il
cinque per cento degli intervistati che non provavano a curarsi da soli.
Dopo aver preso in considerazione reddito, età e altri fattori, si è visto
che le persone che cercavano di curarsi da sole avevano da 2,5 a 5 volte
in più la probabilità di diventare dipendenti da alcol o da droghe,
rispetto alle persone che seguivano una prescrizione medica.
Robinson e colleghi hanno affermato che il loro studio rafforza l'ipotesi
che l'automedicazione porta all'abuso di sostanze e che l'automedicazione
con alcol aumenta di tre volte la probabilità di sviluppare la fobia
sociale. Un'altra possibilità è che l'inaccettabilità sociale del consumo
di sostanze possa generare il desiderio di evitare il contatto sociale in
coloro che fanno uso di droghe.
Fonte:
Drug users with anxiety disorders at greater risk of becoming addicts:
study,
Vancouver Sun
Sett 2011
■
BAMBINI STRANIERI A SCUOLA
A scuola, alcuni studenti possono essere emarginati, per una
varietà di ragioni, fra cui un certo pregiudizio nei confronti delle
minoranze etniche, il che porta questi allievi a sentirsi poco
considerati.
Una nuova ricerca ha scoperto che anche i bambini di scuola elementare
sono consapevoli di una tale forma di stigmatizzazione e questo li porta a
sviluppare un vissuto di ansia nei confronti della scuola. I bambini che
si sentono emarginati, hanno maggiori probabilità di nutrire un minore
interesse nei confronti della scuola, anche se in questo studio delle
University of California, Los Angeles e New York University, pubblicato
sulla rivista Child Development, molti bambini appartenenti alle
minoranze etniche hanno mostrato di avere un grande interesse per la
scuola, nonostante l'emarginazione. Per alcuni studenti infatti, sentire
un senso di vicinanza con le persone che frequentano l'ambiente scolastico
li aiuta a mantenere livelli elevati di interesse per lo studio,
nonostante gli effetti potenzialmente negativi della emarginazione
sociale.
I ricercatori hanno studiato più di 450 alunni di seconda e quarta classe
a New York City: le minoranze etniche comprendevano bambini
afro-americani, cinesi, domenicani e russi; le maggioranze etniche
bambini Europei-Americani. Ai bambini venivano poste domande circa la loro
consapevolezza sull'emarginazione a scuola di alcuni bambini a causa della
loro appartenenza etnica, e sull'ansia e l'interesse per la scuola, oltre
ai sentimenti di appartenenza alla scuola.
La consapevolezza che i bambini hanno dell'emarginazione delle minoranze
era del tutto simile a quella che si trova tra gli adulti, dove più
preparati sull'argomento sono risultati senz'altro i bambini appartenenti
alle minoranze etniche. Si sono riscontrate poche differenze riguardo
all'età, il che significa che anche gli studenti delle medie sono
sensibili agli atteggiamenti etnici presenti nella società.
I bambini che appartengono alle minoranze etniche hanno anche riferito una
maggiore ansia scolastica, che i ricercatori hanno attribuito alla loro
maggiore consapevolezza dello stigma sociale.
Lo studio però ha anche riscontrato che alcuni studenti appartenenti a
minoranze etniche hanno riferito di avere un interesse significativamente
più alto per la scuola rispetto ai loro coetanei non appartenenti a
minoranze, nonostante ricerche precedenti abbiano mostrato che la
consapevolezza dell'emarginazione sociale delle minoranze etniche sia
associata ad un più basso interesse per la scuola. Per i bambini
Dominicani in particolare, questo risultato apparentemente paradossale è
stato spiegato, in parte, con i loro sentimenti di appartenenza: se questi
giovani stabiliscono stretti legami con le persone che frequentano la
scuola, essi mostrano di avere un alto interesse per l'ambiente
scolastico, nonostante i problemi di emarginazione sociale.
I ricercatori suggeriscono dunque di programmare interventi volti a
diminuire fra gli studenti la percezione di emarginazione sociale di
gruppo (come modelli di comportamento della comunità) e a mantenere
l'ansia scolastica sotto controllo. Gli interventi nelle scuole dovrebbero
promuovere inoltre relazioni più strette fra le persone che frequentano
l'ambiente scolastico, in modo da far rimanere alto l'interesse dei
bambini appartenenti alle minoranze.
