Ansia da prestazione nei musicisti
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La musica come professione rappresenta spesso un sogno coltivato per anni. Dopo un lungo percorso di studio e di impegno costante, scegliere di trasformare la propria passione in un lavoro significa, per molti musicisti, dare forma concreta a un progetto di vita costruito con dedizione e sacrificio.
Essere un musicista, tuttavia, non significa soltanto saper suonare uno strumento, sviluppare coordinazione motoria, attenzione sostenuta, capacità di memorizzazione, velocità, precisione e forza: a queste abilità si deve spesso affiancare la necessità di ricoprire ruoli molteplici: artista e interprete, talvolta compositore, spesso insegnante, mentore, leader o persino manager di se stesso.
Ecco perché il passaggio dalla dimensione dello studio a quella della pratica professionale porta con sé aspetti meno visibili e più complessi, tra cui lo stress legato all’esibizione pubblica. Numerose ricerche hanno evidenziato come la maggior parte dei musicisti, siano essi professionisti o amatori, sperimenti sintomi d’ansia prima di una performance, con livelli di stress e manifestazioni spesso molto simili.
Cerchiamo di saperne di più.
Che cosa si intende per musicisti ad alte prestazioni e quali sono le conseguenze fisiche della loro attività?
I musicisti ad alte prestazioni sono generalmente formati in ambito classico e dedicano in media dalle quattro alle sei ore al giorno allo studio con l’obiettivo di migliorare costantemente le proprie performance. Questo impegno intenzionale e intensivo può avere effetti positivi sull’esecuzione musicale, ma allo stesso tempo può incidere negativamente sulla salute generale.
Andrade e Fonseca (2000) hanno evidenziato come musicisti e atleti ad alte prestazioni condividano pratiche simili, tra cui l’uso intensivo di specifici gruppi muscolari e lunghi periodi di allenamento. Proprio come accade agli atleti, anche i musicisti sviluppano frequentemente dolori muscolari, talvolta debilitanti, correlati allo strumento suonato; tuttavia, a differenza degli atleti, raramente sono seguiti da professionisti della salute.
Il disturbo muscolo-scheletrico correlato alle prestazioni si manifesta con dolore, debolezza, intorpidimento, formicolio o altri sintomi che interferiscono con la capacità di suonare al livello abituale. Kenny e Ackermann (2013) hanno riportato che tra il 55% e l’86% dei membri della Australian Symphony Orchestra presentava questa condizione, con conseguenze potenzialmente significative per la carriera.
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Quali altre problematiche caratterizzano la professione del musicista?
Oltre alle lunghe ore di pratica, la carriera musicale comporta requisiti intrinseci che possono generare disagio: turni di lavoro irregolari, frequenti viaggi per le esibizioni, lontananza dalla famiglia durante i tour, adattamento ai fusi orari, instabilità finanziaria. In questo contesto, l’angoscia psicologica è diffusa e si manifesta con sintomi di ansia, depressione e ansia da prestazione musicale, quest’ultima legata sia alle aspettative del pubblico sia a quelle personali del musicista.
Barbar et al. (2014) hanno rilevato che, in un campione di 230 musicisti brasiliani professionisti e dilettanti, il 19% presentava indicatori di ansia sociale, il 20% di depressione e il 24% di ansia da prestazione musicale. In uno studio precedente, Kenny et al. (2014) hanno individuato tra i membri della Australian Symphony Orchestra indicatori di depressione nel 32% dei casi, di ansia sociale nel 33% e di stress post-traumatico nel 22%, suggerendo che le problematiche mediche e psicologiche dei musicisti siano indipendenti dalla cultura e dalla formazione musicale.
Si osservano inoltre disturbi del sonno e problematiche legate all’uso di sostanze. Pereira et al. (2010), studiando la qualità del sonno nei musicisti classici, hanno riscontrato che il 71% dei partecipanti presentava una scarsa qualità del sonno, associata a dolore e disagio fisico.
Qual è il rapporto tra musicisti e uso di sostanze?
West (2004) riporta l’uso di sostanze lecite, come alcol, caffè e farmaci, e di sostanze illecite, come cannabis e cocaina. Molti musicisti fanno affidamento su queste sostanze per fronteggiare le esigenze della carriera, tra cui esibizioni pubbliche, lunghe prove, viaggi e fusi orari. Lockwood (1989) ha scoperto che il 20% dei musicisti con ansia da prestazione presenta problemi nel consumo di alcol e droghe. Lehrer, Goldman e Strommen (1990) sottolineano come il ricorso alle sostanze sia spesso finalizzato a gestire l’ansia che si intensifica prima dell’esibizione.
