La personalità multipla può essere positiva?

NEL 1791, un medico tedesco, Eberhardt Gmelin segnalò un caso bizzarro: una dei suoi pazienti si trasformava regolarmente da donna della classe media tedesca ad una aristocratica signora francese. Lo “scambio” di personalità avveniva in modo repentino: dai modi della signora tedesca, la paziente del Dr. Gmelin passava a quelli della signora francese.

Nei panni della tedesca, la donna non sapeva nulla della sua personalità francese; nei panni della francese parlava il tedesco, la sua lingua madre, con forte accento straniero.

personalità multipla

Vi propongo la traduzione sintetica di un articolo apparso oggi sull’edizione online di NewScientist, firmato dalla giornalista scientifica Rita Carter, una ‘penna’molto famosa ed autorevole, specializzata nella divulgazione di notizie scientifiche sul cervello umano. Su molte cose è difficile essere in disaccordo, ma le conclusioni sembrano piuttosto ‘audaci’ se si pensa che sono fatte da una persona che si interessa di scienza…

NEL 1791, un medico tedesco, Eberhardt Gmelin segnalò un caso bizzarro: una dei suoi pazienti si trasformava regolarmente da donna della classe media tedesca ad una aristocratica signora francese. Lo “scambio” di personalità avveniva in modo repentino: dai modi della signora tedesca, la paziente del Dr. Gmelin passava a quelli della signora francese.

Nei panni della tedesca, la donna non sapeva nulla della sua personalità francese; nei panni della francese parlava il tedesco, la sua lingua madre, con forte accento straniero.

Ci fu poi il caso di Felida X, che aveva tre personalità diverse, ciascuna con le proprie malattie.
Una di esse ebbe anche una gravidanza, sconosciuta alle altre. Questi casi controversi portarono all’elaborazione del disturbo psichiatrico di personalità multipla (MPD o DPM).

Per la maggior parte del 20 ° secolo il DPM è stato oscurato dalle teorie freudiane sull’isteria, ma
a partire dagli anni ottanta questo disturbo, senza nessuna ragione evidente, è tornato di attualità. Tra il 1985 e il 1995, secondo le stime, sono stati diagnosticati 40.000 casi, cioè il doppio di quelli osservati nel secolo precedente. Questa volta però, il DPM è stato considerato più di un semplice caso psichiatrico. Sotto l’etichetta disturbo dissociativo di identità (DID), lo si è ritenuto un disturbo strettamente connesso con i traumi infantili.

I professionisti si sono divisi. Alcuni ritenevano che si trattasse di semplice recitazione del
paziente, magari incoraggiata da ingenui o interessati terapeuti, o da una emergente cultura della ‘vittima’; altri vi hanno invece visto l’emergere di una personalità nascosta, creata dai pazienti
stessi per sopportare meglio il peso degli eventi traumatici subiti.

Sappiamo oggi che le due teorie non sono necessariamente in conflitto: il cervello è in grado
sia di creare false memorie sia di recuperare i ricordi che sembrava aver perduto
.

Di questo si è interessata in particolare la Società Internazionale per lo Studio del Trauma e la Dissociazione in quanto si è capito che proprio dalla dissociazione nasceva e si sviluppava il meccanismo che poi dà origine al DPM.

Una volta coinvolti i ricercatori, la personalità multipla uscì dalla ‘normalità’ e divenne una patologia.

In verità, secondo Rita Carter (autrice di questo articolo) a tutti capita di ‘dissociare’ i ricordi in qualche misura: se non lo facessimo, saremmo sopraffatti dal fuoco di fila di stimoli che continuamente assalgono i nostri sensi. E’normale quindi non solo la dissociazione ma anche la creazione di una naturale molteplicità di aspetti di personalità.

Chi è “pazzo”, chi è “normale”? Come sempre, è una questione di intensità, di livello, di grado. Mentre i pazienti psichiatrici con personalità multipla dimenticano le emozioni ed i
pensieri che hanno riguardato la precedente personalità, nei ‘normali’ accade che essi abbiano il ricordo di qualche momento di incertezza in cui si possono essere chiesti: ‘ma che cosa mi sta capitando?’

