Cause della timidezza

Libri Giuliana Proietti Walter La Gatta

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ANSIA – ANSIA SOCIALE  – ATTACCHI DI PANICO
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la timidezza

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Per spiegare le cause della timidezza e della fobia sociale occorre fare riferimento alle infinite interazioni tra fattori genetico-biologici, evolutivi, ed ambientali. Sembra dimostrato che i fattori ereditari esercitino un ruolo primario nello stabilire gli aspetti strutturali della personalità; l’ambiente poi gioca un ruolo altrettanto fondamentale nel cristallizzare certe predisposizioni biologiche o nell’orientare il soggetto in tutt’altra direzione attraverso l’acquisizione di una buona stima di sé stesso e di un buon repertorio di abilità sociali.

Molti bambini, nati timidi, possono dunque riuscire a superare i loro problemi di inibizione, mentre altri possono rimanere timidi per tutta la vita, a causa delle influenze subite dall’ambiente. In alcuni casi tuttavia l’ambiente può influire ancor più delle predisposizioni genetiche: accade in seguito ad esperienze di vita e di relazione molto dure che riducono fortemente l’autostima e sviluppano comportamenti di forte inibizione sociale. L’esperienza e la memoria personale sembrano infatti agire a livello delle strutture nervose, così come le strutture nervose influiscono sugli aspetti cognitivi di una persona.

Modello del determinismo biologico

Secondo questo modello la causa della timidezza è da ricercarsi decisamente negli aspetti genetici, piuttosto che in quelli ambientali, familiari o sociali. Ricerche a favore di questa teoria sono ad esempio quella di Kagan, che studiando gemelli omozigoti, cioè nati dallo stesso ovulo e con un patrimonio ereditario identico, ha avuto modo di osservare che se un gemello è timido, lo è anche l’altro, anche se sono vissuti in ambienti diversi.

Altri studiosi, esaminando l’attività elettrica del cervello di bambini introversi ed estroversi, hanno osservato come i primi concentrino il “metabolismo” cerebrale nella corteccia frontale destra (che è anche la parte più legata ai processi emozionali) mentre i secondi mostrino la parte interessata nella zona sinistra della corteccia frontale, la più legata al linguaggio e al pensiero razionale.

La moderna psichiatria sostiene, ormai sempre più convinta, il modello medico delle cause della timidezza e si richiama alle scoperte della neurobiologia e della genetica. Secondo questo modello non c’è alcun dubbio che i fattori genetici determinino la timidezza, come tutti gli altri disagi psichici: i neuroni presenti nel sistema nervoso centrale liberano quantità eccessive o ridotte di uno o più neurotrasmettitori, (come la dopamina e la serotonina, che servono per trasportare dei segnali fra le cellule nervose) alterando l’intensità del segnale emesso; in questo modo la cellula invia il suo segnale alla cellula “sbagliata” o nel “momento sbagliato” e dunque uno dei tanti circuiti cessa di funzionare, o comincia a funziona in modo sbagliato.

Si infrange così l’armonia che regna nella galassia di cellule nervose, con conseguenze che possono andare dalla paralisi alla crisi epilettica, da uno stato d’ansia alla depressione, da una fese euforica all’aggressività. Secondo gli psichiatri è impossibile pensare che il cervello, data la sua complessità, funzioni a livello ottimale in tutte le sue parti e per questo si chiedono sempre più spesso nelle riviste specializzate di psichiatria se non debbano considerarsi ‘patologici’ anche quei comportamenti fin qui considerati semplice espressione del carattere di una persona, come ad esempio la prodigalità, l’avarizia, la tendenza compulsiva ad accumulare denaro in ogni modo, il pensiero magico superstizioso, l’iperreligiosità bigotta, i disturbi del controllo degli impulsi come il gioco d’azzardo o le deviazioni della condotta sessuale.

Se così fosse si potrebbe pensare che almeno il 50% della popolazione sia ‘malata’, da curare attraverso terapie farmacologiche. A detta degli psichiatri, questa terapia di massa potrebbe ridurre gli altissimi costi sociali dovuti ai problemi di comportamento e ridare alle persone quella libertà di pensiero e di scelta che, data la cattiva funzionalità del loro cervello, non hanno.

La ricerca in corso tende dunque alla scoperta di una sorta di ‘molecole del comportamento’, in particolare di quelle che potrebbero determinare le manifestazioni di debolezza umana. Se queste molecole fossero davvero individuate, questo significherebbe che presto non si dovrebbero più prendere degli ansiolitici aspecifici per curare la timidezza patologica o le fobie sociali, ma dei farmaci appositamente studiati per curare ad esempio la sensibilità nei rapporti interpersonali, l’iperreattività dell’umore, la sensibilità al rifiuto nella sfera dei rapporti sentimentali, la perdita di controllo nell’alimentazione e nel bere, il rifiuto della propria immagine corporea, l’attaccamento patologico, l’ansia di separazione del bambino e dell’adulto.

Pian piano verrebbero cancellati dunque emozioni e sentimenti ed i tanti cervelli del mondo comincerebbero a funzionare tutti più o meno nello stesso modo… Perfino l’amore potrebbe, in una realtà del genere, diventare una ‘patologia del tono dell’umore per cause affettive’ e ci si potrebbe innamorare o disamorare attraverso una pillola. Quello che è difficile capire è se stiamo andando verso un futuro ipertecnologico o se stiamo tornando indietro agli effetti placebo dei filtri d’amore e delle pozioni magiche.

