Il Fatalismo e l’atteggiamento fatalista

fatalismo

Cosa è il fatalismo?

Il fatalismo (dal latino “fatum”, cioè fato o destino) è una filosofia secondo la quale il mondo è governato da una necessità ineluttabile e del tutto estranea alla volontà e all’impegno dell’uomo; in senso psicologico dunque l’atteggiamento fatalista è quello di chi mostra una rassegnata passività rispetto agli eventi.

Che cosa era il “fato” nell’epoca classica?

Nella Grecia antica, il «Fato» era invincibile. Le tre Moire, figlie di Zeus e Temi (le Parche dei Romani),  erano la personificazione del destino ineluttabile: Cloto, ( che in greco antico significa “io filo”)  filava lo stame della vita, cioè il filo a cui sono legati il destino e il corso della vita umana; Lachesi, (che significa “destino”), era la moira che svolgeva sul fuso il filo della vita ed Atropo, (che significa “inevitabile”), la più anziana che, con lucide cesoie,  doveva recidere il filo che rappresenta la vita, decretando il momento della morte. Si tratta di tre donne completamente indifferenti ai destini degli esseri umani, che ben rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Fato e Destino hanno lo stesso significato?

Non esattamente. Il fato è un potere che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti, per opera di una forza o intelligenza che agisce sugli esseri umani, spesso in modo malevolo. Il destino ha una diversa etimologia: ha la stessa radice di “destinazione”, cioè dirigere qualcosa verso un dato obiettivo. Il destino dunque  richiede la partecipazione del soggetto alla creazione del proprio destino. Se non c’è questa volontà si tratta di fato.

Rassegnazione e Accettazione nei confronti degli eventi rilettono lo stesso atteggiamento?

No. L’accettazione implica attività. Ad esempio, una persona può accettare il fatto che non possa ottenere il lavoro per il quale ha fatto domanda. Questa accettazione, tuttavia, è attiva. La persona sa che ci sono eventi che non può controllare, e lo accetta, ma cerca di fare di tutto per far volgere gli eventi a proprio favore, nonostante tutto.
La rassegnazione invece comporta un cambiamento di atteggiamento verso qualcosa, alla quale si pensa che non sia possibile reagire.

La rassegnazione è positiva o negativa?

In certe situazioni è positiva: se infatti si comprende che non è possibile fare qualcosa per poter cambiare, anche parzialmente, la propria realtà, l’atteggiamento di rassegnazione permette di rilassarsi e lasciare che le cose vadano avanti da sole.

La rassegnazione diventa preoccupante quando si pensa di non avere scelte e di non essere in grado di modificare la propria realtà, anche se queste idee sono sbagliate e delle possibilità, in effetti, ci sarebbero.  In altre parole, la rassegnazione può far sembrare che qualsiasi scelta sia illusoria, perché si crede che le proprie azioni non portino a qualche risultato: tutto appare come inevitabile. Questa rassegnazione negativa può essere definita fatalismo.

La psicologia ha studiato il fatalismo?

Gli studiosi di psicologia sono da tempo interessati al fatalismo. Nel 1959 Bruce P. Dohrenwend, prendendo spunto dagli scritti del sociologo Emile Durkheim a fine Ottocento, sosteneva che il fatalismo fosse una causa comune di psicopatologia. Il fatalismo veniva definito come una risposta sociale alla regolamentazione eccessiva e alla disciplina oppressiva, come può ad esempio accadere a persone sottoposte a un regime carcerario duro. Nei paradigmi psicologici tuttavia, il fatalismo è stato però più frequentemente associato alle aspettative, ad esempio per quanto riguarda il locus of control (la centralina di comando).

Cosa dice la teoria del locus of control?

In questa prospettiva le persone possono credere di avere molta o nessuna influenza sugli eventi che accadranno loro. La teoria del “locus of control” fu elaborata per la prima volta nel 1954 da Julian B. Rotter, uno psicologo statunitense.

Sono stati individuati due tipi di locus of control:

  • Interno: riguarda gli individui che credono nella propria capacità di controllare gli eventi. Questi soggetti attribuiscono i loro successi o insuccessi a fattori direttamente collegati all’esercizio delle proprie abilità, volontà e capacità.
  • Esterno: riguarda che individui convinti che gli eventi della vita, come premi o punizioni, non siano il risultato dell’esercizio diretto di capacità personali, quanto piuttosto il frutto di fattori esterni imprevedibili quali il caso, la fortuna o il destino.

Il fatalismo porta sempre verso il pessimismo?

No, non sempre. Il fatalismo pessimista è, ad esempio, quello di Verga, il quale descrive la realtà sociale delle classi sociali più svantaggiate, considerando impossibile modificare la presenza del Male nel mondo. Verga non vede alternative possibili e mostra sfiducia verso qualsiasi tentativo di lotta o di progresso.  C’è però anche un ottimismo fatalista, quello dell’ “ha da passà a nuttata”, in cui si rimane in attesa che il Fato, che tutto aggiusta e tutto risolve, compia il suo lavoro.

Dr. Giuliana Proietti

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Autore:

Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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