Archivio Storico – Famiglia
In questa sezione troverete lettere relative a famiglia, rapporti genitori-figli, fratelli, dinamiche familiari e conflitti quotidiani.
Dal 2012 al giorno d’oggi, centinaia di persone hanno cercato consigli su comunicazione, rispetto reciproco e gestione dei problemi familiari, offrendo uno spaccato utile e concreto della vita familiare.
Le lettere dal 2002 al 2011 sono in gran parte organizzate in ordine cronologico nell’archivio generale. Alcune lettere di quegli anni, particolarmente rilevanti per tema, sono state invece inserite direttamente nelle sezioni tematiche per facilitarne la consultazione.
Eccessiva timidezza del figlio
Salve, sono papà di un bambino di 8 anni e noto un eccessiva timidezza di mio figlio e vorrei capire se sia una mia eccessiva preoccupazione e un cosiglio su come aiutarlo visto che non ci riesco a tal proposito vi faccio alcuni esempi che vi possano far capire la situazione : da quest’anno lo abbiamo iscritto a calcio ed è anche bravino ma sempre frenato negli spogliatoi tutti scherzano gridano parlano e lui si limita a guardarli, se la sua squadra fa gol lui sembra non traspirare emozioni gli altri si abbracciano e lui da un’altra parte appena accenna 1 sorriso, ogni fine allenamento perde qualcosa ed hai miei rimproveri di svegliarsi lui piange addirittura durante la partita quando a conquistato la palla ed arriva un suo compagno lui si toglie x lasciarla quasi non voler dar fastidio.
Poi quando incontra delle persone prima non salutava proprio ora dopo la mia mia insistenza appena si sente un debole ciao…Nella scuola è piuttosto bravo ma la maestra mi dice che nel momento della merenda mentre tutti si alzano lui rimane nel suo banco mangia da solo.Io cerco di spronarlo ma forse non è il modo migliore visto che le mie parole cadono nel vuoto e spesso si mette a piangere.
Gli dico di tirar fuori un pò di grinta quando gioca di chiamare i compagni farsi dare il pallone , ma gli aggiungo anche che a me non interessa se vinca o perda e di quanto sia bravo ma che si diverta e si lasci andare , e ieri mi ha fatto molta tenerezza rispondendomi : Papà tu non sai io ci provo sempre !! e allora ho capito che devo chiedere un consiglio un aiuto ad un esperto su come aiutarlo cosa consigliarli e se da solo potrà sbloccarsi !!
Gentilissimo,
Suo figlio le ha detto una cosa molto semplice, ma rivelatrice: non è che lui non voglia essere come gli suggerisce il papà, lui semplicemente non ci riesce! E allora, inutile insistere con richieste pressanti ed ulteriormente avvilenti per lui: molto meglio darsi da fare per aiutarlo a vincere le sue difficoltà sociali.
Anzitutto, per farlo sentire parte del gruppo, è necessario che suo figlio venga accolto, considerato, accettato. Nessun bambino passerebbe la palla ad un compagno di gioco poco conosciuto e poco accettato dal gruppo: se lo facesse, verrebbe a sua volta sanzionato dal gruppo e isolato.
Ecco allora che quello che andrebbe anzitutto costruito un rapporto di conoscenza e di fiducia tra i compagni di squadra, che vada al di là delle interazioni di gioco. Sarebbe importante frequentare le famiglie di questi compagni, nelle occasioni sportive, ma anche in occasioni sociali create ad hoc, in modo che i bambini e le rispettive famiglie possano conoscersi meglio.
Quanto ai ragazzi, essi dovrebbero essere incoraggiati a praticare insieme anche giochi diversi da quelli abituali, come ad esempio fare qualche partita alla playstation, o qualche altro gioco più tradizionale (carte, monopoli, risiko, giochi fisici, ecc.)
Infine, provi a sperimentare con suo figlio un metodo educativo completamente diverso da quello fin qui utilizzato: niente rimproveri se si comporta male, grandi premi se si comporta bene e raggiunge gli obiettivi prefissati. I premi non dovrebbero possibilmente consistere (o almeno non sempre) in regali costosi, ma nella realizzazione dei desideri di suo figlio, in manifestazioni di affetto, nella disponibilità a trascorrere maggiore tempo con lui, per parlare e fare ciò che a lui piace fare insieme ai genitori.
Molti auguri.
Dr. Walter La Gatta
02-01-2013
Padre preoccupato
Sono un padre preoccupato, mio figlio di 17 anni soffre di una timidezza congenita che speravo fosse superata con l’eta’ma purtroppo mi sto accorgendo che con il passare del tempo le cose non migliorano anzi.Si e’ sempre rifiutato di parlarne seriamente con me anche se a volte mi accorgo che cerca di mettere in pratica alcuni consigli da me dati ma purtroppo con scarso successo.Considerando che e’ un bel ragazzo quindi con ottime affinita’ per avere successo con le sue coetanee non riesce a legare e’ usa spesso modi rudi, ha un modo insicuro e sgraziato nel proporsi a persone estranee e ultimamente sta sviluppando anche dei cosiddetti tic nervosi che forse noto solo io ma che mi proccupano ulteriormente.Amici… pochissimi diciamo quelli che ha conosciuto alle elementari, che fra l’altro sono sulla sua stessa linea.(brio 0)Fa dello sport sempre in ruoli defilati dove il rischio di esporsi e’ praticamente nullo.E sempre in casa al computer esce per andare dai suoi amici in un’altra casa a un altro computer.Scusate per questa lunga descrizione ma vorrei sapere se ci sono possibilita’ di curare questa difficile patologia non chiedo rimedi miracolosi ma consigli per un eventuale cura per migliorare la sua situazione dato che forse come padre non sono stato capace di indirizzarlo o influenzarlo abbastanza.grazie in anticipo
Gentilissimo,
Suo figlio ha 17 anni: un periodo difficile per tutti, anche per i più estroversi. Se poi il ragazzo è particolarmente timido, ha scarsa fiducia in sé stesso, soffre di ansia sociale, questo è probabilmente, per lui, uno dei periodi più difficili della vita. Ma è proprio da questo periodo così difficile, di autoanalisi e di ricerca interiore, che probabilmente uscirà fuori tra qualche mese/anno un ragazzo più maturo, più consapevole e sicuro di sé.
Come può intervenire un genitore per aiutare suo figlio a superare la timidezza? Paradossalmente, cercando di intervenire il meno possibile.
Non è infatti positivo un atteggiamento volto all’evitare al ragazzo qualsiasi ostacolo, ancor prima che si presenti, prevenendo qualsiasi tipo di situazione in cui possa sentirsi a disagio.
La forza interiore di ciascuno di noi si sviluppa sempre a partire dal riconoscimento dei propri errori, delle risposte poco ‘adattive’ fornite agli stimoli ambientali.
Inutile dunque evitargli piccoli errori e qualche brutta figura, che sono invece assolutamente ‘formativi’ a questa età.
Questo non significa, naturalmente, che lei debba disinteressarsi delle problematiche di suo figlio, ma è opportuno che se ne tenga alla giusta distanza, cercando di parlarne o di offrire consigli solo quando vi è effettiva richiesta di questo tipo di comportamento da parte del ragazzo.
Anche mostrarsi troppo ansiosi non è un bene: il ragazzo teme così di deludere le aspettative dei genitori e questo non fa che accrescere la sua ansia, alimentando il circolo vizioso dell’insicurezza.
Da questo periodo di relativo isolamento sociale, di inibizione nei confronti degli altri, piuttosto naturale e frequente alla sua età, suo figlio dovrà trovare in sé stesso la forza per reagire e per diventare una persona più matura, più consapevole, più sicura di sé.
Lei come genitore deve cercare di accompagnare questo percorso, mostrandosi fiducioso nelle qualità del ragazzo, sempre incoraggiante e propositivo. Cerchi di limitare le critiche, specie se non sono strettamente indispensabili; sia accogliente, parli con lui dei suoi antichi vissuti di timidezza, gli racconti di qualche ‘brutta figura’ fatta da adolescente; gli racconti anche di come sia poi riuscito a superare tutto ciò, come l’esperienza l’abbia aiutato a crescere e a sentirsi più adeguato alle situazioni sociali. Gli dia speranza per il futuro, lo incoraggi ad ideare dei progetti da realizzare, organizzi delle situazioni sociali a casa vostra, invitando amici e conoscenti, in modo che il ragazzo possa acquisire le necessarie abilità sociali; non gli faccia troppo pesare le aspettative di successo che lei ha nei suoi confronti.
Visto che suo figlio è così ricettivo ai consigli poi, un’idea potrebbe essere quella di inviarlo ad un ‘consulente’ esterno, uno psicologo, magari maschio, nel quale suo figlio possa trovare un ulteriore modello al quale ispirarsi per cercare sé stesso.
Cordiali saluti.
