L’età dell’ansia: storia della relazione fra America e tranquillanti

L’età dell’ansia: storia della relazione fra America e tranquillanti

 

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Su un giornale canadese vi è oggi un’interessante recensione di un libro pubblicato questo mese negli USA da Andrea Tone, ricercatrice di storia sociale della medicina presso la McGill University. Il libro si chiama The Age of Anxiety: A History of America’s Turbulent Affair with Tranquilizers (L’età dell’ansia: storia della relazione fra America e tranquillanti). Ovviamente non esiste ancora in traduzione italiana.

Nel suo libro la Tone racconta come si diffuse negli anni cinquante l’utilizzo di alcuni tranquillanti, come Miltown, Valium e Librium, ma racconta anche dei più moderni Xanax ed Ativan, il cui consumo è molto cresciuto in America dopo i fatti dell’11 Settembre. Nei giorni caldi dell’attacco, le vendite dello Xanax salirono del 22% a New York e del 9% negli Stati Uniti. Nei quattro anni successivi all’attacco gli americani che hanno cercato aiuto per risolvere problemi di ansia sono saliti da 13.4 milioni a 16.2 milioni.

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Oggi le persone sono in ansia per i problemi che riguardano la crisi finanziaria, la perdita dei posti di lavoro, ma vi è sempre stato un forte legame fra insicurezza economica e stress psicologico, a causa della povertà, della paura per il licenziamento, ecc.

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La Tone si è avvicinata allo studio dei tranquillanti scrivendo il suo precedente libro, dedicato alla pillola contraccettiva e considerato uno dei migliori libri dell’anno dall’Washington Post. Negli anni sessanta e settanta infatti, quando si diffuse la pillola anticoncezionale, si diffusero su larga scala anche i primi tranquillanti, che rivoluzionarono la vita di chi soffriva di disturbi ansiosi.

Solo nel 1978 il Valium vendette 2.3 miliardi di pillole in tutto il mondo, abbastanza per curare metà della popolazione mondiale. Questi farmaci vennero definiti in vari modi: aspirina delle emozioni, pillole senza effetti collaterali, pillole della pace.

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Dalla metà degli anni cinquanta fino ai tardi anni settanta i tranquillanti sono stati visti come una grande panacea: è una storia di successi e di crescente dipendenza, una rivoluzione farmaceutica che ha permesso a molte persone di apparire calme, mentre non lo erano affatto.

Il problema, dice la Tone, non è certo l’ansia: non c’è niente di male nel sentirsi leggermente tesi, con le farfalle nello stomaco, prima di un esame o in quelle condizioni particolari in cui l’organismo vive la condizione di attacco o fuga. Un po’ di ansia fa bene: se incontri un orso, non puoi certo rimanere calmo, così come se sei una donna che passeggia da sola per le strade di notte… Un po’ di ansia può sicuramente prevenire molti pericoli.

Quando però lo stress normale della vita quotidiana si trasforma in fobie, quando le preoccupazioni, le paure, la depressione ti rendono incapace di alzarti al mattino o di affrontare anche le attività più semplici della vita, sicuramente c’è bisogno di aiuto.

Nel diciannovesimo secolo William James, fratello del romanziere Henry James e pioniere nel mondo della psicologia, coniò il termine “Americanitis” per descrivere l’angoscia – il termine diagnostico ufficiale era “nevrastenia”- che affliggeva le persone degli States in molti periodi della loro vita.

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Infatti, in termini medici e culturali, la nevrastenia fra il 1800 e il 1900 fu considerata (come poi l’ansia sarebbe stata considerata negli anni 50) come il prezzo che gli americani dovevano pagare al successo.

I primi trattamenti per l’ansia furono molto vari: dall’oppio all’elettro-shock, ai bagni con frizione di spugna, agli elisir a base di alcol, fino alle medicine vendute senza alcun controllo, porta-a-porta.

Nei primi anni cinquanta, la terapia psicologica veniva già largamente prescritta , ma questo non fermava alcune persone dall’assumere delle pillole che alzavano e abbassavano lo stato emotivo, dalle amfetamine ai barbiturici.

La Tone si è chiesta in questo studio se l’introduzione nelle società occidentali di questi farmaci tranquillanti abbia cambiato in qualche modo la vita delle persone, ma ciò che è accaduto in America non può essere compreso se non si considerano anche gli eventi culturali e politici ad esso correlati. L’ansia infatti nella metà del secolo scorso veniva vista come un problema meno serio rispetto ad oggi, come il sintomo di un forte stress, ma anche del successo: il prezzo che gli americani pagavano per il loro desiderio di progresso.

A quel tempo condizionante fu la paura per lo scoppio di una bomba atomica durante gli anni della guerra fredda ed anche il bisogno pragmatico di trovare una soluzione economica, pratica, veloce per migliorare i problemi sociali e personali. Vi fu, dice la Tone, anche una specie di fede acritica nei prodotti farmaceutici, seguita alla scoperta della penicellina, dei vaccini anti-polio, ai nuovi trattamenti per il diabete e l’ipertensione.

Quando di queste medicine si scoprirono gli effetti collaterali l’entusiasmo diminuì.

Negli anni cinquanta i tranquillanti venivano utilizzati soprattutto dagli uomini e dalla classi meno avvantaggiate, come i reduci di guerra o da gente che viveva ai margini della società, come i poveri o gli hippies. Negli anni settanta però, dopo l’ammissione di uso di tranquillanti da parte di persone importanti, come Betty Ford (first lady), si capì che essi venivano utilizzati proprio da tutti.

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Oggi la persona che soffre di ansia e fobie e che ha bisogno di un piccolo aiuto per dormire o per prendere l’aereo ricorre ancora al tranquillante piuttosto che all’antidepressivo Paxil o Zoloft. Nessuno parla più apertamente delle proprie ansie, perché a differenza di quanto avveniva negli anni cinquanta del secolo scorso, l’ansia è oggi considerata una malattia seria, che necessita dei trattamenti appropriati.

Fonte: The Gazette

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Walter La Gatta
psicologo psicoterapeuta sessuologo
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