Un soldato in guerra – Consulenza online

Buonasera,
sono Luciano, 15enne della provincia di Milano, e ho bisogno di aiuto perché ho un problema orribile: sembra che io sia molto bravo ad allontanare le persone grazie alla mia timidezza. E adesso le spiegherò bene cosa voglio dire. Sono da sempre stato una persona timidissima, anche da bambino. Ero timido nelle “piccole cose”: avevo un po’ di difficoltà nel salutare gli altri bambini per strada, e in generale, aspettavo sempre che fossero gli altri bambini ad avvicinarsi a me; per esempio, aspettavo che fossero gli altri a invitarmi a giocare con loro o cercavo di inserirmi io ma a piccoli passi, tenendomi sempre lontano dal centro dell’attenzione. Però la mia socialità non ne soffriva: ero molto amato da quasi tutti (ovviamente qualcuno a cui non sei simpatico esiste sempre), e la mia compagnia era molto apprezzata (per esempio: quasi nessuno si tirava indietro nel venire a casa mia se io invitavo).

Da ragazzino (parliamo di 11 – 13 anni, il periodo della scuola media), invece, ho avuto molti problemi nella vita sociale, anzi, possiamo dire che questi problemi me l’hanno disintegrata. Le cause sono state diverse: ero timido e fragile (molto sensibile alle parole degli altri e i loro giudizi), ragionavo come un bambino, ero sotto molti punti di vista immaturo (anche per gli adulti) per la mia età. Ma anche la società in cui vivevo ha fatto la sua parte: non mi ha preso e dato una mano, ma, come del resto funziona nel mondo dell’adolescenza, ha constatato che ero debole e fatto di me la vittima. Il fatto di essere immaturo, l’andare bene a scuola (primo della classe, e quindi odiato ruolo del “secchione”), e il fatto di non avere le stesse priorità e interessi degli altri, sono i fattori usati per farmi crollare e mettermi ai margini. Pesa in modo particolare il fatto che, mentre gli altri iniziano a uscire con gli amici, in particolare il sabato sera (anche fino a molto tardi, orari che non avrei potuto fare perché i miei non me lo avrebbero concesso), io mi accontentavo di stare a casa, al massimo parlare un po’ al telefono, giocare ai videogiochi; anche perché una volta avevo provato a uscire e non mi era piaciuto (ma era di mattina, quando uscimmo un giorno prima da scuola).
Dopo la terza media, e dopo un’estate improntata all’introspezione, riesco a capire i miei vari errori nel rapporto con gli altri, e sono pronto per il primo anno di superiori.
Dopo il primo mesetto, in cui, a causa della timidezza e della mancanza di fiducia verso i compagni (alle medie giocarono moltissimo con la mia fiducia), mi ero tenuto piuttosto in disparte, possiamo dire che si spalancano le porte del Paradiso. Al primo sciopero, sono io a guidare quello che sarebbe poi stato il piccolo gruppetto in classe (tra di noi abbiamo fatto molta amicizia) al non entrare a scuola e “fare filone” tutti insieme. Ma più in generale, quando siamo in classe chiacchieravamo molto, anche durante la lezione tra noi vicini di banco; quando si usciva prima, si andava in giro tutti insieme, abbiamo provato una volta ad andare al cinema, una volta ci siamo riuniti tutti a casa di un amico per vedere di pomeriggio una partita e stare anche poi un po’ assieme. E alla fine dell’anno, siamo andati tutti insieme in discoteca per la festa della scuola. Ma ho fatto amicizia anche con i singoli membri del gruppo: in particolare, all’inizio dell’anno, con un compagno che mi telefonava ogni giorno e passavamo anche le ore a parlare tra di noi. Nonostante la mia timidezza si faccia sentire (per esempio, io non telefono mai, non mi faccio sentire fuori da scuola), sono sempre dentro il gruppo. La mia timidezza non viene considerata, così come non influisce il fatto di essere tra i più bravi.Piccola precisazione: anche adesso, non sono il più bravo della classe. Il più bravo, quindi quello che in teoria dovrebbe essere il “secchione”, è il leader del gruppo. Per questi due fatti (essere il più bravo a scuola e essere nel frattempo il più amato dagli altri, cosa per me impossibile) provo molta invidia verso di lui.