Fonte:
Awareness of ethnicity-based stigma found to start early,
Eurekalert
Agosto 2011
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USARE L'ARGILLA PER AIUTARE I SOGGETTI DIFFICILI A SOCIALIZZARE
Alcuni ricercatori dell'Università di Nottingham stanno studiando
se il modellare in gruppo l'argilla possa avere degli effetti terapeutici
negli adolescenti che soffrono di ansia o depressione.
Il Dr Gary Winship, della University's School of Education, che fa parte
del progetto, ha detto: "Viste le caratteristiche di resistenza al freddo
e la malleabilità dell'argilla, lavorare questo materiale potrebbe essere
una terapia alternativa per trattare i giovani che soffrono di alcune
vulnerabilità psicologiche".
I potenziali terapeutici dell'argilla potrebbero essere dati dalla
possibilità di sfogo catartico delle emozioni: sbattere, schiacciare,
piegare, rompere...
Per questo progetto sono state stanziate 25.000 sterline e verranno
coinvolti ragazzi con problemi psicosociali, che hanno avuto sfoghi di
rabbia, ansia depressione e che spesso sono stati per questi motivi
esclusi dalla scuola.
I ricercatori ritengono che il programma di scultura in gruppo potrebbe
offrire il vantaggio di migliorare la capacità dei ragazzi di parlare con
altri giovani della loro età, riducendo il senso di isolamento che molti
di loro avvertono.
Potrebbe essere usato anche per soggetti che soffrono di disturbi dello
spettro autistico o del famigerato ADHD (deficit di attenzione e
iperattività).
Fonte:
Nottingham University,
AlphaGalileo Foundation, via
Medical news today
Ago 2011
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CLASSI SEPARATE FRA MASCHI E FEMMINE? NON PER MOTIVI SCIENTIFICI!
Non ci sono basi scientifiche per fare classi separate fra maschi e
femmine nelle scuole, secondo Lise Eliot della Chicago Medical School. Il
suo studio mette infatti in evidenza i difetti fondamentali nelle
argomentazioni addotte dai sostenitori della formazione separata per
maschi e femmine.La Eliot mostra nel suo studio che le neuroscienze hanno
identificato differenze veramente minime tra i cervelli dei maschi e i
cervelli delle femmine in tema di apprendimento e formazione. (Il suo
lavoro è stato pubblicato online nella rivista Sex Roles di
Springer).
Il primo problema che evidenzia la Eliot è che i sostenitori di questo
tipo di formazione separata prendono spunto da ricerche effettuate su
soggetti adulti e non su bambini o ragazzi, il cui cervello funziona in
modo diverso da quello degli adulti. In realtà, i ragazzi sono da
considerare come dei "lavori in corso", ed inoltre va tenuto presente che
molto di ciò che influenza l'elaborazione neurale degli adulti è dovuto
alle esperienze sociali ed educative che hanno fatto nel corso della loro
vita. Pertanto, l'ipotesi che vi siano differenze di genere di tipo
biologico a livello generale, come se si trattasse di un marcatore fisso
ed immutabile, non è corretta.La Eliot cita poi le sette principali
ragioni che vengono usate per giustificare la necessità della separazione
dei maschi dalle femmine nelle classi (è un argomento all'ordine del
giorno in USA): differenze di genere nel corpo calloso e nella
lateralizzazione del linguaggio; differenze nel tasso di maturazione del
cervello, differenze nella capacità di ascolto, nell'osservazione e nel
sistema nervoso autonomo, differenze negli ormoni sessuali che determinano
differenti stili di apprendimento ed infine il fatto che ragazzi e ragazze
siano interessati ad argomenti diversi.Per ciascuna di queste
rivendicazioni, la Eliot mostra come la scienza sia stata travisata e le
sue conclusioni siano state esagerate per costruire una giustificazione
alla separazione delle classi, il che porta erroneamente i genitori a
credere che decisioni di questo tipo siano fatte in base all'evidenza
scientifica.
Anche se non vi è dubbio che i ragazzi e le ragazze abbiano interessi
diversi, che determina poi il modo diverso in cui essi si interessano alle
varie materie di studio, i neuroscienziati hanno avuto grandi difficoltà
ad individuare delle differenze davvero significative tra maschi e
femmine, a livello di elaborazione neurale - ad esempio per quanto
riguarda l'imparare a leggere, che è stato il settore più studiato fino ad
oggi. E anche se le ricerche dimostrano che uomini e donne - non ragazzi e
ragazze - tendono verso diversi stili di apprendimento, non ci sono prove
che l'insegnamento specificamente orientato sul genere sia effettivamente
di migliore qualità.
