Effetto Lucifero – Psicolinea intervista il Prof. Philip Zimbardo

Zimbardo

ZimbardoSu Psicolinea è stata appena pubblicata un’intervista esclusiva, in inglese e in italiano, al Prof. Philip Zimbardo.

Zimbardo è Professore Emerito di Psicologia presso la Stanford University ed autore di numerose pubblicazioni, scientifiche e di divulgazione. In particolare il suo nome è legato ai pionieristici studi sulla timidezza e alla successiva fondazione della Shyness Clinic.
E’ stato anche Presidente dell’APA, l’Associazione degli Psichiatri Americani, ma sicuramente è conosciuto presso il grande pubblico per il famoso esperimento della Prigione di Stanford.

In questo esperimento furono reclutati dei volontari, ai quali furono poi assegnati a caso i ruoli di ‘carceriere’ e ‘prigioniero’. L’esperimento fu condotto negli scantinati della Università di Stanford, ma fu sospeso dopo pochi giorni perché il clima che si era creato era fortemente minaccioso per i ‘prigionieri’, che erano sottoposti a violenze di ogni genere dai ‘carcerieri’. L’osservazione che, in particolari contesti, delle persone ‘normali’ possono trasformarsi in persone malvage è tornata in auge dopo i fatti della prigione di Abu Graib. Zimbardo ha testimoniato a favore del Sergente Frederick, sostenendo che gli abusi da lui commessi sui prigionieri erano delle risposte a precisi stimoli ambientali e che il training e la supervisione ricevuta per compiere un mestiere tanto delicato erano stati troppo limitati. Da questa appassionata tesi sono scaturite le teorie illustrate nel suo nuovo libro The Lucifer Effect che uscirà in Italia nella primavera del 2008), nel quale si parla di come le persone ‘normali’ possano trasformarsi in malvagie, ma anche, con una necessaria nota di ottimismo, come persone ‘normali’ possano in certe situazioni trasformarsi in eroi e prestare la loro opera per aiutare altre persone, anche a costo di rimetterci la vita.

L’intervista che segue è stata effettuata dal Dr. Walter La Gatta, in esclusiva per Psicolinea.it.

di Walter La Gatta

WLG Lei è stato probabilmente il primo psicologo a dare importanza alla timidezza e a decidere di studiarla. Perché ha aperto la ‘Shyness Clinic’? E’ soddisfatto dei risultati raggiunti dalla ricerca in questo campo?

PhZ Credo di essere stato il primo ricercatore a studiare la timidezza negli adulti. Il mio interesse in questo argomento deriva dall’esperimento della prigione di Stanford (Stanford Prison Experiment, SPE). Dopo anni di ricerca sono cominciati i trattamenti per adulti e adolescenti timidi, allo scopo di mettere in pratica quanto avevamo appreso.
(Vedi sezione del mio nuovo libro su questo argomento (1)

WLG Si può dire che la timidezza non sia ‘patologica’, ma che rappresenta solo una riduzione delle abilità sociali e della fiducia in sé stessi ?

PhZ La timidezza varia enormemente da un ‘varietà infantile’ di lieve apprensione e riservatezza, a una discreta paura di incontrare gli altri, fino all’estrema, paralizzante paura e all’isolamento sociale.
In questi casi estremi essa diventa una patologia seria, che produce forte disagio alle persone, ma anche dei livelli medi di timidezza possono limitare molte opportunità sociali, influire sul proprio stile di vita, portare la persona timida a vivere una vita meno soddisfacente e perfino a guadagnare di meno di altri che non sono timidi. I bambini timidi sono presi in giro a scuola, oppure sono vittime di bullismo, il che può portare ad un rendimento scolastico insoddisfacente.

WLG Tornando alla timidezza, il suo collega Bernardo Carducci ha parlato recentemente della sua teoria della ‘timidezza cinica’, una forma estrema di timidezza che riguarda soprattutto i maschi e che può portare a comportamenti violenti, come si sono visti nella scuola della Virginia. Lei cosa ne pensa?

