Psicologia e recitazione

Psicologia e recitazione

Psicologia e recitazione

Per molti attori che recitano ruoli impegnativi, calarsi pienamente nella psicologia, negli atteggiamenti e nei comportamenti di un personaggio immaginario può essere gratificante, ma a volte anche pericoloso per la propria stabilità emotiva.

L’idea che vi siano conseguenze psicologiche a seguito di una buona recitazione non è nuovissima, tanto che si è perfino ipotizzato che certe morti improvvise di attori di talento alle prese con ruoli difficili siano dovute ad uno scavare ” troppo profondo ” in se stessi, così come nel proprio personaggio.

Thalia Goldstein, assistente di psicologia presso la Pace University, ha recentemente iniziato ad indagare il rapporto fra attore e personaggio con “The mind on stage: why cognitive scientists should study acting,” (” La mente in scena : perché gli psicologi cognitivisti dovrebbero studiare la recitazione “).

La Goldstein sostiene che gli psicologi potrebbero guardare a come gli attori creano emozioni per comprendere la natura umana in un modo completamente nuovo. Del resto il teatro, come la psicologia, non cerca altro che di comprendere il personaggio che è in scena, cercando di spiegare agli spettatori perché fa le cose che fa.

La finzione è alla base del teatro: tutti sanno che ciò che viene rappresentato non è la realtà, ma non è detto che le emozioni che mette in scena l’attore siano necessariamente finte.

La tendenza ad inserire il realismo nella recitazione è emersa a metà del secolo scorso, soprattutto a causa dell’influenza che ebbe nell’ambiente teatrale, il metodo dell’attore e regista russo Constantin Stanislavskij, il quale invitava gli attori a rendere realistiche le proprie emozioni ricorrendo al ricordo di alcune esperienze personali.

Per prepararsi ad un ruolo che coinvolge ad esempio l’emozione della paura, l’attore, con questo metodo, deve ricordare qualcosa che l’ha spaventato e tentare di recitare la sua parte rappresentando la paura che lo ha realmente colpito. Stanislavskij riteneva che un attore doveva utilizzare la propria personalità sul palco, quando iniziava ad interpretare un personaggio.

L’emozione può scaturire tuttavia anche nel modo esattamente opposto: Amy Cuddy, psicologa sociale ad Harvard ha dimostrato che, se si assume un atteggiamento, come una posizione eretta con il petto in fuori, questo non modifica solamente le attitudini mentali, ma anche i livelli ormonali, come il livello di adrenalina, di testosterone, ecc.

Per tutto ciò, è chiaro che un attore che deve svolgere il medesimo ruolo per mesi, rappresentando lo stesso personaggio, può finire per sentire, anche fisicamente, la realtà che sta rappresentando.

Tuttavia, la maggior parte degli attori vive una vita molto normale e, quando la stagione teatrale è terminata, essi tornano ad essere completamente se stessi, anche se possono conservare qualche battuta o qualche sfumatura del loro personaggio.

Il lavoro psicologico più stressante per l’attore, infatti, non è solo quello di entrare nel personaggio, ma anche quello di liberarsi di lui/lei. In questi casi può essere d’aiuto la meditazione, che aiuta a riprendere contatto con alcune parti del proprio sé, così come il mantenere il contatto con le persone della propria vita, che aiuta l’attore a ricordare sempre a se stesso quale è la sua vera identità.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
How Actors Create Emotions: A Problematic Psychology, The Atlantic

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Autore:

Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
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