La Eliot conclude: "Al di là della questione delle false dichiarazioni
scientifiche, la logica stessa di segregare i bambini in base ai loro
tratti anatomici o fisiologici è in contrasto con le finalità e i principi
dell'educazione. Invece di separare i bambini, le scuole dovrebbero fare
il contrario: instillare nei bambini la capacità di adattamento e la
sensazione di auto-efficacia nell'apprendimento, indipendentemente dal
sesso, dalla razza, o da altre caratteristiche demografiche ".
Fonte:
Eliot L (2011). Single-sex education and the brain. Sex Roles. DOI
10.1007/s11199-011-0037-y, via Parents misled by advocates of single-sex
education,
Eurekalert
Ago 2011
■
AVERE AMICI
INSICURI E ANSIOSI PUO' ESSERE SALVIFICO
Avere amici insicuri e ansiosi può essere una buona strategia per
proteggere sé stessi: lo afferma un recente studio, i cui risultati
mostrano che le persone che sono preoccupate per le loro relazioni
sociali, o che tendono ad evitarle, sono le migliori per rilevare un
pericolo imminente e sanno agire rapidamente.
I ricercatori dell'Interdisciplinary Center Herzliya, in Israele, hanno
lavorato con 138 studenti universitari, scoprendo che coloro che evitavano
relazioni sociali troppo strette o erano più ansiosi, avevano risposte più
veloci quando venivano a contatto con una situazione potenzialmente
pericolosa.
"L'ansia, che è sgradevole per chi la prova e per le altre persone che
sono vicine al soggetto ansioso, potrebbe invece essere altamente
benefica, in quanto consente la diagnosi precoce delle minacce", ha detto
il ricercatore Tsachi Ein-Dor, uno psicologo sociale che lavora presso il
centro. Per la stessa ragione, anche l'evitamento sociale, tipico degli
introversi, sarebbe molto utile, in quanto consente una risposta rapida
alle minacce.
Lo studio è basato sulla teoria dell'attaccamento, la quale prevede tre
tipi di approccio interpersonale: con ansia, evitante o sicuro di sé.
Tra il 50 e il 60 per cento della popolazione ha uno stile "sicuro",
mentre la parte restante è più o meno divisa tra "evitante" e "ansiosa".
"Chi è ansioso è generalmente meno sicuro di altri e dunque è più reattivo
e disponibile nei momenti di difficoltà", ha detto Chris R. Fraley,
professore associato di psicologia presso la University of Illinois, che
fa ricerca sull'attaccamento, ma che non era coinvolto in questo studio.
"Chi è evitante, per quanto riguarda l'attaccamento, è probabile che sia
più capace di altri nel valutare la sua autosufficienza e quella altrui.
Questi soggetti infatti sono a disagio nel dipendere dagli altri, così
come quando altri dipendono da loro", ha detto Fraley.
La teoria dell'attaccamento è emersa da studi in cui ricercatori
osservavano dei bambini mentre giocavano in una stanza con le loro madri.
Poi le madri uscivano dalla stanza ed entrava un'altra persona. Gli stili
di attaccamento sono stati determinati in base a come hanno risposto i
bambini quando sono tornate le loro madri.
Nel nuovo studio, i partecipanti hanno compilato un test progettato per
valutare il loro stile di attaccamento. Poi sono stati invitati, in
squadre di tre, a giocare su Internet, e sono stati lasciati ad aspettare
in una stanza, prima di iniziare il gioco.
Quando lo sperimentatore lasciava la stanza, il "computer" nella stanza
cominciava ad emettere fumo. Il computer era in realtà una macchina da
fumo mascherata, e i ricercatori hanno osservato così la risposta dei
soggetti studiati.
Squadre con livelli più elevati di introversione hanno risposto
velocemente - circa 1 secondo e mezzo in meno per ogni punto in più
raggiunto nel comportamento evitante.
I ricercatori hanno affermato che lo studio aiuta a spiegare perché
l'ansia e l'elusione sociale persistono nella popolazione umana.
"La cosa fondamentale è la diversità" ha dichiarato Ein-Dor. "E'
necessario avere vicine delle persone con abilità diverse".
"La ricerca riporta una prova creativa e coinvolgente dell'ipotesi
iniziale secondo la quale, nonostante la loro insicurezza, le persone
molto ansiose ed evitanti hanno un potenziale per contribuire alle
dinamiche di gruppo in modo benefico con particolare riguardo alla loro
capacità di rilevare le minacce (e reagire ad esse) che potrebbero mettere
a rischio tutto il gruppo", ha detto Fraley.
