Psicologia

Come decodificare una battuta razzista

Come decodificare una battuta razzista

Terapie online Dr. Giuliana Proietti

Dr. Giuliana Proietti - Tel. 347 0375949
Psicoterapeuta Sessuologa

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Ultimo Aggiornamento: Dic 13, 2020 @ 13:04

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Quando il senatore Calderoli, ex ministro della Repubblica e vice Presidente del Senato, vede le foto della ministra Kyenge, ha detto, “non può non pensare alle sembianze di un orango”. Questa frase ha scatenato una bagarre istituzionale, fra “colpevolisti”, che chiedono le dimissioni del senatore della Lega, per la sua battuta razzista, e “innocentisti”, fra cui si schiera ovviamente lo stesso Calderoli, che giustifica la sua considerazione come espressione di “un giudizio estetico”.

Per restare in ambito leghista, la ministra Kyenge è stata anche definita, dall’europarlamentare Francesco Speroni “molto simile all’omino Michelin”.

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Molte altre sono le battute razziste rivolte alla Kyenge, spiace dirlo, anche da donne che rivestono ruoli istituzionali. (La lega tuttavia non è, in questo senso, il “male assoluto”: vorrei includere nel discorso anche le “battute” di Beppe Grillo: Napolitano – “Morfeo”, Berlusconi – “Psiconano”, Pisapia – “Pisapippa”, Bersani – “Gargamella” e via dicendo).

Queste “battute ” non sono affatto spiritose: al contrario, esse vanno decodificate in termini psicologici, per comprenderne il vero significato.

Già Sigmund Freud aveva scoperto che, dietro il motto di spirito (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905) si cela un meccanismo comunicativo che permette di esprimere pubblicamente fantasie e pulsioni sessuali in maniera attenuata e mascherata, coinvolgendo gli ascoltatori, anche se in modo non troppo aggressivo e traumatico. In questo modo chi parla può inviare dei messaggi allusivi, ma senza cadere nella volgarità imbarazzante di un discorso completamente esplicito e senza veli. Se l’ascoltatore ride, nell’ascoltare la battuta, ciò significa che il messaggio è stato correttamente decodificato e cioè l’ascoltatore ha capito, nella sfera intima più profonda, cosa effettivamente voleva dire il parlante. Il motto di spirito dunque può costituire una valvola di sfogo per la liberazione di cariche emotive represse di natura sessuale, senza incorrere nella riprovazione sociale.

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Più moderni e forse perfino più interessanti sono gli studi e le osservazioni su questo genere di battute, elaborati nel campo della psicologia sociale. Come ricorda Chiara Volpato (Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011), lo scopo del processo di “deumanizzazione” è quello di negare alla vittima la sua umanità, paragonandola ad un oggetto o ad un animale ed introducendo così un’asimmetria tra chi gode delle qualità prototipiche dell’essere umano e chi invece ne è considerato carente.

Gli effetti di questo fenomeno (che peraltro osserviamo nel mobbing per quanto riguarda gli ambienti di lavoro, nel bullismo fra gli adolescenti, o nel nonnismo fra i militari), riguardano la svalorizzazione di persone o gruppi. Potrebbe sembrare un comportamento poco appropriato, ma comunque non troppo grave, se non fosse ormai provato che è da questo primo passo che si inizia a giustificare la violenza perpetrata nei confronti della persona deumanizzata.

Chi somiglia ad un animale o ad una cosa infatti si presume che manchi delle qualità umane che caratterizzano la nostra specie: pensiero logico, sentimenti, cultura, autocontrollo, valori, ecc. Ciò dunque che non potremmo mai fare ad un nostro consimile, con maggiore tolleranza del male e al riparo da ogni senso di colpa e da ogni responsabilità, potremmo fare a qualcuno che non è esattamente come noi e che dunque non ha i nostri stessi diritti.

