Il timido come deviante
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Una volta la timidezza era un tratto di personalità comunemente accettato e perfino, in alcuni casi, ammirato. Oggi una società sempre più efficientista, dinamica e competitiva tende a rigettare questa caratteristica della personalità, arrivando perfino a crearne una sindrome.
Infatti, a parte i casi veramente dolorosi in cui una persona soffre di una grave forma di ansia e fobia sociale, la maggior parte delle persone ha una naturale timidezza, che fa parte del carattere e che per questo non si dovrebbe considerare una vera malattia. Del resto, se metà della popolazione riconosce di essere timida almeno un po’, come si fa a considerarla una vera e propria malattia?
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(Diverso è naturalmente il caso della fobia sociale, che è stata riconosciuta come diagnosi clinica nel 1980 e da allora è stata trattata nei testi di psicopatologia insieme alla sindrome di ansia sociale e del disturbo di personalità evitante. In questi casi il trattamento consiste in genere in una psicoterapia di sostegno; nei casi più gravi è invece necessario ricorrere a cure farmacologiche).
Ma perché la timidezza viene sempre meno tollerata? Sicuramente perché è in continuo aumento, come diremo dopo, ma poi anche perché, volendo considerare l’argomento da un punto di vista più sociologico, potremmo osservare che il timido è, in questa società, una sorta di outsider, un deviante, in quanto non si conforma al ruolo assertivo, competitivo e soprattutto standardizzato che la società di oggi impone. Ed allora, per recuperare il soggetto che non si conforma, si ricorre alla sua medicalizzazione, attraverso trattamenti farmacologici o tentando il suo recupero e la sua ‘riabilitazione’ attraverso metodi psichiatrici.
Questi interventi sono stati chiamati, non a caso, di ‘psicofarmacologia cosmetica”, perché non mirano a cambiare la sostanza, ma solo l’apparenza, della persona timida. Del resto oggi poco importa come sei, importante è come appari.
Dicevamo che la timidezza è in aumento. Non è un fatto virale, ovviamente, ma una conseguenza del nostro stile di vita. Il lavoro a casa, il computer e le attività basate su internet hanno portato ad una minore socializzazione e ad una minore pratica delle abilità sociali. Le famiglie sono ormai composte di pochissimi soggetti e spesso sono blindate nel loro piccolo ambiente domestico, non coltivano una rete di amicizie e di conoscenze, non permettono più ai bambini la vasta socializzazione di un tempo. Probabilmente è per questo motivo che, sostengono molti ricercatori, la timidezza sta aumentando.
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Sebbene possa esservi una predisposizione genetica alla timidezza, molto della personalità del timido è dovuto alle esperienze della vita, soprattutto per quanto riguarda i tratti relativi all’insicurezza, all’incapacità di gestire le critiche, allo stress scolastico e lavorativo.
La mancanza di contatti impedisce alla persona di acquisire quel bagaglio indispensabile di abilità sociali che permettono di dominare l’ansia e di rimanere sicuri di sé anche dopo qualche immancabile scivolone. Il timido non ha l’elasticità mentale di imparare dagli errori e sfruttare le sue conoscenze per raggiungere obiettivi futuri: se succede qualcosa che non va per il suo verso ne fa sempre un dramma, ci pensa in continuazione, e così si impedisce di vivere anche nel presente.
In realtà il timido non ha niente di meno o di più degli altri, non ha problemi bio-medici o psichiatrici; ha solo un’unica, particolare aspirazione: esistere, ma rendendosi invisibile.
E nella società dell’apparenza e della comunicazione, questo è intollerabile.
Dr. Giuliana Proietti
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