Paura di arrossire: curarla iniziando dal conoscerla

Paura di arrossire: curarla iniziando dal conoscerla

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Per molte persone arrossire può essere un’esperienza molto sgradevole, tanto temuta, al punto di diventare una paura ossessiva, una fobia: l’ereutofobia (o eritrofobia).

Si tratta di un fenomeno molto comune che consiste nella modificazione della colorazione della pelle del viso, a causa della sua irrorazione sanguigna. E’ un sintomo involontario e incontrollabile, che non può essere riprodotto a comando (se non, forse, ripensando ad una sensazione particolarmente imbarazzante vissuta in passato, che produce ancora i suoi effetti nel semplice ricordo).

Ciò che amplifica questa esperienza è la consapevolezza del rossore del proprio viso e dunque del messaggio corporeo che si sta inviando all’esterno: la paura di essere giudicati male, criticati o ridicolizzati dagli altri a causa di questo rossore è essa stessa causa di rossore.

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A cosa serve arrossire? Difficile da dire. Ad esempio, è abbastanza comprensibile il fenomeno del pallore: il flusso sanguigno viene spostato dalle zone periferiche agli organi e ai muscoli, per far fronte alla difficoltà che si sta vivendo… Ma perché il flusso sanguigno, in un uguale momento di difficoltà, dovrebbe andare in direzione opposta? Il rossore al viso non si capisce molto.

Il primo che cercò  di capire questa stranezza fu Darwin, il quale dedicò un capitolo all’arrossamento del viso nel suo libro sulle Emozioni, nell’Uomo e  negli Animali, dove lo considerava “la più peculiare e più umana di tutte le espressioni”. Negli anni successivi tuttavia l’argomento non ha attirato l’attenzione dei ricercatori e, ancora oggi, ne sappiamo poco più di quello che ne sapeva Darwin.

Il fenomeno in realtà non riguarda solo il viso: il flusso sanguigno si estende infatti anche alle orecchie, al collo, alla parte superiore del torace. Si può arrossire in verità anche per motivi che non riguardano l’imbarazzo: ad esempio quando si mangiano dei cibi piccanti, o si esagera un po’ con l’alcol, ma si arrossisce in questi casi in maniera diversa.

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Il significato del rossore è in genere quello dell’imbarazzo.  Non esiste tuttavia un consenso su questo argomento, e alcuni teorici non lo considerano come parte integrante della manifestazione dell’imbarazzo (ad esempio, Keltner & Buswell, 1997). Si può essere imbarazzati, infatti, senza arrossire, e arrossire senza imbarazzo (Edelmann, 2001). Ciò che sappiamo è che la maggior parte delle persone arrossiscono quando si sentono imbarazzate, anche se in alcune di esse il cambiamento fisiologico prodotto non è sufficiente per essere rilevato (una fortuna…).

Leary et al. (1992) hanno distinto l’arrossire ‘classico’ (improvviso arrossamento del viso) e l’arrossire ‘strisciante’, (più prolungato: lo vediamo quando qualcuno sta parlando in pubblico o viene intervistato. In questo caso l’arrossamento si diffonde lentamente per diversi minuti e di solito non è omogeneo, ma “a chiazze”)

Dal punto di vista fisiologico il fenomeno è spiegato dall’aumento repentino della quantità di sangue nei vasi superficiali dilatati della zona del viso. Probabilmente il fenomeno dell’arrossamento è stato poco studiato dagli psicologi perché è difficile misurarlo in laboratorio.

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Darwin (1872) riteneva che l’arrossire fosse dovuto ad un focus di attenzione su se stessi, mentre gli stati mentali che lo producevano erano la timidezza, la vergogna, la modestia. Un’altra considerazione interessante di Darwin è che scatena l’arrossamento del viso non tanto il riflettere sul proprio aspetto, quanto il pensiero di ciò che gli altri possano pensare di noi.

Altri sostengono che l’arrossire sia prodotto da un’attenzione sociale indesiderata. Leary et al. (1992) hanno proposto quattro situazioni che suscitano l’arrossire:

a) le minacce all’identità pubblica: come le violazioni delle norme, le prestazioni insoddisfacenti, la perdita di controllo e il comportamento fuori ruolo
b) sentirsi controllati e al centro dell’attenzione
c) lodi e attenzione positiva
d) accuse di arrossire.