Questo comportamento è sempre esistito, nelle varie epoche, nei confronti delle persone “diverse”: per etnia, per religione, per cultura, per orientamento sessuale o idee politiche. La svalorizzazione per motivi razziali è stata particolarmente sentita in Europa durante il periodo coloniale, quando si discuteva se considerare le persone native dei territori conquistati come “homuncoli” o vere e proprie scimmie antropomorfe (Stannard, Olocausto Americano. La conquista del Nuovo Mondo, 2001).

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Tutti ricordiamo inoltre i genocidi avvenuti per motivi razziali: in primis la persecuzione degli ebrei, ad opera dei nazisti, ma anche lo sterminio dell’etnia Tutsi nel Ruanda.

Tanta ingiustificata violenza su altri esseri umani si basa su convincimenti errati e cioè sull’idea che la specie umana possa essere divisa in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, come se esistessero razze più dotate delle qualità umane e razze meno dotate (e per questo più vicine al regno animale). Sono ormai più di dieci anni (2001) che è stata pubblicata la mappatura completa del genoma umano cioè la dimostrazione scientifica che il concetto di razza non ha alcun fondamento, visto che tutti gli appartenenti all’Homo Sapiens Sapiens sono un solo insieme omogeneo (e due gruppi etnici possono essere diversi solo in apparenza, perché essi sono invece assai vicini dal punto di vista genetico, in una percentuale calcolata del 99,9%).

L’atteggiamento razzista non può che essere spiegato dunque con il bisogno di liberarsi delle proprie angosce interiori, proiettandole all’esterno, su persone o gruppi di persone “diverse”, scaricando così il proprio malessere e la propria aggressività. La vittima presa di mira diventa così il catalizzatore del malessere collettivo, facendo ritrovare al gruppo sentimenti e motivazioni di unità.

Quanto al processo di deumanizzazione, ricordiamo come gli ebrei venissero additati dall’ideologia nazista come una “specie parassita” che viveva a scapito degli altri. Hitler (Mein Kampf) descrive gli ebrei come polipi, iene o pidocchi. Lo stesso processo di deumanizzazione è stato impiegato, dopo l’11 settembre, per costruire il consenso alla “guerra al terrore” facendo si che l’opinione pubblica occidentale potesse tollerare le violazioni dei diritti umani nei confronti non di uno Stato particolare, ma di singoli “terroristi” (si pensi a quanto accaduto nelle carceri di Guantanamo e Abu Graib).

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Un famoso esperimento di psicologia sociale, condotto nel 1975 da Bandura, Underwood e Fromson dimostrò quanto il processo di deumanizzazione possa essere efficace nel limitare il senso di colpa. I partecipanti all’esperimento, tutti studenti universitari, avevano il compito di somministrare delle scosse elettriche (ovviamente finte) a gruppi di studenti coetanei (che in realtà erano attori) provenienti da altre scuole. Prima dell’esperimento, i gruppi ospiti venivano presentati con poche frasi (es. “sono degli animali”, oppure “sono dei bravi ragazzi”).

L’esperimento dimostrò come fosse molto più difficile per gli studenti somministrare scosse elettriche a persone che consideravano positive solo in base alla categorizzazione sociale che avevano ricevuto (es. “sono dei bravi ragazzi”) e come fosse invece molto più facile nella situazione opposta (es: “sono degli animali”). Gli individui tendano infatti ad interiorizzare in modo acritico gli standard etici presenti nel proprio gruppo o ambiente sociale, orientando di conseguenza il proprio comportamento. Ecco perché il razzismo e il fenomeno della deumanizzazione che ne è il precursore, vanno combattuti con la cultura, con la conoscenza e, soprattutto, con l’empatia.

 

Provare empatia e compassione nei confronti del prossimo significa imparare a conoscere e a ri-conoscere le emozioni dell’altro, assumere la sua prospettiva, condividere le sue emozioni: tutto questo può salvaguardarci dal disimpegno morale nei confronti di altri esseri umani, superando le semplificazioni e le banalizzazioni dovute alla deumanizzazione del diverso, dell'”outgroup” che diventa la vittima sacrificale del nostro malessere.

Dr. Giuliana Proietti

 

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