PhZ Quando degli studenti timidi vengono presi in giro, sono vittime di bullismo o rifiutati in altri modi, essi costruiscono un risentimento e una rabbia nei confronti degli altri e contro il sistema scolastico che permette questi comportamenti. Negli Stati Uniti, questi soggetti hanno facile accesso alle armi; le armi cambiano i rapporti di forza, trasformando gli studenti timidi in persone pericolose, capaci di vendicarsi. Questa è la mia opinione sulla ‘timidezza cinica’ di Carducci. Ho raccolto dei dati qualche anno fa che mostravano come la maggior parte degli uomini che si trasformavano ‘improvvisamente’ in assassini, che commettevano omicidi senza neanche aver avuto delle reazioni violente, erano molto timidi. Avevano anche un’immagine femminilizzata o androgina. Inoltre, essi sono ipercontrollati nei loro impulsi.

WLG Ci può spiegare come ha elaborato la sua nuova teoria dell’Effetto Lucifero che trasforma persone normali in persone malvagie ?

PhZ Il mio nuovo libro mi ha dato l’opportunità di mettere in relazione il male, come io avevo avuto modo di osservarlo e che avevo contribuito a creare nello studio della Stanford Prison, con gli altri mali presenti nel mondo, come il genocidio, la tortura, gli abusi sui prigionieri della prigione di Abu Graib da parte dei soldati americani, ed il male nelle aziende dove la brama trasforma delle persone intelligenti ed ambiziose, come accaduto alla Enron ed altri disastri. La mia opinione è che molte di queste azioni malvagie vengano perpetrate da persone assolutamente normali da tutti i punti di vista, non portate al male o con problemi patologici. Credo che dovremmo prestare maggiore attenzione al potere di alcune forze che dipendono dalle situazioni sociali e alle forze del sistema che crea queste situazioni, quando vogliamo comprendere le cause del male e sviluppare mezzi per combatterlo e prevenirlo. E’ più frequente che sia un cattivo contesto a corrompere delle persone rette piuttosto che delle mele marce inserite in un ambiente sano. Credo che avremmo bisogno di un cambiamento di paradigma dal modello medico prevalente che si focalizza sull’individuo da curare, per adottare un modello di salute pubblica. Questo tipo di modello cerca di trovare il virus che fa ammalare la società e poi vaccina la popolazione contro i suoi cattivi effetti. Il male è un virus che si trova in molte società: la mafia ne è un esempio. Non è abbastanza focalizzare l’attenzione solo su chi compie il male, ma anche sulle condizioni del sistema che supporta e mantiene l’abitudine al male. Intendo dire anche i valori legati alla cultura, alla legalità, alla politica, alla storia, che legittimano le persone che si comportano in modo malvagio.

WLG Secondo la sua teoria, un normale individuo può anche, in alcune particolari condizioni, agire bene e diventare un eroe…

PhZ Se le persone comuni possono essere colpevoli della banalità del male, possono anche erigersi a rappresentare il meglio della natura umana, nella banalità dell’eroismo. Credo che la migliore difesa o antidoto al male sociale sia promuovere l’immaginario eroico nel maggior numero di persone possibile. Gli eroi sono in genere delle persone normali, eroi della vita quotidiana, i quali in particolari situazioni si coinvolgono in azioni straordinarie. Essi agiscono mentre gli altri restano passivi. Si interessano di più degli altri, sono socio-centrici piuttosto che interessati al proprio egocentrico benessere. Sto iniziando una ricerca sperimentale progettata per studiare quale è il momento decisivo perché una persona decida di compiere un atto eroico, come disobbedire ad una autorità ingiusta. Il mio collaboratore dell’Università di Palermo, Piero Bocchiaro ed io abbiamo da poco completato la prima serie di esperimenti per cercare di comprendere quali fattori sociali e di personalità caratterizzano le persone che si sono comportate in modo eroico. Nell’ultimo capitolo dell’Effetto Lucifero, presento una nuova tassonomia di 12 differenti tipi di eroi con esempi tratti da varie culture. Naturalmente, l’eroismo è culturalmente e storicamente definito. Quando il mio libro sarà tradotto in italiano, verso la primavera del 2008, spero di ricevere dei riscontri dai lettori italiani circa la natura di quelli che essi definiscono eroi.