Dr. Walter La Gatta
30-01-2007
A casa è un’altra bimba
Mi chiamo rossella, e’ sono la mamma di una bimba di anni 4 ad agosto. Apparentemente mia figlia e’ una bimba allegra, socievole, furba, giocarellona, questo a casa o comunque con persone che conosce, perche’ quando c’e’ qualcuno he non consce si chiude, non vuole assolutamente salutare le persone, quando qualcuno gli chiede come si chiama abbssa lo sguardo e abbassa voce glielo sussurra,anche a scuola materna i primi mesi sono stati brutti, non perche’ la bambina piangeva, ma perche’ non voleva partecipare ai giochi , quando la maestra gli parlare lei rispondeva con i gesti, adesso fortunatante tutto si e’ risolto e la maestra mi dice che si E’ RISOLTO TUTTO, sono preoccupata perche’ mi rendo conto che per la forte timidezza mia figia viene messa in disparte, non fanno altro che ettichettarla, dicendo: si vergogna, e’ timida e’ chiusa io sinceramente me la prendo perche’ conosco mia figlia e’ so che a casa e’ un’altra bimba, Aiutatemi vi prego cosa posso fare per farle acquistare un po’ di fiducia negli sconosciuti. grazie
Gentile Rossella,
Questo problema è molto più comune di quanto non si pensi. Molte persone, specialmente mamme, chiedono una consulenza per l’eccessiva timidezza dei loro figli nel contesto scolastico, che giustamente auto-diagnosticano come “mutismo selettivo”. Ora, questa patologia è ancora poco nota e poco studiata, per cui non vi sono grandi indicazioni da dare. Le uniche cose importanti da sapere sono queste:
– La bambina, quando rimane muta, è molto impaurita e dunque il suo comportamento non va considerato un banale capriccio;
– La bambina non deve mai sentirsi al centro dell’attenzione degli altri per i suoi comportamenti. Questo significa che non va premiata quando parla o rimproverata quando non parla. Fare questo significa darle uno strumento per manipolare gli adulti, che è del tutto controproducente;
– La bambina va invitata ad esprimersi anche in altro modo (segni, disegni, ecc.)
– Le cause sono spesso di origine familiare: quando un bambino presenta questi atteggiamenti, sicuramente vi sono altri personaggi in famiglia (genitori, nonni, fratelli) che in passato si sono comportati così.
-Il problema di comunicazione con il tempo si risolve spontaneamente: resta il fatto che aver manifestato questa sindrome in età evolutiva può essere un campanello di allarme per i genitori, in quanto è probabile che il figlio, una volta cresciuto, presenti problemi di ansia sociale, attacchi di panico, ecc.
Cosa fare:
– Favorire la socializzazione, aprire le porte della propria casa a numerosi ospiti, fra cui molti bambini con i loro genitori, accettare gli inviti altrui, porsi come modelli positivi, mostrandosi accoglienti e disponibili nelle relazioni sociali:
– Evitare, quando possibile, un intervento diretto dello psicologo sul bambino
– Sono i genitori che, troppo ansiosi per questa situazione dei figli, devono cercare eventualmente un aiuto psicologico per superare questa fase dello sviluppo del figlio per loro troppo ansiogena. Un eccessivo coinvolgimento dei genitori in questo problema scolastico del loro bambino può rivelarsi controproducente.
– Informare le maestre, cercare una collaborazione
– Consultare lo psicologo scolastico, quando c’è.
Cordialmente,
Dr. Walter La Gatta
03-08-2009
Il difficile caso di suo figlio
Sono entrata nel vostro sito per fortuna ed è un piacere scoprire che c’è chi dà un senso alla parola timidezza invece che usare altezzosi nomi chiusi della neuropsichiatria come autismo.
vi scrivo per parlarvi di mio figlio e del suo difficile caso. Mio figlio è un bambino nato nel 2001 da parto cesareo di peso normale e senza complicanze, era solo molto grosso è sempre cresciuto al 95 percentile, ha solo avuto problemi di orticaria e un ritardo nel linguaggio …esploso poi a 4 anni, quando ha iniziato la materna con una maestra divertente….dolce ed entusiasmante, il bambino ha sempre avuto un’ indole molto affettuosa nei confronti dei suoi coetanei, un grande desiderio di stare con loro e di relazionarsi, spesso il confronto con gli altri non è stato permesso da me per motivi di tempo, e ne ha molto sofferto
ebbene nonostante un cambio di scuola avvenuto a 5 anni, il bambino ha continuato a parlare senza difficoltà, anche se essendo figlio unico ed avendo sofferto di un divorzio e disinteresse paterno, è sempre risultato…inibito nei rapporti con i coetanei, pur avendo un articolato dizionario ne faceva ben poco uso
il nostro calvario è iniziato nel 2009 quando gli è stata diagnosticata una leucemia che è in corso di guarigione, la chiusura è stata totale ed ora ha una diagnosi di autismo, il mio spirito materno non accetta questa diagnosi, anche perchè il bambino parla tanto, canta si esprime, il suo mondo è stato spazzato via da un ospedale e dalle fobie materne che in regime terapeutico lo hanno isolato, creando in lui un disagio nelle relazioni, il mio spirito materno lo conosce più di tutti i medici che hanno fatto diagnosi grossolane senza osservarlo davvero che il bambino sia isolato e non frequenti la scuola è palese,che soffra della mancanza di coetanei è ovvio che si sia chiuso che la sua indole timidissima sia decisamente diventata patologica stando sempre in casa con madre e nonna è un dato di fatto nei prossimi mesi termineremo la terapia e elimineremo tutti i citostatici, il suo emocromo migliorerà e non sarà più a rischio infezione, riprenderà la scuola da autistico ( vi lascio pensare che in passato era uno dei più bravi e precisini della classe, pur essendo timido ) ora ha rimosso le sue conoscenze e tende a non palesare nemmeno le cose minime ) so che a vostro giudizio …così online tutta questa può sembrare la diagnosi di una madre che vuole vedere ciò che le fa meno male, ma dico io può un bambino socievolissimo diventare autistico ? è perchè ?secondo il mio parere un bambino socievolissimo e diligente in seguito ad un trauma può essere spinto a intimidirsi e a chiudersi per proteggersi?
non avendo raffronti con i coetanei tende a inibirsi e a non voler evolvere, ma l’ autismo è tutt’ altra cosa……. che la timidezza crei una sorta di rete da cui il bambino si sente schiacciato ?
vi ringrazio se vorrete leggere la mia sgrammaticata e frettolosa lettera, e ancor di più se mi risponderete via mail grazie
Gentile signora,
Grazie anzitutto per l’apprezzato complimento in apertura della sua mail. Il caso di suo figlio però è, come lei stessa dice, un caso difficile, che meriterebbe un’attenzione ed un approfondimento assai diversi da quello che possiamo offrire in questo spazio.
Al di là di questa premessa, è ovvio che autismo e timidezza condividono molti tratti comuni, ma se il primo è una patologia (in ogni caso con diversi livelli di gravità, come sta emergendo sempre di più in questi ultimi anni), la seconda è solo un aspetto del carattere, dovuto ad una sensibilità, sociale ed emotiva, che porta le persone a comportarsi in determinati modi, che possono essere più o meno adeguati alla realtà vissuta e al proprio ambiente sociale.
L’amore materno è uno strumento importantissimo per cogliere aspetti che nessun medico potrebbe cogliere, anche con i più sofisticati strumenti ma, come lei stessa dice, è possibile anche che, in determinati casi, porti fuori strada, in quanto non permette di valutare le cose in modo oggettivo.
Nel suo caso inoltre mi sembra di capire possano esservi, da parte sua, anche dei sensi di colpa, per l’avvenuto divorzio e (forse) per non aver dato a suo figlio il padre che avrebbe meritato.
Altrettanto problematica è certamente questa reclusione forzata con due sole figure accudenti, la madre e la nonna, che certamente non rendono facile al bambino il superamento delle sue difficoltà.
Credo che, una volta superato il problema di salute più grave, lei faccia bene a non fermarsi al primo specialista ed a cercare delle conferme (o delle smentite) alla diagnosi ricevuta. Una volta certa della diagnosi, qualunque essa sia, sappia che esistono oggi molti strumenti, farmacologici e terapeutici, per migliorare moltissimo la situazione data. Concludendo quindi, le consiglierei di provare a rilassarsi e ad avere fiducia in quello che il mondo scientifico può darle per essere aiutata in questo percorso.
Saluti cordiali.
Dr. Walter La Gatta
12-01-2012
Come rendere un figlio sicuro di sé
Buonasera,
sono la mamma di un bambino di sette anni molto timido e vrgognoso. F. ha frequantato l’asilo con molte difficoltà. Ha frequantato la prima elementare con nessuna difficoltà didattica, ha avuto il massimo dei voti in pagella, tranne in ginnastica perchè rifiuta la materia in quanto deve fare gare e giochi e si vergogna.
Questa estate l’abbiamo iscritto ai centri estivi, proprio per aiutarlo e stimolarlo. Beh, finchè si trattava di fare attività collettive tutto andava bene, mentre nelle attività individuali c’è stato il rifiuto totale con tamto di magone e arrabbitura.E’ atato aiutato dalle animatrici dandogli il compito si assistente e così abbiamo almeno evitato il magone. Quest’anno anche con ginnastica abbiamo addottato la stessa tecnica, ma mi dà l’impressione che così non esca più dalla situazione.
Lo portiamo regolarmente a casa di amichetti e non c’è nessun problema.