Che impatto hanno queste condizioni sulla qualità della vita?
L’insieme di questi fattori sembra incidere negativamente sulla qualità della vita del musicista. Nonostante ciò, questa popolazione riceve ancora scarsa attenzione da parte delle politiche sanitarie pubbliche e vi è una limitata ricerca di misure alternative di sostegno e trattamento specificamente rivolte ai musicisti.
Che cos’è l’ansia in generale?
L’ansia è definita come l’anticipazione di un evento imminente ed è associata a tensione muscolare e vigilanza, funzionali alla preparazione al pericolo futuro attraverso comportamenti di evitamento. In sé, l’ansia non è un problema: è un’emozione naturale e necessaria alla sopravvivenza. Diventa patologica quando il suo livello compromette il funzionamento dell’individuo e provoca angoscia.
Nel DSM-5 i disturbi d’ansia sono caratterizzati da paura e ansia eccessive e da comportamenti disfunzionali correlati. La paura è una risposta emotiva a una minaccia imminente o reale, mentre l’ansia può essere generata anche da pensieri negativi relativi a un evento futuro.
I sintomi fisiologici dell’ansia da prestazione musicale differiscono da quelli dell’ansia in altre situazioni?
No. Il meccanismo dell’ansia funziona in genere così: di fronte a una minaccia, il corpo si prepara all’attacco o alla fuga (Sinden, 1999). Il cervello attiva il sistema nervoso autonomo e vengono rilasciati messaggeri chimici come l’epinefrina, o adrenalina, che produce un “adrenaline rush” attraverso la produzione di glucosio. Aumenta anche il cortisolo, con incremento della pressione sanguigna e preparazione all’azione (Martini, Timmons, & Tallitsch, 2012). Ovviamente, questo meccanismo è utile in presenza di un pericolo fisico; se però la “minaccia” è un’esibizione pubblica, che richiede concentrazione e calma, tale attivazione dell’organismo può risultare controproducente. I cambiamenti fisici dovuti a questo stato di attivazione del corpo per rispondere alla “minaccia” possono riguardare tremore, disturbi allo stomaco, aumento del battito cardiaco, sudorazione e rossore.
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Cosa si intende per MPA?
MPA sta per Musical Performance Anxiety – MPA, e riguarda l’ansia da prestazione specifica dei musicisti.
Che cos’è l’ansia da prestazione musicale o MPA?
Tra i disturbi d’ansia rientra il disturbo d’ansia sociale, caratterizzato da paura o ansia nelle situazioni di interazione sociale in cui si teme il giudizio altrui. L’ansia da prestazione può essere considerata un tipo specifico di disturbo d’ansia sociale, limitato alle situazioni di performance. L’ansia da prestazione musicale si riferisce invece, più specificamente, a una condizione di ansia da esibizione collegata all’esecuzione musicale, sia da solista sia in gruppo, per qualsiasi strumento incluso il canto, configurandosi come sottotipo di ansia sociale.
Quali elementi influenzano l’MPA?
Valentine (2002) afferma che l’MPA è influenzata da tre elementi: la persona, il compito e la situazione. Con il termine persona si fa riferimento all’insieme delle caratteristiche individuali di personalità, tra cui il perfezionismo, l’autostima e l’ansia di tratto o di stato. Il compito riguarda gli aspetti specifici dell’attività musicale, come il repertorio scelto, l’interpretazione e la memorizzazione. La situazione, infine, è il contesto in cui avviene la performance: una prova o una presentazione pubblica, un contesto valutativo oppure no, e così via.
Quali sono i sintomi di ansia tipici del musicista e come incidono sulla prestazione?
I sintomi variano lungo una scala di intensità che va dallo stress considerato normale fino a sensazioni di terrore simili agli attacchi di panico. L’ansia da prestazione musicale può influire non solo sulla qualità dell’esecuzione, ma anche sulla carriera e sulla qualità della vita. La letteratura evidenzia come i musicisti con ansia da prestazione manifestino frequentemente anche sintomi di depressione e ansia sociale.
