Teorie e ricerche sulla timidezza

timidezza

La timidezza è un concetto correlato, ma non identico, a quello dell’introversione: vari studi psicologici si sono succeduti sull’argomento a partire dalle idee di Hans Eysenck (1947) (vedi Carducci, 1999; Jones, Cheek, & Briggs, 1986; Lewinsky, 1941; Rubin & Asendorpf, 1993; Zimbardo, 1977).

Eysenck (1947) riteneva che le differenze individuali non devono essere ricercate nella personalità ma nei diversi e variabili livelli di nevrosi e di estroversione dell’individuo. Il concetto iniziale di timidezza è radicato in questa interazione: gli individui che mostravano un alto livello di nevrosi e uno scarso livello di estroversione venivano definiti “socialmente timidi”. Un’ ulteriore distinzione poteva essere fatta tra soggetti introversi e soggetti che caratterialmente timidi. Ad esempio, sia i bambini introversi sia i bambini timidi preferiscono giocare in solitudine; tuttavia, un bambino introverso non mostra in genere segni di ansia ed è improbabile che incontri delle difficoltà nelle interazioni sociali. Al contrario, un bambino estremamente timido è probabile che presenti dei segni di disagio quando tenta di inserirsi in situazioni sociali (Schmidt & Fox, 1999).

I teorici dell’attaccamento sostengono che i bambini sviluppano una visione interiorizzata del sé partendo dalla qualità delle prime esperienze avute con i genitori o con chi si è preso cura di loro (Bowlby, 1973).  La maggior parte dei bambini sviluppa una relazione di attaccamento sicuro con i propri genitori, caratterizzata da fiducia e affetto: questi bambini si sentono competenti e sicuri di sé e guardano al mondo come un luogo sicuro da esplorare. Tuttavia, alcuni bambini sviluppano insicurezza a causa di genitori che si mostrano insensibili nei loro riguardi. Bambini con legami poco sicuri provano sentimenti di scarsa competenza e scarsa autostima e guardano al mondo come un luogo imprevedibile, spaventoso. I bambini con legami sicuri interagiscono più spesso con gli altri durante le situazioni sociali, mentre bambini con legami poco sicuri hanno maggiori probabilità di sviluppare comportamenti di inibizione in situazioni poco familiari. Numerosi studi empirici hanno dimostrato che vi è un’interazione tra attaccamento insicuro e timidezza/inibizione comportamentale (ad es.,  Calkins & Fox, 1992; Erickson, Sroufe, & Egeland, 1985; Kochanska, 1995; Nachmias et al., 1996; Spangler & Schieche, 1998).

Negli ultimi due decenni sono notevolmente aumentate le ricerche sulla timidezza. Zimbardo (1977) descrive la timidezza come un fenomeno comune e pervasivo che interessa oltre il 90% della popolazione generale, la quale riferisce di aver provato esperienze di timidezza in alcuni momenti della vita. La timidezza caratteriale è una caratteristica di personalità che emerge nel corso della prima infanzia ed è caratterizzata da una forma più grave e persistente di timidezza e di ritiro sociale. Il 10-15%  delle persone è interessato a questa forma più grave di timidezza (Kagan, 1994).

Definizione

La timidezza è definita come una preoccupazione ansiosa del sé in risposta alle interazioni sociali, reali o immaginarie (Melchoir & Cheek, 1990). La timidezza è caratterizzata da attivo evitamento del contatto sociale (Rubin, Stewart, & Coplan, 1995) a causa della paura del controllo sociale e dell’imbarazzo, della tendenza all’autodenigrazione (Crozier, 1981), della scarsa autostima (Schmidt & Fox, 1995), dell’ansia (Hirshfeld et al., 1992), e occasionalmente della depressione(Schmidt & Fox, 1995). Alcuni teorici spiegano l’eziologia della timidezza seguendo il concetto di personalità. Queste teorie affermano che la timidezza rappresenta una dimensione della personalità (ad es., Cheek & Krasnoperova, 1999) ) ed  ha origini biologiche e caratteriali (Kagan, 1994). Altri teorici suggeriscono invece che la timidezza nasce da sentimenti di vergogna e imbarazzo che provocano inibizione sociale (per esempio, Crozier, 1999).

