La tristezza: l’emozione della perdita

tristezza

Definizione 

La tristezza è l’emozione tipica della perdita, della delusione, della separazione, del lutto.

Forme 

Esistono varie forme di tristezza, perché si riferiscono a perdite differenti, che possono riguardare beni materiali, salute, compagnia, affetto, situazione economica, sicurezza in se stessi, obiettivi. La negligenza, ad esempio, è una forma di tristezza che riflette la perdita della motivazione. Questo aspetto della tristezza può essere indicato con vari sinonimi: alienazione, isolamento, solitudine, rifiuto, nostalgia, sconfitta, abbattimento, insicurezza. Altre forme di tristezza riguardano la perdita di una persona cara, ad esempio dopo un lutto.

Come si manifesta

Si manifesta, a livello facciale, con sopracciglia oblique, rughe della fronte piegate a ferro di cavallo e abbassamento delle commissure labiali. A livello comportamentale possono essere presenti pianto e lamenti. Una persona triste generalmente non ha voglia di lavorare, di avere rapporti sessuali, di godersi il tempo libero o di frequentare gli amici: preferisce stare da sola a pensare a quel qualcosa o qualcuno che manca temporaneamente o si è perduto definitivamente.

Perché è una emozione adattiva

Dal punto di vista evolutivo la tristezza è considerata un’emozione molto importante, perché permette di concentrarsi attentamente sull’oggetto o la persona perduta, restando sordi a qualsiasi altro stimolo ambientale e ciò serve come tappa di ricostruzione, nelle situazioni di perdita. Quando ci si sente tristi a causa di un fallimento personale, di una performance non soddisfacente, dell’impossibilità di soddisfare un’ambizione, la tristezza conseguente aiuta a riflettere sui propri errori ed ha anche l’effetto sociale di provocare simpatia, indulgenza e compassione negli altri, permettendo così la reintegrazione all’interno del gruppo.

La tristezza nei bambini, nei non vedenti, negli scimpanzè

Anche i bambini di tre mesi provano l’emozione della tristezza: l’espressione infantile più comune è infatti l’interesse, seguito dalla gioia, dalla rabbia e dalla tristezza (Izard, 1995). La provano inoltre le persone non vedenti, le quali mostrano addirittura l’espressione facciale della tristezza, pur senza averla mai osservata in un volto umano. Tra gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi nel mondo animale, si notano ugualmente espressioni di tristezza.

Tristezza e depressione

L’intensità della tristezza dipende dal valore che l’individuo assegna a ciò che gli manca e agli scopi che la perdita subita viene a compromettere. Quanto più viene ritenuto irrinunciabile, irrecuperabile e insostituibile ciò che manca, tanto più intensa e prolungata sarà la risposta emotiva della tristezza. Quando il senso di tristezza persiste per mesi o anni si parla di depressione. La depressione è una patologia che coinvolge il corpo e il tono dell’umore, così come i pensieri, il modo di percepire se stessi e il mondo e di ragionare sugli eventi della vita. La depressione non è una tristezza passeggera e non è modificabile con un atto di volontà, come invece può accadere con la tristezza (Strock M. 1994).

Frequenza

La tristezza è un’emozione onnipresente; tutti la provano, quasi ogni giorno, per vari motivi: possiamo essere tristi perché ci vediamo invecchiati allo specchio, perché hanno tagliato gli alberi del nostro viale, perché è sparito il nostro getto, la marmellata si è bruciata, le vacanze estive sono finite, la squadra del cuore ha perso.

Emozioni collegate

La maggior parte delle perdite può essere prevenuta, ma una volta che la perdita si verifica, di solito non può essere risolta, compensata o completamente recuperata. Ciò porta al rimpianto e talvolta alla vergogna se non si è riusciti a prevenire una perdita. In molti casi questa sensazione può portare a rabbia e risentimento, incolpando altre persone del danno subito, specialmente quando si riteneva di avere dei diritti su quanto è stato perduto. A volte il senso di perdita può trasformarsi in depressione, quando non ci si riesce ad affrancare dal senso di perdita. A differenza di altre emozioni, come la rabbia, la tristezza si rivolge soprattutto verso l’interno.

Aspetti caratteriali

Dal punto di vista cognitivo essere “silenziosi e tristi” può portare, come dimostrano delle ricerche condotte su adolescenti, a risultati migliori nella risoluzione di esercizi di logica, nell’apprendimento mnemonico, nello svolgimento di esercizi di grammatica.

Gli esercizi di composizione verbale, il riconoscimento di forme da associare e di brani musicali viene invece decisamente meglio agli estroversi e alle persone allegre. Una ricerca (Schnall S., 2008) ha mostrato che l’entusiasmo, la gioia e il sorriso aiutano a svolgere meglio attività creative, relazionali, artistiche, mentre la serietà, il silenzio e a volte l’incupimento aiutano a svolgere attività che richiedono molta concentrazione.

Queste osservazioni, per la verità, non sono modernissime: basti pensare alla tradizione medico-filosofica e al medico dell’isola di Kos, Ippocrate, che vedeva nella “malinconia” uno stato propizio al pensiero e considerava l’umore malinconico una caratteristica dell’uomo di ingegno, del dotto, dell’artista. Il tipo melanconico era caratterizzato secondo Ippocrate dalla bile nera (il termine “malinconia” viene dalle parole greche melan che significa nero e cholè che significa bile) ed aveva un’indole triste, ritirata, pessimista.

