Contro l’Empatia: un messaggio controcorrente

Contro l'Empatia: un messaggio controcorrente

Contro l’Empatia: un messaggio controcorrente

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Dr. Walter La Gatta

Chi può essere contro l’empatia? E’ come essere contro la bontà, la buona educazione, la solidarietà: un controsenso. Eppure uno psicologo statunitense, professore di psicologia a Yale, Paul Bloom, si è imbarcato in questa impresa, per dimostrare che l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro, sia un atteggiamento, tutto sommato, piuttosto sbagliato e limitante. Against Empathy: The Case for Rational Compassion è un libro del 2016, pubblicato in Italia nel 2013.

Bloom utilizza studi clinici e una logica semplice per dimostrare che l’empatia, per quanto mossa da buone intenzioni, sia una scarsa guida per il ragionamento morale. Quel che è peggio, a suo parere,  è che, nella misura in cui gli individui e le società formulano giudizi etici sulla base dell’empatia, diventano meno sensibili alla sofferenza di un numero sempre maggiore di persone.

L’Autore paragona l’empatia  alle bibite gassate e dolciastre: allettanti ma non salutari. Allo stesso modo l’empatia ci porterebbe a emettere giudizi errati e a fare scelte irrazionali. La sua tesi, decisamente controcorrente, è che in un mondo che reclama sempre più spazio per i sentimenti, dovremmo dare più spazio alla ragione per prendere decisioni sensate. Nelle sue parole: “Voglio difendere il valore del ragionamento consapevole e deliberativo nella vita di tutti i giorni, sostenendo che dovremmo sforzarci di usare la testa piuttosto che il cuore”. Questo è l’appello che Bloom fa nelle prime pagine del libro e ciò che segue, nel libro, è una trattazione incentrata sui rischi e i limiti affidati alle buone intenzioni.

 

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Bloom sostanzialmente analizza come e perché le persone credono di agire in modo altruistico e spiega che proprio l’empatia è ciò che porta invece  ad agire per ragioni in realtà egoistiche.

Qui di seguito viene riportata una sintesi e un adattamento della intervista che Paul Bloom ha rilasciato a Vox per parlare del suo libro e delle sue teorie.

Cosa è l’empatia e come si distingue dalla compassione o dalla simpatia

Secondo Paul Bloom l’empatia non riguarda  tutto ciò che è buono, morale o gentile: l’autore non è contrario a questo. Per empatia egli intende la capacità di “sentire” i sentimenti delle altre persone. Quindi, se un’altra persona prova dolore e io sento il tuo dolore, provo empatia nei tuoi confronti. Se l’altra persona è ansioso, raccolgo la sua ansia, se è triste e capto la sua tristezza: questa è l’empatia, che è cosa diversa dalla compassione. Compassione significa infatti che si dà un peso alla preoccupazione dell’altro, che ci si preoccupa per l’altro, anche se non se ne comprendono a fondo i sentimenti.

Nel libro viene spiegato che l’empatia e la compassione attivano diverse parti del cervello ma, cosa ancora più importante, hanno conseguenze diverse. Se si prova empatia nei confronti di chi soffre, questo procurerà dolore e sofferenza e porterà ad evitare chi soffre per non stare male. Provando invece il sentimento della compassione ci si attiverà per fare in modo che l’altro possa vivere una vita migliore.

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L’empatia apre le porte a una maggiore compassione?

L’empatia ha alcune caratteristiche progettuali che la rendono positiva in determinate circostanze, ma limitate. L’empatia, per Bloom,  agisce come un riflettore, che illumina solo alcuni punti, e dà un effetto parziale della realtà.

L’empatia, inoltre, si prova per le persone simili a sé, che appartengono alla propria cultura, che condividono il colore della propria pelle, che condividono la propria lingua. Questo è un fatto terribile della natura umana e opera a livello inconscio, come dimostrano molte ricerche.

Il secondo problema è la numerabilità. L’empatia mi focalizza su qualcuno, ma non si occupa della differenza tra uno e 100 o uno e 1.000. È a causa dell’empatia che spesso ci preoccupiamo più di una singola persona che di 100 o 1.000 persone, oppure ci preoccupiamo di più di un’attraente ragazza bianca scomparsa che di 1.000 bambini che muoiono di fame in Africa.

Quindi potrebbe farci sentire bene, ma l’empatia spesso ci porta a prendere decisioni stupide e non etiche.

