Suicidio: cosa è utile sapere per salvare vite umane

Golen GateLe statistiche sui casi di suicidio sono allarmanti. In tutto il mondo si muore più per suicidio che per omicidi e guerre messi insieme. Negli Stati Uniti il suicidio è all’undicesimo posto fra le cause di morte, con una media di un suicidio ogni 15,2 minuti e un tentativo di suicidio ogni 38 secondi. Il 71% degli psicoterapeuti rivela di aver avuto almeno un paziente che ha tentato il suicidio e il 28% di aver avuto almeno un paziente morto per suicidio. (vedi situazione italiana e impennata suicidi di imprenditori a causa della crisi).

In genere si conoscono poche cose sul suicidio e non sempre corrette: saper riconoscere i segni ed i sintomi nel comportamento di chi sta pensando al suicidio, conoscere le tecniche di intervento e le terapie più adeguate sarebbe invece fondamentale per salvare molte vite umane.

Molti ritengono che le persone abbiano il diritto di togliersi la vita: così potrebbe essere se le persone che tentano il suicidio fossero sempre consapevoli e convinte di quello che stanno facendo. Spesso però negli aspiranti suicidi c’è una forte ambivalenza, fra un sé che si odia e che vuole autodistruggersi, e un sé che invece desidera vivere.

Per fare un esempio, circa 3.000 persone si sono gettate dal Golden Gate di San Francisco per suicidarsi: dei 26 sopravvissuti, tutti hanno dichiarato di essersi pentiti di quello che stavano facendo immediatamente dopo il lancio.

I pensieri negativi  del suicida (che Robert Fireston ha definito gli “anti-sé”) rappresentano un continuum: si parte infatti da lievi critiche rivolte a sé stessi, fino ad arrivare ad un odio profondo verso la propria persona.

La ricerca ha mostrato che il suicidio deriva da fattori genetici e ambientali.
Le influenze genetiche riguardano poliformismi della serotonina, specie se accompagnati da traumi infantili. Gli esseri umani sono costruiti infatti in modo da ricordare le esperienze spiacevoli o traumatiche vissute, per evitare futuri pericoli: i cattivi ricordi restano impressi nel sistema nervoso e nelle connessioni neurochimiche ed a volte può essere difficile affrancarsi da essi.

Non tutti i suicidi hanno vissuto traumi infantili o sono stati vittime di abusi familiari, anche se molto spesso i traumi vissuti nell’infanzia sono collegati alla famiglia. Se un genitore si rivolge in modo aggressivo e traumatico al figlio per i suoi comportamenti, questo può introiettare questa visione di sé stesso identificandosi col genitore e soffrire poi di questa dissociazione, che si ripresenta soprattutto nei periodi di forte stress. Il suicida inoltre è una persona che sopporta abbastanza bene il dolore fisico, ma non quello psicologico.

In genere i terapeuti tendono a sottostimare il rischio di suicidio dei loro pazienti, che invece dovrebbe essere tenuto sempre presente e testato anche attraverso specifici strumenti (ad esempio il Firestone Assessment of Self Destructive Thoughts (FAST, che può spiegare a che punto del continuum si trovi un paziente e quanto siano auto-distruttivi i suoi pensieri in un dato momento).

I pensieri che ossessionano il suicida possono essere i seguenti:
“non stai bene da nessuna parte”, “guarda quanto sei di disturbo e di intralcio per gli altri”, “non meriti di vivere”, “niente ha più significato per te”, “la cosa migliore è togliersi di mezzo” ecc.

Segnali allarmanti:

– Disturbi del sonno;
– Aumento di ansia e agitazione;
– Scoppi di rabbia e intolleranza verso le frustrazioni;
– Aumentato uso di alcol o droghe;
– Assunzione di rischi;
– Discorsi sul possibile modo di suicidarsi;
– Falliti tentativi di suicidio compiuti in precedenza.

Sono a particolare rischio di suicidio le persone che hanno disturbi dell’umore, persone che stanno affrontando problemi gravi dal punto di vista fisico ed emotivo, depressi, schizofrenici e alcolisti (il 50% di queste persone si suicida sotto l’effetto dell’alcool).

Dalle ricerche compiute dalla Glendon Association americana, almeno il 50% dei pazienti in terapia non rivela al terapeuta dei suoi passati tentativi di suicidio e dunque il consiglio ai terapeuti è quello di chiedere sempre direttamente, quando si hanno forti sospetti, anche per quello che riguarda i comportamenti dei familiari (può esserci un rischio di imitazione e componenti genetiche che possono rappresentare un fattore di rischio).