Esempi. Sono arrossito quando…

(a) “In una conferenza: ho fatto una domanda che il docente aveva appena spiegato e tutti si sono messi a ridere”.
(b) “Mi è stato chiesto di leggere qualcosa in classe”.
(c) “Il mio capo mi ha detto che apprezza il mio lavoro”.
(d) “Qualcuno ha detto” stai diventando rosso! E il mio rossore è aumentato”

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Tuttavia, come sostiene Crozier (2000), l’attenzione prestata dagli altri non spiega tutte le occasioni dell’arrossire, poiché, ad esempio, si può arrossire quando un argomento sensibile o personale viene sollevato durante una conversazione, anche quando non ci si sente particolarmente osservati; anzi, in questo caso è il rossore che suscita l’attenzione degli altri, e non viceversa.  Un altro esempio: quando si arrossisce dopo che è stato fatto il nome di una persona dalla quale ci si sente attratti, anche se l’interlocutore non la conosce e non sa nulla di questa attrazione.

Dijk e de Jong (2009) hanno scoperto che si teme il rossore in quanto potrebbe rivelare informazioni che si volevano mantenere nascoste.Si ha paura insomma, con il rossore, di dare un segnale di interesse, di svelare un segreto che non si vorrebbe divulgare.

Se si prova imbarazzo o vergogna per qualcosa, evidentemente si pensa che qualcosa non va come dovrebbe andare, ci si sente dispiaciuti o preoccupati perché qualcosa non si presenta nel modo corretto, qualcosa va oltre le righe, almeno secondo i propri parametri di riferimento. Il sintomo dunque, in qualche modo, segnala l’adesione di chi arrossisce alle regole e alle norme della società  (e al riconoscimento del mancato rispetto di esse).

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Ciò può servire per evitare reazioni ostili da parte degli altri, può aiutare la comunità a rafforzare i propri legami al suo interno, evitando di consumare risorse su atti aggressivi. La ricerca psicologica ha ritenuto l’arrossire una implicita richiesta di scuse, un modo per rimediare a qualcosa che non va  (Edelmann, 2001).

Studi empirici trovano che le persone che  arrossiscono quando hanno violato una certa norma sono considerate meno negativamente di quelle che non arrossiscono in queste circostanze. Abbiamo infatti maggiori probabilità di interpretare il comportamento in termini di vergogna o imbarazzo se è accompagnato dal rossore (Dijk et al., 2009). Eppure l’arrossire produce in molte persone più costi che benefici.

Gli studi interculturali dimostrano che l’arrossire è un’esperienza comune, ma la sua visibilità dipende dalla carnagione del viso. Edelmann (1990) ha segnalato differenze tra cinque paesi europei e il Giappone nella frequenza con cui è stato segnalato il rossore da imbarazzo (il rossore più frequente è stato osservato nel Regno Unito). Casimir e Schnegg (2002) hanno studiato le associazioni colore-emozione in 98 lingue e dialetti. Il colore rosso era associato alla vergogna in 78 lingue,  prevalentemente nelle popolazioni con carnagioni chiare.

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Nelle popolazioni con carnagioni relativamente più scure, la vergogna viene talvolta associata al nero, forse riferendosi all’oscurità della pelle a causa di un aumento del flusso sanguigno nella regione di rossore.

Il problema di arrossire per molte persone è talmente grave da far loro sentire il bisogno di subire un intervento chirurgico (bloccare perifericamente le scariche emotive dell’ortosimpatico) per inibire l’arrossamento del viso. In ambito clinico i pazienti parlano di “sofferenza”, di “disabilità”, di sentirsi “persone strane” e spiegano di aver provato numerose strategie per evitare questo fenomeno, per non essere giudicate persone deboli, incapaci di autocontrollo, o di competenze sociali (Edelmann, 1990).

L’ansia di arrossire è correlata con la fobia sociale / disturbo d’ansia sociale. Una parte sostanziale delle persone che cercano una terapia per curare questo sintomo soffrono di fobia sociale.  (Crozier, 2006).

Drummond (1997) e Mulkens et al. (1999) hanno trovato scarsa relazione tra le misure fisiologiche dell’intensità del rossore e la percezione di quel rossore, nelle persone appositamente messe in situazioni di imbarazzo durante uno studio. Altri studi hanno riscontrato differenze fisiologiche tra le persone con ansia scarsa o elevata sulla possibilità di arrossire. Questo significa che l’ansia gioca un ruolo fondamentale nell’acuire il fenomeno.