Per capire il fenomeno, lo dobbiamo inquadrare lungo un continuum. L’ attenzione quotidiana che riserviamo alle cose riguarda la nostra “concentrazione” sulle cose, ma non dobbiamo dimenticare che assorbiamo nel contempo una serie di altri stimoli, di cui non ci rendiamo conto ma che poi riemergono nel sogno, nel dormiveglia ecc. Ai massimi livelli di questo continuum sperimentiamo la depersonalizzazione (la sensazione di non essere più governati dal proprio corpo o dalla propria mente) e la derealizzazione (sensazione di essere distanti dalla realtà, che appare distorta o irriconoscibile).

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Il distacco è in molti casi un meccanismo di difesa che ha una funzione adattiva: dopo un incidente d’auto, sapersi distaccare dal proprio dolore, può aiutare il ferito a fuggire.
Un medico che si ‘distacca’ dalle sue emozioni può essere più efficace nel suo lavoro.

Anche se non siamo consapevoli di esperienze dissociative sul momento, esse vengono comunque registrate dal cervello e possono formare ricordi. Successivamente, tali memorie possono essere rievocate. Nel 1970, Ernest Hilgard, uno psicologo della Stanford University, California, ha usato il metodo dell’ ipnosi su pazienti che, per vari motivi medici, dovevano subire un intervento chirurgico senza anestesia. Prima dell’operazione, Hilgard li portò alla trance e raccontò loro di un “osservatore nascosto” che avrebbe sentito il loro dolore, al loro posto. Dopo l’intervento, i pazienti ricordavano l’operazione, ma non il dolore. Quando Hilgard li ipnotizzò di nuovo e chiese al loro “osservatore nascosto” di parlare, essi riferirono il ricordo del dolore dovuto all’intervento. Il dolore sembrava essere stato memorizzato in un “comparto” della mente, cui il paziente non era in grado di accedere normalmente.

Le abitudini della mente, i nostri comportamenti, ci permettono di riconoscere la nostra “personalità“: tutte le esperienze vengono pertanto memorizzate da una identità, da una
personalità che registra le sue sensazioni e le sue emozioni. Quindi, l’identità personale e la personalità sono strettamente connesse alle nostre esperienze, e non sono separate da esse. In teoria, noi diventiamo una nuova personalità in ogni situazione che sperimentiamo. In pratica, la maggior parte delle esperienze e le personalità dalle quali esse vengono registrate sono abbastanza simili e vengono in gran parte integrate.

Sempre più spesso la complessità del mondo ci porta ad avere esperienze dissociate: pensiamo al
bambino, che in famiglia parla un certo linguaggio, condivide alcune abitudini, ecc. A scuola deve invece pensare e comportarsi in modo diverso, mostrando una personalità diversa.

Chi pensa alla dissociazione come ad una patologia può trovare questo allarmante, ma si potrebbe pensare ad una ‘dissociazione normale‘ che può proteggere le persone dal dolore, dalle malattie, dalla depressione.

Le persone che hanno una personalità “multipla” soffrono meno degli altri di stress.

Se, ad esempio, “Judy” ha una personalità sportiva, A, e una personalità studiosa, B, nel caso Judy perdesse un incontro di tennis, sarebbe un fastidio per lei, il che si tradurrebbe in tensione muscolare ed in mal di schiena. Se A fosse stata l’unica personalità di Judy, la ragazza avrebbe dovuto restare in tensione per tutto il giorno, ma per fortuna le verrà in soccorso l’altra sua personalità, la B, e così Judy soffrirà di meno. (E viceversa).

La molteplicità ‘normale’ potrebbe rivelarsi utile nell’ aiutare le persone a vivere in un mondo sempre più complesso.

Per questo, dice la Carter, bisognerebbe cercare di non vedere sempre nella personalità multipla
un patologia, come siamo stati abituati a fare dagli specialisti del diciottesimo secolo.


Fonte: NewScientist

Dr. Walter La Gatta

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