Timidezza, asocialità evitamento sociale: quali sono le differenze?

asocialità

Spesso timidezza, asocialità ed evitamento sociale vengono usati in modo intercambiabile, anche se molti studiosi hanno cominciato a fare delle distinzioni fra loro (Asendorpf, 1990; Nelson, 2013; Rubin & Asendorpf, 1993; Rubin, Bowker, & Kennedy, 2009; Rubin e Coplan, 2004). 

Questi autori ritengono importante infatti distinguere tra coloro che vogliono interagire con gli altri, ma sono troppo timorosi o diffidenti per farlo (i timidi), coloro che evitano per scelta l’interazione sociale (gli evitanti) e, infine, quelli che non hanno paura di interagire, ma semplicemente non intendono avere interazioni sociali in quanto stanno bene così (gli asociali): questi soggetti presentano sintomatologie diverse di cui tenere conto quando ci si occupa di prevenzione.

Asendorpf (1990, 1993) ha suggerito che l’evitamento sociale possa essere il risultato di due spinte motivazionali diverse: una scarsa verso l’approccio sociale e l’altra, più elevata, verso l’evitamento sociale. Gli evitanti si ritirano dalle relazioni sociali perché, sebbene abbiano un certo interesse verso gli altri, fanno prevalere il desiderio di solitudine. Altri ricercatori hanno invece suggerito che l’evitamento sociale sia in realtà la manifestazione di una estrema timidezza fobica che può avere una base fisiologica, la quale determina scarsa motivazione all’approccio sociale insieme ad alta propensione all’evitamento sociale (Coplan & Armer, 2007).

In ogni caso, i ragazzi che evitano l’interazione sociale possono essere a rischio per il ricorso all’isolamento sociale durante gli anni critici dell’adolescenza, quando la loro auto-esclusione dai coetanei nega loro l’opportunità di sperimentare i vantaggi delle interazioni sociali positive con i pari (Rubin, Bukowski, e Parker, 1998). Numerosi ricercatori hanno individuato in questo rifiuto delle interazioni sociali diversi indici di disadattamento che portano verso la depressione, la solitudine, lo scarso concetto di sé, la psicopatologia (McDougall, Hymel, Vaillancourt, e Mercer, 2001). Nelson (2013)  ha scoperto che anche i giovani adulti (o adulti emergenti) evitanti mostrano problemi di  scarsa autostima, più elevati livelli di depressione, disregolazione emotiva, autolesionismo (rispetto al gruppo di controllo). Inoltre, i giovani adulti evitanti hanno rapporti di qualità inferiore con i genitori, gli amici, i partners.

I timidi mostrano invece una forte motivazione verso l’approccio sociale, abbinata con una pari motivazione verso l’evitamento sociale (Coplan, Prakash, O’Neil, e Armer, 2004; Rubin e Coplan, 2004). In pratica, gli individui timidi vorrebbero impegnarsi in interazioni tra pari, ma sono ostacolati dalla diffidenza, dalla paura e dall’ansia che l’esperienza comporta (Rubin e Burgess, 2002).

La timidezza è stata considerata causa di vari problemi di disadattamento lungo tutto l’arco della vita (Coplan & Armer, 2007). Ad esempio, in età prescolare e nella scuola materna, la timidezza è legata a scarsa competenza sociale, bassa autostima ed elevato livello di ansia (Coplan & Armer, 2007; Coplan & Prakash, 2003; Coplan, Findlay, e Nelson, 2004). Nelle classi elementari, i bambini timidi soffrono del rifiuto dei pari, si sentono isolati e presentano scarso rendimento scolastico (Coplan, GavinskiMolina, Lagace-Paillette, e Wichmann, 2001; Coplan & Prakash, 2003; Hart, Yang, Nelson, Robinson, Olsen, e Nelson, et al., 2000). Quando entrano nell’adolescenza, i soggetti timidi continuano a soffrire di bassa autostima e di depressione ed ansia (Boivin, Hymel, e Bukowski, 1995; Hanish & Guerra, 2000; Hymel, Bowker, & Woody, 1993; Rubin 1993).

Lo  studio di Nelson del 2013 ha riscontrato che anche gli adulti emergenti timidi hanno a che fare con problemi di depressione e disregolazione emotiva, hanno relazioni sociali di scarsa qualità con i genitori, i migliori amici, i partners.

