Anxiety

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Anxiety è un libro pubblicato in lingua inglese da Allan V. Horwitz, editore Johns Hopkins University Press, 2013.
Attraverso una recensione apparsa su Metapsychology (Lloyd A. Wells) possiamo conoscerne i contenuti, che sembrano davvero interessanti.

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L’autore è un sociologo e dunque ci permette di guardare all’ansia da un punto di vista sociale e culturale. Si legge infatti nell’introduzione “Come molte classificazioni del passato, le attuali definizioni dei disturbi d’ansia sono costruzioni sociali che riflettono un particolare contesto storico…”

Un’altra riflessione originale, tratta dal libro, è che: “il grande paradosso dell’ansia nel XXI secolo è che, nonostante i progressi senza precedenti nella capacità di visualizzare le reti neurali, i neurotrasmettitori e i geni, le nostre definizioni dei disturbi d’ansia, la comprensione di ciò che li provoca, e le relative cure potrebbero non essere significativamente migliori rispetto a quelli posseduti dalla medicina ippocratica”.

Per prima cosa l’autore chiede di distinguere fra ansia e paura e lo fa con una citazione di Erasmo, il quale fuggendo da un luogo dove dominava la peste ebbe a dire: “In situazioni come questa credo che la totale assenza di paura sia da considerarsi un segno non di coraggio, ma di totale stupidità”.

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L’autore parla della percezione dell’ansia nell’antichità, enfatizzando l’ansia legata alla paura della guerra presso i greci e descrive le cure del tempo, che comprendevano cerimonie rituali, tra cui la danza. Viene quindi considerato il periodo tra l’antichità e il XIX secolo, soffermandosi su Locke e Hume. Locke, ad esempio, predisse in un certo senso le cure attuali dell’ansia, quando notava che: “se il bambino grida e scappa alla vista di una rana, lasciate che un altro la catturi e stabilisca una certa distanza da lui; in un primo momento lasciate che il bambino si abitui a questa condizione; quando potrà farlo, fatelo avvicinare senza fargli provare molta emozione; poi lasciate che tocchi la rana leggermente, mentre è sulla mano di un altro; e così via, fino a quando egli riuscirà a toccarla da solo… ” Questo è infatti l’approccio dei trattamenti comportamentali, che consideriamo molto efficaci ancora oggi.

Per non parlare di George Cheyne, forse il primo psichiatra epidemiologo,che sosteneva che quelli che oggi noi chiamiamo disturbi d’ansia riguardavano quasi un terzo delle malattie presenti nell’Inghilterra del XVIII secolo: una constatazione straordinariamente concordante con le stime attuali.

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Nel secolo XIX, l’autore cita ovviamente il medico francese Pinel, considerato il progenitore della psichiatria moderna e del concetto secondo il quale se un farmaco è associato con il miglioramento di una sindrome, evidentemente la sindrome deve essere “organica”: un‘idea non del tutto accettabile, con cui il campo della psicopatologia dei disturbi d’ansia continua a fare i conti.

Nel libro viene inoltre descritta la lunga infatuazione con la diagnosi di “neuroastenia”, che in realtà esiste ancora, anche se celata sotto nomi diversi. Al tempo vi erano inoltre eccellenti descrizioni delle varianti dei disturbi d’ansia che si continuano ancora ad osservare, anche se i nomi specifici del passato non vengono più utilizzati, come ad esempio, l’«ansia parossistica» cioè la certezza della morte imminente, nonostante la mancanza di sintomi fisici.

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L’autore parla poi di Freud, uno degli studiosi che sono ancora molto vicini alla descrizione attuale dei disturbi d’ansia. Vengono poi citati gli approcci di Watson con il piccolo Albert o di William James, Eysenck e Wolpe, e lo sviluppo della terapia cognitivo–comportamentale dell’ansia.

Nel capitolo “L’età dell’ansia” che parte dall’ultima metà del ventesimo secolo fino a tempi relativamente moderni, si inizia parlando di Sartre e della sua visione dell’ansia non come una malattia, ma come una caratteristica centrale della vita umana. Una componente così onnipresente e fastidiosa che spiega perché questo termine sia diventato anche sinonimo di ‘angoscia’.
Si parla poi dell’introduzione dei primi moderni tranquillanti, come il meprobamato. Già negli anni Cinquanta gli interessi delle case farmaceutiche erano rilevanti, come dimostra questa citazione di Nathan Kline, lo psicofarmacologo, il quale rivolgendosi a Frank Berger, il chimico che aveva sviluppato il meprobamato, disse: “ciò di cui il mondo ha davvero bisogno è un tranquillante… Il mondo ha bisogno di tranquillità. Perché non chiamare questo prodotto un “tranquillante”? Venderà dieci volte di più.”

Un anno dopo il 5% della popolazione americana aveva usato il meprobamato. Le benzodiazepine, il Lithium, il Valium divennero ugualmente prodotti molto popolari e anche molto commerciali. Il Librium, ad esempio, fu pubblicizzato per “il trattamento della normale vita scolastica”. Assumere questi farmaci divenne molto comune, specialmente quando non si conoscevano ancora gli effetti collaterali, come la dipendenza. Ancora oggi questi tranquillanti “minori” vengono utilizzati, insieme allo Xanax ed in alcuni casi sono anche molto utili, anche se molto spesso se ne abusa, anche a causa delle azioni commerciali delle aziende farmaceutiche. Nella visione di Horwitz “la psicofarmacologia ha largamente spodestato la psicoanalisi e gli altri trattamenti psicologici”.

Quale sarà dunque il futuro dell’ansia? L’autore nota la grande crescita delle diagnosi di disturbi d’ansia e li attribuisce al sistema del DSM e ai suoi artefatti, anche se il fatto che i medici siano oggi maggiormente consapevoli di questo tipo di disturbi potrebbe avere una sua importanza, che prescinde dal DSM.

L’autore è scettico sulle psicoterapie, anche quelle “evidence-based”: su questo non possiamo essere ovviamente d’accordo perché se si basano sull’evidenza scientifica, sembra un controsenso affermare che queste cure non abbiano validità… A meno che anche la scienza non sia considerata anch’essa “un costrutto dei nostri tempi”.

Dr. Walter La Gatta

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Fonte:
Review Anxiety, Metapsychology

Immagine:
copertina del libro

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