Sentirsi un alieno. La sensazione di essere esclusi
Sentirsi un alieno non ha nulla a che vedere con astronavi o galassie remote. Si tratta piuttosto di un’esperienza intimamente umana, per quanto intrisa di una certa paradossalità: essa prende forma proprio nel punto in cui il bisogno di appartenenza entra in collisione con la percezione di esserne esclusi. È una distanza impalpabile, difficile da nominare con precisione, che separa l’individuo dagli altri pur collocandolo fisicamente in mezzo a loro.
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Qual è il significato della parola “alieno”?
Il termine “alieno” affonda le sue radici nel latino alienus, il cui significato rimanda a ciò che è “altro”, “estraneo”, “appartenente ad altri”. In origine, dunque, non evocava immagini fantascientifiche, bensì designava una condizione di non appartenenza, di distanza rispetto a ciò che è familiare. Indica ciò che non ci somiglia, ciò che non riconosciamo come parte del nostro orizzonte consueto.
Solo in epoche più recenti il vocabolo ha acquisito le connotazioni legate all’immaginario extraterrestre; tuttavia, nel registro psicologico, conserva intatto il suo significato primigenio. Sentirsi alieni equivale, pertanto, a percepirsi fuori luogo, come se il proprio modo di essere non trovasse corrispondenza nel contesto circostante. È una forma di estraneità che investe non soltanto la relazione con gli altri, ma anche quella con se stessi.
Cosa prova una persona che si sente un alieno?
Chi attraversa questa esperienza sperimenta spesso una solitudine peculiare, che non deriva dalla mancanza di relazioni, bensì dall’assenza di un’autentica risonanza emotiva. Si può essere immersi tra gli altri e, nondimeno, avvertire una distanza costante, come se una barriera invisibile impedisse un contatto pieno e reciproco.
Il vissuto emotivo tende a oscillare. A momenti di relativa quiete, in cui la condizione appare tollerabile, si alternano fasi in cui il senso di estraneità si intensifica e diviene difficilmente ignorabile. Anche eventi quotidiani, apparentemente marginali, possono assumere un peso emotivo significativo, generando disagio o un senso persistente di inadeguatezza.
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Il senso di inadeguatezza e il confronto con gli altri
Uno degli elementi più rilevanti di questa condizione è rappresentato dal confronto continuo con gli altri. Nell’osservare chi appare sicuro, autonomo e ben integrato, può emergere la percezione di essere in ritardo, incompleti o privi di qualcosa di essenziale. Non si tratta soltanto di esperienze non vissute, ma della sensazione più profonda di non corrispondere a un modello implicito di normalità.
Tale dinamica può alimentare sentimenti di frustrazione e vergogna, consolidando l’idea di una diversità percepita in termini negativi. Si configura così un circolo vizioso, nel quale il senso di estraneità si autoalimenta e si radica progressivamente.
Da cosa dipende questo sentirsi diversi?
Questa sensazione affonda spesso le proprie radici nella storia personale. Un percorso di crescita segnato da un’eccessiva protezione o da restrizioni significative può limitare le occasioni di sperimentazione autonoma. Si apprende così più facilmente a osservare che ad agire, a evitare il rischio piuttosto che a confrontarsi con esso.
Nel momento in cui diventa necessario misurarsi in prima persona con il mondo, tale mancanza di esperienza diretta può tradursi in una percezione di inadeguatezza. Gli altri appaiono già pronti, mentre ci si sente ancora in una fase preparatoria, come se mancassero strumenti fondamentali per affrontare la realtà.
Perché si avverte la sensazione di non essere compresi?
Questa percezione può derivare da una carenza di ascolto autentico. Si ha l’impressione che il proprio vissuto interiore non venga realmente colto né riconosciuto, come se mancasse uno spazio relazionale capace di accoglierlo in profondità.
Ciò può intensificare ulteriormente il senso di solitudine, soprattutto perché prende forma all’interno di relazioni che, idealmente, dovrebbero costituire una fonte di sostegno e sicurezza.
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Sentirsi un alieno: una condanna?
Sentirsi un alieno non equivale a una condizione definitiva. Piuttosto, può rappresentare una fase dell’esistenza in cui il proprio modo di essere non ha ancora trovato un contesto adeguato in cui esprimersi pienamente. Si tratta di una distanza suscettibile di trasformazione, che può ridursi attraverso nuove esperienze e graduali conquiste di autonomia.
All’interno di questa condizione si cela, inoltre, una particolare sensibilità e una spiccata capacità di osservazione. Il nodo cruciale risiede nel riuscire a tradurre tale consapevolezza in esperienza vissuta. Non è necessario conformarsi agli altri, quanto piuttosto individuare una modalità personale di stare nel mondo, che consenta di abitare le relazioni senza sentirsi costantemente estranei.
Dr. Walter La Gatta
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Dr. Walter La Gatta, psicoterapeuta sessuologo.
ANCONA TERNI FABRIANO CIVITANOVA MARCHE E ONLINE
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. Psicoterapie individuali e di coppia
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