Invece, ai compleanni all’inizio si isola finchè non si sente a suo agio e poi partecipa con nessun problema sempre che non ci siano giochi o animatori.
La stessa difficoltà c’era nell’abigliamneto nuovo, ma sembra un pò meglio, mentre nell’alimentazione non assaggia niente che non abbia già mangiato.
Le sue attività preferite sono tutte attività individuali come leggere, disegnare,….
Attendo sue indicazioni per aiutare un bambino che quando si trova in difficoltà, patisce e si arrabbia.
Cordiali Saluti
Roberta
Gentile Roberta,
Se il bambino soffre così tanto nel confronto con gli altri è perché si sente inadeguato, impreparato, insicuro… La cosa migliore da fare dunque è quella di potenziare anzitutto la sua autostima, in modo da permettergli di confrontarsi con gli altri in una situazione di parità. Come fare?
L’ideale sarebbe individuare un suo specifico interesse, che possa essere coltivato da solo o, meglio, in gruppo, per farlo specializzare principalmente in quello. Potrebbero favorire l’inserimento nel gruppo la presenza di compagni che lui conosce, oppure la presenza di adulti amici di famiglia di cui lui abbia fiducia e si possa comportare con spontaneità e libertà. Il gruppo, inoltre, dovrebbe essere non troppo numeroso e non troppo competitivo.
E’ vero che, teoricamente, potrebbe essere più formativo fargli frequentare diversi gruppi, conoscere diverse persone e fare diverse esperienze, ma credo che questo sarà più facile e produttivo quando il bambino avrà perso le sue insicurezze e acquisito delle competenze relazionali.
Il gruppo da frequentare potrebbe essere essere nello sport, nello scoutismo, oppure un corso di teatro o di lingue, di musica, ecc.
Cordialmente,
Dr. Walter La Gatta
29-12-2013
Figlio che legge come un robot
Sono il padre di G., un ragazzo di 13 anni innegabilmente timido, anche se non a livello patologico. Quando frequentava le scuole elementari, mio figlio fu pubblicamente deriso dalla sua maestra perché leggeva “come un robottino”. Alle medie si sta incrinando il rapporto (precedentemente ottimo) con l’insegnante d’italiano, perché lei lo ha accusato di leggere in modo da indurre al sonno chi lo ascolta. Come conseguenza di questo ulteriore rimprovero non legge più ad alta voce quando studia o, se è indispensabile, lo fa solo al chiuso nella sua stanza.
Salve Raffaele,
Una buona idea potrebbe essere quella di fargli frequentare un corso di recitazione o di canto, in modo che, facendo altro, G. possa imparare a modulare meglio il tono della voce. Uguali risultati potrebbero essere raggiunti studiando approfonditamente un’altra lingua con un insegnante di madre lingua che lavori molto sulla pronuncia (in questo caso le correzioni dell’insegnante non sarebbero dovute al modo di leggere, ma a precisazioni sulla fonetica).
A parte questo, direi che la cosa migliore è sdrammatizzare il problema, cercando, almeno in apparenza, di non dargli troppo peso. Sarebbe bene parlare con l’insegnante, esprimendo la propria preoccupazione sul fatto che il ragazzo, dopo quella osservazione sullo stile soporifero della lettura (che magari è stata fatta a fin di bene, per stimolarlo ad essere più spigliato), sta perdendo interesse nella materia, per cui potreste chiederle suggerimenti (un modo per coinvolgerla!) su cosa a suo parere si potrebbe fare, collaborando insieme, per fargli superare questa difficoltà.
L’importante poi è non farsi vedere preoccupati, perché G. potrebbe soffrire della preoccupazione che causa ai suoi genitori e questo potrebbe acuire il problema. Ditegli inoltre che ciascuno ha il suo stile di lettura e che questo stile cambia diverse volte, nel corso della vita, a seconda delle emozioni e dei momenti che si vivono.
Potreste fare riferimento a casi scolastici simili da voi vissuti nell’adolescenza e mostrare come siete riusciti, maturando, a superare brillantemente quel vostro problema. Provate inoltre a chiedergli di sorridere mentre sta leggendo, perché questo modulerà meglio il tono della voce e lo aiuterà inconsciamente a superare le sue difficoltà.
Molti saluti e auguri.
Dr. Walter La Gatta
29-08-2013
Mia figlia è timida
Sono Mihaela, ho 28 anni, sono mamma due figli. Premesso che sono stata una bambina estremamente timide, ancora adesso ho problemi a parlare in pubblico, divento all’istante rossa e ho paura di dire qualcosa di sbagliato, nonostante mi manca poco alla laurea ed essendo cosciente di avere un considerevole bagaglio di cultura e conoscenze! Mia figlia ha 5 anni e mezzo ed a settembre andrà a scuola elementare ed è timida come me, insicura, all’asilo mi dicono che non ha nemmeno il coraggio di chiedere di andare al bagno, abbassa lo sguardo, si mette il dito in bocca, diventa rossa per cosi poco, ha paura di scrivere le letterine pernon sbagliare, soffre quando qualche compagno non gioca con lei. Vi prego aiutatemi,io da ragazza ho subito tante cose brutte e non ho avuto il coraggio di parlare con nessuno, non vorrei che alla mia bambina sucedesse lo stesso! Amo i miei figli con tutta me stessa, mi dedico a loro e sono la mia vita, il maschio è ancora piccolo e non riesco a capire se è diverso dalla sorella, e vorrei aiutarli ad affrontare con più sicurezza le varie tape. Grazie di cuore e scusate gli eventuali errori, nonsono di madre lingua italiana.
Sicuramente si è timidi perché c’è una predisposizione genetica a vivere l’ansia e le emozioni in un certo modo. Sicuramente sono stati timidi i suoi genitori e, probabilmente, lo saranno anche i figli dei suoi figli.
Detto questo, si può fare molto per migliorare il proprio comportamento e per fare questo è necessario essere dei buoni modelli per i propri figli (cosa che, probabilmente, i suoi genitori non sono stati per lei). Occorre dunque sforzarsi per non essere sempre rinunciatari, per non stare sempre nell’angolo, in attesa che altri prendano decisioni e compiano le azioni.
Si dia da fare: parli con la gente, si esponga e non dia peso al fatto che diventa rossa: questo è il male minore! Parli con le mamme degli altri bambini della scuola, organizzi frequenti festicciole a casa sua, invitando i bambini ed i loro genitori. Lasci che sua figlia frequenti, allo stesso modo, le case degli altri. La introduca in nuovi gruppi, prestandole assistenza e supporto le prime volte (come se la cosa interessasse più a lei che alla bambina).
Cerchi insomma di creare intorno a sua figlia un ambiente aperto, pieno di contatti umani e di cose da fare: vedrà che, piano piano, sua figlia cambierà e cambierà di più, se riuscirà a cambiare anche lei… Coraggio!
Dr. Walter La Gatta
26-05-2007
La figlia tredicenne si vergogna
Ho tre figli di 13, 11 e 7. Le prime due ragazze e il maschietto. Le scrivo per la mia prima figlia.
ha sempre avuto un carattere “particolare”, capriccioso, quasi sempre infantile.
In questo ultimo periodo, si vergogna di tutto: non vuole farsi vedere dalle amiche in compagnia della madre e del padre. Guai ad accompagnarla a scuola con la mia vecchia auto devo lasciarla alcuni metri prima per non farsi vedere. a scuola aveva delle lacune in matematica e abbiamo pensato di farle fare qualche ripetizione privata. L’altro giorno mia moglie ha rilavato le ripetizioni alla madre di una sua amica – apriti cielo – “adesso tutta la scuola verra a saperlo” – non dovevi dirlo, ect. ect.
Insomma siamo quasi alla “disperazione” – ma solo con lei. Gli altri due, a volte sono quasi irritati dal suo comportamento.
Le chiediamo una consiglio esperto.
grazie per la consulenza.
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Gentilissimo,
la differenza rispetto agli altri figli è che loro sono ancora piccoli, mentre la primogenita è entrata in una fase delicata e spesso complessa come l’adolescenza. È possibile che il suo carattere sia sempre stato particolare, come lei osserva, ma è evidente che oggi stia attraversando con fatica i suoi tredici anni. In questa età è molto comune provare imbarazzo, sentirsi inadeguati e percepirsi come inferiori agli altri: è una condizione tipica di un’identità che si sta formando e che cerca continuamente conferme.
Per questo motivo, i suoi comportamenti non andrebbero interpretati come semplici capricci o atteggiamenti infantili, ma piuttosto come segnali di un disagio più profondo. Sua figlia sta probabilmente affrontando difficoltà legate alla percezione di sé, al corpo, alle relazioni e al confronto con il mondo esterno. Diventa quindi fondamentale cercare il dialogo, pur sapendo che non sarà semplice. È importante provare a comprendere cosa alimenta i suoi sentimenti di insicurezza e in quali ambiti si sente maggiormente fragile.
In questa fase, più che offrire soluzioni o consigli, è essenziale privilegiare l’ascolto. Sua figlia ha bisogno di sentire che può fidarsi della famiglia, che i suoi pensieri e le sue emozioni verranno accolti senza giudizio e custoditi con rispetto. Questa sicurezza rappresenta una base fondamentale per aiutarla ad attraversare le difficoltà.