Ora sembra che, dopo quei 9 mesi dell’anno, le porte del Paradiso per me si siano chiuse. E’ come se iniziasse un nuovo ritorno all’inferno, alla solitudine sociale, una solitudine che, a differenza delle medie, sarebbe stata molto sofferta, in quando adesso ho molta voglia di conoscere gente. E’ qui che parte il “diario della crisi”, a Settembre. Nel primo periodo, sembra che i compagni non mi considerino più. Ma subito dopo, l’ansia passa. Mi parlano ancora, con me discutono come facevamo l’anno prima, e quando usciamo prima o facciamo sciopero stiamo ancora insieme, e sono incluso nelle partite di calcetto. Fino a Dicembre, insomma, me la cavicchiavo.
E’ da Dicembre che non riesco a capire più cosa stia succedendo, ed è da lì che faccio partire la presunta “emarginazione”. Infatti, il giorno prima delle vacanze natalizie, tutti i compagni del nostro gruppo di amici tranne me si incontrano a R., un paese della provincia da dove vengono alcuni compagni.Dimenticavo, a Novembre vanno al cinema un sabato sera. Io sono escluso, ma dopo farò una precisazione.
A gennaio e febbraio, più o meno non succedono esclusioni da altri eventi. Una volta si sono incontrati sempre in quel paese, e io sempre fuori dall’evento. Però, mi invitano a una partita che abbiamo provato a organizzare (ma poi saltata), così come a marzo.
Da marzo, iniziano alcuni di loro (con alcuni esclusi), a uscire il sabato sera per poi guardare la partita o stare in giro fino a tardi. Anche qui, non mi chiedono se mi va di venire con loro. Organizzano di vedere una partita (sanno che io sono … sfegatato) ma sono sempre ai margini. E adesso, si stanno organizzando per andare alla festa di fine anno, ma per ora nessuno mi chiede se sono intenzionato ad andare o meno.
Di qui si può pensare: anche stavolta, caro Luciano, hai perso la battaglia per la sopravvivenza. E sarebbe così, se non intervenissero alcuni fattori.Innanzitutto, non c’è assenza di comunicazione. Anzi, con me si parla molto volentieri di tutto, e alcune volte, quando non si fa lezione, ci mettiamo tutti a chiacchierare e io non sono tenuto in disparte.
Inoltre, quando io sto con loro, per chiacchierare, o qualche volta quando andiamo ancora in giro, vedo che apprezzano la mia compagnia e mi includono nelle conversazioni o azioni (per esempio, può capitare che ci fermiamo a mangiare e se non ho soldi, qualcuno mi offre qualcosa).
Inoltre, quello che mi fa più persuadere a una “non – emarginazione” è che non fanno tutti “i segreti”. Mi spiego meglio. Quando parlano di organizzare eventi e ci sono io in zona, non hanno mai smesso di parlare. E qui interviene la “precisazione” di quella volta del cinema. Infatti, io chiedo cosa fanno, quando hanno intenzione di andare, e nessuno fa finta di sapere, anzi, mi danno orari precisi, quasi come a invitarmi senza chiederlo. Io, però, per timidezza, non mi sono mosso e ho preferito non rischiare.
Come ho detto, questo periodo di esclusione è da gennaio. Mi ha fatto entrare in una depressione sempre più profonda. Passavo i pomeriggi a autocommiserarmi, a cercare di capire come mai questo, e magari a progettare piani, senza però passare all’azione. Intanto andava avanti la vita, e la tristezza aumentava. Avevo meditato seriamente al suicidio, pensato anche al giorno, al momento e al modo. Pensavo: tanto a chi importa della mia morte? Chi, se morissi, verrebbe a salutarmi un’ ultima volta? (riferito agli amici). Mi soffermo per istinto di vita, e pensando al mio fratello minore, di 5 anni. Cosa sarebbe stato di lui, a trovare il fratello morto in camera? A stare da solo per il resto dell’infanzia e adolescenza? Trovo inoltre sostegno in un compagno, che è anche uno dei migliori amici. Mi ha saputo sostenere. In quei