Segnali d’allarme possono inoltre essere il fare testamento, oppure dare via i propri averi, discorsi sul sentirsi completamente soli, abbandonati ed incompresi: quando ci si trova a parlare con queste persone è fondamentale allearsi con la parte di loro che vuole vivere e non parteggiare mai, in nessun caso, in favore di quella che desidera distruggersi.

Il terapeuta (o chi è vicino ad un soggetto a rischio) dovrebbe cercare di far sentire la persona quanto più connessa alla realtà e ad una rete di persone che possano supportarla; vanno inoltre tolti di mezzo tutti gli strumenti che potrebbero essere usati per un suicidio (esempio coltelli, farmaci, alcol, ecc.) e progettate delle tecniche di rilassamento efficaci per resistere all’angoscia ed al passaggio all’atto: training autogeno, ascolto di una buona musica, fare esercizio fisico, cuocere un dolce o altro, a seconda degli interessi e delle propensioni della persona.

Può essere utile distrarre la persona, farle ascoltare discorsi di altri (che la interessino!) affinché possa essere distolta dall’ascolto continuo delle sue voci interiori che la spingono all’auto-distruzione. Può essere utile individuare un volontario disponibile all’ascolto in qualsiasi momento la persona ne mostri necessità.

Se l’aspirante suicida è in terapia, il terapeuta dovrebbe vederlo più spesso del solito nei momenti di crisi. Il medico o lo psichiatra potrebbero inoltre prendere in  considerazione la somministrazione di psicofarmaci.

Nell’ascolto attivo del possibile suicida occorre calarsi nei suoi panni, vedere empaticamente il mondo dalla sua prospettiva, lasciare che la persona esprima fino in fondo tutti i suoi pensieri negativi e soprattutto proporre questa domanda: “Cosa dovrebbe cambiare per farti cambiare idea?“. Si deve fare di tutto perché la persona si senta amata, perché cambi l’ambiente intorno a sé che la fa soffrire, perché non perda la speranza, anche in considerazione del fatto che anche il suicidio più programmato presenta sempre degli aspetti impulsivi, dettati da un improvviso senso di disperazione. Una volta ricevute le confidenze sui pensieri negativi che tormentano la persona, occorre essere sempre presenti, facendosi sentire con telefonate, sms, visite, ecc.

Può essere utile guardare le foto dei momenti felici, ascoltare musiche che hanno un significato per la persona, farla pensare a quali sono state e possono essere ancora le ragioni per vivere. E’ importante lasciare parlare la persona di quelli che sono stati i suoi successi, i suoi maggiori interessi, le persone che hanno contato e cercare di ripristinare legami con soggetti o oggetti che possano far ritrovare la perduta voglia di fare e di partecipare.

Una ricerca ha indagato su quali aspetti terapeutici si fossero mostrati efficaci per far desistere un aspirante suicida a compiere il gesto:

– presenza di una buona alleanza terapeutica fra terapeuta e paziente, che funga da base perché la persona riesca a riconnettersi anche con gli altri;
– lavoro terapeutico sulle forti emozioni che sono alla base dell’ideazione suicidaria. La capacità di comprendere perché ci si senta così fortemente disperati e senza speranze è la base per ricostruirsi.
– sensazione di poter introdurre degli elementi nuovi per guardare alla vita, che vadano a sostituire i vecchi.

Il messaggio-chiave da inviare è il seguente: puoi stare meglio, puoi cambiare le cose che ti fanno stare male, puoi rendere la tua vita piena di significato e viverla intensamente. Se stai male qualche volta, sappi che si tratta di crisi passeggere: cerca di resistere e non pensare al suicidio come ad un rifugio o all’ultima spiaggia. Tutto può cambiare, tutto può essere cambiato.

Dr. Walter La Gatta

Fonte principale:

Suicide: what therapists need to know, APA

Immagine:
Wikimedia

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Dr. Walter La Gatta

Psicoterapeuta Sessuologo at Ellepi Associati Ancona - Terni
Si occupa di:

. Psicoterapie individuali e di coppia
. Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia)
. Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
. Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

E' responsabile del sito
www.clinicadellatimidezza.it


Riceve ad Ancona e Terni. Per appuntamenti: 348 – 331 4908

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Un pensiero su “Suicidio: cosa è utile sapere per salvare vite umane

  1. Buongiorno Dottore,
    Io sono dell’idea che non possa esistere un “diritto” verso il suicidio, ma che anzi queste leggi possano allontanare le persone dalla via della guarigione, che per fortuna esiste grazie al vostro lavoro. Spero di non sbagliare nel mostrare questa mia riflessione.

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