Ein-Dor ha ammesso che molti preferirebbero probabilmente avere amici più
sicuri di sé.
"Potrebbe essere un po' superficiale da dire, ma la gente tende a sentirsi
più soddisfatta se ha amici più sicuri di sé rispetto a persone più
ansiose ed evitanti, ma il benessere e la felicità non sono tutto. Avere
amici diversi, in termini di livelli di sicurezza nell'attaccamento,
potrebbe salvarvi la vita nei momenti di bisogno ".
I risultati dello studio necessitano ora di conferme, anche perché ci
potrebbero essere alcune differenze significative sul piano culturale. Per
esempio, poiché la ricerca è stata effettuata in Israele, e molti degli
studenti avevano fatto il servizio militare, essi potrebbero avere reagito
in modo diverso rispetto ad altri.
Lo studio è stato pubblicato nel numero di settembre della rivista
Social Psychological and Personality Science.
Fonte:
Effective Reaction to Danger: Attachment
Insecurities Predict Behavioral Reactions to an Experimentally Induced
Threat Above and Beyond General Personality Traits
Tsachi Ein-Dor, Mario Mikulincer & Phillip Shaver
Social Psychological and Personality Science, September 2011,
Pages 467-473 via
Your Most Awkward Friends May Save Your Life,
Live Science
Ago 2011
■
ADOLESCENZA: ALCUNI COMPORTAMENTI PORTANO ALLA DISABILITA' PIUTTOSTO CHE
ALLA MORTE
Il 45% dei problemi di salute degli
adolescenti e dei giovani adulti in ogni parte del mondo sono
rappresentati dai seguenti disturbi: depressione unipolare, schizofrenia,
disturbo bipolare e abuso di alcol. Purtroppo, questi disturbi sono
vistosamente assenti dai programmi di prevenzione di molti Paesi, come
riportano alcuni ricercatori dall'Organizzazione mondiale della Sanità di
Ginevra, Svizzera, nella rivista medica The Lancet.
I principali fattori di rischio a livello mondiale che incidono sulla
salute dei giovani sono: sesso non sicuro, carenza di ferro, assenza di
contraccezione e uso di alcol.
La fascia di età compresa fra 10 e 24 anni è sempre più guidata da
atteggiamenti che causano disabilità, invece che morte. Vi sarebbe una
crescente necessità di concentrare le risorse sulla prevenzione e
promozione della salute, contro queste cause non letali di malattia, in
età adolescenziale.
Gli autori dello studio affermano inoltre che le loro scoperte dovrebbero
indurre chi comanda a decidere di investire pesantemente su programmi di
prevenzione a lungo termine, anche se non danno risultati immediati, come
potrebbero essere l'imposizione di tasse aggiuntive sui tabacchi, e la
promozione della vaccinazione obbligatoria delle ragazze dall' HPV (papillomavirus
umano).
Questa fascia della popolazione rappresenta il 27% della popolazione
mondiale e raggiunge oggi il numero di 1,8 miliardi di persone. Gli autori
avvertono che entro il 2032 la popolazione di questa fascia d'età salirà a
circa 2 miliardi di persone.
Le malattie contratte a causa di comportamenti a rischio durante il
periodo dell'adolescenza potrebbero manifestarsi molto tempo dopo. Ciò
nonostante il periodo dell'adolescenza viene considerato un periodo in cui
i giovani affrontano scarsi fattori di rischio. Secondo i ricercatori
non si sta dunque facendo abbastanza per proteggere i più giovani dalle
malattie che potranno contrarre in tempi successivi.
La maggior parte degli studi sulla salute dei giovani si sono generalmente
concentrate sulle cause di morte, piuttosto che sui fattori di rischio che
si manifestano durante l'adolescenza e che possono incidere sul rischio di
disabilità futura.
Fiona Gore e il suo team hanno raccolto dati dal Global Burden of
Disease del 2004 per definire le cause di disabilità (DALY
disability-adjusted life-years) per la fascia di età 10-24 anni. Hanno
inoltre voluto specificare quali sono i principali fattori di rischio a
livello mondiale e regionale. I DALY sono una "misura combinata di anni di
vita persi a causa di morti premature (YLLs) e anni persi a causa di
disabilità (YLDs), con un DALY che rappresenta la perdita di un intero
anno di piena salute."
