Studi sull’arrossire

studi sull'arrossire
Tutti, più o meno, hanno provato l’esperienza dell’arrossire, che consiste in un arrossamento improvviso e involontario del volto.

Darwin fu il primo scienziato ad interessarsi di questo argomento, cui dedicò un capitolo nel libro “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”. Lo scienziato riteneva che l’arrossire fosse “la più peculiare delle emozioni umane”, un’emozione che riguarda, osservava il naturalista inglese nel 1872, più i giovani che gli anziani, più le donne che gli uomini.

Perché si arrossisce? Il rossore svolge una funzione sociale? Darwin minimizzò le funzioni di comunicazione non verbale di questo comportamento umano, ma recentemente dei ricercatori olandesi, Crozier e de Jong, hanno pubblicato uno studio in cui sostengono che arrossire sia un segnale molto importante nell’interazione umana. Essi partono dall’osservazione che il rossore è spesso associato a imbarazzo e vergogna, emozioni intrapersonali che causano acuta sofferenza, ma che possono avere un importante significato per gli altri [Crozier WR, de Jong PJ, 2013].

Ad esempio, quando si incorre in un piccolo incidente sociale, con un comportamento inappropriato, come versare il caffè addosso a qualcuno, o anche in più gravi trasgressioni, come il rubare, osservare il rossore sul volto del colpevole può alleggerire la colpa che gli viene attribuita.

Quando una persona si rende conto di aver fatto qualcosa che potrebbe essere giudicata negativamente dagli altri prova in genere l’emozione dell’imbarazzo [Parkinson B, Manstead ASR, 1993]. Gli esseri umani esprimono l’imbarazzo distogliendo lo sguardo, voltando la testa dall’altra parte, sopprimendo il sorriso, e toccandosi il viso [Keltner D, 1995]. Queste espressioni hanno l’effetto di ridurre l’aggressività dell’altro e di migliorare la relazione attraverso una possibile riconciliazione. Una persona che esprime imbarazzo dopo aver causato un danno involontario viene giudicata più benevolmente e il danno commesso viene visto con maggiore comprensione, rispetto a quando la persona non esprime imbarazzo [Keltner D, Young RC, Buswell BN, 1997]. In particolare, questi effetti sulla percezione degli altri sono maggiori quando la persona mostra imbarazzo attraverso il rossore [de Jong PJ, 1999]. In questo senso, arrossire dopo un comportamento inadeguato può contribuire ad evitare i conflitti e a mantenere buoni legami interpersonali.

L’atto di arrossire può essere sia fonte, sia conseguenza di uno stato ansioso. Utilizzando un ampio campione di studenti, Bögels e colleghi hanno scoperto una correlazione positiva tra ansia sociale e frequenza dell’arrossire [Bögels SM, Alberts M, de Jong PJ, 1996]. Inoltre, la propensione soggettiva all’arrossire è stata collegata a una maggiore paura provata dai soggetti che arrossiscono spesso, di ricevere una valutazione negativa dagli altri [Leary MR, Meadows S, 1991].

Il rossore si verifica spesso in situazioni vissute soggettivamente come imbarazzanti [Drummond PD, Su D, 2012] e percepite come imbarazzanti anche da chi osserva [Dijk C, de Jong PJ, Peters ML, 2009]. Crozier sostiene che quando si arrossisce ci si sente in imbarazzo a causa di una accentuata sensibilità alla valutazione degli altri, la quale potrebbe essere non solo negativa, ma anche positiva o perfino neutrale, così come al disagio di dover rendere pubblico, attraverso la manifestazione del rossore, qualcosa che si vorrebbe mantenere strettamente privato   [Crozier WR, 2001-2004].

Si può arrossire anche in assenza di imbarazzo, vergogna o presenza di altre persone: si può infatti arrossire anche solo al pensiero di qualcosa che provoca imbarazzo  [Crozier WR, 2001-2004].

