La speranza: cosa è e come utilizzarla
La speranza è una parola che usiamo ogni giorno: speriamo di guarire, di trovare lavoro, di essere amati, di vivere in una società più giusta. Eppure, per molto tempo la psicologia l’ha studiata poco. È un paradosso: ciò che per la vita è essenziale, per la scienza è rimasto ai margini.
Cerchiamo di saperne di più.
Che cos’è la speranza?
Una definizione condivisa ancora non c’è. Nel 1958 il filosofo H. Cohen osservava che una vita senza speranza è impensabile. Nelle sue parole: “anche se una vita senza speranza appare impensabile, la psicologia sembra poter vivere senza la speranza, a giudicare dalla notevole assenza di qualsiasi studio sull’argomento in letteratura“.
La considerazione è stata formulata anche da Lazarus, nel 1999: “Con un modesto numero di eccezioni … c’è stata una grande riluttanza da parte degli psicologi ad affrontare il concetto di speranza“.
Alcuni studiosi sostengono che la speranza non sia una vera emozione, perché non è legata in modo evidente a reazioni fisiologiche come la paura o la rabbia. Quando abbiamo paura, il cuore accelera; quando proviamo rabbia, il corpo si tende. La speranza, invece, è più silenziosa.
Altri pensatori la considerano a pieno titolo un’emozione, ma “intelligente”: grazie ad essa immaginiamo possibilità future che ancora non esistono.
Il filosofo Spinoza scriveva: “La paura non può esistere senza speranza, né la speranza senza paura”. Quando attendiamo l’esito di un esame medico, speriamo che vada bene, ma temiamo il contrario. Speranza e paura coesistono.
Lo psicologo americano O.H. Mowrer sosteneva invece che la speranza riduce la paura: darsi speranza è già un atto di autoguarigione.
La speranza è più vicina alla ragione o al sentimento?
Tommaso d’Aquino la considerava una virtù, quindi qualcosa di vicino alla ragione. Nel Medioevo, invece, altri pensatori la vedevano come un’emozione fondamentale.
Il filosofo Ernst Bloch la definì “un’emozione che si può imparare”. Questo significa che non è solo spontaneità: può essere coltivata, educata, rafforzata.
Del resto, nella vita quotidiana, quando una persona dice: “Spero di riuscire a smettere di fumare”, non sta solo provando un’emozione. Sta formulando un progetto, valutando possibilità, immaginando un cambiamento.
Qual è la differenza tra speranza e desiderio?
Sono simili, ma non identici.
Il desiderio può essere impulsivo, concreto, a volte ossessivo: desiderare un oggetto costoso, un cibo proibito, una relazione. Può comportare perdita di controllo.
La speranza richiede qualcosa in più: la credenza che un esito positivo sia possibile. Come scrive Lazarus: “Anche se il desiderio è una caratteristica essenziale, la speranza è molto più di questo perché richiede la credenza nella possibilità di un esito favorevole”.
Se desidero vincere alla lotteria, posso farlo anche in modo fantastico e irrazionale. Se spero di trovare un lavoro, in genere mi attivo: invio curriculum, mi preparo ai colloqui. La speranza, più del desiderio, può coinvolgere l’azione.
Perché la speranza nasce spesso dalla mancanza?
Si spera quando qualcosa manca o è incerto. Chi gioca alla lotteria spesso ha poche risorse economiche: spera in un cambiamento radicale. La speranza nasce da una distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. È sempre legata all’incertezza. Se il risultato fosse sicuro, non parleremmo di speranza ma di attesa certa. Proprio perché l’esito è incerto, la speranza è fragile ma potente.
Come si distingue dalla fede?
La fede si affida a una forza superiore. La speranza può includere anche l’azione personale.
Una persona può avere fede che “Dio provvederà”. Ma può anche sperare di riuscire con le proprie forze, studiando, lavorando, impegnandosi. La speranza non esclude l’intervento umano.
Qual è il rapporto tra speranza, gioia e nostalgia?
Sono legate dal tempo. La speranza riguarda il futuro; la gioia riguarda il presente, quando ciò che speravamo si realizza; la nostalgia riguarda il passato, quando ricordiamo una gioia ormai trascorsa.
Se speriamo di laurearci, proviamo speranza. Quando finalmente ci laureiamo, proviamo gioia. Anni dopo, ricordando quel giorno, possiamo provare nostalgia. La speranza muore nel momento in cui si realizza, perché si trasforma in un’emozione diversa.
Può esistere speranza anche nella disperazione?
Il filosofo Borgna osserva che persino nel suicida la speranza non è del tutto spenta: la morte viene vista come unica via di uscita dal dolore. Anche lì c’è una forma estrema e tragica di speranza, sebbene distorta. Questo mostra quanto la speranza sia radicata nella struttura stessa dell’essere umano.
Saluto del CIS
Saluto del Centro Italiano di Sessuologia - Dr. Walter La Gatta
Una presentazione del Centro Italiano di Sessuologia durante un Congresso tenutosi a Civitanova Marche.
Perché è così importante in psicoterapia?
Chi chiede aiuto lo fa perché spera di stare meglio.
La terapia funziona nella misura in cui alimenta la convinzione che il cambiamento sia possibile. Se il paziente non crede che qualcosa possa migliorare, difficilmente si impegnerà nel percorso.
La speranza diventa allora una forza motivante: sostiene nei momenti difficili, permette di tollerare l’incertezza, aiuta a non identificarsi con il problema presente.
Come usare bene la speranza?
Non bisogna illudersi, ma unire speranza e azione.
Sperare di migliorare la propria ansia sociale, ad esempio, implica anche esporsi gradualmente alle situazioni temute. Sperare di ricostruire una relazione implica dialogo, ascolto, impegno.
La speranza senza azione rischia di diventare fantasia. L’azione senza speranza rischia di spegnersi.
La speranza è ciò che permette all’essere umano di non rimanere prigioniero del presente. Non dobbiamo rinunciare alla speranza. Dobbiamo però accompagnarla con scelte concrete, perché ciò che oggi immaginiamo possa, domani, diventare realtà.
Dr. Walter La Gatta
Evelyn De Morgan, via Wikimedia Commons




