L’ansia, il disgusto e le scelte alimentari

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Ultimo Aggiornamento: Set 16, 2020 @ 14:18

Gli esseri umani hanno sviluppato un sistema immunitario biologico (BIS) che è in grado di rilevare, distinguere e eliminare una varietà di agenti patogeni da virus a macroparassiti (Parham, 2009) e un sistema immunitario comportamentale (BEH) che comprende meccanismi cognitivi, emozionali e comportamentali, i quali consentono agli individui di rilevare la potenziale presenza di parassiti negli oggetti (o individui) e agire allo scopo di prevenire il contatto con questi oggetti (o individui) (Schaller e Duncan , 2007; Neuberg et al., 2011).

Sia il  BIS che il BEH interagiscono l’uno con l’altro (Schaller et al., 2010; Miller e Maner, 2011), anche se il BIS è inteso come una seconda linea di difesa, che si attiva solo quando la malattia non può essere evitata. Il BEH è quindi il sistema “più economico” e più efficace nella prima linea di difesa contro gli agenti patogeni (Neuberg et al., 2011; Schaller e Park, 2011).  Il BEH si attiva in presenza di parassiti solamente “percepiti” nell’ambiente sensoriale (Schaller e Duncan, 2007) e dunque può essere paragonato al principio del “rilevatore di fumo” (Nesse, 2005; Haselton e Nettle, 2006).

Un rivelatore di fumo viene normalmente calibrato per essere supersensibile a qualsiasi cosa che (anche se superficiale) assomigli al fumo, al fine di minimizzare la probabilità di dover gestire un pericolo reale, come un incendio della casa.

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Allo stesso modo, le persone che si ritengono vulnerabili alla trasmissione di malattie, mostrano un livello  maggiore di risposta avversa, anche riguardo agli individui con disabilità fisiche (Park et al., 2003) agli anziani (Duncan e Schaller, 2009), agli immigrati (Faulkner et al., 2004), verso le persone obese (Park et al., 2007) o verso animali che potrebbero trasmettere malattie (Prokop et al., 2010a, 2010b, Prokop e Fančovičová , 2010).

Queste persone prestano anche maggiore attenzione ai volti con aspetto sgradevole, anche se innocuo (Miller e Maner, 2011) e si valutano come meno estroversi rispetto a persone meno sensibili alla paura di ammalarsi (Mortensen et al., 2010).  Questi soggetti si impegnano anche più frequentemente in vari comportamenti antiparassitari, quali l’aumento del lavaggio delle mani (Porzig-Drummond et al., 2009), comportamenti di auto-pulizia (Thompson, 2010) o riduzione del contatto fisico con gli animali (Prokop e Fančovičová, 2011).

L’ansia, definita come risposta preparatoria di un organismo ai contesti in cui può verificarsi una minaccia (Beck et al., 1985; Cisler et al., 2009), può essere associata all’emozione del disgusto (Cisler et al., 2007) .

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Essa produce risposte fisiologiche come l’aumento della frequenza cardiaca, la secrezione di ormoni dello stress, maggiore vigilanza, paura di ambienti potenzialmente pericolosi e diminuito comportamento alimentare (Cohen et al., 1985,  Bellisle et al. 1990). Tutto ciò può essere considerato adattivo da una prospettiva evolutiva poiché prepara il corpo ad affrontare una potenziale minaccia (Bateson et al., 2011). La minore assunzione di cibo indotta dall’ansia (Nordin et al., 2004) infatti riduce la probabilità di essere contaminati, in ambienti percepiti come minacciosi. È anche associata all’attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, che sopprime la parte parasimpatica e riduce quindi i sentimenti della fame (McEwen, 2007).

Gli esseri umani sono onnivori (Ungar e Sponheimer, 2011), cioè mangiano di tutto, e per questo devono selezione gli alimenti, per non scegliere quelli che contengono tossine mortali (Pollan, 2006). Le infezioni intestinali sono del resto una delle cause principali della morbilità e della mortalità (Kyne et al., 2002) e pertanto si ritiene che vi siano state forti pressioni evolutive verso la scelta di alimenti adeguati.