Essi hanno stimato che il totale DALY per il gruppo 10-24 anni di età
ammonta a circa 236 milioni - cioè circa il 15,5% dei DALY considerati per
tutte le fasce di età. La percentuale DALY in Africa è 2,5 volte maggiore
delle nazioni industrializzate. Il carico di malattia per le ragazze è
globalmente maggiore del 12% rispetto a quello dei ragazzi nella fascia di
età 15-19 anni.
Fonte:
Huge Global Burden Of Neuropsychiatric Disorders among 10 To 24 Year-Olds,
Medical News Today
GIU 2011
■
L'IMPOSSIBILITA' DI PIANGERE INFLUISCE SULLA SALUTE MENTALE
I pazienti con sindrome di
Sjögren sperimentano una secchezza cronica nella zona degli occhi, della
bocca, e di altre parti del corpo. Per questo, anche volendo, non riescono
a piangere. Per esprimere alcune emozioni dunque, di dolore e di gioia,
devono fare affidamento più sulle parole e sulle espressioni del viso che
sulle lacrime.
I risultati di uno studio olandese su 300 pazienti ha dimostrato che il
22% dei pazienti con sindrome di Sjögren sono stati classificati come
clinicamente 'alessitimici' (cioè soggetti che hanno difficoltà
nell'identificare e nel descrivere le emozioni), rispetto al 12% del
gruppo di controllo, costituito da persone sane.
Ulteriori risultati dello studio hanno mostrato che alti livelli di
alessitimia sono moderatamente correlati con una peggiore salute mentale
in entrambi i gruppi (*(r) ≥ 0.32, p< 0.001).
È interessante anche notare che, nei pazienti con sindrome di Sjögren, la
forzata soppressione delle emozioni è correlata con un peggiore stato
della salute mentale (r =- 0.13, p = 0,03), effetto che è stato osservato
meno di frequente nel gruppo di controllo.
Fonte:
Inability to cry in patients with Sjogrens syndrome affect emotional and
mental well-being,
Eurekalert
■
COME SI STANCANO I MUSCOLI, SI STANCA ANCHE IL CERVELLO
Quando una persona si dedica con invidiabile energia e dedizione ad un
lavoro stressante, può succedere che all'improvviso "bruci", o venga
colpito dalla sindrome del burnout, che in inglese significa
proprio "sentirsi bruciati".
L' instancabile impegno nel lavoro si trasforma così in un inesorabile
esaurimento, con difficoltà di addormentamento, basso tono dell'umore
e senso di inefficacia. Questi sintomi possono sembrare simili alla
depressione, ma una nuova ricerca suggerisce che il burnout è qualcosa di
diverso, sia nel corpo che nella mente.
Anche se il burnout non è ancora riconosciuto come disturbo psichiatrico
(nel DSM IV), esso sembra delineare sintomi e comportamenti riconoscibili,
secondo il lavoro della psicologa Agneta Sandström della Umeå University,
in Svezia. La Sandström ha messo a confronto donne con sindrome di burnout
(formalmente riconosciuta come sindrome da esaurimento) con donne che
soffrivano di depressione maggiore, riscontrando differenze sottili, ma
significative, tra i due gruppi. Per esempio, entrambi i gruppi di
donne soffrivano di disturbi del sonno, ma le donne depresse hanno
riferito che il loro problema era lo svegliarsi troppo presto al mattino,
mentre le donne con burnout avevano difficoltà nell'addormentamento.
La Sandström ha anche chiesto ad un gruppo di donne in buona salute, ad un
gruppo di donne con sindrome di burnout e di depressione maggiore, di
completare un test di memoria a breve termine (es. ricordare dei numeri,
delle sillabe, ecc.). Risultato: sia le donne depresse che le burnout
hanno trovato difficile concentrarsi e ricordare semplici dettagli,
rispetto alle donne del gruppo di controllo. Nelle donne con la sindrome
da burnout, l'attività cerebrale, misurata con la risonanza magnetica
funzionale, era addirittura inferiore, nel corso di questi test di
memoria, rispetto all'attività cerebrale delle donne depresse.
Col tempo, dice la Sandström, dei piccoli stress quotidiani possono
accumularsi e creare un burnout cronico. Per affrontare
meglio le pressioni lavorative, apparentemente superabili con facilità, le
persone dovrebbero ridurre il rischio di sviluppare una sindrome da
burnout. "Va bene fare un lavoro stressante, ma occorre anche trovare
il tempo per riposarsi durante il giorno", dice la Sandström. Proprio
come si stancano i muscoli, così si stanca anche il cervello. "Abbiamo
ora bisogno di capire quanto stress la mente sia in grado di affrontare
nel corso di una normale giornata di lavoro" dice. La ricerca
continua.