giorni, fatti di crisi di pianto quando ero a casa, mi ha fatto capire che gli altri non mi odiavano, più che altro me lo ha fatto notare, perché i fattori c’erano tutti. E mi fa notare che anche lui è abbastanza spesso tenuto ai margini del gruppo (per esempio, alle uscite di sera e la feste di fine anno). Grazie al suo sostegno, riesco a uscire dal baratro della depressione, e inizio invece a darmi da fare. Cerco di essere più espansivo, di essere più libero nella conversazione, di telefonare di più (e infatti adesso telefono molto più spesso), e di organizzare degli eventi. All’inizio sembra che tutto vada bene, e per un periodo è così. Ora ho saputo, dalle conversazioni, il fatto che escono fino a tardi, frequentano locali, insomma, fanno tutto quello che un ragazzo di 15 anni dovrebbe fare. E oggi ripiombo nel buco della depressione, tenuto aperto dal fatto che, nonostante i piccoli sforzi che facevo, ero pessimista sugli esiti (mi domandavo: e se alla fine arrivo a fallire?). Sapere che escono tra di loro, frequentano i locali, si organizzano per vedersi fuori da scuola, e mi stanno per escludere alla festa di fine anno, è stato terribile.
Se fossi un viaggiatore, allora mi sono perso. Se fossi un navigatore, sono nel mare in tempesta. Ma soprattutto, se fossi un soldato, non so più cosa inventarmi per vincere la guerra. Perché io mi sento un soldato in guerra: in guerra contro la timidezza, per “conquistare” una vita sociale e imparare a gestire questo lato del mio carattere.
In particolare, non riesco a capire come mai dovrebbero odiarmi o escludermi. Innanzitutto, come le ho detto, vedo che c’è molta benevolenza e disponibilità verso di me. Quando ho bisogno di aiuto o di un favore, mi aiutano. Quando parliamo di argomenti tipo sport, io sono sempre considerato. Quando ho telefonato a un amico per sapere come stesse (era assente da scuola), fu molto felice di ricevere la telefonata e parlammo per diverse decine di minuti. Ma più in generale, se mi faccio avanti io, sono accettatissimo. Ma non riesco a capire, allora, perché nessuno mi cerca. Non credo che sia per invidia verso i miei risultati scolastici, perché il primo della classe è sempre incluso e anzi, molto spesso è lui a creare gli eventi o comunque è sempre al centro dell’attenzione (e aumenta la mia invidia, perché io, per i voti alti, anni prima ottenni solo emarginazione). Ma vedo sempre di più, e questo è quello che preoccupa non solo me, ma anche il mio migliore amico, che alcuni stanno facendo gruppo, e stanno iniziando a tagliare fuori altri. E’ questo quello che mi preoccupa: lo spettro dell’emarginazione definitiva. A questo punto verrebbe da dire: cercati altri amici fuori dalla scuola. E’ vero, però vorrei prima cercare di salvare la situazione in classe, in quanto è, per ora, l’unico trampolino possibile per arrivare a una vita sociale come la desidero io: uscire, andare in discoteca, e magari conoscere ragazze.
E l’ansia sta arrivando anche per l’estate: infatti, ho paura che questa estate sia ancora peggio. L’estate scorsa mi sono riuscito a salvare, perché sono entrato in un gruppo di amici, dove sono stato anche ben accettato. Ma ho paura anche lì di essere rifiutato: infatti ho perso i contatti con loro in questi 9 mesi di scuola. E, ironia della sorte, nei 3 mesi dell’estate scorsa, ovvero il passaggio sull’ “autostrada per l’inferno” (scusi la piccola divagazione musicale, in quanto è un riferimento a un brano della band AC/DC “Highway to hell”), l’unica colpa imputabile è di non aver contattato, per timidezza, nessuno dei compagni neanche per un “ciao come stai”. Ho quindi paura di passare un’estate in solitudine, a soffrire per quanto tempo sto perdendo.
Mi scuso moltissimo per la lunghezza della lettera, perché so che è molto lunga, ma le chiedo aiuto, per evitare che l’ansia prenda il sopravvento. La ringrazio per l’attenzione.
Cordiali saluti,
Luciano