Qual è la prevalenza dell’ansia da prestazione musicale?
Non esiste un consenso univoco. Uno studio brasiliano del 2014 ha riportato una prevalenza del 24%. Brugés (2009), in una revisione della letteratura, ha indicato una prevalenza compresa tra il 16% e il 70% negli Stati Uniti e in Europa negli anni ’80 e ’90. Steptoe (2001) ha stimato una prevalenza tra il 15% e il 25%. La variabilità potrebbe dipendere dalla difficoltà di riconoscimento del disturbo sia da parte dei professionisti sanitari sia dei musicisti stessi.
Esistono differenze di genere?
Sembra esserci una maggiore prevalenza nelle donne, analogamente a quanto osservato per l’ansia sociale e altri disturbi d’ansia.
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Che cosa accade ai cantanti d’opera?
Sandgren (2002) ha osservato nei cantanti d’opera elevati livelli di ansia da prestazione, soprattutto prima di eventi significativi come una prima. A differenza degli strumentisti, i cantanti mostrano particolare preoccupazione per la salute vocale, con una quasi ossessiva attenzione alla gola. Uno studio su 32 cantanti d’opera australiani (Kenny, Davis, & Oates, 2004) ha evidenziato ansia legata anche alle condizioni ambientali di lavoro, come polvere sul palcoscenico e temperature non ottimali.
Ci sono differenze tra professionisti e non professionisti?
Steptoe e Fidler (1987) hanno rilevato che gli allievi di musica presentano livelli di ansia più elevati rispetto ai professionisti, probabilmente per la giovane età e la minore esperienza. Tuttavia, entrambi i gruppi tendono a esagerare l’importanza della prestazione e a prevedere possibili catastrofi in caso di errore, aumentando così l’ansia. Barbar et al. (2014) hanno invece osservato tassi più alti di ansia da prestazione nei professionisti (39%) rispetto agli amatoriali (14%), attribuendo la differenza alle esigenze della professione. Felm e Schmidt (2006) hanno riscontrato la stessa paura di sbagliare in studenti tedeschi di scuola superiore.
Qual è il ruolo dell’esibizione da solista?
Wesner, Noyes e Davis (1990), in uno studio presso la American University School of Music, hanno rilevato che il ruolo di solista rappresenta una delle principali cause di ansia: il 52% ha dichiarato di provare “estrema ansia”. Tra i problemi riportati figurano mancanza di concentrazione, aumento del battito cardiaco, tremore, gola secca e sudorazione. Il 9% ha ammesso di rinunciare frequentemente alle esibizioni a causa dell’ansia.
Che cos’è la paura del palcoscenico?
I sintomi d’ansia possono manifestarsi già sul palco, accompagnati da pensieri negativi e timori. McQuade (2009) sottolinea che ciò che genera ansia è soprattutto la percezione di un pericolo: paura di sbagliare, di essere giudicati negativamente, di compromettere la carriera o perdere l’autostima. Fishbein et al. (1988), in uno dei più ampi studi sull’argomento condotto su 2122 orchestrali professionisti, hanno rilevato che il 24% soffriva di ansia da prestazione, definita “grave” nel 16% dei casi, con maggiore incidenza nelle piccole orchestre.

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Ansia da prestazione musicale e paura del palcoscenico sono la stessa cosa?
No. Il termine “paura del palcoscenico” è spesso usato come sinonimo di ansia da prestazione musicale, ma Kenny (2011) e Steptoe (2001) invitano a distinguerli per maggiore rigore concettuale e metodologico. L’ansia da prestazione musicale riguarda sentimenti che possono emergere in diversi momenti e contesti, non solo sul palco; la paura del palcoscenico è invece un’improvvisa paura o terrore legata al momento della prestazione.
Quando iniziano l’ansia anticipatoria e la paura del palcoscenico?
Van Kemenade, van Son e Heesch (1995) hanno evidenziato diversi livelli di ansia: leggera o moderata nel 32% dei casi, intensa nel 27% e molto intensa nel 9%. L’ansia può iniziare molto prima dell’evento: il 5% dei musicisti riferiva sintomi già cinque mesi prima, il 10% settimane prima e il 21% giorni prima.