Fonte:
Burnout Gains More Recognition among Psychologists,
Scientific American
Mag 2011
■
LA DEPRESSIONE FAVORISCE IL RAGIONAMENTO ANALITICO
Quando si pensa positivo, si riesce a vedere l'aspetto buono di
ogni cosa, di ogni situazione, anche la più brutta o la più malvagia.
Anche i più ottimisti tuttavia faticherebbero a trovare del buono in un
fenomeno come la depressione: eppure in una nuova ricerca, che sarà
pubblicata a breve sul Journal of Abnormal Psychology i ricercatori
forniscono la prova che la depressione ha un effetto collaterale
positivo.
Secondo lo studio condotto da Bettina von Helversen (Università di
Basilea, Svizzera), Andreas Wilke (Clarkson University), Tim Johnson
(Stanford University), Gabriele Schmid (Technische Universität München,
Germania), e Burghard Klapp (dell'ospedale Charité di Berlino, Germania ),
gli individui depressi hanno prestazioni migliori rispetto ai loro
coetanei non depressi nei compiti di decisione sequenziale (cioè:
quando affrontano compiti complessi, sono molto più analitici nel
ragionamento).
Il concetto si capisce meglio seguendo le fasi del loro esperimento: i
partecipanti - che erano "sani", "depressi", o "in fase di recupero dalla
depressione" - sono stati coinvolti in un gioco al computer in cui
dovevano scegliere il candidato ideale per un posto di lavoro,
considerandone diversi. La scelta del candidato "giusto" comportava un
premio in denaro.
I candidati venivano presentati dal gioco in ordine casuale e i giocatori
dovevano decidere quando arrestare la ricerca e selezionare il candidato.
Oltre a questo, si dovevano affrontare problemi relativi a decisioni da
prendere di tutti i giorni, come lo shopping per la casa e gli
appuntamenti con gli amici. Come riportato, i pazienti depressi riescono
molto meglio dei non depressi in questi compiti.
Infatti, mentre i partecipanti "sani" hanno studiato pochi candidati pochi
prima di sceglierne uno, i depressi hanno cercato con maggiore attenzione
ed hanno compiuto scelte che li hanno portati ad elevare il valore del
premio in denaro.
Questa scoperta fornisce la prima evidenza che la depressione clinica
può portare alcuni benefici. (Per decenni, gli psicologi hanno
dibattuto se la depressione avesse o meno effetti collaterali positivi).
Mentre i ricercatori hanno riconosciuto che la maggior parte dei sintomi
della depressione ostacolano le funzioni cognitive, studiosi come Paul
Andrews del Virginia Institute for Psychiatric and Behavioral Genetics
e Andy Thomson dell'Università della Virginia, hanno proposto che la
depressione possa favorire il ragionamento analitico e la costanza
- che è una qualità utile nei compiti complessi.
Ricerche precedenti forniscono alcune prove a sostegno di questa
possibilità, ma si concentrano su individui con bassi livelli di
depressione non clinica.
L'articolo di prossima pubblicazione mostra invece che la depressione,
anche grave, può produrre alcuni effetti collaterali positivi.
Fonte:
Positive effects of depression,
Eurekalert
Mag 11
■
IL PARTNER PIU'
FEDELE LO SI SCEGLIE DALLA VOCE?
Un nuovo studio pubblicato
recentemente sulla rivista Evolutionary Psychology ha messo in
risalto il legame fra tono della voce e infedeltà di coppia, rafforzando i
risultati ottenuti sullo stesso tema da una ricerca precedente, la quale
aveva dimostrato che gli uomini con tonalità di voce più basse hanno un
numero maggiore di partners sessuali - ed anche più figli.
Dei ricercatori canadesi hanno coinvolto 54 maschi e 61 studentesse
chiedendo loro di ascoltare due registrazioni di voci maschili e femminili
il cui tono era stato elevato o abbassato attraverso manipolazioni
digitali. Essi dovevano poi indicare quali voci appartenevano, a loro
giudizio, a persone che con maggiore probabilità potevano tradire il
proprio partner e quali fossero le voci secondo loro "più interessanti".
Ecco il risultato: gli uomini con le voci dal tono più basso sono stati
considerati dalle donne come più portati al tradimento - ma anche più
attraenti. Allo stesso modo, gli uomini hanno indicato le donne con il
tono di voce più acuto come le più interessanti ed anche come le più più
inclini all'infedeltà.