Come osservò Darwin [1872], il rossore del volto è facilmente collegabile alla timidezza, una caratteristica di personalità che riflette la tendenza a sentirsi costantemente osservati, a prescindere dalla situazione oggettiva in cui ci si trova [Keltner D, Young RC, Buswell BN, 1997]. Poiché le persone timide temono particolarmente la valutazione degli altri, esse possono arrossire in situazioni in cui la maggior parte delle persone non lo fa, generando paradossalmente ulteriore motivo di imbarazzo e di vergogna.

Le persone patologicamente timide, cioè quelle che soffrono di ansia sociale, evitano anche per questo motivo di trovarsi al centro dell’attenzione, o di esporre ad altri qualcosa di sé [Bögels SM, Reith W, 1999]. Questi soggetti arrossiscono spesso quando sono in contatto con altre persone [Edelmann RJ, Skov V, 1993]. Inoltre, quando la paura di arrossire è molto forte, si è constatato che le persone coltivano credenze errate sull’arrossire [Bögels SM, Reith W, 1999 e Dijk C, de Jong PJ, Müller E, Boersma W, 2010] le quali contribuiscono a rendere gli individui con disturbo d’ansia sociale facili al rossore [Dijk C, Voncken MJ, de Jong PJ, 2009].

Il rossore al volto è causato da un accumulo di sangue nel plesso venoso superficiale della pelle. E’ dunque l’effetto di una risposta neurale vasodilatatrice, controllata dal ramo simpatico del sistema nervoso autonomo [Drummond PD, 2012]. Di conseguenza, non è possibile suscitare intenzionalmente un rossore quando sarebbe utile farlo, né di inibirlo quando sarebbe più utile non mostrarlo.

Per le persone che arrossiscono la situazione è estremamente sgradevole [Dijk C, Voncken MJ, de Jong PJ, 2009, Drummond PD, Back K, Harrison J, Dogg Helgadottir F, Lange B et al., 2007], visto che sperimentano sentimenti più negativi rispetto a quando non sono arrossiti.

Chi arrossisce spesso sovrastima l’impatto sociale del rossore [Mulkens S, Bögels SM, 1999], perché lo avverte come un segno di debolezza. La ricerca che ha utilizzato metodi di misura retrospettivi ha scoperto che il rossore è comune tra le persone con la paura di arrossire, quelle cioè che soffrono di ereutofobia [Bögels SM, Alberts M, de Jong PJ, 1996] e tra le persone che hanno paura di ricevere una valutazione negativa [Leary MR, Meadows S, 1991].

L’incidenza dell’ereutofobia è più elevata tra gli adolescenti [Pelissolo A, Moukheiber A, Lobjoie C, Valla J, Lambrey S, 2012] che tra i giovani adulti e tende a diminuire nella tarda adolescenza [Abe K, Masui T, 1981]. In genere l’esperienza della vergogna provata dopo essere arrossiti può aumentare la paura di arrossire, aumentando così la probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia sociale.

Il problema, nello studiare il rossore, è che si tratta di un comportamento involontario, difficile da riprodurre a comando in laboratorio, anche perché bisogna tener conto del fatto che le situazioni in cui le persone possono sentirsi in difficoltà sono molto diverse, così come diverse possono essere le condizioni del laboratorio (temperatura, illuminazione, atmosfera, ecc.). Molti studi hanno utilizzato scene simulate per valutare la variabilità dell’arrossire nei contesti sociali, oppure ci si è basati su risposte auto-riportate nei questionari, che riguardano dunque valutazioni soggettive. Invitando le persone ad immaginarsi in una ipotetica situazione o a richiamare eventi del passato tuttavia non sempre permette di arrivare a conclusioni certe e, d’altra parte, dal momento che il rossore non compare per atto di volontà, non può neanche essere studiato in modo sperimentale come altri comportamenti (ad esempio il sorriso, il riso, la tristezza ecc.).

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
aan het Rot M, Moskowitz DS, de Jong PJ (2015) Intrapersonal and Interpersonal Concomitants of Facial Blushing during Everyday Social Encounters. PLoS ONE 10(2): e0118243. doi:10.1371/journal.pone.0118243 PLOSOne

Immagine:
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