Caro Luciano,

E se, invece di stare sempre in guerra (con te stesso, soprattutto), provassi a goderti un po’ la pace? Da quello che racconti infatti, hai una situazione veramente invidiabile, da tanti punti di vista… Hai una conversazione interessante, non manchi di abilità sociali, sai stare nel gruppo e sei accettato dagli altri; quando sei in difficoltà i tuoi amici ti telefonano per chiedere come stai, quando ti senti giù di morale ti ascoltano, ti consolano e ti consigliano… Cosa vuoi di più? Cosa dai tu agli altri, in cambio di questa considerazione che ricevi? Non telefoni a nessuno per primo, abbandoni gli amici recenti fatti in estate senza nemmeno curarti di mandare loro un saluto durante l’inverno (e su Facebook non sarebbe difficile, anche volendo evitare il telefono), ti angosci perché temi l’esclusione da questo o da quello e non fai assolutamente nulla per dare una mano nell’organizzare questi eventi. Se qualcuno ti mette a conoscenza di qualcosa che si sta organizzando non ti mostri interessato, non chiedi e non ti proponi. La mia impressione, leggendo la tua lettera, è che ciò che ti fa maggiormente soffrire è il fatto di sentirti un leader mancato. Dentro di te infatti sai che potresti essere il più bravo della classe (come del resto sei stato per lungo tempo), il più maturo, il più capace. Ma non ti senti accettato in questo ruolo e le comuni attenzioni che si danno ad un comune componente del gruppo, che non sia il leader, non ti bastano, anzi, ti feriscono e ti umilano. Che dire? Non tutti, caro Luciano, possono essere dei leader, anche quando sanno di avere molte qualità. Il leader del gruppo deve infatti possedere carisma, cioè la capacità di esercitare una forte influenza sugli altri. Questa in genere è una dote innata, che si ha o non si ha, ma che può essere anche conquistata, attraverso un costante esercizio, basato su prove ed errori: ciò che funziona viene ripetuto, ciò che non funziona viene abbandonato, senza curarsi delle critiche e dei fallimenti nei quali, in questo percorso di auto-miglioramento, ci si può talvolta imbattere. Tu sembri allo stesso tempo molto forte (nell’autoconsapevolezza delle tue qualità e nel tuo desiderio di emergere nel gruppo), ma altrettanto fragile quando senti di non essere considerato come vorresti. La vera forza del carattere sta nel mantenere costante la propria considerazione di sé, anche dopo una sconfitta. Tutti (anche i leader più apprezzati) incontrano sul proprio cammino qualcosa che non va come avrebbero desiderato, ma non per questo si sentono dei falliti.
Ora, se per te questa lotta interiore fra ciò che sei e ciò che vorresti essere è così devastante, la cosa da chiedersi è questa: è proprio necessario voler essere considerato alla stregua di un leader? Perché non contentarsi, al momento, di essere uno dei tanti del gruppo, che un po’ cerca e un po’ viene cercato, cercando di godersi le giornate in modo spensierato, invece di pensare alle cose più terribili, come a te è capitato di fare? Per essere delle persone soddisfatte di sé, non serve essere necessariamente i primi, basterebbe contentarsi di fare bene quello che si fa… Infine, una cosa che mi ha particolarmente colpito: in questa tua lunga lettera i tuoi genitori sono pressoché assenti: come mai? Come è il tuo rapporto con loro? Riesci a  a confidarti, a chiedere suggerimenti? Se vi fosse qualche problema, ti consiglierei di non cercare di affrontare i tuoi dubbi da solo, ma di chiedere aiuto ad una persona adulta (ad esempio uno psicologo) che possa suggerirti un modo di migliorare il tuo modo di affrontare le cose e di imparare a “leggere” meglio la tua realtà. (Ad esempio, se un amico ti dice che il gruppo va al cinema alla talora a vedere il tale film, ti sta implicitamente invitando ad andare con loro e non serve una lettera raccomandata a casa per sentirti veramente invitato a partecipare…).
Cari saluti.

Dr. Walter La Gatta

www.clinicadellatimidezza.it

Immagine:Wikimedia

 

Autore:

Redazione
Il Sito www.clinicadellatimidezza è online dal 2002 e si occupa di timidezza, ansia e fobie sociali.
Responsabile, Dr. Walter La Gatta, psicoterapeuta di Ancona.

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