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Cosa fare se si soffre di ereutofobia

L’ereutofobia si mantiene attraverso un meccanismo abbastanza preciso che coinvolge corpo, pensieri e comportamenti. Per iniziare a gestirla è utile in primis capire come funziona. L’arrossire è una risposta fisiologica automatica legata all’attivazione del sistema nervoso simpatico: quando percepisci una situazione come socialmente rischiosa, il corpo si attiva, aumenta il flusso di sangue al viso e compare il rossore. Non è un segno di debolezza né qualcosa che puoi controllare direttamente con la forza di volontà. Anzi, più cerchi di controllarlo o di impedirlo, più ti monitori, più ti allarmi, e più l’attivazione aumenta.

Spesso il problema non è tanto il rossore in sé, quanto il significato che gli attribuisci. In una situazione sociale puoi pensare: “Si accorgeranno che sto arrossendo”, “Penseranno che sono insicuro”, “Farò una figuraccia”. Questi pensieri automatici fanno salire l’ansia, l’ansia intensifica l’arrossire e il rossore conferma l’idea che stia accadendo qualcosa di terribile. Si crea così un circolo vizioso. Per interromperlo è utile osservare con precisione cosa succede: tenere un diario delle situazioni in cui arrossisci, annotare dove ti trovavi, con chi, cosa stavi pensando e quanto era intensa l’ansia su una scala da 0 a 10. Questo ti permette di individuare schemi ricorrenti e di rendere il fenomeno più concreto e più facilmente prevedibile.

Una volta riconosciuti i pensieri automatici, puoi iniziare a metterli in discussione. Chiederti quali prove reali hai che gli altri ti giudichino così duramente, o se stai facendo una previsione catastrofica senza dati oggettivi. Nella maggior parte dei casi scoprirai che le persone notano molto meno di quanto immagini, e che anche quando notano il rossore, raramente lo interpretano in modo così negativo. Sostituire pensieri estremi con valutazioni più realistiche non elimina subito l’ansia, ma ne riduce l’intensità e soprattutto interrompe l’escalation.

Parallelamente è importante lavorare sul corpo. Tecniche come la respirazione diaframmatica lenta (ad esempio inspirare per quattro secondi ed espirare per sei), il Training Autogeno o la mindfulness aiutano a ridurre l’attivazione fisiologica. Non servono per “bloccare” il rossore, ma per abbassare il livello generale di allerta e imparare a osservare la sensazione senza combatterla. Quando smetti di lottare contro il sintomo, spesso perde parte della sua forza.



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Un altro passaggio fondamentale è l’esposizione graduale. L’evitamento mantiene la paura: se eviti di parlare, di intervenire o di esporti, non dai mai al cervello la possibilità di imparare che la situazione è tollerabile. Costruire una piccola gerarchia, partendo da situazioni meno coinvolgenti (come parlare con un conoscente) fino a quelle più impegnative (come intervenire in una riunione), e affrontarle progressivamente, permette all’ansia di salire e poi scendere da sola. È proprio questa esperienza correttiva che indebolisce la paura nel tempo.

Può essere molto utile anche normalizzare il rossore con gli altri. Dire con semplicità “A volte arrossisco quando parlo in pubblico” toglie al sintomo la dimensione di segreto da nascondere. Spesso le persone reagiscono con naturalezza o empatia, e questa esperienza contraddice l’idea di un giudizio spietato. Esporsi volontariamente riduce la paura dell’imprevisto, perché non c’è più nulla da “smascherare”.

Se la paura è intensa o limita significativamente la tua vita, un supporto professionale può fare la differenza. La terapia cognitivo-comportamentale è considerata particolarmente efficace per le fobie e l’ansia sociale; tramite l’Ordine degli Psicologi puoi trovare professionisti abilitati. Nei casi più gravi, uno psichiatra può valutare anche un supporto farmacologico temporaneo, integrato a un percorso psicoterapeutico.

Infine, ci sono fattori che possono amplificare l’arrossire e l’attivazione, come l’eccesso di caffeina o alcol, la mancanza di sonno e la sedentarietà. Curare questi aspetti non risolve da solo il problema, ma riduce il terreno su cui l’ansia cresce. E soprattutto è fondamentale coltivare l’autocompassione: trattarti come tratteresti un amico nella stessa situazione, ricordando che arrossire è una risposta umana e spesso viene percepita dagli altri come segno di sensibilità e autenticità, non di inadeguatezza.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte principale:

The puzzle of blushing, The Psychologist

Immagine:
Pexels

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