Walter La Gatta

© copyright psicolinea.it – Ottobre 2007

(1) La timidezza come prigione auto-imposta

Quale altra prigione è così oscura come il proprio cuore!
Quale carceriere è così inesorabile come il proprio sé?
Nathaniel Hawthorne

Nella prigione allestita negli scantinati, i prigionieri hanno rinunciato alle loro libertà basilari in seguito al controllo coercitivo delle guardie. Tuttavia, a parte il laboratorio, anche nella vita reale molte persone volontariamente rinunciano alla propria libertà di parola, di azione e di associazione anche senza che vi siano delle pressioni esterne che impongano di farlo. Ciò dipende dall’interiorizzazione che esse hanno fatto di questi carcerieri così esigenti, che sono diventati parte del proprio sé; le guardie che limitano le opportunità verso la spontaneità, la libertà, la gioia di vivere. Paradossalmente, queste stesse persone hanno interiorizzato anche l’immagine del prigioniero passivo che, seppure in modo riluttante, si mostra acquiescente nei confronti di queste restrizioni che si è auto-imposto in tutte le proprie azioni. Ogni azione che richiama l’attenzione degli altri spaventa queste persone che temono di sentirsi potenzialmente umiliate, di provare sentimenti di vergogna, di essere rifiutate dagli altri, per cui tutto questo va evitato. In risposta al carceriere interno, la persona si fa prigioniera e si tira indietro dalla vita, nascondendosi dentro una corazza, scegliendo la sicurezza della silenziosa prigione della timidezza. Elaborando questa metafora, a partire dall’esperimento della Stanford University, ho pensato alla timidezza come una fobia sociale che rompe i legami dei rapporti interpersonali facendo degli altri una minaccia, anziché un’opportunità. L’anno successivo al termine del nostro studio sulla SPE, ho iniziato un progetto di ricerca più impegnativo, il Progetto Timidezza della Stanford University per investigare le cause, le componenti, le conseguenze della timidezza negli adulti e negli adolescenti. Il nostro fu il primo studio sistematico della timidezza nell’adulto; quando ne sapemmo abbastanza, andammo avanti per sviluppare un programma di trattamento della timidezza in un’unica Shyness Clinic (1977). La Clinica, che è stata sempre in attività in tutti questi anni a Palo Alto, è diretta dalla Dr.ssa Lynne Henderson, ed ora è parte della facoltà di psicologia presso la Pacific Graduate School. Il mio maggiore successo nel trattamento e nella prevenzione della timidezza è stato quello di sviluppare degli strumenti per aiutare le persone timide a liberarsi delle loro silenziose, auto-imposte prigioni. Ho fatto questo in parte scrivendo libri divulgativi per il grande pubblico su come trattare la timidezza negli adulti e nei bambini (2). Queste attività sono state un modo per riparare gli imprigionamenti cui avevo sottoposto i partecipanti all’esperimento presso la Stanford University ( SPE).

(Traduzione dall’inglese di Walter La Gatta, tutti i diritti riservati)

(1) La timidezza come prigione auto-imposta

Quale altra prigione è così oscura come il proprio cuore!
Quale carceriere è così inesorabile come il proprio sé?
Nathaniel Hawthorne