Secondo molti autori i timidi sono maggiormente “a rischio” rispetto agli evitanti o agli asociali perché riescono a raggiungere meno obiettivi degli altri due gruppi durante la loro vita.

Per quanto riguarda il genere sessuale si è osservato infatti che i maschi timidi hanno maggiori probabilità di soffrire di esiti negativi rispetto alle ragazze timide (Caspi, 2000; Caspi et al., 1988; Kerr, Lambert, e Bem, 1996). In particolare, i maschi timidi hanno maggiori probabilità di ritardare il matrimonio, la paternità, la stabilità lavorativa (Caspi et al, 1988; Kerr et al, 1996).

Le ragazze timide sembrano avere meno problemi sociali e rispettano i tempi tradizionali per matrimonio, gravidanza, ecc. (Caspi et al., 1988). È stato però osservato che le donne timide possono essere più portate a seguire un modello più convenzionale, rispetto a ragazze non timide, perché la loro timidezza le inibisce dal perseguire altre opportunità (Nelson et al., 2008). La ricerca più recente ha tuttavia trovato scarse differenze di genere nell’infanzia (Coplan & Weeks 2010), nell’adolescenza (Bowker e Raja 2011), e nell’età adulta emergente (Nelson et al, 2008;. Nelson, 2013) fra maschi e femmine  per quanto riguarda timidezza, evitamento sociale e asocialità.

Gli asociali, fra questi tre gruppi, sembrano quelli in miglior salute perché conducono lo stile di vita che desiderano, in solitudine. L’ asocialità o disinteresse sociale, si può manifestare durante l’infanzia, l’adolescenza, e l’età adulta emergente (è definibile da scarsa motivazione all’approccio sociale e scarsa motivazione all’evitamento sociale) (Asendorpf, 1993; Bowker e Raja, 2011; Coplan et al, 2004b.; Nelson, 2013; Rubin et al., 2009).

Gli individui che mostrano comportamenti asociali non sembrano essere fortemente timorosi delle interazioni sociali con i coetanei, ma non mostrano di avere il desiderio di avviare interazioni sociali (Asendorpf, 1990;. Coplan et al, 2004b, Nelson, 2013; Rubin & Coplan, 2004; Rubin, Coplan, Fox, e Calkins, 1995). Questi soggetti, volendo, sono perfettamente in grado di partecipare a situazioni sociali (Asendorpf, 1993), ma non le desiderano. Gli asociali dunque mostrano comportamenti che possono produrre minori problemi rispetto all’evitamento sociale e alla timidezza (Coplan & Weeks, 2010).

Gli asociali soffrono meno degli altri due gruppi di depressione e ansia (Asendorpf & Meier, 1993; Coplan, Wilson, Frohlick, e Zelenski, 2006; Harrist, Zaia, Bates, Dodge, e Pettit, 1997). Harrist et al. (1997)
hanno scoperto che se i bambini asociali hanno meno interazioni con i loro coetanei, essi sono tuttavia indistinguibili dai loro coetanei su una serie di variabili.  Essi non provano, ad esempio, particolari problemi di ansia o solitudine rispetto ai coetanei  (Coplan & Weeks, 2010).
Il fatto che questi bambini non sperimentino la solitudine come un’esperienza negativa fa pensare che il loro comportamento esprima una loro reale preferenza.

Nel complesso, l’asocialità si presume essere relativamente benigna nei primi anni (Rubin & Asendorpf, 1993), ma alcuni studiosi ritengono che diventi sempre più disadattiva con l’età (Coplan & Weeks, 2010; Mills & Rubin, 1988; Nelson et al. 2006; Younger & Piccinin, 1989). 

Nelson (2013) ha scoperto che i giovani adulti asociali non differivano da un gruppo di controllo per problemi di ansia, mentre i loro problemi di depressione erano maggiori rispetto al gruppo di controllo (ma più bassi rispetto a timidezza e evitamento sociale).

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
S.S.Luster, Social Withdrawal and Internalizing Problems in
Emerging Adulthood: Does Parenting Matter? BYU ScholarsArchive

Immagine:
Flickr

 

Autore:

Dr. Walter La Gatta
Si occupa di:

. Psicoterapie individuali e di coppia
. Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia)
. Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
. Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

E' responsabile del sito
www.clinicadellatimidezza.it


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