Può sembrare che queste considerazioni siano eccessive, anche perché tutti abbiamo vissuto l’adolescenza. Tuttavia, è importante ricordare che molte fragilità dell’età adulta affondano le radici proprio in adolescenze particolarmente difficili o poco comprese.
A differenza di quanto accade con i bambini più piccoli, i genitori degli adolescenti si trovano spesso a dare molto senza ricevere apparentemente nulla in cambio: né affetto, né riconoscenza, né gentilezza. È però solo un’impressione. Per crescere, i ragazzi hanno bisogno di prendere le distanze emotive dalla famiglia e, nella loro inesperienza, possono assumere comportamenti inadeguati o talvolta sgradevoli.
Il compito del genitore, in questo periodo, è quello di restare presente, offrendo ascolto, supporto e una grande capacità di tolleranza. Accompagnare un figlio adolescente richiede pazienza e disponibilità, ma rappresenta anche un investimento fondamentale per il suo equilibrio futuro. Anche la lettura di un buon libro sull’adolescenza potrebbe offrire ulteriori spunti utili per comprendere e affrontare questa fase così complessa.
Cordialmente,
Dr. Walter La Gatta
29-03-2013
Genitori preoccupati
Buongiorno. Siamo genitori preoccupati per la timidezza di nostro figlio, un ragazzo che dovrebbe essere già avviato verso l’autonomia, ma invece è ancora fortemente limitato nelle sue azioni. Tranne rare eccezioni, trascorre i giorni liberi e persino le vacanze chiuso in casa. Ha un amico che a volte lo invita ad uscire (e in quei casi lo vedo contento), ma da parte sua non prende mai l’iniziativa nè gli viene in mente di farsi un giro per i negozi del centro, anche da solo, o iscriversi a una biblioteca o a una palestra. E’ molto in difficoltà quando deve presentarsi in luoghi pubblici di qualsiasi tipo: dalla segreteria scolastica a quei negozi in cui sia necessario rivolgersi ai commessi. Tutte queste cose le fa solo se costretto, ma se può rinuncia e nega di averne bisogno! Abbiamo pensato più volte di rivolgerci a uno specialista e gliel’abbiamo proposto. Ma fin’ora la sua risposta è stata negativa: si arrabbia e dice di poter risolvere la questione da solo. Noi non lo crediamo più, ma in ogni caso non possiamo prendere decisioni senza che lui sia convinto. Abbiamo pensato per esempio alla psicoterapia cognitivo-comportamentale. Di cosa si tratta, esattamente? E’ vero – come si legge – che questa terapia può portare a dei risultati già in breve tempo? Tempi brevi (almeno per vedere i primi risultati) e un professionista “convincente” eviterebbero demotivazione, abbandono e rassegnazione da parte sua.Ma credete possa essere la strada giusta per noi? In caso affermativo, oltre ad ogni Vs. utile osservazione o suggerimento di letture (di testimonianze e casi pratici, per esempio, che potrebbero anche aiutarci a convincere il ragazzo), chiediamo se potete darci consigli per la ricerca di un professionista con una buona esperienza e possibilmente un numero di casi risolti e consultabili, al di là di eventuali pubblicità o di elenchi professionali, scarni e poco informativi sui contenuti. Grazie.
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A21
Gentilissimi,
Dalla lettera non si comprende bene quanti anni abbia vostro figlio. In ogni caso, se fosse ancora adolescente e vi seguisse nella vita di famiglia, nelle vacanze, ecc. il suggerimento è quello di fare delle cose insieme ad altre persone: ad esempio un viaggio, una crociera, ecc. in cui voi siate attivi nell’invitare persone al vostro tavolo e nel coinvolgervi in varie attività.
Questo sarebbe per lui un modello da seguire (non si può pretendere che un figlio sia disinvolto se i genitori sono timidi ed hanno scarse frequentazioni sociali: non so se è il vostro caso, ma se lo fosse, questo aspetto meriterebbe qualche riflessione) ed anche un modo per imparare ad avere contatti sociali con gli altri. Se invece vostro figlio fosse già grande, quello che si è detto prima potrebbe essere ugualmente importante, anche se forse meno efficace.
La cosa che suggerirei è, in ogni caso, quella di cominciare ad affidargli qualche piccolissimo (ma veramente piccolissimo!) incarico (pagare una bolletta, fare un versamento, spedire una raccomandata, andare al supermarket a comprare il pane, ecc.), ogni qual volta vi è possibile, inventando scuse credibili di impegni o malesseri vari.
In seguito gli impegni possono diventare sempre più complessi, ma il passaggio deve essere graduale.
Sicuramente la motivazione per una psicoterapia deve venire dal ragazzo stesso e non va imposta dall’alto. Tornare spesso su questo discorso potrebbe essere anzi controproducente, perché il ragazzo potrebbe sentirsi in colpa per la preoccupazione che sente di dare ai genitori. Eventualmente potreste dirvi voi depressi, ansiosi ecc. ed optare per una psicoterapia familiare, in cui il ragazzo sarebbe ufficialmente coinvolto solo per “curare” i genitori e non per curare lui. (Per non farlo preoccupare, si potrebbe scegliere un sintomo non particolarmente grave, dicendo che se ne soffre da tempo e che si desidera ora risolverlo).
Per trovare un terapeuta adatto spesso occorre conoscerne diversi, perché non ci sono farmaci, come in medicina, che funzionano più o meno su tutti, ma è importante il rapporto che si riesce a stabilire fra persone (e questo è a volte imprevedibile!)
Saluti cordiali e auguri.
Dr. Walter La Gatta
09-03-2015
Genitori tremendamente asociali
Salve, sono una ragazza di 20 anni con diversi problemi di socializzazione. Anzi a dirla tutta, negli ultimi mesi documentandomi, ho avuto l’impressione di avere il disturbo evitante di personalità, ma non essendo mai stata da uno psicologo potrei sbagliarmi.
Sono stata fin da piccola una persona molto timida, che parlava poco. Alle elementari e medie venivo derisa per l’essere secchiona, l’avere gli occhiali e essere silenziosa. Alle superiori , tranne quelle 5 amiche (di cui tre sono sparite appena iniziata l’università, quindi proprio grande amicizia), venivo ignorata totalmente dalla classe … con alcuni non ho nemmeno mai parlato!
All’università mi sono ritrovata da sola e ho dovuto darmi da fare, mi sono aperta e ho fatto amicizia … tuttavia il gruppo che credevo di essermi trovata, mi ha gradualmente esclusa e non so perchè. Forse ero poco divertente? Forse non potevo concedermi di uscire tante sere a settimana perchè vivo con i miei genitori mentre loro sono fuori sede? Non lo so, ancora adesso cerco di capire il perchè di questo comportamento nei miei confronti.
Mi mostro disponibile con tutti, mi interesso a loro, cerco di essere carina ma non vengo mai calcolata … scopro che escono e non mi invitano. A volte oramai mi sento anche a disagio a stare insieme a loro, perchè sono “quella in più” , mentre loro condividono piccole e grandi esperienze.
E’ vero, l’essermi aperta mi ha fatto trovare un fidanzato, ma lui studia qui e abita lontano, in un paese dove ha famiglia e amici. A dir la verità lui, così come la maggior parte della gente che conosco, ha gli stessi amici dall’infanzia, mentre la mia vita è costellata da amicizie finite per trasferimenti, scuole diverse, fidanzamenti, motivi ignoti … E’ una cosa che mi fa molto soffrire.
Su tutto ciò devo dire che hanno giocato un ruolo fondamentale anche i miei genitori. Sono due persone tremendamente asociali, disinteressati ai rapporti con i vicini, con i parenti, ad avere una bella casa e a farsi conoscere. Mia madre è casalinga da 20 anni, sta sempre in casa da sola e non ha amiche, si sente solo con sua sorella. Mio padre lavora dalla mattina all’ora di cena, ed è sempre molto silenzioso.
Ho passato le mie estati fino ai 15 anni, nella casa in campagna insieme a loro … Fino a 9 anni c’era un bambino con cui giocare, poi si è trasferito e io sono rimasta da sola tutte le estati, insieme ai libri da leggere. Penso che questa solitudine estiva durante la prima adolescenza, e il fatto che durante l’anno i miei non mi facessero uscire per il paese perchè ” c’era tempo per queste cose” o andare a casa di amiche “perchè dovevo studiare e era più importante” , sia stato un mix micidiale per me e le mie abilità sociali. Mi sono abituata a stare da sola, e sono spesso spaventata dal fatto che a volte se sono in compagnia vorrei solo tornarmene a casa. L’unica persona con cui sono in pace con me stessa è il mio fidanzato, ma non voglio assolutamente che sia così.
Spero in una risposta … ho letto dei consulti veramente belli! Grazie!
Gentilissima,
Grazie anzitutto dei complimenti, che fanno sempre piacere, ma veniamo a lei…
Come avrà letto altrove in questo sito, i genitori contano moltissimo in queste situazioni: e per il patrimonio genetico che trasmettono e per il loro stile di vita, che indubbiamente influisce nella formazione personale e sull’acquisizione delle competenze relazionali.