Ci sono una vasta gamma di componenti misurabili della timidezza che si osservano nei bambini e negli adulti. Queste componenti riguardano: aspetti psicofisiologici (ad es., alti livelli di cortisolo al mattino e nella giornata, asimmetria elettrica cerebrale frontale di destra e frequenza cardiaca basale intensificata) (Beaton et al., 2006; Schmidt, 1999; Schmidt, Santesso, Schulkin, & Segalowitz, 2007); aspetti cognitivi/affettivi (bassa autostima, ansia, intense emozioni negative (Ashbaugh, Antony, McCabe, Schmidt, & Swinson, 2005; Brunet & Schmidt, 2007, 2008; Crozier, 1981); aspetti comportamentali (per esempio,  inibizione comportamentale,  evitamento dello sguardo, evitamento di discorsi in pubblico ecc.) (Pilkonis, 1977a,b; Snidman & Kagan, 1994); e comportamenti psicosociali (disturbo d’ansia sociale, disturbi dovuti a uso di sostanze, disturbi alimentari) (Beidel & Turner, 1998; Zuckerman, 1994; Bulik, Sullivan, Weltzin, & Kaye, 1995).

Nonostante decenni di ricerche siano stati dedicati allo studio della timidezza umana, persistono problemi nel definire adeguatamente la timidezza. Gli studiosi hanno usato numerosi termini, in modo intercambiabile, per caratterizzare e studiare costrutti simili, come reticenza sociale, isolamento sociale, ritiro sociale, ansia sociale, fobia sociale, introversione, timidezza, bassa socialità, inibizione sociale, diffidenza sociale e inibizione comportamentale ( Rubin & Asendorpf, 1993; Schmidt & Buss, 2010). Queste definizioni di timidezza sono utilizzate indifferentemente per caratterizzare la timidezza nei bambini e negli adulti. Tuttavia, tutti questi termini hanno origine, significato, correlazioni ed esiti differenti. La difficoltà a concettualizzare chiaramente e a definire i termini da utilizzare per caratterizzare la timidezza umana continua ad ostacolare ulteriormente lo studio scientifico del fenomeno.

Sottotipi della timidezza

Inizialmente si pensava alla timidezza come ad un costrutto unitario (Pilkonis, 1977a, b); tuttavia, a causa del disaccordo per quanto riguarda la concettualizzazione della timidezza, alcuni studiosi hanno suggerito che il costrutto di timidezza debba essere considerato in forma multidimensionale (Crozier, 1981). Da allora sono stati proposti diversi sottotipi di timidezza. Buss (1986) ha suggerito che ci sono almeno due tipi di timidezza: una timidezza timorosa e una timidezza consapevole di sé. Secondo Buss, la timidezza timorosa emerge presto nello sviluppo, fra i 6 e i 12 mesi, ed è associata con la paura del bambino nei confronti degli sconosciuti. La timidezza timorosa non richiede autoconsapevolezza ed è associata con l’inibizione provata nelle situazioni nuove. La timidezza consapevole (self-conscious) è un sottotipo che si presenta in un momento successivo dello sviluppo (circa 3-4 anni di età) e coincide con lo sviluppo della consapevolezza di sé, delle proprie idee, dell’esperienza dell’imbarazzo ed altre emozioni di cui si è consapevoli. La timidezza consapevole riguarda la capacità dell’individuo di assumere una prospettiva di osservatore distaccato nei confronti del proprio sé.

L’evidenza empirica suggerisce differenze tra i due sottotipi di timidezza su più livelli. Bruch, Giordano, and Pearl (1986) riferiscono che i due sottotipi differiscono su aspetti di autovalutazione, di inibizione comportamentale, di competenze sociali e di ansia somatica. Gli dulti molto timidi sperimentano maggiori difficoltà in queste aree. I risultati indicano che la timidezza timorosa ha un esordio più precoce rispetto alla timidezza consapevole. Schmidt and Robinson (1992) hanno scoperto che gli adulti “timorosi” hanno un’autostima significativamente inferiore rispetto agli adulti timidi “consapevoli di sé”.