Nella prigione allestita negli scantinati, i prigionieri hanno rinunciato alle loro libertà basilari in seguito al controllo coercitivo delle guardie. Tuttavia, a parte il laboratorio, anche nella vita reale molte persone volontariamente rinunciano alla propria libertà di parola, di azione e di associazione anche senza che vi siano delle pressioni esterne che impongano di farlo. Ciò dipende dall’interiorizzazione che esse hanno fatto di questi carcerieri così esigenti, che sono diventati parte del proprio sé; le guardie che limitano le opportunità verso la spontaneità, la libertà, la gioia di vivere. Paradossalmente, queste stesse persone hanno interiorizzato anche l’immagine del prigioniero passivo che, seppure in modo riluttante, si mostra acquiescente nei confronti di queste restrizioni che si è auto-imposto in tutte le proprie azioni. Ogni azione che richiama l’attenzione degli altri spaventa queste persone che temono di sentirsi potenzialmente umiliate, di provare sentimenti di vergogna, di essere rifiutate dagli altri, per cui tutto questo va evitato. In risposta al carceriere interno, la persona si fa prigioniera e si tira indietro dalla vita, nascondendosi dentro una corazza, scegliendo la sicurezza della silenziosa prigione della timidezza. Elaborando questa metafora, a partire dall’esperimento della Stanford University, ho pensato alla timidezza come una fobia sociale che rompe i legami dei rapporti interpersonali facendo degli altri una minaccia, anziché un’opportunità. L’anno successivo al termine del nostro studio sulla SPE, ho iniziato un progetto di ricerca più impegnativo, il Progetto Timidezza della Stanford University per investigare le cause, le componenti, le conseguenze della timidezza negli adulti e negli adolescenti. Il nostro fu il primo studio sistematico della timidezza nell’adulto; quando ne sapemmo abbastanza, andammo avanti per sviluppare un programma di trattamento della timidezza in un’unica Shyness Clinic (1977). La Clinica, che è stata sempre in attività in tutti questi anni a Palo Alto, è diretta dalla Dr.ssa Lynne Henderson, ed ora è parte della facoltà di psicologia presso la Pacific Graduate School. Il mio maggiore successo nel trattamento e nella prevenzione della timidezza è stato quello di sviluppare degli strumenti per aiutare le persone timide a liberarsi delle loro silenziose, auto-imposte prigioni. Ho fatto questo in parte scrivendo libri divulgativi per il grande pubblico su come trattare la timidezza negli adulti e nei bambini (2). Queste attività sono state un modo per riparare gli imprigionamenti cui avevo sottoposto i partecipanti all’esperimento presso la Stanford University ( SPE).

(Traduzione dall’inglese di Walter La Gatta, tutti i diritti riservati)

(2) Shyness research: Zimbardo, P G. (1986). The Stanford shyness project. In W. H. Jones, J. M. Cheek, & S. R. Briggs (Eds.), Shyness: Perspectives on research and treatment (pp. 17-25). New York: Plenum Press.

Zimbardo, P. G. (1977). Shyness: What it is, what to do about it. Reading, MA: Addison-Wesley,

Zimbardo, P. G., & Radl, S. (1986). The Shy Child. New York: McGraw Hill. Traduzione italiana: “Il bambino timido” (Erickson, 2000), di Philip Zimbardo e Shirley Radl

Chi è Philip Zimbardo?

Philip Zimbardo, Professore Emerito della Università di Stanford (nato il 23 Marzo del 1933) è conosciuto per il suo esperimento della prigione di Stanford (Stanford Prison Experiment, SPE) e come autore di libri di psicologia che hanno introdotto alla materia della psicologia uno sterminato numero di studenti.
Nel 2002, Zimbardo fu eletto Presidente della American Psychological Association. Sotto la sua direzione l’organizzazione sviluppò il sito PsychologyMatters.org, un compendio della ricerca psicologica che può essere utilizzato per le sue applicazioni pratiche, nella vita quotidiana. Nello stesso anno apparì come commentatore nel reality inglese The Human Zoo, dove i partecipanti venivano osservati mentre interagivano in un ambiente controllato.
Nel 2004, Zimbardo ha testimoniato presso la corte marziale in difesa del sergente Ivan “Chip” Frederick, una guardia della prigione di Abu Graib, sostenendo che la pena relativa a Frederick doveva essere ridotta a causa delle pressioni ambientali subite dal militare, con le aggravanti di un addestramento e di una supervisione molto limitati.. A Frederick è stata inflitta una pena di 8 anni. Zimbardo utilizzando l’ esperienza maturata con il caso Frederick ha scritto un nuovo libro, The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil,(non ancora pubblicato in Italia).

Qui di seguito riportiamo i siti consigliati dallo stesso Zimbardo, per conoscere ed apprezzare la sua opera:

www.LuciferEffect.com
www.Zimbardo.com
www.PrisonExp.org
www.Shyness.com
www.TimePerspective.com
www.PsychologyMatters.org

Autore:

Redazione
Il Sito www.clinicadellatimidezza è online dal 2002 e si occupa di timidezza, ansia e fobie sociali.
Responsabile, Dr. Walter La Gatta, psicoterapeuta di Ancona.

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