Papageorgi et al. (2013) hanno mostrato che l’ansia aumenta con l’avvicinarsi dell’esibizione, raggiunge un picco immediatamente prima e diminuisce gradualmente durante la performance, suggerendo tre momenti distinti: il periodo antecedente con sintomi lievi, quello immediatamente precedente con sintomi intensi e il momento dell’esecuzione con sintomi ancora presenti ma in calo. La paura del palcoscenico, invece, tende a diminuire durante l’esibizione, con possibili effetti positivi sulla performance.
Quali sono i sintomi dell’ansia da prestazione musicale?
I sintomi comprendono manifestazioni fisiologiche, psicologiche e comportamentali che spesso si presentano simultaneamente. Tra quelli fisiologici figurano aumento della frequenza cardiaca, palpitazioni, respiro corto, iperventilazione, secchezza delle fauci, sudorazione, nausea, diarrea, vertigini, mal di testa, problemi digestivi, tensione muscolare, mani fredde, affaticamento e variazioni di pressione sanguigna, frequenza cardiaca e respiratoria.
I sintomi psicologici includono aspetti cognitivi, come difficoltà di concentrazione, elevata distraibilità, problemi di memoria e pensieri disfunzionali, ed emotivi, come stress, apprensione, insicurezza, terrore e panico. Sul piano comportamentale si osservano agitazione, tremore, rigidità muscolare e compromissione della prestazione, con difficoltà nel mantenere la postura e problemi tecnici che possono influenzare il suono dello strumento.
Quale modello viene utilizzato per spiegare l’eziologia dell’ansia da prestazione musicale?
Per studiare l’eziologia dei disturbi d’ansia, e quindi anche dell’ansia da prestazione musicale, si utilizza generalmente il modello dei disturbi d’ansia di Barlow. Questo modello integra tre fattori potenzialmente coinvolti nello sviluppo dell’ansia: la vulnerabilità biologica generalizzata, legata all’eredità genetica; la vulnerabilità psicologica generalizzata; e la vulnerabilità psicologica specifica. Secondo tale prospettiva, l’ansia può essere spiegata alla luce di processi ed esperienze fisiologiche che si sviluppano nel corso della vita dell’individuo. Ciascuno di questi fattori svolge un ruolo determinante nello sviluppo del disturbo.
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Che ruolo ha l’autostima nello sviluppo dell’MPA?
L’autostima, intesa come il modo in cui l’individuo pensa a se stesso, sembra essere un fattore centrale nello sviluppo dell’MPA. Secondo Mei-Yuk (2011), alti livelli di ansia possono essere correlati a bassi livelli di autostima. Dal punto di vista concettuale, l’autostima è un processo che si sviluppa nel tempo e le relazioni sociali svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione di questo sentimento.
Brand (2007) ha condotto uno studio comparativo sui livelli di autostima degli studenti di musica in America, Australia e Cina. I risultati hanno mostrato differenze tra gruppi etnici nella percezione di sé: gli studenti cinesi, appartenenti a una cultura collettivista, presentavano livelli di autostima più bassi rispetto ai colleghi americani. Lo studio evidenzia come le differenze culturali, intese come insieme di valori e aspetti propri di ciascun paese o regione, abbiano un ruolo rilevante nella comprensione e nello sviluppo dell’MPA.
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In che modo il perfezionismo è collegato all’ansia da prestazione musicale?
Il perfezionismo può essere considerato un tratto di personalità definito dalla presenza di standard di prestazione molto elevati accompagnati da autovalutazioni eccessivamente critiche. Due aspetti risultano particolarmente importanti per comprendere l’MPA: gli sforzi del perfezionista e le preoccupazioni del perfezionista.
Gli sforzi del perfezionista sono connessi alla ricerca di standard elevati e sono spesso associati ad aspetti positivi. Interiorizzare standard elevati, inizialmente esterni, può infatti favorire maggiore impegno e migliori prestazioni.
Le preoccupazioni del perfezionista, invece, riguardano un’eccessiva attenzione agli errori, dubbi costanti sulle proprie azioni e reazioni negative di fronte a fallimenti e imperfezioni. I soggetti perfezionisti investono una grande quantità di energia in contesti valutativi e sviluppano una rigidità cognitiva rispetto ai concetti di successo, errore o fallimento, spesso adottando una valutazione dicotomica del risultato, secondo la logica del tutto o niente.
