Cause della timidezza e ruoli di genere

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Ultimo aggiornamento: Mag 31, 2020 @ 15:02

Esistono differenze di genere nella timidezza? I maschi e le femmine sono timidi in modo diverso? La timidezza rappresenta un fattore di rischio maggiore per lo sviluppo psicosociale dei maschi rispetto alle femmine?

Queste sono le domande che vengono sollevate in un recente studio di Doey et al. (2013) dal titolo Bashful boys and coy girls: A review of gender differences in childhood shyness” (“ragazzi vergognosi e ragazze leziose: Un commento sulle differenze di genere nella timidezza durante l’infanzia”).

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Il costrutto della timidezza comprende anzitutto due diverse categorie in cui suddividere la timidezza: il periodo della sua insorgenza, caratterizzato da inconsapevolezza, e il periodo della timidezza consapevole (Buss 1986).

Il primo tipo di timidezza emerge nella prima infanzia e coincide con lo sviluppo della consapevolezza di sé. In questo periodo possono svilupparsi i primi sintomi di paura e diffidenza sociale.

La timidezza si inquadra generalmente sotto l’ “ombrello” del ritiro sociale, il quale comprende questi comportamenti tipici: inibizione, evitamento sociale, ansia, reticenza sociale, preferenza per la solitudine e timidezza (Rubin et al., 2009).

Questi comportamenti si possono osservare già nell’infanzia quando il bambino, inserito in un gruppo di coetanei, preferisce stare da solo. Tuttavia, queste diverse forme di solitudine in compagnia di altri possono, secondo alcuni autori, avere funzioni diverse, o motivazioni diverse (Coplan e Rubin 2010).

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Ad esempio, alcuni individui possono non avere una forte motivazione per impegnarsi nell’interazione sociale, tuttavia non evitano queste interazioni se sono avvicinati da altri. Questi individui sono stati descritti come “introversi“, persone cioè che hanno una marcata preferenza per la solitudine, pur non essendo timide. Altri possono invece avere forti motivazioni di interagire con gli altri, ma a causa della timidezza evitare di trovarsi nelle situazioni sociali.

Questo conflitto interiorizzato di avvicinamento-evitamento può assumere la forma di un comportamento asociale, che consiste ad esempio nell’osservare gli altri bambini da lontano, comportamenti ansiosi in compagnia dei coetanei, giochi in cui si sceglie un ruolo sottomesso, ecc. Questi bambini sembrano molto preoccupati per come i loro coetanei potrebbero giudicare e valutare i loro comportamenti.

Diverso è inoltre il caso di altri soggetti, che possono avere un forte desiderio di stare con gli altri, ma essere nello stesso tempo incapaci di regolare le proprie emozioni negative, in particolare la rabbia. Di conseguenza, questi soggetti possono essere evitati dal gruppo dei pari e restare isolati, non per timidezza, ma perché il gruppo ritiene che il comportamento sociale del compagno di giochi sia inaccettabile. Le descrizioni di questi tipi diversi di isolamento sociale possono essere trovate in diversi studi recenti (Coplan e Rubin 2010; Rubin et al 2009).

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Nei primi anni novanta del secolo scorso, Rubin e colleghi hanno proposto un modello teorico che illustra come si crea l’abitudine al ritiro sociale e all’interiorizzazione dei problemi (Rubin et al. 1991). Questo quadro teorico prende in considerazione le relazioni tra caratteristiche disposizionali di tipo biologico presenti nel bambino (per esempio, l’inibizione del comportamento); le credenze dei genitori sulla socializzazione dei bambini, le loro risposte ai comportamenti asociali del bambino, le interazioni del bambino con figure extra-familiari significative (ad esempio, un compagno di giochi) e le componenti macro-sistemiche (ad esempio, la cultura, il contesto del gruppo dei pari, l’esperienza di stress familiare, ecc.).