Un quadro concettuale più recente di sottotipi della timidezza è stato sviluppato da Asendorpf, il quale ha proposto che timidezza e socievolezza siano considerati come due tratti di personalità indipendenti, distinguibili attraverso una varietà di aspetti (Asendorpf, 1990, 1993; Asendorpf & Meier, 1993). Asendorpf (1990) . Asendorpf (1990) ha teorizzato che i diversi tipi di timidezza si sviluppino come conseguenza di differenze nell’approccio sociale e nei comportamenti di evitamento sociale. Asendorpf (1990) sostiene che la qualità dell’approccio sociale e le tendenze all’evitamento sociale creano quattro possibili combinazioni di comportamento sociale (e relative tipologie di individui). Secondo questo quadro euristico di Asendorpf, la timidezza si sviluppa in base al conflitto approccio-evitamento (individui con punteggio alto su approccio sociale e evitamento sociale).

I bambini socievoli ma timidi infatti desiderano impegnarsi in attività di gioco con i loro coetanei, ma non riescono ad entrare nel gruppo. I bambini timidi evitanti (soggetti che hanno un basso punteggio nell’approccio sociale e alto nell’evitamento sociale) sono i loro opposti. Ci sono poi soggetti che mostrano un basso punteggio nell’approccio sociale e altrettanto basso nell’evitamento sociale, descritti come introversi e coloro che mostrano un punteggio alto su approccio sociale e scarso sull’evitamento sociale, definiti come socievoli. Ognuno di questi sottotipi di timidezza produce risultati diversi sia nelle relazioni sociali che nello sviluppo (Rubin & Asendorpf, 1993). I bambini timidi sperimentano alti livelli di ansia durante situazioni sociali in cui si sentono giudicati (Fox et al., 1995), mentre i bambini che vengono descritti come tipicamente evitanti sono isolati a livello sociale e possono sperimentare una depressione maggiore (Rubin et al., 1995).

Schmidt (1999) ha adottato un paradigma di approccio-evitamento simile a quello di Asendorpf (1990). Questo quadro mette a confronto vari gradi di timidezza e di socievolezza. Schmidt descrive i bambini con alti livelli di timidezza  e di socievolezza come “in conflitto” e quelli con alti livelli di timidezza e scarsi livelli di socievolezza come “evitanti”. Secondo il modello di Schmidt, bambini con bassi livelli di timidezza e ad alto livello di socievolezza sono “estroversi e socievoli”, quelli con basso livello di timidezza e socievolezza sono “introversi”. I bambini “evitanti” sperimentano forti emozioni negative durante le interazioni sociali (Schmidt & Fox, 1999).

Altri studi hanno scoperto che che i bambini evitano i loro pari e le situazioni di gioco e assumono un umore negativo durante le interazioni di gioco con bambini con i quali non hanno familiarità (Coplan, Rubin, Fox, Calkins, & Stewart, 1994). Al contrario, i bambini “in conflitto” mostrano difficoltà ad interagire con i pari.  Essi cercano di entrare nelle attività di gioco, ma sono inibiti dal loro grande livello di ansia. Durante le situazioni di gioco, i bambini “in conflitto” mostrano alti livelli di ansia, visibili attraverso un aumentato livello di auto-manipolazione e il modo in cui si avvicinano al gruppo di gioco. Schmidt and Fox (1999) sostengono che i bambini che hanno uno scarso livello di approccio sociale e di evitamento sociale sono erroneamente etichettati come timidi, mentre essi sono semplicemente introverso. Gli individui introversi preferiscono stare da soli ma non sperimentano la stessa ansia degli individui timidi durante le interazioni sociali.