Questo fenomeno è anzitutto fisiologico: sappiamo infatti che gli uomini
con voce molto profonda e le donne con tono di voce elevato hanno una
maggiore concentrazione, rispettivamente di testosterone e di estrogeni.
"Se queste persone sono ritenute più interessanti, esse hanno maggiori
probabilità di vivere una relazione di coppia", ha affermato David
Feinberg, un assistente nel dipartimento di psicologia, consulente per lo
studio. "A causa dei loro ormoni, essi però hanno anche maggiori
probabilità di essere promiscui. E poiché sono anche più attraenti, è
probabile che siano dei traditori. "
Apr 11
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C'E' UN
LEGAME FRA ANSIA DEPRESSIONE E FRAGILITA' OSSEA
Un nuovo studio ha scoperto un legame tra depressione, sintomi
d'ansia e riduzione della densità minerale ossea. Lo studio, pubblicato
sul Journal of Affective Disorders, è stato effettuato da
ricercatori della Deakin University, Barwon Health, e presso l'Università
norvegese della Scienza e della Tecnologia.
I ricercatori hanno analizzato i dati raccolti su oltre 8.000 uomini e
donne residenti nella zona centrale della Norvegia, che avevano
partecipato ad uno studio internazionale denominato Nord-Trondelag Health
Study.
I partecipanti sono stati sottoposti a scansioni della densità minerale
ossea nell'avambraccio ed hanno completato un questionario relativo ai
sintomi ansioso-depressivi. I ricercatori hanno così potuto scoprire che
vi sono significative relazioni fra sintomi ansioso-depressivi e fragilità
ossea.
Si è tenuto conto anche di altri fattori medici e degli stili di vita,
come l'età avanzata, il sesso (le donne sono più a rischio rispetto agli
uomini), la predisposizione familiare, i bassi livelli di ormoni sessuali,
il peso corporeo e l'altezza, l'inadeguato apporto di calcio e vitamina D,
l'attività fisica, il fumo, il consumo di alcol, l'uso di farmaci,
l'assunzione di calcio e di caffeina, ma l'associazione fra salute mentale
e fragilità ossea è rimasta comunque significativa.
La Dr.ssa Williams sta attualmente studiando i meccanismi che potrebbero
causare questa relazione, cercando in particolare di capire se i farmaci
generalmente utilizzati per trattare le patologie legate all'ansia e alla
depressione contribuiscano o meno a questa riduzione della densità
minerale ossea. Lo studio è finanziato dal National Health Medical
Research Council.
"Questi risultati possono essere di rilevanza clinica, in considerazione
dei notevoli costi per le frequenti fratture e suggeriscono che potrebbe
essere consigliabile il monitoraggio della salute delle ossa in soggetti
che soffrono di ansia e depressione " ha concluso la Williams.
Fonte: Anxiety depletes bone density,
Science Alert
Apr 11
Fonte:
Can Your Mate's Voice Be a Clue to Potential Cheating?
Time
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LE BASI CEREBRALI DELL'ANSIA
SOCIALE
L'ansia sociale ha superato la depressione fra i disturbi
psicologici più frequentemente diagnosticati negli Stati Uniti. Molti dei
problemi che producono ansia sociale si ritengono dovuti alle esperienze
difficili vissute, come ad esempio l'essere stati derisi a scuola,
l'essere arrossiti davanti agli amici, il disagio vissuto al primo
appuntamento. Queste esperienze possono "insegnare" alla persona che
alcune situazioni sociali possono essere pericolose (per cui si comincia
ad evitarle).
Ma non si tratta solo di esperienze vissute pericolosamente: sappiamo
infatti che l'ansia sociale può avere origini genetiche e presentarsi
frequentemente in membri della stessa famiglia. Gli autori di un nuovo
studio credono di aver individuato, per la prima volta, un correlato
neurale di questa vulnerabilità verso le situazioni sociali.
Wen Zhou e colleghi hanno scansionato il
cervello di diciannove donne, mentre erano esposte all'odore di due tipi
di sudore di uomo, un profumo floreale, e uno steroide umano (e feromone
putativo) androstadienone. Uno dei due tipi di sudore maschile era
sessuale, l'altro era neutrale (prelevati dalle ascelle di uomini che
stavano guardavano un film erotico o un documentario didattico). Alle
donne non sono state comunicate le differenze fra i vari odori, né la loro
origine.