I genitori, che vedono nei loro figli inibiti soggetti particolarmente vulnerabili possono mettere in atto comportamenti particolarmente intrusivi, forse con l’obiettivo di ridurre la paura dei loro figli nelle situazioni sociali nuove (Hastings e Rubin 1999) . Questa combinazione di inibizione comportamentale, mancanza di controllo emotivo e genitori eccessivamente intrusivi predice il comportamento ansioso ed evitante già in età prescolare e nella scuola materna (Eisenberg et al 1998; Rubin et al 1997.). Forse, in funzione della loro diffidenza sociale e dell’esperienza di supercontrollo da parte dei genitori, i bambini ansiosi ed evitanti non riescono a sviluppare le abilità sociali e cognitive tipiche della loro età.

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Queste abilità infatti sono il prodotto di una serie di elementi: possibilità di esplorare l’ambiente sociale, esposizione all’esperienza da prospettive diverse, coinvolgimento in situazioni che richiedono la risoluzione produttiva di problemi interpersonali (Bohlin et al 2005; Stewart e Rubin 1995). Questa mancanza di abilità sociali nei bambini ansiosi ed evitanti è predittiva del rifiuto dei pari e comporta spesso anche la vittimizzazione del ragazzo timido durante gli anni della scuola elementare e media (Gazelle e Druhen 2009; Gazelle e Ladd 2003;. Rubin et al 1984).

Quanto detto si riferisce soprattutto a quei bambini socialmente evitanti i cui genitori continuano ad essere eccessivamente intrusivi nella loro vita sociale (Hane et al. 2008). Alla fine, questi bambini ansiosi, isolati, troppo controllati,  esclusi o respinti dai pari , spesso vittime di bullismo, finiscono per sviluppare pensieri e sentimenti di solitudine, scarsa autostima, ansia sociale, depressione e sensibilità al rifiuto (Gullone et al 2006;. Ladd 2006; Lewis-Morrarty et al. 2012).


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Significativamente, però, questo tipo di sviluppo può essere interrotto se i genitori iniziano a mettere in atto comportamenti di sostegno nei confronti dei figli, se il rapporto genitore-figlio diventa più sicuro, se il bambino timido si crea amicizie strette e capaci di offrire supporto (Booth-LaForce et al. 2012 ; Oh et al 2008).

Il lavoro di Doey et al. (2013) non rappresenta certo la prima volta in cui i ricercatori hanno suggerito che vi siano anche significative differenze di genere nel modo in cui i genitori e i coetanei rispondono alla timidezza dei bambini ed anche che vi siano conseguenze diverse fra maschi e femmine per l’isolamento sociale vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza (Tevenson-Hinde e Glover 1996).

Si è pensato infatti che in società altamente competitive, come nel Nord America o nell’Europa Occidentale, la timidezza dei maschi fosse maggiormente controproducente rispetto a quella delle bambine.
I bambini che non sono conformi alle norme di espressività e assertività espresse dal gruppo sono infatti in gran parte respinti dai loro coetanei.

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Nella letteratura che riguarda gli stereotipi di genere si è visto che, nelle culture occidentali (ad esempio: Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Australia e Nuova Zelanda), viene richiesto ai maschi di aderire alla filosofia della mascolinità, dell’individualismo, del potere assertivo e del controllo, mentre le femmine sono meglio accettate a livello sociale se mostrano comportamenti di interesse e di cura verso la comunità (Eagly e Wood 1999; Feingold 1994;. Gebauer et al 2013).

Doey et al. (2013), sostengono che i bambini socialmente ansiosi e evitanti abbiano maggiori probabilità rispetto alle coetanee di:

(a) ricevere risposte più negative da parte dei genitori e dei coetanei,

(b) soffrire di maggiori difficoltà intrapersonali. Altri studi tuttavia sottolineano l’importanza di prendere in considerazione non solo i ruoli di genere, ma anche ulteriori fattori che incidono sullo sviluppo, come ad esempio il contesto sociale, gli aspetti fisiologici del bambino, il livello di stress familiare, i rapporti fra genitori e tra genitori e figli, i rapporti con il gruppo dei pari e le relazioni amicali a due.

Tutto ciò può incidere notevolmente nello sviluppo della timidezza.

Dr. Walter La Gatta

 

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Fonte:
Rubin KH, Barstead MG. Gender Differences in Child and Adolescent Social Withdrawal: A Commentary. Sex roles. 2014;70(7-8):274-284. doi:10.1007/s11199-014-0357-9.

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