Hollender (1978) definisce il perfezionismo come “la tendenza a domandare a se stessi o ad altri una qualità della performance più elevata di quanto la situazione richieda”. Bourne (1995) distingue due forme: la tendenza ad avere aspettative irrealisticamente elevate su di sé, sugli altri e sulla vita, e la preoccupazione eccessiva per piccoli errori. Sinden (1999) afferma che con il perfezionismo ci si concentra esclusivamente sugli aspetti negativi, a causa di standard personali molto elevati e di una valutazione eccessivamente critica di sé.
Hewitt and Flett (1991) descrivono tre dimensioni del perfezionismo: orientato su di sé, orientato sugli altri e socialmente prescritto, cioè legato al bisogno di soddisfare le aspettative altrui. I perfezionisti orientati su di sé si giudicano severamente e si puniscono quando non raggiungono i risultati desiderati. Quando invece le aspettative di perfezione sono rivolte agli altri, possono emergere difficoltà relazionali, conflitti e ostilità. Il perfezionista, inoltre, non è mai pienamente soddisfatto della propria esibizione: desidera sempre di più.
In definitiva, anche i musicisti più sublimi restano esseri umani: l’arte può migliorare la vita, ma il benessere personale dipende dall’equilibrio interiore raggiunto, non soltanto dalla professione esercitata.
Che cos’è l’auto-osservazione dei sintomi ansiosi?
Kenny (2011) afferma che l’auto-osservazione dei sintomi ansiosi riguarda la tendenza dell’individuo a monitorare il proprio stato di ansia e a interpretarne i sintomi come pericolosi o minacciosi. Stephenson e Quarrier (2005) hanno mostrato che questo atteggiamento costituisce un importante predittore di MPA, in particolare nelle donne. I musicisti che presentano questa tendenza sperimentano maggiore dolore e minore piacere durante l’esecuzione musicale.
In che modo l’età incide sull’MPA?
L’età rappresenta una variabile socio-demografica rilevante. Kenny e Osborne (2006) affermano che i bambini molto piccoli raramente sperimentano l’MPA come gli adulti; al contrario, sembrano apprezzare le esibizioni e non mostrano particolare disagio per eventuali insuccessi.
LeBlanc et al. (1997) hanno studiato adolescenti musicisti in tre situazioni: una sala prove vuota, una sala prove con un ricercatore e una sala con ricercatori, compagni di classe e una telecamera. I livelli di MPA e la frequenza cardiaca risultavano simili nelle prime due condizioni, ma aumentavano considerevolmente nella terza, caratterizzata da maggiore esposizione e valutazione.
Kenny et al. (2014) hanno osservato che i musicisti sotto i 30 anni risultano più colpiti dall’MPA rispetto a quelli sopra i 51 anni, suggerendo che l’esperienza contribuisca a rendere i sintomi più lievi. Secondo questi autori, i bambini musicisti possono sviluppare MPA in età adulta solo in presenza di una combinazione di fattori, tra cui temperamento innato, tratti ansiosi, sviluppo della capacità cognitiva e auto-riflessiva, consapevolezze acquisite, tipo di educazione ricevuta, esperienze interpersonali, modalità di interpretazione del mondo, abilità tecniche ed esperienze precedenti di performance.
Quali stili di pensiero caratterizzano chi presenta alti livelli di MPA?
Kenny (2011) evidenzia alcuni pensieri ricorrenti: forti aspettative negative prima dell’evento; pregiudizi negativi nell’autovalutazione delle prestazioni precedenti; aspettativa di giudizi negativi da parte del pubblico o dei valutatori; marcata preoccupazione per le conseguenze di una cattiva performance; elevata sensibilità alle reazioni del pubblico; incapacità di sentirsi a proprio agio anche dopo numerose esperienze precedenti.
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Qual è il ruolo delle variabili legate al compito musicale?
Sinico e Winter (2012) sottolineano che il livello di ansia è direttamente proporzionale alla difficoltà e alla complessità del compito. La scelta del repertorio diventa quindi cruciale: se i requisiti tecnici sono incompatibili con le capacità del musicista, il rischio di incremento dell’ansia è elevato. In uno studio descrittivo sui flautisti, gli stessi autori hanno indicato il repertorio come principale causa di MPA.
Anche la memorizzazione merita attenzione: l’ansia può favorire vuoti di memoria e, in contesti in cui si richiede di suonare senza spartito, il timore di dimenticare può aumentare ulteriormente i sintomi.