La timidezza può essere causa di disturbi comportamentali ed emotivi e a volte può portare anche sulla strada della psicopatologia. La timidezza nell’infanzia può predire ad esempio successivi problemi nello sviluppo  (Coplan, Findlay, & Nelson, 2004). A causa del legame fra timidezza e inibizione comportamentale i bambini timidi di temperamento evitano le situazioni sociali più dei loro pari non timidi. Di conseguenza, essi hanno minori opportunità di imparare le abilità sociali e da qui nasce il loro scarso senso di competenza e di sicurezza di sé. I timidi adottano comportamenti evitanti e non costruttivi (Eisenberg et al., 1995), ed i bambini timidi mostrano uno scarso livello di assertività (Ollendick, Oswald, & Francis, 1989). Quando vengono poi scolarizzati, essi mostrano numerosi problemi in diverse aree  (Coplan et al., 2004; McManis, Kagan, Snidman, & Woodward, 2002; Schmidt et. al, 1999). A causa della difficoltà emotiva di adattarsi a stimoli nuovi, essi finiscono per preferire il loro evitamento. (Schmidt & Buss, 2010).

La timidezza di temperamento, o carateriale, è stata messa in collegamento all’emozione negativa internalizzata, alla scarsa autostima, al basso valore dato al proprio sé, alla solitudine, allo stress, all’intensità negativa dell’emozione, all’emotività negativa disposizionale, alla depressione, alla nevrosi (Eisenberg, Fabes, & Murphy, 1995; Crozier et al., 1999; Schmidit & Fox, 1995). Alcuni studi hanno suggerito che questi soggetti possono essere più suscettibili al disturbo post taumatico da stress in seguito ad un evento spaventoso  (Pynoos et al., 1987; Terr, 1979). I bambini “in conflitto” (alto approccio sociale, alto evitamento) possono sviluppare sentimenti di scarsa autostima e scarsa valorizzazione di sé dopo numerosi tentativi di farsi accettare dai compagni (Schmidt & Fox, 1999). I bambini estremamente timidi possono anche sviluppare una sensibilità eccessiva verso l’introspezione che può condurli a problemi psicologici più gravi, come l’ansia sociale (Schmidt, Fox, Schulkin, & Gold, 1999).

Ansia sociale. Gli individui con timidezza caratteriale mostrano una predisposizione alla psicopatologia (Schmidt & Fox, 1994). La timidezza caratteriale è molto legata allo sviluppo dell’ansia sociale: circa il 20% dei bambini sani nascono con una predisposizione caratteriale verso l’estrema timidezza, e circa un terzo di questo gruppo sperimenta grave ansia sociale nell’adolescenza  (Kagan & Snidman, 1999). Diversi altri studi hanno scoerto che i bambini con timidezza caratteriale corrono un maggior rischio di sviluppare ansia sociale (ad esempio, Eisenberg et al., 1998; Hirshfeld et al., 1992).

Gli individui con ansia sociale grave e persistente corrono un rischio maggiore di sviluppare il disturbo d’ansia sociale (SAD) (Beidel & Turner, 1998; Hirshfeld et al., 1992; Miskovic & Schmidt, 2012). Il SAD è sinonimo di fobia sociale ed è il disturbo d’ansia più comune (Bener, Ghuloum, & Dafeeah, 2011).  Il tasso di prevalenza di SAD in 12 mesi negli Stati Uniti è di circa il 7% (Kessler et al., 2005; Kessler, Petukhova, Sampson, Zaslavsky, & Wittchen, 2012; Ruscio et al., 2008). Il SAD è caratterizzato da ansia o paura persistente in uno o più contesti sociali in cui l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri (American Psychiatric Association, 2013). Le persone che non ricevono un trattamento psicologico adeguato per il SAD di solito provano ansia persistente insieme a gravi difficoltà sociali e occupazionali (Wong, Sarver, & Beidel, 2012).

Uso di sostanze e comportamenti a rischio. Gli individui con alcuni tipi di personalità possono essere più propensi ad assumere rischi e comportamenti sensation seeking (ricerca estrema di sensazioni), come l’uso di sostanze. Zuckerman (1994) ha suggerito che gli individui che si impegnano in frequenti comportamenti alla ricerca di sensazioni estreme cercano di sperimentare un risveglio positivo attraverso l’assunzione di rischi. Molti studi hanno dimostrato il legame tra la ricerca di sensazioni e l’uso di droghe (Page, 1990; Zuckerman, 1994; Zuckerman, Neary, & Brustman, 1970) e il consumo di alcool (Johnson, 1989; Lagrange, Jones, Erb, & Reyes, 1995).