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Ci si è chiesti se l’ansia, il disgusto e le emozioni negative potessero essere elementi predittori nell’eliminazione dalla dieta di alcuni alimenti e, per questa ragione, vi sono stati recentemente diversi studi che hanno dimostrato che l’emozione del disgusto è un’emozione adattiva, dal momento che protegge gli umani da agenti patogeni. Per quanto riguarda l’ansia invece le cose sono molto meno chiare, nel senso che non si è ancora capito fino a che punto essa giochi un ruolo simile al disgusto per prevenire infezioni e malattie.

Un recente studio tedesco (Randler et al, 2016) condotto presso l’Università di Heidelberg, che ha interessato studenti di un corso di zoologia, ha mostrato che vi sono differenze nei comportamenti basati sulle caratteristiche temperamentali e il genere sessuale e che l’ansia influenza notevolmente le scelte alimentari.

L’esperimento consisteva nella dissezione di un pesce (la trota, Randler et al., 2013). La dissezione del pesce era stata valutata come l’esperienza più disgustosa durante l’intero semestre universitario (Randler et al., 2013). (La trota era ovviamente già morta prima della dissezione). Il corso prevedeva l’osservazione di animali vivi, come i lombrichi, i topi, le lumache, così come una dissezione delle trote e qualche lavoro con modelli di animali. In questo studio, le valutazioni del disgusto sono state raccolte immediatamente dopo le rispettive lezioni.

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L’obiettivo principale di questo studio era quello di valutare l’influenza del disgusto sul comportamento alimentare in una situazione di vita reale (disgusto come “emozione protettiva”, vedi Curtis et al., 2004; Rozin et al., 1999; Tybur et al., 2009, 2013). I  partecipanti classificati come più sensibili al disgusto, hanno  in effetti evitato di mangiare le porzioni di trota, in maggior misura delle loro controparti che provavano di meno il senso del disgusto. L’esperimento ha dimostrato che una trota affumicata, un chiaro esempio di cibo comune,viene respinta più spesso dai partecipanti sensibili al disgusto. Il disgusto dunque è un fattore che può ridurre l’assunzione di cibo. Questa constatazione è confermata da Nordin et al. (2004) i quali hanno trovato una correlazione positiva tra la sensibilità al disgusto e la neofobia alimentare (rifiuto di cibi nuovi o sconosciuti).

Ci si potrebbe chiedere: perché alcuni partecipanti non erano disposti a consumare un cibo sicuro, come la trota, che avrebbe aumentato l’apporto calorico e la sopravvivenza in senso evolutivo? La risposta riguarda la loro percezione soggettiva del rischio di contaminazione. Rispondere con il disgusto ad un cibo sano può essere considerato un errore positivo (Nesse, 2005; Haselton e Nettle, 2006) nel senso che è un errore più accettabile e “più economico” di un errore negativo, che avrebbe potuto consistere nel dover digerire un cibo tossico. Più c’è sensibilità al disgusto, più si beneficia di i una selezione più rigorosa degli alimenti al fine di evitare contaminazioni fisiche. (Stevenson et al., 2009; Miller & Maner, 2011; Mortensen et al., 2010).

I soggetti più ansiosi hanno evitato le porzioni di trota più dei partecipanti meno ansiosi. Ciò suggerisce che anche l’ansia, come risposta preparatoria alla potenziale minaccia (Beck et al., 1985; Cisler et al., 2009), può ridurre l’assunzione di cibo e allertare l’individuo verso i pericoli di un possibile danno ambientale.

Edwards et al. (2013) e Evers et al. (2013) hanno recentemente scoperto che le emozioni negative abbassano l’accettabilità alimentare e le emozioni positive la aumentano. Le emozioni positive sarebbero dunque, da un lato, associate ad una accettabilità alimentare meno selettiva (e quindi più rischiosa). In tutto questo c’è una contraddizione: il fatto che le persone che provano emozioni positive hanno un migliore stato di salute e tassi di mortalità inferiori (Cohen e Pressman, 2006, Kok et al., 2013). Ulteriori studi dovranno chiarire questi aspetti.

Per il momento si può concludere che le differenze individuali sull’emozione del disgusto influenzano la scelta alimentare e che risultati simili sono stati ottenuti anche su soggetti più ansiosi. In particolare, le donne più degli uomini sembrano ansiose nella scelta degli alimenti e dunque riducono le scelte ai soli cibi che ritengono sicuri.

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Fonte:
Anxiety, disgust and negative emotions influence food intake in humans, Science Direct

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Dr. Walter La Gatta
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. Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

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