Detto questo però, sarebbe sbagliato togliersi ogni responsabilità, attribuendo tutto alla natura, o alla scarsa propensione sociale dei suoi genitori: questo sarebbe come dire che lei non ha alcuna forza di volontà, alcun merito personale, per poter modificare la sua vita, rendendola più piacevole e per lei più degna di essere vissuta.
Mi sembra anche che lei abbia un concetto un po’ idealizzato dell’amicizia: la maggior parte delle persone si frequentano perché hanno delle convenienze reciproche e sono rari i casi in cui si incontra un vero amico, franco e leale, disponibile a stabilire un rapporto di affetto, oltre che di condivisione del tempo. Molto, molto più facile,a questo punto, è trovare un fidanzato! (Ed infatti, su questo punto mi sembra lei sia abbastanza soddisfatta).
Le consiglierei di uscire con gli amici senza stare a guardare se lei è la prima o l’ultima, se è quella in più o quella in meno… Paradossalmente, una certa rilassatezza su questo aspetto la renderà automaticamente molto più simpatica. Cerchi poi di frequentare anche ambienti che le siano più vicini, dove incontrare delle persone a lei affini, che condividano con lei degli interessi: avere degli interessi in comune è un ottimo punto di partenza per stabilire delle amicizie più profonde.
Le piacciono le lingue, l’arte, i viaggi, il ballo, il gioco delle carte o degli scacchi? Si iscriva a dei corsi, frequenti dei circoli. Non cerchi l’amicizia assoluta: cerchi solo persone con le quali condividere pensieri ed emozioni positive. Se poi nasceranno vere e forti amicizie, tanto meglio.
Saluti e auguri.
Dr. Walter La Gatta
20-12-2012
Problemi con la madre
Salve,
Io ho dei problemi con mia madre, infatti il nostro rapporto non è dei migliori. Non è che non ci vogliamo bene, ma lei molto spesso fa differenze tra me, mio fratello e mia sorella. Io sono la più piccola dei tre e nonostante sia una bravissima ragazza, mi sono diplomata, aiuto in casa anche economicamente, lei ha sempre qualcosa da ridire su di me. Alle altre persone dice che sono brava, ma a me non ha mai dimostrato di essere orgogliosa di me. Certe volte fa dei ragionamenti assurdi, per lei non dovrei neanche uscire di casa a divertirmi. Due anni fa stavo con un ragazzo che ho dovuto lasciare perché a lei non andava bene. Lo so non dovevo farlo e lì ho sbagliato io, ma la pressione psicologica era davvero troppa. Ci sarebbero tanti episodi da raccontare ma a volte mi vergogno io al posto suo per le parole che mi dice. Qualche volta riesce anche a farmi sentire in colpa e mi ritrovo a chiedermi cosa ho fatto di sbagliato, cosa c’è che non va in me. C’è da dire che io e mia mamma siamo state separate per diversi anni, perché lei si è trasferita in italia dal mio paese quando io avevo 10 mesi fino a quando a quando11 anni sono venuta anche io in italia. Lei andava al mio paese tutti gli anni per un mese, ma penso che abbiamo perso tanto l’una del’altra.
Gentilissima.
I “legami di sangue” non sempre sono i più forti: si può essere madri e figli, fratelli e sorelle, senza condividere nulla a livello di aspetto fisico o di personalità. Quando inoltre due persone poco affini vivono lontane, è normale che i legami si indeboliscano. Nella sua storia tuttavia c’è una madre opprimente, invasiva ed ipercritica, che si comporta così senza ragioni plausibili, visto che quando parla con persone estranee parla bene di lei e le fa anche dei complimenti.
E’ probabile che sia una persona incapace di comunicare quello che prova, magari per timidezza, o inibizione. Forse vorrebbe dirle tutto quello che pensa di lei, ma le risulta più facile usare i toni duri e anaffettivi del rimprovero. Provi lei, ora che è grande, a tentare un riavvicinamento, provi a metterla a suo agio, ad esprimerle per prima un segnale di affetto: non è detto che funzionerà ma se, come è auspicabile, si trattasse solo di una difficoltà di comunicazione fra di voi, questo potrebbe aiutare.
Saluti cordiali.
Dr. Walter La Gatta
26-02-2013
Un errore da parte dei miei
Buongiorno,
sono una ragazza di 31 anni che, fino ad ora, ha raggiunto l’unico obiettivo del diploma di liceo. Da qui in poi, il nulla. Ho alle spalle un passato relazionale disastroso, dalla prima elementare alla quinta superiore. Le mie relazioni con gli altri sono sempre state INFERNALI: ho sempre faticato a capire il perche’ dei cattivi comportamenti e delle prese in giro, senza mai rendermi conto del fatto che essi sono praticamente ineliminabili. A settembre 2013, di mia iniziativa, ho iniziato un percorso psicoterapico cognitivo-comportamentale, della durata di 10 sedute + 3 di follow-up. La mia decisione è nata dal fatto di voler fare chiarezza a proposito della mia salute psichica, perché spesso, purtroppo, mia madre mi insultava dicendomi che “non ero normale, ero una disadattata, una poveraccia, una sfigata” (testuali parole). La terapeuta che mi ha seguita, mi ha diagnosticato tratti ansiosi, scarsa autostima e insicurezza. NON mi ha, però, inviata dallo psichiatra e, di fronte alla mia domanda diretta, mi ha detto che sono normalissima. Ho avuto solo due relazioni sentimentali, entrambe finite male, con ragazzi conosciuti tramite social network. La prima l’ho vissuta a 24 anni, la seconda a 26. Soprattutto nel primo caso, mi sono proprio accontentata del tipo di ragazzo che avevo accanto, perché non volevo sentirmi diversa dalle altre ragazze. Vuol sapere il colmo, in tutto questo? Sono una ragazza carina, penso anche intelligente, oltre che educata, sensibile, dolce e che, se si sente accolta, può dare molto. Sarei la prima a voler andare d’accordo con tutti, ma sembra proprio che gli altri non la pensino allo stesso modo. Lavoro a tempo determinato come insegnante e vivo con i miei. Le persone, per me, sono “tutte uguali”, cioè difficili da capire. Come ho detto anche alla terapeuta, io penso di non meritare il loro rispetto; lei mi ha fermata con un NO categorico, dicendomi che non dipende da me, ma da questi “altri”. Genitori e parenti mi hanno sempre paragonata a mia sorella, più giovane di me di 4 anni, ovviamente in senso peggiorativo e quasi sempre in mia presenza; altro paragone era ed è con i figli degli altri. Certo, è pur vero che hanno raggiunto obiettivi importanti, a cui io non sono arrivata, ma mi sembra cmq un errore da parte dei miei. Qualcuno ha anche avuto la delicatezza di dirmi che potrei pure ammazzarmi. Finora, però, non l’ho mai fatto. La mia domanda è generica: cosa si sente di dirmi, a proposito di ciò che le ho scritto? Grazie, Elisa
Gentilissima Elisa,
Ciò che sento di dirle è che aver intrapreso quella prima psicoterapia è stato per lei un passo molto importante, in quanto ha compreso che è possibile, anzi è necessario, a questo punto della sua vita, cercare di modificare un po’ la sua personalità e soprattutto la relazione che lei ha con l’ambiente intorno a sé. Francamente resto perplesso sulla terapia che le è stata prospettata: va bene infatti le dieci sedute, ma queste dovrebbero essere svolte per trattare una sintomatologia specifica e non una situazione generale, che invece richiede maggiore approfondimento.
Mi sembra infatti che lei sia assolutamente dentro al problema e non riesca ancora a guardarlo da una prospettiva più oggettiva, più distaccata. Evidentemente c’è da comprendere il perché di queste di questi strani comportamenti familiari che descrive, ma soprattutto occorre lavorare sulla sua progettualità futura, sia dal punto di vista lavorativo, sia affettivo.
Non so se cercare persone in questi siti di incontri sia effettivamente la cosa migliore da fare nel suo caso, ma è sicuro che lei debba a questo punto cercare qualcuno su cui poter davvero contare, anche per distaccarsi emotivamente (e fisicamente) da questa famiglia poco funzionale, che è probabilmente la fonte di tutte le sue insicurezze.