Il sudore umano, è stato già dimostrato, trasmette segnali sociali. Ad
esempio, è stato provato che le persone possono descrivere lo stato
emotivo di una persona semplicemente dall'odore del suo sudore. I
risultati chiave di questo nuovo studio sono che i due tipi di sudore,
rispetto agli altri odori, hanno portato ad una maggiore attivazione della
corteccia orbitofrontale (OFC) nel cervello delle donne che hanno
partecipato all'esperimento, ma che il livello di questa attivazione era
variabile, a seconda della predisposizione all'ansia che le donne avevano
dichiarato di avere. Tutti i soggetti studiati non soffrivano di disturbi
psicologici gravi, ma coloro che soffrivano maggiormente di ansia sociale
(ad esempio, si sentivano a disagio nei grandi gruppi), hanno mostrato una
minore attivazione cerebrale se esposte al sudore degli uomini.
E' importante sottolineare che la maggior parte delle donne studiate
(quasi il 90 per cento) non si sono rese conto che gli odori erano di
esseri umani, e che gli odori non hanno avuto effetto sul loro stato
d'animo o sul livello di ansia provata al momento della prova.
Coerentemente con questo, i diversi odori non hanno influenzato in modo
differente l'amigdala (struttura sottocorticale bilaterale associata alla
gestione della paura). Ciò che lo studio sembra mostrare è che i segnali
sociali (sudore) innescano una maggiore attività nella corteccia orbito
centrale rispetto agli odori non sociali (profumo floreale), ma che il
livello di questa attività cambia da persona a persona. I più ansiosi
mostravano un minore livello di attivazione di questa area cerebrale.
L'OFC è fortemente interconnessa con l'amigdala ed è coinvolta nel
processo decisionale e in quello riguardante premi e punizioni. Un altro
studio di brain imaging ha rilevato che parlare in pubblico è associato ad
una maggiore attivazione dell'amigdala, con attivazione ridotta nel OFC.
Quindi si potrebbe dire, concludendo, che le persone con predisposizione
all'ansia sociale hanno una corteccia OF che funziona in modo diverso da
coloro che non hanno tale disposizione. E' lì la chiave dell'ansia
sociale? Nuovi studi sull'argomento ce lo diranno con maggiore chiarezza.
Fonte:
Zhou, W., Hou, P., Zhou, Y., and Chen, D. (2010). Reduced recruitment of
orbitofrontal cortex to human social chemosensory cues in social anxiety.
NeuroImage DOI via
Sweaty work in the hunt for the brain basis of
social anxiety, BPS Mar 11
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DEPRESSIONE, ANSIA E SINTOMI FISICI
La percezione e il ricordo dei sintomi sono influenzati dal tono
dell'umore e dal tipo di emozioni provate.
Studi precedenti avevano dimostrato che delle generiche "emozioni
negative" (sentimenti di rabbia, tristezza, paura, irritazione, ecc)
potevano aumentare la percezione dei sintomi fisici che prova una persona
in un dato momento. Una recente ricerca pubblicata dal Journal of
Personality and Social Psychology ha dimostrato invece che le singole
emozioni causate dalla depressione o dell'ansia hanno influenze molto
diverse sulla nostra percezione dei sintomi fisici.
Nello studio, ad alcuni soggetti è stato chiesto di scrivere ciò che li
faceva sentire depressi o ansiosi, felici o neutrali. Poi è stato chiesto
loro di riferire i sintomi fisici che provavano, in associazione allo
stato mentale descritto. Coloro che erano nel "gruppo degli ansiosi" hanno
segnalato un numero di sintomi fisici significativamente maggiore rispetto
agli altri gruppi.
In seguito, un nuovo gruppo di soggetti ha completato lo stesso esercizio
di scrittura. Questa volta le persone coinvolte dovevano pensare ai
sintomi fisici provati sia nel presente sia nel passato.
Risultato: gli ansiosi sentivano circa cinque sintomi nel presente, mentre
il gruppo dei depressi e dei neutrali avvertiva solo uno o due sintomi.
Quando è stato chiesto loro di riflettere sui sintomi provati in passato,
i depressi hanno ricordato circa sette sintomi negativi, mentre gli altri
gruppi ne hanno ricordati solo tre.
"In alcuni casi dunque, può essere utile - concludono i ricercatori -
chiedere al paziente di tenere un diario dei sintomi fisici provati, per
garantire l'accuratezza del ricordo".
Fonte:
Perception of Our Physical State When Depressed or Anxious, Scientific
American,
Scientific American Mar
11
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