“Mettersi nei panni dell’altro”

Secondo l’autore questo è un meccanismo che si verifica in realtà con pochissime persone, non con la generalità e quindi, come un riflettore, illumina alcuni aspetti del mondo, ma ne tiene nascosti molti altri.

L’empatia può rendere il mondo peggiore

Per Bloom l’empatia è una meravigliosa fonte di piacere per ogni genere di cose, fra cui il sesso, ma in ambito morale può essere pericolosa, in quanto porta fuori strada. Se rinunciamo all’empatia e ci dedichiamo alla compassione e alla cura per gli altri possiamo fare molto meglio.

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Si pensi alla giustizia: se ragioniamo in modo empatico saremo propensi a difendere più una donna bianca e attraente che un afroamericano: l’empatia nutre i pregiudizi.

Trecento anni fa, ricorda l’autore, Adam Smith notò che quando si prova empatia per qualcuno che ha subito abusi o aggressioni, ciò si traduce in rabbia e odio verso coloro che hanno commesso l’abuso. E questo lo vediamo continuamente nel mondo reale: ogni volta che la politica vuole che tu cacci un gruppo di persone dal tuo paese o vada in guerra, ti racconta una storia davvero triste su una povera persona che ti somiglia e che in qualche modo è stata vittima di qualcosa.

Relazioni intime o familiari

Una persona può sentirsi in colpa se si preoccupa più di persone della propria etnia, rispetto agli altri, ma tutto quello che riguarda la protezione di amici e familiari sembra giusto per definizione, il che non è sempre giusto.

In che modo l’empatia limita chi vuole dare una mano?

Se la persona che si vuole aiutare è ansiosa o depressa, non è d’aiuto farsi prendere dalla stessa ansia o depressione: in questo modo i problemi della persona da aiutare si raddoppiano.

Quando l’empatia funziona bene

Ad esempio per le emozioni positive. Se agli amici è successo qualcosa di bello, e lo vogliono condividere con altri amici, l’empatia può essere una bella cosa.

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Essere empatici: significa sentire ciò che qualcun altro prova, o semplicemente capirlo e relazionarsi con lui/lei ?

Bloom sostiene che si tratta di due cose diverse. Tutti concordano sul fatto che per essere una brava persona si devono capire le altre persone. Non puoi comprare a qualcuno un regalo di compleanno se non lo capisci a un certo livello. E non puoi rendere felice un bambino se non lo capisci. La comprensione è dunque necessaria, ma lo è anche se si vuole sedurre, truffare o torturare qualcuno. La comprensione, da sola, non è una  condizione necessaria per fare il bene. Si pensi agli psicopatici: spesso sono davvero bravi con le altre persone perché le capiscono. Sanno cosa vogliono e cosa piace loro, ma questo non impedisce loro di fare del male agli altri senza provare alcun senso di colpa.

Come vedono l’empatia, secondo Bloom, i monaci buddisti

Mettono anch’essi in guardia sull’empatia. Dicono che per capire ciò di cui stai parlando, per arrivare dove sei, devi abbandonare l’empatia e provare amore e compassione, gentilezza amorevole, ma non cercare di insinuarti nella testa delle persone: questo causerà molti problemi. La meditazione rende le persone più compassionevoli, riducendo l’empatia, e questo aiuta a fare del bene agli altri.

Altri limiti dell’empatia

L’empatia, secondo Bloom, è un processo psicologico dell’immaginazione. Si pensi al cambiamento di atteggiamento verso i soggetti LGBT: non è una questione di empatia, evidentemente le loro argomentazioni sui diritti umani sono state considerate ragionevoli, senza il bisogno di calarsi nei loro panni. L’empatia comporta solo pregiudizi e confusione. Inoltre, può essere usata come strumento. Se voglio attaccare gli afroamericani nel sud, posso dire: guardate queste donne bianche che sono state violentate, sentite il loro dolore, andiamo! È uno strumento.

In sostanza, potremmo sintetizzare così: va bene l’empatia, ma chiamiamola compassione, va bene aiutare gli altri, ma per farlo non è necessario calarsi nei loro panni.

Dr. Walter La Gatta

Walter La Gatta
psicologo psicoterapeuta sessuologo
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Foto di SHVETS production: https://www.pexels.com/it-it/foto/donne-casa-stanza-sedia-7176324/

 

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