La ricerca suggerisce un’associazione tra timidezza (ivi comprese ansia sociale e fobia sociale) e l’uso e l’abuso di sostanze. Individui socialmente ansiosi e timidi possono percepire l’uso di sostanze illecite come un modo per gestire meglio la propri aansia e le altre difficoltà psicosociali  (Arndt, Tyrell, Flaum, & Andreasen, 1992). Questi risultati sono stati osservati sia tra gli adolescenti sia tra gli adulti (Page, 1990; Santesso, Schmidt, & Fox, 2004). Gli individui affetti da SAD spesso soffrono di problemi di alcolismo (Mannuzza et al., 1995),e usano le droghe come un mezzo per combattere i sentimenti di ansia e paura nei contesti sociali (Smail, Stockwell, Canter, & Hodgson, 1984). Hartman (1986) ha scoperto che gli individui timidi usano più spesso droghe e alcool per diminuire l’ansia sociale rispetto agli individui non-timidi.

Per comprendere l’associazione fra timidezza caratteriale e elevato rischio nell’uso di sostanze è stato utilizzato il modello di timidezza e capacità sociali di Cheek and Buss (Buss, 1986)  Page (1990)  ha esaminato il legame tra timidezza e socievolezza e uso di sostanze nei maschi adolescenti, scoprendo che gli individui timidi erano più propensi a utilizzare alcol e droghe rispetto agli individui non-timidi. I timidi che erano molto socievoli erano significativamente più propensi a utilizzare sostanze allucinogene rispetto agli individui timidi che erano meno socievoli e ai non timidi.

Schmidt e colleghi (Santesso et al., 2004) hanno usato il modello di timidezza e socialità di Cheek e Buss (1986) per valutare le associazioni tra timidezza, socievolezza, uso di sostanze, e comportamenti connessi all’uso di droghe all’interno di un campione di partecipanti americani e canadesi . Nel campione americano, l’interazione fra timidezza e socievolezza era un predittore significativo di uso di droghe; questi risultati non sono stati riscontrati nel campione canadese. I risultati hanno indicato che le persone che hanno raggiunto alti punteggi nella ricerca di sensazioni erano più propense ad utilizzare le droghe. Questi studi suggeriscono che gli individui che hanno un punteggio alto sia nei valori della timidezza, sia in quelli della socievolezza sono più propensi a impegnarsi in comportamenti a rischio, come l’uso di sostanze.

Disturbi alimentari. La timidezza è stata anche legata ai disturbi alimentari (Bulik et al., 1995; Fairburn, Welch, Doll, Davies, & O’Connor, 1997; Lehoux, Steiger, & Jabalpurlawa, 2000; Slopien, Rybakowski, & Rajewski, 2004; Troop & Bifulco, 2002). Le persone socialmente in conflitto possono correre un maggior rischio di sviluppare la patologia alimentare a causa di un aumento dei problemi nel controllo degli impulsi, l’assunzione di rischi, e i comportamenti alla ricerca di sensazioni (Santesso et al., 2004). Schmidt e colleghi (Santesso et al., 2004) sono stati il ​​primo gruppo a studiare la relazione tra personalità socialmente conflittuali e disturbi alimentari in un campione non clinico di donne. I risultati indicano che la timidezza poteva essere la causa di vari problemi nell’alimentazione. Tuttavia, l’interazione tra timidezza e socievolezza non era predittiva di disturbi alimentari.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:

Jones, K. , Schulkin, J. and Schmidt, L. (2014) Shyness: Subtypes, Psychosocial Correlates, and Treatment Interventions. Psychology, 5, 244-254. doi: 10.4236/psych.2014.53035.

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Psicoterapeuta Sessuologo at Ellepi Associati Ancona - Terni
Si occupa di:

. Psicoterapie individuali e di coppia
. Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia)
. Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
. Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

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www.clinicadellatimidezza.it


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