Modelli psicologici

Le radici psicologiche della timidezza sono sicuramente da ricercarsi nell’ambiente familiare e nelle prime relazioni con le figure genitoriali. Se il bambino nasce in una famiglia blindata, poco numerosa e con pochi contatti sociali, dove anche i genitori hanno atteggiamenti timidi e riservati verso gli altri, dove si parla poco, non ci si scambiano manifestazioni d’affetto, non si esprimono le emozioni, se il dovere conta sempre e comunque più del piacere, come può un figlio diventare estroverso, aperto e fiducioso in sé stesso e negli altri? E’ abbastanza normale che il bambino sviluppi comportamenti caratterizzati dall’inibizione, con uno stile di vita molto riservato, assenza di iniziative, scarsa propensione al rischio e alla competizione.

Dalla famiglia di origine possono venire, oltre che modelli di comportamento inadeguati, anche atteggiamenti educativi sbagliati, come l’essere ipercritici nei confronti dei figli: questo atteggiamento rendendo i figli timorosi di esprimersi, per la paura di sbagliare, di essere osservati, di essere giudicati dagli altri e criticati.

L’imprinting ricevuto nell’infanzia condizionerà tutta la vita adulta, per cui i bambini che sono stati bloccati nella espressione di sé da eccessive ansie, critiche, rimproveri o anche per il troppo amore, sentiranno maggiormente il bisogno di compiacere gli altri, per sentirsi più sicuri di sé attraverso il consenso esterno. Al contrario, un atteggiamento calmo, rassicurante, accettante, dovrebbe consentire lo sviluppo in età adulta di comportamenti più sicuri, con una soglia di tolleranza all’ansia e allo stress piuttosto elevata.

Naturalmente, vale la pena di ricordare che non è solo la famiglia di origine ad esercitare queste potenti influenze sul carattere: sono altrettanto significative anche le prime esperienze scolastiche, il rapporto con gli insegnanti, le relazioni che si stabiliscono con i primi compagni di gioco.

Modelli sociali

Anche l’ambiente sociale ha una grande influenza nel determinare la timidezza di un bambino: in particolare può insegnare la paura degli altri, la paura di confrontarsi con persone diverse e sconosciute e di adattarsi alle più diverse situazioni.

Il primo luogo in cui il bambino si confronta con il mondo esterno è la scuola materna, dove avvengono il primo importante distacco dalle figure genitoriali ed i primi rapporti con compagni fino a quel momento sconosciuti e con insegnanti che esercitano l’autorità al posto dei genitori, in rapporti non esclusivi con nessuno dei bambini presenti nella classe.

E’ la prima volta che il bambino si trova a fare i conti con le proprie risorse personali, con i propri limiti, le proprie insicurezze: se imparerà presto a gestire l’ansia e le frustrazioni non avrà da grande problemi di timidezza, se invece già a questo stadio di crescita si presenteranno dei problemi di relazione e non si tenterà di porvi rimedio, probabilmente queste difficoltà sociali perdureranno ancora a lungo, anche ben oltre l’età adulta.

A proposito di bambini, vale la pena ricordare come una volta essi venivano lasciati liberi di giocare in cortile, per essere richiamati al momento del pranzo, della cena o della merenda: ggi la paura della criminalità nelle strade fa si che i figli non vengano più lasciati soli, ma siano sempre accompagnati ovunque vadano e questo fino alla fine della scuola elementare o addirittura oltre.

Che dire poi del gioco? Oggi i bambini passano molte ore a giocare ai videogame in perfetta solitudine e se lo fanno insieme non hanno bisogno di guardarsi negli occhi, di parlarsi, perché il gioco si svolge nello schermo luminoso del computer ed il compagno di gioco non è l’amico a fianco, ma il personaggio che si muove nello schermo, seguendo i comandi dell’amico. Questa assenza di modelli reali, questa impossibilità di sperimentazione di sé stessi nei rapporti sociali non può che influire negativamente sugli aspetti di timidezza del proprio carattere.

Tutto questo avviene in un mondo dove le famiglie hanno sempre meno contatti sociali con i vicini e sono sempre più blindate verso il mondo esterno. E pensare che, paradossalmente, la società di oggi chiede sempre di più alle persone: bisogna raggiungere il successo, avere energia e coraggio, essere sempre i primi, non sbagliare mai, raggiungere tutti gli obiettivi, competere duramente con gli altri, cercare di ‘vendersi’ continuamente, come se la vita fosse un’operazione di marketing.

In questa situazione, rendersi conto della propria inefficienza personale significa rischiare la depressione, il senso di fallimento ed arrivare così a cercare delle compensazioni nell’alcool o nella droga per nascondere le proprie fragilità.

In una società dove le persone che si dichiarano timide e socialmente inibite sono circa il 40 – 50% del totale, non possiamo pensare a questo problema come ad un problema ‘personale’ e vederlo solo come un problema medico o psicologico, ma anche cominciare a pensare ad una patologia della società in cui viviamo, in riferimento ad un modello ideale di salute sociale.

L’accresciuto livello di ansia e fobie sociali dovrebbe essere considerato un segnale di pericolo cui cercare di porre rimedio, perché non si trasformi in una epidemia di gigantesche proporzioni, o peggio, nella ‘normalità’, causata dalla sua frequenza.

Dal libro di Giuliana Proietti La timidezza, edizione Xenia, Milano 2002
Clinica della Timidezza ©

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Autore:

Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

Per appuntamenti e collaborazioni: 347 – 0375949 Ancona

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