La preparazione musicale protegge dall’MPA?
McKenzie (2013) ha studiato sei musicisti con formazione universitaria, rilevando che, nonostante l’elevata preparazione, essi sperimentavano comunque ansia. Si è concluso che l’MPA può manifestarsi indipendentemente dal livello di preparazione e potrebbe essere più legata alla difficoltà di gestire gli stati ansiosi che a una reale carenza tecnica.
Il genere musicale influisce sui livelli di MPA?
Papageorgi et al. (2013) suggeriscono che musicisti appartenenti a generi simili condividano percezioni e preoccupazioni analoghe, sebbene i musicisti classici presentino livelli più elevati di MPA.
Quanto incide il contesto dell’esibizione?
I livelli di MPA variano in base al contesto, ad esempio tra prove e performance pubbliche o tra situazioni valutative e non valutative. Yoshie et al. (2007) mostrano che i livelli di ansia risultano più elevati nei contesti di valutazione rispetto alle prove.
Quali strategie di coping utilizzano i musicisti?
Le strategie di coping sono abilità utilizzate per affrontare situazioni stressanti. In ambito musicale comprendono comportamenti e pensieri volti a gestire l’MPA. Sinico (2013) le classifica in cognitive, comportamentali e cognitivo-comportamentali. Le strategie cognitive mirano a modificare pensieri disfunzionali, ad esempio attraverso la ristrutturazione cognitiva; quelle comportamentali utilizzano tecniche come la desensibilizzazione sistematica; le cognitivo-comportamentali intervengono su pensieri e comportamenti problematici.
Tra le strategie riportate dai musicisti d’orchestra figurano respirazione profonda, tecniche di distrazione, conversazione interiore, maggiore allenamento, tecniche rilassanti, ricerca di assistenza medica, ipnosi, uso di farmaci e uso di alcol.
Zakaria et al. (2013) hanno evidenziato, tra studenti universitari, il ricorso alla preghiera, a tecniche di respirazione e rilassamento, a una pratica più intensa e al richiamo di precedenti esperienze di esibizione. Le strategie ritenute più efficaci risultano essere le tecniche di respirazione, l’uso di farmaci e le tecniche di autocontrollo, mentre il caffè è considerato meno efficace.
Alcuni musicisti ricorrono anche ad alcol e droghe illecite per controllare i sintomi, strategie comuni ma non sempre efficaci e potenzialmente associate allo sviluppo di comorbilità psichiatriche.
Quali trattamenti sono stati studiati per l’MPA?
La ricerca sul trattamento dell’MPA risale agli anni ’70. Le modalità di intervento più studiate includono la terapia cognitivo comportamentale, lo yoga, il bio-feedback, la meditazione, l’esposizione virtuale, la musicoterapia e la tecnica Alexander(metodo di rieducazione corporea). Tra queste, solo la terapia cognitivo comportamentale ha dimostrato reale efficacia. Il trattamento farmacologico è meno praticabile, poiché gli ansiolitici possono compromettere il controllo motorio e i beta-bloccanti le prestazioni musicali.
Tuttavia, Fishbein et al. (1988), in uno studio su 2212 orchestrali, hanno rilevato che il 27% utilizzava beta-bloccanti, soprattutto donne.
Quali considerazioni finali si possono trarre?
L’MPA è una condizione complessa che ha attirato crescente attenzione negli ultimi decenni per l’alta prevalenza tra i musicisti e l’impatto su carriera e qualità della vita. Nonostante ciò, molti musicisti interpretano i sintomi come normali e inerenti alla professione e non cercano trattamento medico o psicologico. Si auspica che una maggiore comprensione futura dell’MPA favorisca la diffusione di informazioni, il miglioramento delle tecniche di intervento e delle misure preventive, contribuendo così al benessere dei musicisti (e del loro pubblico).
Dr. Giuliana Proietti
Adattato da:
Erin Dempsey, Music Performance Anxiety in Children and Teenagers: Effects of Perfectionism, Self Efficacy, and Gender, 2015
Burin Beatriz Ana, Osorio L. Flavia, Music performance anxiety: a critical review of etiological aspects, perceived causes, coping strategies and treatment, Archives of Clinical Psychiatry (São Paulo)
Immagine:
Foto di Nataliya Vaitkevich: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-musica-musicista-strumento-musicale-5070067/




