felicità percepita

John Stuart Mill diceva: “Chiedetevi se siete felici, e cesserete di esserlo”. Come se la felicità avesse a che fare con uno stato alterato della mente, lontano dalla logica e dalla razionalità.  Ragionare sul tema della felicità infatti è stato lasciato, finora, agli artisti, ai poeti, ai filosofi: tutte persone che non si occupavano di risolvere i problemi concreti dell’esistenza umana.

Impossibile, prima di entrare nel merito, non citare l’eudaimonia di Aristotele, un concetto che combina due parole greche: “eu” – bene e “daimon” – potere che controlla il destino di un individuo. La felicità sarebbe dunque, per il filosofo greco, un piacere che dipende sostanzialmente dalla benevolenza del “daimon”, un dio misterioso che arbitrariamente ad alcuni dà e ad altri toglie, assimilando la felicità al destino, alla fortuna.

Oggi invece la felicità delle persone è considerata, non del tutto, ma per buona parte, una derivazione delle scelte compiute dagli amministratori pubblici, che con le loro decisioni in termini di politica economica, influenzano il livello di benessere individuale. Si pensi alle scelte nel campo dell’economia o della politica. Vi sono Stati, come l’America, in cui la il diritto alla felicità è perfino scritto nella Dichiarazione di Indipendenza (anche se poi non tutti gli americani possono dirsi felici!).

Oggi tuttavia, sempre più discipline (psicologia, sociologia, economia, ecc.) si stanno occupando della misurazione scientifica del benessere individuale, con scopi sempre più concreti e applicativi, come ad esempio la scelta delle politiche sociali che possono produrre maggiore felicità e con essa maggiore salute al maggior numero di persone.

Non è una considerazione del tutto nuova: fu Jeremy Bentham il primo a proporre, come obiettivo della politica pubblica, di cercare di migliorare la qualità della vita, anche di poco, ma al maggior numero di persone possibile.   E’ intuitivo che il denaro non faccia la felicità, ma è altrettanto intuibile che vivere al di sotto della soglia di povertà non permetta alle persone di percepire uno stato di benessere. Se non si ha un reddito sufficiente per fare una vita dignitosa, la felicità rimane sicuramente fuori dalla porta della propria vita. Perché gli individui siano felici occorre dunque partire anzitutto dal lavoro, che permetta un reddito accettabile, tale da poter compiere delle scelte per indirizzare la propria vita, impegnando le proprie risorse per il raggiungimento degli obiettivi desiderati.

In questo senso, la Costituzione Italiana sembra molto più avanzata e realista di quella americana, quando dice, all’art. 1, che l’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro.

Uno dei modi oggi più utilizzato per misurare la felicità è quello di chiedere direttamente alle persone quanto si sentono felici, su una scala da 1 a 10 (secondo i dati Istat 2011, la media italiana si attesta sul 7,1). Questo approccio viene chiamato la misura del “benessere soggettivo”. Le domande che vengono fatte sono più o meno le seguenti:

1) Quanto ti senti soddisfatto/a della tua vita oggi?

2) Quanto ti sei sentito/a felice ieri?

3) Quanta ansia hai provato ieri?

4) Senti che le cose che fai nella tua vita sono utili? Fino a che punto?

La prima domanda genera una valutazione cognitiva di come la vita di una persona sia giudicabile in un dato momento. La seconda e la terza cercano di catturare l’aspetto emotivo del proprio benessere sia in positivo (“felice”) sia in negativo (“ansioso”). Infine, la quarta domanda riguarda il significato che si dà alla propria vita, che è uno degli elementi fondanti della felicità percepita.

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Il limite di queste misurazioni è che la felicità umana è naturalmente qualcosa di molto più complesso di una serie di numeri o di grafici. Tuttavia, rinunciare a studiare questi dati significa rinunciare a priori alla conoscenza di ciò che più interessa le persone:  stare bene, vivere bene, con gli altri e con sé stessi.

Un altro limite di questi studi è che la felicità o l’infelicità non possono essere confinate alle gioie o alle ansie provate nel giorno dell’intervista (o anche nei giorni precedenti). Ad esempio, potrebbero essere presi in esame altri indicatori, come la salute, la sicurezza, le relazioni, il lavoro… Il modo migliore per misurare la felicità dunque sarebbe quello di utilizzare più indicatori, che formino un quadro completo della situazione, nelle diverse parti del mondo.

La felicità è infatti, soprattutto, una sensazione soggettiva, nel senso che non è uguale per tutti: c’è chi è felice quando dipinge, chi quando fa sesso, chi quando lavora (e questi, in realtà, non sono moltissimi…). Per questo la “ricerca delle felicità” andrebbe declinata tenendo conto delle epoche storiche, delle diverse società, dei diversi contesti culturali.

Un ulteriore limite di questi studi sulla felicità va infine cercato, con un piccolo gioco di parole, nei propri limiti: è obiettivamente difficile misurare con precisione la felicità umana, visto che anche il ricercatore è soggetto alla condizione di felicità e infelicità e dunque i dati che esso produce non dovrebbero mai essere considerati delle verità assolute.

Ciò detto, vi sono però alcune sensazioni che, risaputamente, piacciono di più agli esseri umani, a livello generale: il bene infatti piace in larga misura più del male, l’amore è considerato sicuramente preferibile all’odio dalla maggior parte degli abitanti del pianeta. Allo stesso modo, si preferisce sicuramente la libertà alla costrizione (altrimenti, che senso avrebbero le prigioni?).

Ed è su questi temi comuni che è più facile intervenire ed occorre sempre di più farlo, vista la complessità della vita di oggi, che ci dà molte più gioie che in passato, grazie alla tecnologia e al progresso, ma forse ci ha tolto la capacità e l’abitudine di trovare i significati importanti nelle piccole cose.

Dr. Walter La Gatta

Immagine:
Bill Kuffrey, PDP

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