Genere sessuale

Dal punto di vista del genere sessuale le donne sembrano sperimentare la tristezza più intensamente degli uomini (Brody I.R. and Hall, 2000). Alla base di ciò potrebbero esservi dei condizionamenti culturali: le donne sono infatti incoraggiate ad esprimere la tristezza, la paura la vergogna e il senso di colpa, mentre i maschi sono incoraggiati ad esprimere rabbia e ostilità (Fischer et al. 2004). Nolen-Hoeksema (1987) hanno invece ipotizzato che le donne tendano, rispetto agli uomini, ad essere più inattive e a ruminare sulle cause e le implicazioni del loro umore depresso, mentre gli uomini cercano di evitare di pensare ai loro problemi e si impegnano piuttosto in attività che li distraggono, come ad esempio gli sport. (La “ruminazione” è un sintomo caratteristico della depressione ed è collegato agli eventi più stressanti – Tait & Silver, 1989)

Perché questa emozione non è sempre negativa

Oggi la tristezza è considerata un’emozione negativa ed infatti basta che una persona attraversi un periodo di malinconia che già la si considera “depressa”.  Come osserva lo psicoanalista James Hillman (2001): «Ognuno di noi è soggetto alla tirannia di una vita che va in fretta. E la malinconia è diventata un oltraggio, in questa società che corre senza sapere dove». La medicina moderna cerca di cancellare in ogni modo la naturale tristezza umana, attraverso l’abuso di farmaci antidepressivi, creati inizialmente per trattare le depressioni gravi e che invece oggi vengono prescritti anche in presenza di semplici stati di ansia, tristezza o timidezza.

Questa ‘medicalizzazione’ di una normale condizione umana, fa perdere di vista il contesto in cui si manifesta l’emozione della tristezza. Se una persona, ad esempio, ha subito un trauma per una perdita, una malattia, una separazione, è normale che provi tristezza e togliendole la possibilità di riflettere su quello che è accaduto non è detto che sia sempre un bene.

La tristezza infatti permette alla persona di conoscersi meglio, di capire ciò che prova nei confronti degli altri. Ad esempio, ci si può accorgere di essere innamorati perché l’assenza di una persona ci fa sentire tristi, e questo evidenza la presenza di un bisogno affettivo di cui si potrebbe non essere ancora consapevoli.

Quando la tristezza è piacevole

Esiste anche una tristezza piacevole: si pensi alla tristezza che si prova dopo aver visto un film o letto un libro in cui i protagonisti vivevano delle storie difficili, oppure alla combinazione agrodolce di tristezza e felicità che si prova nei momenti di nostalgia (Power, 1999). In ogni caso la tristezza può essere piacevole, perché comporta sempre un invito alla riflessione e molto spesso consente il distacco dalla banalità e dalla mediocrità. In alcuni casi può perfino avere un effetto rilassante: infatti, se alcune emozioni, come la rabbia e la paura tendono ad attivare l’organismo, la tristezza tende decisamente ad inibirlo.

Come aiutarsi da soli

Si potrebbe iniziare ponendosi queste domande:

  • Cosa sento di aver perduto? Si tratta di una perdita reale o solamente immaginata?
  • Qual è il valore di ciò che sento di aver perso per me? Perché lo percepisco come importante?
  • Perché sto male per questa perdita? La mia reputazione è stata danneggiata? Mi sento meno competente? Mi è stato negato un giusto riconoscimento o ricompensa?
  • Perché non riesco a reagire? Mi sento impotente? Ho perso l’autonomia? Sono stato imbrogliato? Sono stato 0ffeso? Sono stato costretto a fare ciò che non desideravo? Sono stato minacciato, ferito, colpito, maltrattato, attaccato o intimidito? Qualcuno ha violato la mia privacy? Le mie libertà sono state limitate?
  • Da un punto di vista razionale, quanto è grande questa perdita? Sto valutando questa perdita in linea con i miei valori ? Che impatto potrebbe avere questa perdita nel futuro? Come posso recuperare? Posso semplicemente ignorare il problema?

Un’altra forma di aiuto consiste nella meditazione: i buddhisti insegnano l’inevitabile impermanenza delle cose preziose. come un modo per prepararci a fronteggiare le inevitabili perdite della vita.

Un altro modo per affrontare la tristezza è scrivere, o disegnare: queste modalità espressive possono aiutare ad esternare qualcosa, che altrimenti rimarrebbe dentro di sé,permettendo alla persona triste di liberarsi di un dolore, senza parlarne con altri.

Intervento psicoterapeutico

Un terapeuta può essere di grande aiuto, perché già il parlare della propria perdita lenisce il dolore. Facendolo con un terapeuta ci si può sentire rassicurati sulla professionalità dell’ascolto, delle risposte, degli eventuali consigli e della privacy. Una volte terminata ala psicoterapia il terapeuta esce alla vita del paziente, che può così continuare a rapportarsi liberamente con le persone del suo ambiente, senza dover condividere in eterno con altri i propri segreti ed i più intimi pensieri.

Dr. Walter La Gatta

Immagine:

Unsplash

Autore:

Dr. Walter La Gatta
Si occupa di:

. Psicoterapie individuali e di coppia
. Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia)
. Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
. Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

E' responsabile del sito
www.clinicadellatimidezza.it


Riceve ad Ancona e Terni. Per appuntamenti: 348 – 331 4908

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