Cordialmente,
Dr. Walter La Gatta
03-03-2014
Mio padre mi ha spaventata
Mi chiamo Sara, ho 29 anni e vi chiedo se possibile un consiglio sulla mia situazione. Sono sempre stata timida da quando ero piccola, mia mamma e’ stata un po’ apprensiva e mio padre e’ un ex alcolista e con i suoi modi mi ha un po’ spaventato. a scuola gia da bambina ma anche in seguito appena una maestra o professore mi chiamava anche solo per l’appello sentivo crescere una grande ansia ‘tremore e diventavo rossa come un peperone appena qualcuno si rivolgeva a me.adesso che la scuola e’ finita da molto lo stesso problema si ripropone sul lavoro dove appena incomincio a lavorare in un posto dopo un po’ non vedo l’ora di cambiare perche’ mi sento osservata e giudicata e ogni cosa mi imbarazza. non esco quasi piu perche i posti affollati locali, ristoranti ma anche un semplice giro in citta’ dove posso incontrare qualcuno mi paralizza, mi fa venire un gran disagio. quando incontro un amica per strada, un parente, un conoscente divento subito rossa, comincio a sudare mi viene come il vuoto in testa e perdo il controllo della situazione. potete capire come la mia vita cosi’ si sta facendo difficile e mi sta portando quasi all’isolamento. vi chiedo un consiglio su come posso muovermi per risolvere questa situazione.grazie mille
Gentilissima,
Il suo problema non ha nulla a che fare con la timidezza: si tratta molto probabilmente di fobia sociale e conseguente disturbo di evitamento sociale. E’ difficile che riesca a superare il problema da sola (le consiglio una psicoterapia cognitivo-comportamentale focalizzata sui sintomi), ma per aiutarsi da sola può fare molto. Anzitutto leggere, documentarsi, in modo da sapere che non è sola e che il problema può essere superato; un’altra cosa importante è confrontarsi con gli altri. Per questo noi abbiamo aperto un Forum in cui i lettori possono conoscersi e darsi dei consigli. Allo stesso modo potrebbe esserle utile partecipare ai gruppi di auto-aiuto che stiamo organizzando in Ancona, ai quali è possibile che partecipino persone provenienti da tutte le parti di Italia, dal momento che ci si vede una sola volta al mese. Infine, sappia che più evita gli altri più ingigantisce il problema. Cerchi comunque di uscire, magari per andare a passeggio in luoghi diversi da quelli dove incontra gente che conosce, vada al cinema, vada nei pub con luci soffuse, ecc. Insomma: cerchi le situazioni che preferisce, ma assolutamente eviti di chiudersi in casa.
Cari saluti.
Dr. Walter La Gatta
06-10-2007
Mio padre mi ha fatto sentire stupida
Sono una ragazza di 30 anni e soffro di una grande timidezza. A dire il vero timida lo sono stata fin da piccola ma forse nell’etàa dolescenziale ne ero un pò venuta fuori, invece ultimamente è sempre peggio….divento rossa per un niente, non riesco a parlare in pubblico e se sono costretta afarlo mi prendono delle vampate allucinanti, giramenti di testa, tremolii di mani,dolori forti alla testa…..ma perchè? Se vado avanti così non concluderò mai niente nella mia vita, parlare, confrontarsi con gli altri è tutto, ti da nuovi stimoli,puoi conoscere nuove cose…io invece finirò per isolarmi sempre di più se vadoavanti così!La cosa strana è che con alcune persone non ho nessun problema a parlare,raccontarmi anche più intimamente….invece in certi casi è inevitabile anche secerco di non pensarci arrivano quei tremendi rossori che mi demoralizzano davvero tanto e mi fanno sentire davvero una stupida! Oltretutto non ho neanche motivo di sentirmi così visto che ho un marito che mi ama e so che mi apprezza, degli amicici che mi hanno dato prova più volte di quanto tengono a me, colleghi di lavoro che miapprezzano, famiglia altrettanto contenta di me ora perchè ricordo che quando eropiccola spesso capitava di sentirmi inferiore nei loro confronti per via di miopadre che era e lo fa ancora con mia madre un bravo maestro nel farti sentire stupida, incapace…..ed ora che ci penso anche i miei genitori sono piuttosto chiusi non ai miei livelli però……forse la causa della mia timidezza nasce proprio dall’infanzia ma ora vorrei solo poterla accontonare se possibile.La prego di aiutarmi. Grazie. Stella.
Gentile Stella,
Se lei riuscisse ad andare avanti così, nel fare introspezione, forse le verrebbero alla mente tanti altri ricordi e tante esperienze a cui poter legare i comportamenti che oggi tanto la fanno soffrire. E’ molto importante parlare, rievocare, capire e capirsi, per avere una buona stima di sé e le risorse interiori per accettare le sfide della vita. Dunque, cerchi di comprendersi meglio, ad esempio scrivendo un diario. Se può, faccia qualche seduta di psicoterapia. Le persone che la circondano, da come le descrive, sono veramente calde e accoglienti nei suoi confronti: si può sentire sostenuta nei momenti di difficoltà ed amata per quello che è. Essere riuscita a costruire intorno a sé un ambiente sociale così soddisfacente credo sia già un ottimo obiettivo raggiunto, di cui può essere fiera. E, come vede, i rossori cui lei attribuisce tanta importanza, contano poco e niente per gli altri. La soluzione dunque per lei non sta nell’ “accantonare”, come lei dice, ma nel riprendere in mano la matassa della sua vita e cominciare a scioglierne i nodi.
Dr. Walter La Gatta
27-03-2007
Mio figlio è timido e introverso
Sono papà di bimbo di 6 anni sono preoccupato da alcuni tratti del suo carattere che ho paura possano portare a disagi più gravifin dalla scuola dell’infanzia ha stretto legame di amicizia esclusiva con altro bambino.a scuola erano inseparabili ma avevamo notato che la facilità del rapporto con quel bimbo faceva si che in sua assenzanostro figlio non si sforzasse verso altri bambini. anzi a volte considerava come interferenza se un terzo bambino voleva unirsi alla coppia.alla fine della scuola materna le maestre ci hanno consigliato di separarli una volta passati alle scuole elementari. in questo modosi sarebbe fatto un tentativo in direzione di una socializzazione più diffusa. Abbiamo acconsentito anche se con qualche timore sapendo che tanto prima o poi si doveva tentare qualcosa.Al momento siamo ai primi giorni di scuola e lui ha già lamentato un senso di esclusione dal gruppo (che in realtà non c’è in quanto molti bambini non si conoscono) Premetto che il bimbo è molto sensibile ed inteligente anche se introverso. Purtroppo si aspetta che gli altri vadano verso di lui e fa meno sforzi nella direzione degli altri. Molti bambini non gli piacciono o non lo attirano perchè ne coglie tratti del carattere che non gli piacciono a priori.Vorremmo poterlo aiutare a vincere la sua timidezza .
Gentilissimo papà,
In genere, quando i figli sono timidi ed introversi, i genitori non sono campioni di estroversione. La timidezza infatti dipende molto dalle influenze del contesto ambientale (famiglie troppo chiuse, con poche amicizie, poca disponibilità a creare nuove relazioni sociali, ecc.) ed anche da fattori genetici. La cosa migliore per aiutare vostro figlio non è quella di spingerlo a fare cose che non è capace di fare, ma dargli il buon esempio, diventare un modello di comportamento, sul quale vostro figlio potrà forgiare la sua personalità. Cominciate dunque ad invitare pomeriggi e serate a casa vostra, ad organizzare delle gite fuori porta, a creare nuove occasioni di incontro, con bambini e relativi genitori della nuova classe. Potrebbe essere un’idea cominciare proprio da quelli che vostro figlio ritiene più ‘antipatici’. I più antipatici infatti sono solamente quelli con cui il bambino non vuole confrontarsi, quelli di cui teme il giudizio. Un comportamento di questo tipo da parte vostra è utile anche per prevenire eventuali futuri episodi di bullismo.
Cordialmente,
Dr. Walter La Gatta
19-09-2008
Lasciare il lavoro, tornare dai miei?
Sono una ragazza di 26 anni molto timida, il mio più grande problema è il rapporto con gli altri. Non sono mai stata fidanzata, mai nessuno si è avvicinato a me,proprio per questo mio problema, e di tutta questa situazione io ne soffro tantissimo. Penso che potrei avere una vita normale come tutti gli altri e invece no tutti mi vedono come una persona strana se mai xchè non parlo mai e non riesco a comucnicare più di tanto con gli altri. Nonostante questo mio grande problema sono cmq riuscita a realizzarmi nel mio lavoro, sono riuscita ad arrivare dove sono ma sempre dubitando delle mie capacità e sentendomi sempre inferiore agli altri, e vivosempre con la paura di sbagliare! Per la prima volta l’anno scorso mi ero innamorata di una persona, avevo preso tuttto il coraggio che avevo e gli avevo detto quello che provavo.. per me è stata la cosa difficile del mondo da affrontare! Ovviamente ci fu un rifiuto dall’altra parte xchè questa persona mi disse che non mi conosceva e mi voleva vedere diversa se mai, dovevo cambiare. Io stavo cercando di cambiare e già aver fatto quel passo era tanto… ma poi arriva la delusione che mi ha fatto tornare indietro e oggi ho ancora più paura se mai di rivelare quello che provo ad una persona. Ci sto troppo male per tutta questa mia situazione, sopratutto nell’ultimo anno sembra sempre che peggioro e questa situazione mi sta portando alla depressione perchè come se non vedessi nulla davanti a me, non c’è nulla di interessante nellamia vita, ho solo il mio lavoro.. e da una pò di tempo neanche in quello riesco più a far bene xchè mi sto abbandonando senza fare nulla! Mi sento una persona inutile a volte a nessuno importa di me a parte forse la mia famiglia che però è lontana.. così la mia vita non ha senso! Cerco di darle un senso a volte dicendo che mi importa dell’amore ho il mio lavoro buttati in quello e non ci pensare, pensa solo a te stessa a stare bene da sola…ma poi mi rendo conto che c’è un vuoto nella mia vita e che mai riuscirò a colmarlo! vorrei uscire da tutta questa situazione e mi sono rivolta a voi per chiedere aiuto su come affrontare il mio problema… che ho sempre paura che mi porti a fare scelte sbagliate come l’idea che mi gira in testa da un pò di giorni di lasciare il lavoro e tornarmene dalla mia famiglia almeno lì non sarei sola!
Gentilissima,
No, per carità: cancelli quell’idea di lasciare il lavoro dalla sua mente! La famiglia le può apparire protettiva vista così, da lontano, quando si sente sola e con tante difficoltà, ma se facesse questa scelta si troverebbe dopo soli pochi mesi, ancora più depressa di prima, ancora più sola e forse scoprirebbe anche di aver perso la stima della sua famiglia (che ora c’è in quanto, sebbene lei non se ne renda conto, le viene riconosciuta la forza morale di lavorare in un posto lontano da casa sua, senza persone intorno: non è da tutti!).
Per non parlare poi del coraggio che ha avuto nel rivelare a quella persona (che forse non la meritava) dei suoi sentimenti, delle sue emozioni: è stata davvero brava ed anche se l’esito è stato sfortunato lei può almeno dire a sé stessa di non essere stata con le mani in mano ad aspettare che la manna scendesse dal cielo…
Questo è probabilmente il suo maggiore punto di forza: la volontà. Usi dunque questa sua dote per imporsi qualche altro passo utile al miglioramento della sua condizione attuale. Ad esempio:
1. Solitudine. Scelga un modo qualsiasi (corsi, palestra, agenzia matrimoniale, terapia di gruppo ecc.) per conoscere altre persone;
2. Trovi un modo per gratificarsi: non si può vivere solo di lavoro e impegni. Cerchi dunque qualcosa, qualsiasi cosa, che la faccia sentire viva, importante, brava (dipinga un quadro e provi a venderlo su ebay, si apra un Blog, si iscriva all’Università, ecc.)
ecc.
Con i migliori auguri di una vita felice.
Dr. Walter La Gatta
13-03-2008
Uno sfogo
Le cose che vorrei dire sarebbero tante ma sintetizzando si può dire che sonoarrivato al punto di non ritorno. Fino ad ora avevo tentato di “rimuovere” il problema, pensando che sarei riuscito a vivere comunque bene da solo, senza affettise non quelli strettamente famigliari. Pensavo che un lavoro sicuro, una bella casa che mi sono costruito praticamente da solo, i miei hobby che si sono avvicendati nelc orso degli anni mi sarebbero bastati. Ora, quasi di colpo, ho aperto gli occhi e mi rendo conto di avere vissuto al 50% delle mie possibilità. Gli anni persi, i più belli nella vita di un uomo, non ritornerrano mai più e sono entrato nella parabola discendente dell’esistenza. I rapporti con l’altro sesso sono sempre stati problematici, niente storie serie e vita sessuale scarsa. Questo a causa in un’innata timidezza “genetica” acuita dal risiedere da bambino in luoghi isolati.Pur essendo a giudizio altrui, attraente fisicamente, molto intelligente,disponibile e sensibile, sono considerato come minimo un orso asociale, e detto dietro alle spalle, un’impotente zitello sfigato. Nessun può immaginare come facciano male i sorrisini e le battute dei colleghi di lavoro e dei pochi amici, le mezze frasi sentite qua è là, oltre alle solite domande dei parenti, che l’hai una fidanzata, perchè non ti sposi etc etc.Come ripeto fino ad ora avevo cercato di ignorare tutto, pensando che la mia condizione fosse scritta nel mio destino. Ora che vorrei avere una donna, dei figli una famiglia normale come tanti altri, mi rendo conto che è troppo tardi, si vive una volta sola per quanto ne sappiamo e io ho sprecato la mia occasione. Nella mente cominciano ogni tanto ad affiorare strani pensieri, spero di riuscire a trovare una via d’uscita, magari rivolgendomi nelle fede o nel volontariato, per fare in modo che la mia vita sia comunque utile a qualcuno. Più che una richiesta di aiuto come vede è uno sfogo, che magari può servire ai giovani per non cadere negli stessi errori che io ho commesso.grazie e cordiali saluti.RICO
Gentilissimo Rico,
Qualunque sia la sua età, finché c’è desiderio di cambiamento, c’è spazio per agire. E se è vero, come dice lei, che si vive una volta sola, allora vale la pena usare questo tempo non per rimpiangere, ma per costruire qualcosa di diverso, anche a piccoli passi.
La timidezza può averla frenata in passato, può aver reso difficili le relazioni e le occasioni. Ma oggi lei non è più la stessa persona di allora. I risultati raggiunti nel lavoro, l’indipendenza costruita, sono segnali chiari: ha già dimostrato di avere risorse. Ora si tratta di utilizzarle anche nelle relazioni.
Questo non significa trasformarsi completamente, ma iniziare a lavorare su alcuni aspetti: i pensieri che la bloccano, le aspettative troppo rigide, la paura del giudizio. Non serve uno sforzo eroico, ma una direzione diversa, più aperta e meno severa verso se stesso.
Il rischio più grande, infatti, non è aver perso qualche occasione, ma convincersi che non ce ne saranno più. È questa idea che immobilizza, molto più della timidezza.
Se sente che da solo è difficile, chiedere aiuto è una scelta concreta e intelligente. Un percorso con un professionista può aiutarla a sciogliere quei blocchi che da tempo si ripetono. Non è un segno di debolezza, ma un modo per prendersi sul serio.
Perdere un treno può capitare. A volte anche più di uno. Ma restare fermi in stazione a guardare la vita passare è una scelta che si può ancora cambiare.
E se cerca un appiglio anche nella fede, allora forse il senso è proprio questo: non smettere di muoversi, non smettere di provarci. In fondo, con parole semplici, il messaggio è sempre lo stesso: mettersi in gioco, anche adesso.
Dott.ssa Giuliana Proietti
29-01-2007
Scuola di calcio – Consulenza on Line
Sono il papa di un bimbo di quasi 5 anni che si appresta a frequentare l’ultimo anno di scuola materna con il suo fratello gemello..Vi scrivo in quanto ormai sono 2 anni che frequenta l’asilo e la situazione sta diventando piuttosto preoccupante, soprattutto in proiezione dell’ inizio dell’ attivita’ scolastica che avverra’ il prossimo anno..
Infatti in tutto questo periodo il bimbo ha sempre manifestato grossissime difficolta a comunicare sia con gli altri compagni che con le maestre (penso che gli altri bambini non abbiano ancora sentito la sua voce)..
All’ interno delll’ asilo si esprime solo con gesti della mano e si mostra sempre corrucciato e scontroso, mentre quando ritorna nel suo ambiente (principalmente casa nostra) mostra la sua vera personalita’ di bimbo allegro e divertente..Ultimamente lo stesso comportamento si sta enfatizzando e si accentua anche in altri contesti (ad es. giardini o pparchi pubblici) soprattutto quando entra a contatto con altri bimbi..Il suo mondo sembra completamente circoscritto al suo fratello gemello (con cui ha un ottimo rapporto e alla sua famiglia) e non ha alcun desiderio di interagire con altre persone (sia bimbi che adulti..
Avete dei consigli da darci? E’ il caso di affidarci a qualche psicoterapeuta?..Poiche’ e’ molto attirato dal gioco del calcio puo’ essere una buona idea provare ad inserirlo in una squadra per cercare di farlo socializzare?..Grazie ancora per l’attenzione riservatami e per gli eventuali consigli che mi fornirete…
Gentilissimo,
Potrebbe forse trattarsi di una forma di mutismo selettivo. In questi casi la prognosi è in genere favorevole, nel senso che piano piano il bambino comincerà a parlare e a relazionarsi con l’esterno.
E’ possibile però che, se non vi sarà alcun intervento da parte vostra, vostro figlio possa sviluppare fobie sociali o avere, da adulto, problemi di autostima.
Credo che l’idea di mandarlo ad una scuola di calcio sia ottima: l’importante è inserirlo in contesti a lui graditi, cercando di differenziare quanto più possibile le sue amicizie.
Cercate di facilitare le relazioni con i coetanei invitando a casa vostra bambini e genitori, organizzando uscite di gruppo, occasioni di incontro. Fate in modo che vostro figlio non si senta mai solo nei momenti di difficoltà: aiutatelo, sostenetelo, incoraggiatelo.
Allo stesso modo, quando capite che, in alcune occasioni, se la potrebbe cavare da solo, state a guardare, senza intervenire.
Cordiali saluti.
Dr. Walter La Gatta
25-08-2008
Sono la mamma di un bambino di sei anni e sono molto preoccupata per il suo comportamento.E’ sempre stato un bambino timido, ma ultimamente sembra peggiorato. Nell’inserimento alla scuola dell’infanzia non ci sono stati grossi problemi anche se ha avuto bisogno di tempo per ambientarsi, e’ un bambino molto orgoglioso pertanto non si e’ mai fatto vedere dagli altri a piangere anche se ne avrebbe avuto voglia.
Non voglio dilungarmi troppo, cerchero’ di spiegarle il suo comportamento nelle occasioni di incontri con gli altri.
Quando andiamo a casa di amici che hanno figli della sua eta’ ha difficolta’ ad andare a giocare con loro, devo sempre insistere molto altrimenti lui starebbe sempre incollato a me, dopo inizia a giocare e non vorrebbe piu’ andare a casa. Ma quando torniamo la volta successiva e’ sempre lo stesso il comportamento che tiene.
Se invitato a compleanni vuole andare solo accompagnato e non si stacca da me o da mio marito se non dopo tanto tempo di convincimento e solo se uno dei due (generalmente mio marito perche’ io dopo un po’ mi irrito e divento nervosa perche’ non riesco a capire un comportamento simile) inizia un gioco insieme agli altri. Invita gli amici a casa sua a giocare ma lui da loro non va anche se gli ho spiegato piu’ volte e con pazienza che come e’ contento lui quando gli altri vengono a trovarlo cosi’ sarebbero anche loro se lui andasse alla loro casa.
Non parliamo poi dello sport. Niente di niente. Ha provato karate e nuoto, e’ andato la prima lezione e poi basta pianti strazianti per convincermi a non portarlo piu’. L’ultimo avvenimento che mi ha sconcertata e’ stata la festa di carnevale che si e’ svolta all’oratorio del paese. Quindi con bambini che vede tutti i giorni all’asilo. E’ rimasto gran arte del tempo vicino a me indifferente a tutto e agli inviti dei suoi amici ad andare a giocare. Ma la cosa che mi lascia senza parole e’ che non ho deciso io di portarlo alla festa ha insistito lui e quando eravamo a casa mi ha piu’ volte chiesto di poter restare fino alla fine della festa.
Dopo inutili tentativi di farlo giocare ha deciso di tornare a casa senza tirare coriandoli, stelle filanti e via dicendo. Io mi sono arrabbiata non so se ho fatto bene pero’ gli ho detto che ero triste perche’ non capivo il suo atteggiamento e lui mi ha risposto che aveva vergogna. Di chi e di che cosa visto che come ripeto sono bambini con i quali gioca tutti i giorni all’asilo.
Le chiedo la cortesia di consigliarmi quale atteggiamento devo tenere, se e’ il caso di farlo seguire da qualcuno. Tengo a precisare che e’ figlio unico e che vive in un clima famigliare sereno. E’ molto attaccato a me ma anche a suo padre. Grazie mille.
Gentilissima,
Come mai la difficoltà sociale di suo figlio, invece di farle provare l’emozione della compassione, o il bisogno di comprensione empatica dei suoi problemi, le produce invece l’emozione della rabbia?
La spiegazione psicologica più ragionevole, senza conoscere né lei, né il bambino, è quella che probabilmente questi vissuti di isolamento ed inibizione di suo figlio rievochino in lei alcuni momenti della sua infanzia, il cui solo ricordo le produce ancora dolore, ansia e rabbia.
La timidezza del resto è genetica almeno per il 50%, e dunque non c’è nulla di strano se suo figlio ha ereditato una normale propensione alla timidezza, che non è, di per sé, una malattia e che, se trattata nel giusto modo, nel tempo può essere molto attenuata.
Semmai, in questa storia, appare evidente che il bambino non è sereno, nel senso che vorrebbe essere diverso, vorrebbe partecipare ai giochi di gruppo, vorrebbe godersi le feste, come gli altri, ma evidentemente non ci riesce, perché non ha ancora sviluppato gli strumenti necessari per farlo, ovvero quelle competenze sociali che si apprendono con lo stare insieme (e non con lezioni teoriche sul “bello dello stare insieme”).
Quello che a mio parere voi genitori dovreste fare è divenire parte attiva nella vita di vostro figlio, svolgendo per lui il ruolo di “facilitatori”, che consiste nell’organizzare eventi sociali confezionati su misura per lui, che non si limitino all’organizzazione del gioco o dell’evento, ma continuino poi nel supporto, nella facilitazione ed anche nella partecipazione attiva.
Piuttosto che dirgli: “vai a giocare”, meglio coinvolgersi in prima persona in qualche gioco in cui possa partecipare anche vostro figlio, per poi sfilarsi al momento opportuno, per lasciare il bambino giocare da solo con i coetanei.
Quanto alla attività sportiva, si potrebbe organizzare un piccolo gruppo di compagni di scuola, ne bastano tre o quattro, che vogliano provare un nuovo sport. Si potrebbe chiedere all’allenatore di organizzare per loro una lezione privata, di “facilitazione ed incoraggiamento allo sport”, visto che appaiono poco interessati o svogliati (meglio evitare di parlare di timidezza).
La conoscenza dei luoghi della palestra, il rapporto diretto con l’allenatore, l’aver condiviso la prima esperienza con amici che si conoscono bene, potrebbe essere di aiuto per facilitare l’inserimento successivo dei bambini nel gruppo allargato.
Le sconsiglio inoltre qualsiasi intervento psicologico sul bambino che, oltre che inutile, potrebbe essere traumatico: semmai prenderei in considerazione l’ipotesi di andare voi genitori da uno psicologo, per essere consigliati, di volta in volta, su cosa è possibile fare per aiutare vostro figlio e cosa invece evitare di fare.
Una cosa è certa: più suo figlio vivrà serenamente la sua infanzia, più forte e sicuro di sé diventerà da adulto. Questo è tutto quello che serve.
Cordiali saluti.
Dr. Walter La Gatta
28-02-2012
Problemi di mamma Sabri
Sono mamma di un bambino di 5 anni e dall’inizio della scuola materna ha mostrato subito la sua difficoltà a parlare con i bambini e con le insegnanti.Ora giunti al terzo anno di asilo, il bambino non è ancora riuscito a superare il suo problema, gioca tranquillamente ma non comunica verbalmente.. ho richiesto la consulenza nella mia zona di uno neuropsichiatra infantile, che però ad oggi ancora non lo ha visitato.La mia paura di mamma è l’ingresso alla scuola elementare.. dove potrebbe essere additato per il bambino che non parla, e creare in lui ulteriore ansia.a casa e con il nucleo dei familiari eamici a noi consueto il bambino è normalissimo.Con i compagni incontrati anche soloper strada si ammutolisce immediatamente serrando le labbra quasi con forza.Ho provato a portare a casa un bambino della sua scuola per vedere se nel suo ambiente il bambino comunica, ma il risultato è stato di giocare.. si ma di comunicare con il bambino attraverso di me, cioè mio figlo parlava nel mio orecchio per dirmi ciò che dovevo dire al bambino, suo compagno.Ora mi chiedevo faccio bene a portare il suo problema a casa o allargo la sede della sua ansia?Mi muovo in modo corretto?Le insegnanti mi dicono che a scuola non da alcun problema di carenze a livello di lavoro scritto e disegnato, ha un’ottima cognizione di quello che deve fare e lavora con impegno, senza però comunque verbalizzare.Ammetto che prima di riconoscere questo problema a mio figlio insistevo dicendogli di parlare a scuola.. ora ho notato che ottengo forse qualcosa in più lodando i suoi progressi invece che i suoi demeriti. Mi spiego meglio .. sto lavorando sulla sua autostima facendolo sentire grande pari a noi, cioè lodandolo perchè si veste da solo, oppure se mangia come noi la mistra col cucchiaio.. o si mette le scarpe diritte.. Può essere che io sbagli.. ma come mamma mi sembra più sicuro e tranquillo in questo modo il bambino.Prima al solo cancello della scuola.. lui si ammutoliva.. ora almeno fino all’ingresso dell’aula scolastica parla normalmente e nell’aula mi saluta bisbigliandomi nell’orecchio ciao mamma con un filo di voce..Cos’altro posso fare nell’attesa di una consulenza più approfondita e gradirei molto un pare da parte sua.Infinite grazieMamma Sabri.
Gentile Mamma Sabri,
Secondo me non c’è davvero nulla che lei dovrebbe fare in più: al limite, se possibile, dovrebbe fare qualcosa in meno… Dalla sua lettera infatti traspare una certa ansia di mamma, che suo figlio non può non percepire. Non è bene che lei faccia la psicologa del suo bambino: lei non deve “lavorare sulla sua autostima”, ma essere semplicemente una mamma, ovvero dargli tanto affetto e farlo sentire importante, anche se non si mette le scarpe dritte, o non mangia la minestra col cucchiaio. E’ un bambino di cinque anni: non è necessario che venga fatto sentire pari a voi e se qualche volta mostra, nelle situazioni sociali, qualche incertezza o timidezza ciò significa che va incoraggiato, specialmente nella socializzazione con i compagni di pari età. Bene ha fatto dunque ad invitare a casa sua questo amichetto e meglio farà se la sua casa sarà aperta a tanti altri bambini e magari anche ai loro genitori. Suo figlio deve abituarsi al confronto con i suoi pari e più occasioni avrà, più imparerà. Inoltre, deve avere dei buoni modelli da cui apprendere: ecco perché i genitori dovrebbero essere i primi a sforzarsi per essere aperti e disponibili verso gli altri.
Cari saluti.
Dr. Walter La Gatta
17-10-2008
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